Girls – 2×06 Boys

Girls - 2x06 BoysAlternando episodi Hannah-centrici ad episodi corali, la seconda stagione di Girls porta con sé una grande aura di sincerità nascosta sotto una spessa patina di esagerazioni ed esasperazioni, che non fanno altro che continuare a dividere il pubblico.

Eppure sotto questo ermetismo hypster, si lascia intravedere una certa semplicità di intenti: raccontare le insoddisfazioni, i fallimenti, le delusioni alla maniera tragi-comica delle Girls – e dei boys, in questo caso.

“You did something that writers find really hard to do, which is, you know, find a voice.”

Girls - 2x06 Boys

Nei primi minuti siamo davanti all’incoronazione di Hannah: dopo lo scettro di scrittrice, le viene conferita la corona di voce della her lost generation – my lost generation? E’ la svolta di un’esistenza, la tanto attesa strada per il successo. Eppure manca qualcosa. Saranno i troppi drink in pieno giorno o il dover scrivere un intero e-book in un mese, ma non c’è nulla di spontaneo o sconvolgente. Boys è la giornata dei tentativi, che falliscono inesorabili. E’ la giornata delle illusioni, che si infrangono davanti alla realtà. E’ l’apologia sull’immobilismo dei protagonisti, incastrati nelle piccole (dis)avventure giornaliere, congelati in un’eterna giovinezza sempre più deludente.

“Look at this fuc*ing boat. Look at this people. Hopeless. They know where they’re going.”

Il primo obiettivo della giornata di Ray è riavere la propria copia di Piccole DonneI mean, it’s really your duty as a man to go diceva Shosh: una sorta di libro verità su se stesso appuntato da sua nonna, ora nelle mani di Adam. Le risposte sono sempre al di fuori, così come le colpe. Ma il secondo obiettivo gli stuzzica persino la virilità: c’è da portare a casa il cane rubato da Adam – che sì, è finalmente tornato. Durante la traversata alla volta di Staten Island li guardiamo sganciati dalle loro controparti femminili che, con la loro assenza, ne monopolizzano la conoscenza. In un vortice di parole e allusioni, entrambi si trovano a fare i conti con le loro incapacità – persino quella di fare la cosa giusta. Staten Island is a big metaphor e non solo: in fondo Ray è esattamente Staten Island.

Girls - 2x06 Boys

E’ quell’isola che guarda da lontano la propria sorella maggiore, più bella e più ambita; in quello spazio vitale stanno tutti i suoi fallimenti e i suoi sogni infranti che, sebbene ignorati, riaffiorano incontrollati, soprattutto quando non si è in grado neanche di riportare un cane al suo padrone. Se Adam preferisce ancora una volta voltare le spalle e tornare indietro dalla solitudine delle sue cose – martellare è più semplice che affrontare dei sentimenti -, Ray invece vuole arrivare fino in fondo. Perciò quando si ritrova solo, al tramonto, l’unica cosa che rimane da fare è piangere di/su se stesso. E la memoria torna alla confessione d’amore e colpa di It’s a shame about Ray, ma non c’è tenerezza, forse solo un filo di ipocrita compassione: non voler avere un bar tutto suo è il minore dei problemi, quando non sai assolutamente cosa hai fatto/cosa devi fare della tua vita e accanto a te si materializzano aspettative – anche quelle dritte dritte verso il punto di rottura. Ma la nonna lo aveva predetto.

“Usually when I think someone’s my boyfriend they’re my boyfriend and I’m not delusional about it.”

Girls - 2x06 Boys

Altre volte le aspettative sono veri e propri sogni ad occhi aperti. Il castello di carta che Marnie è riuscita a costruirsi di una storia con Booth Jonathan è – per molti – il vendicativo ben ti sta dopo aver rifiutato Charlie. Eppure, anche qui, quel poco di sano e atteso sadismo non c’è. Che ci fosse ben poco di reale in questa relazione era chiaro, ma quello che sorprende è la reazione di Jonathan: l’essere solo apparenza, essere la proiezione dei desideri degli altri, quello che si dipingono tu sia, è esattamente il metaracconto della serie stessa. Quando le accuse alla Dunham sono sul disattendere puntualmente le aspettative del pubblico che vuole azione, intreccio, svolte, cambiamenti perché si suppone che tutte le serie debbano essere così, ecco servita la risposta. E’ solo apparenza: nessuno vive un’avventura al giorno. Hannah e tutti gli altri non sono gli artefici del proprio destino – vuoi per indolenza, pigrizia, narcisismo – ma ne sono le totali vittime. In questo consiste la voce di una generazione perduta: non avere voce.

