House of Cards – Stagione 1

House of Cards – Stagione 1In ritardo rispetto all’uscita su Netflix (1 febbraio 2013), in anticipo rispetto a quella che sarebbe dovuta essere la naturale conclusione se la serie avesse avuto la tradizionale serializzazione settimanale. Pubblichiamo ora la recensione della prima stagione perché convinti che questo sia orientativamente il momento in cui lo spettatore medio può aver terminato la visione di House of Cards.

La prima cosa da sottolineare, tanto da fungere come premessa preliminare sia alla visione che all’analisi della serie, è che si è davanti ad un prodotto estremamente sfaccettato, non tanto e non solo per questioni relative alla sua testualità, ma in primo luogo perché la sua materia prima è stata oggetto di manipolazioni, adattamenti, riduzioni e più in generale interpretazioni differenti da parte di varie forme di comunicazione. Prima ancora però, si tratta di qualcosa che ha strettamente a che fare con la realtà e con il concetto di testimonianza. Il tassello di partenza infatti è il romanzo d’esordio di Michael Dobbs, Chief of Staff del Conservative Party britannico. Nel 1989 Dobbs pubblica House of Cards, nel quale racconta le vicende di Frank Urquhart (trasformato dall’adattamento televisivo americano in Frank Underwood), cui seguiranno anche To Play the King e The Final Cut, tanto da formare una vera e propria trilogia. In epoca immediatamente post-tatcheriana, i tre romanzi sono stati tutti adattati per il piccolo schermo dalla BBC e il primo in particolare ha riscosso grandissimo successo di pubblico e critica. Nel 1996 House of Cards è stata anche adattata per la radio dalla spesso Dobbs grazie alla BBC World Service.

Per acquisire la proprietà sui diritti Netflix ha pagato ben cento milioni di dollari, battendo la concorrenza di AMC e HBO. In base agli accordi il colosso dello streaming si è impegnato a produrre e a rendere disponibili (ha più senso il verbo trasmettere?) due stagioni da tredici episodi intervallate da un presumibile iato di qualche mese. A questo caleidoscopio di fonti il prodotto americano ne aggiunge tante altre. In primis il cinema: come già detto nella recensione dell’episodio pilota, il rapporto di referenza con la settima arte è quasi programmatico e passa per la scelta di un grandissimo attore cinematografico (Kevin Spacey) come protagonista e per quella di un acclamato regista hollywoodiano (David Fincher) a dirigere i primi due episodi e a fare da executive producer. Questo tipo di operazioni in molti casi funzionano (Boardwalk Empire), in altri invece non riescono a ottenere il successo che le loro potenzialità sembrano garantire, come è accaduto per Luck, serie di punta dell’HBO della scorsa annata con Dustin Hoffman protagonista e Michael Mann a dirigere il pilota, chiusa dopo una sola stagione.

House of Cards – Stagione 1Proprio come le due serie citate, nonostante in questione ci sia un prodotto estremamente complesso e dalla struttura narrativa corale e impostata su più livelli di lettura e di azione, la serie non potrebbe esistere senza il protagonista e la definizione della sua personalità, così come la costruzione del suo carisma (spettatoriale e non solo), sono tra le priorità principali (specie se con Spacey Netflix ci investe una notevole somma di denaro). In questo senso la grande abilità degli autori, della rete e dello stesso interprete è quella di essere riusciti a costruire un personaggio estremamente riconoscibile in quanto a empatia e dal carisma indiscutibilmente elevato. Tuttavia, l’altra faccia di Frank Underwood è quella di un personaggio che più lo si conosce più risulta indecifrabile, tanto da passare da eroe tradizionale per la cui missione si fa il tifo, a vettore preferenziale per lo spettatore circa l’analisi della politica americana, grazie al suo sguardo interno, privo di filtri e assolutamente brutale nella franchezza con cui spiega il funzionamento degli ingranaggi di quella tutt’altro che idilliaca macchina che è la politica.

“Ci sono certi nodi di cravatta
che dietro c’è la mano di una moglie
e dietro ad ogni moglie c’è un’amante
senza mutande” (Paolo Conte – Per ogni cinquantennio)

House of Cards – Stagione 1I latini dicevano che dietro ad ogni grande uomo c’è sempre una grande donna. Se si considera Claire Underwood, moglie di Frank, emerge che questo antico proverbio raramente è stato più aderente alla verità. Sin dall’episodio d’apertura si sono sprecati i riferimenti alla figura archetipica principale circa questa tipologia di figura femminile: Lady MacBeth. Nonostante in questo caso, seppur non completamente e solo in alcuni momenti, si possa parlare del principale personaggio femminile attraverso la chiamata in causa del diabolico personaggio shakespeariano, può essere più utile non farlo perché la suddetta sovraimpressione renderebbe il personaggio di Claire ridotto a una sola delle sue tante facce, oltre che adagiato su uno ruolo che in realtà non ricopre totalmente. Robin Wright è straordinaria nel mettere in forma una figura dalle innumerevoli maschere e dai molteplici desideri. Claire è da un lato il braccio destro di Frank, colei senza cui questi non riuscirebbe a tessere le ingarbugliate quanto perfette tele politiche, ma esiste tutto un altro mondo dove l’ingombrante marito non è presente nella vita della donna, se non come oggetto castrante o addirittura ostacolo insormontabile. La storia d’amore con Adam, mai fino in fondo espressa, è il simbolo e il sintomo delle ambizioni e dei sogni repressi della donna, non ultimo quello di essere madre e viversi una normale vita familiare.

House of Cards – Stagione 1Il cuore della serie è però rappresentato dallo sguardo offerto sulla politica statunitense, un mondo indagato con la lente d’ingrandimento dalla Sala Ovale fino alle lenzuola dei diretti interessati, che arriva agli occhi dello spettatore come un terremoto che solo in alcuni casi ha come epicentro le stanze del potere. Se per i personaggi principali si parla di figure bigger than life, per quelli che li seguono a ruota salta all’occhio immediatamente la loro condizione di vettori narrativi, denotativi di un preciso funzionamento della politica e connotativi riguardo alla natura ibrida e contaminata del mestiere che fanno. I due che senza dubbio hanno il maggior quantitativo di screentime e che ricoprono un decisivo ruolo ai fini della narrazione principale – senza contare le diverse trame accessorie che portano in seno – sono Peter Russo e Zoe Barnes. Il primo è per certi versi il testimone per antonomasia di ciò che la politica americana mostra di sé nella fiction televisiva e cinematografica. Non è solo l’incarnazione del figliol prodigo, parabola della redenzione per eccellenza, ma anche la cartina di tornasole della