Qui si inserisce la bravura di Lena Dunham. Non può darci quello che ci aspettiamo perché sarebbe tradire la realtà, perciò come rendere l’immobilismo, il mutismo, l’incapacità? Travestendoli in azioni, in svolte apparenti, mise en abyme tramite tubo catodico, per restituirci così – il più amaramente possibile – l’indolenza che tanto ci accomuna. Per arrivare alla realtà si passa per la finzione; e dato che sono solo dei travestimenti, quelle azioni sono per loro stessa natura – e non potrebbero essere altro che – azioni fallimentari. L’alter-mondo di Hannah è un affresco di difetti, un caleidoscopio delle cose peggiori su cui ci si ride sopra, ma amaramente. E’ inutile, quindi, cercare la personificazione in vita del personaggio: non è importante sapere se Lena è Hannah, fondamentale è comprendere che per parlare a noi/di noi ha creato un alter-ego che sia incapace di fare quello che lei fa, nella sua di vita reale. E’ come cercare di far parlare il silenzio.

Girls - 2x06 BoysLa depressione e il cinismo di Jessa, il blocco di Hannah davanti al suo computer – I used up all my sick days, so I called in dead –, il mutismo che pone altra distanza tra lei e Marnie – entrambe incapaci di ammettere i propri fallimenti – sono quelle finte azioni che paradossalmente nutrono la serie. Per un giorno intero Marnie ha vestito i panni di perfetta padrona di casa, quando in realtà non ha mai svestito quelli di hostess e non è mai stata la fidanzata di Jonathan: azione finta che porta a rivelare l’immobilismo della sua figura.

Non si procede in avanti, al massimo si regredisce, si torna indietro, ammettendo così che ci sia qualcosa a cui tornare. Ray non torna da Shoshanna, Marnie e Hannah non si incontrano a metà strada, Adam torna nella sua solitudine. No, qualsiasi movimento è severamente abolito. Sorge quindi spontaneo chiedersi: per quanto guarderemo ai fallimenti, alle urla, alle bugie a buon mercato? Immobili, anche noi, dall’altra parte? Quando decideremo di fare?

E’ nell’attesa di questa risposta che Girls pone la propria dimensione e la sua ragione d’essere.

P.S. mezzo voto in più va di diritto al ritorno di Adam e al suo uso dell’ascella.

Voto episodio: 8

 

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

6 Risposte

  1. Attilio Palmieri scrive:

    “Che ci fosse ben poco di reale in questa relazione era chiaro, ma quello che sorprende è la reazione di Jonathan: l’essere solo apparenza, essere la proiezione dei desideri degli altri, quello che si dipingono tu sia, è esattamente il metaracconto della serie stessa.”

    Sottoscrivo tutto. Ottima recensione.
    La telefonata finale tra Hannah e Marnie, con la distanza tra le loro parole e i loro primi piani, è uno schiaffo a tutti i detrattori di questa serie.

     
  2. sara scrive:

    però ti dico: lunga vita ai detrattori di Girls. se un prodotto (di qualsiasi tipo) riesce a dividere così tanto il pubblico significa che deve avere qualcosa di assolutamente vincente al suo interno. se fa discutere significa che c’è qualcosa su cui discutere!
    fatto sta che – fino a questo punto – fan di girls 1- detrattori 0!

     
  3. Penny Lane scrive:

    Ogni volta che guardo Girls ne esco distrutta, quasi depressa. E’ il “black mirror” della nostra triste generazione senza bisogno di voli fantascientifici. Certamente il realismo in questo caso si concentra sulla parte peggiore, evidenziando i difetti, con particolare attenzione a quel blocco interiore che attanaglia più o meno noi tutti, vuoi per la fatica di trovare un posto nel mondo o per l’incapacità di sapersi relazionare con l’altro. Forse l’unica pecca che riesco a trovare è l’assenza di una qualsiasi speranza o quantomeno forza propositrice, ma anche questo è il bello della serie e credo sia l’elemento che contribuisce ad alimentare così tanto il dibattito intorno ad essa. Complimenti per l’analisi dell’episodio, molto completa e “sentita”.

     
  4. xfaith84 scrive:

    e allora apriamo le porte ai detrattori! XD
    parto da un assunto: se per qualche motivo imperscrutabile continuo a guardare Girls è perché comunque qualcosa mi piace; non mi è ben chiaro che cosa (me lo chiedo più o meno ad ogni fine puntata), ma evidentemente qualcosa ci sarà.

    Detto questo. Girls è una serie che parla di tutte le cose che dite voi, e secondo me ci sono due modi per vedere questo fatto: o trovare la questione (empaticamente o meno) interessante e foriera di significati (tra qui anche l’immobilismo, come abilmente spiegato da sara), o sentire che queste cose non ci appartengono.
    Ecco, forse il “mio problema” è di non trovare affatto interessante questo immobilismo in qualche modo accettato e avallato dai personaggi stessi; non è che non mi tocchi, peggio, mi irrita proprio. Non mi appartiene, non appartiene a mio avviso alla generazione cui io sento di appartenere (quella dei 30, ecco, forse meno propensa a fluire insieme al corso degli eventi perché non è nata delusa, ma è stata illusa, disillusa ed è ancora incazzata per quello che è successo nel mezzo, quindi tutt’altro che disposta a stare immobile) e suscita in me un totale e assoluto disaccordo per il suo girarsi intorno e trovare la cosa anche estremamente pregna di significato.

    Non vi sfuggirà perché, in tutto questo, io provi un’intolleranza esacerbante nei confronti di Hannah, e capirete come per me lo scorso episodio sia stato in larga parte una lagna continua – tolto il dialogo con il Tizio a Caso, quello sì con qualche spunto interessante, finalmente!

    Ecco, ‘sto lungo pippone per dire che capisco perché a voi piaccia così tanto, vi dirò di più, apprezzo più le vostre recensioni delle puntate stesse. Ma a me i personaggi non parlano, fanno cose che mi rimbalzano addosso e tornano indietro senza avermi fatto fare nemmeno un plissè, il che non è quello che io cerco in una serie tv.
    Però continuo a guardarla. Forse aspetto che l’immobile si muova.

     
  5. Glenn scrive:

    Allora non sono l’unico a cui Girls “fa strano” (tanto per banalizzare)! :)

    Il fatto è che pur non avendo ancora capito dove si vuole andare a parare, o se davvero è da una stagione e mezzo che “non sta succedendo niente”, provo un’attrazione magnetica.. non me ne capacito; non ho mai faticato tanto a sviluppare un’opinione uniforme…

    Però al di là di ogni analisi più o meno razionale le sensazioni che mi lascia Girls sono solide, genuine.. io per esempio ho trovato magnifica la 2×05 per il senso di vuoto e incredulità che mi ha trasmesso.. cosa avrà voluto dire la Dunham?? giuro che ci ho pensato almeno un paio di giorni. Questa di per sé è già una vittoria, per qualunque sceneggiatore.

     
  6. Attilio Palmieri scrive:

    Anche io ho trovato la 2×05 la puntata migliore, come ho scritto. Avendo visto visto praticamente tutte le sue opere o quelle a cui ha collaborato, considero Lena Dunham una grande sceneggiatrice e in generale una personalità artistica non banale e molto intelligente.
    Ma questa è solo una parte del discorso e un giudizio di valore che interesserà a pochi.
    Per me (in maniera forse molto simile a ciò che sosteneva Sara) la grandezza di Girls (e della Dunham) sta proprio nelle parole di xfaith84, nella capacità di mettere in scena una serie di identità così tanto caratterizzate e così bene inserite in un contesto al contempo estremamente specifico e miratamente universale (per i riferimenti culturali – musica cinema letteratura – e non solo) da spaccare in due in maniera drastica gli spettatori. La questione dell’identificazione femminile (e non solo femminile) è centrale: Girls affascina o irrita. Per molti/e, nonostante l’immobilismo ineludibile, Girls rappresenta una sorta di “voler essere”. Questo perché, per chi (come me) appartiene alla generazione di Lena Dunham, quella paralisi la riconosce appieno, e allora tanto meglio vivera nella New York sempre e comune vitale e fertile di opportunità, incontri, concerti ecc… ecc..
    Non vorrei passare per l’hipster di turno (non lo sono), ma forse proprio questo “attirare l’attenzione” (di critica e pubblico), in un verso o nell’altro, è una grande qualità.
    Fermo restando che, fuori dai meccanismi di identificazione, le parti comiche di Girls (vedi quando c’è Adam o Shosh), mi fanno scompisciare!

     

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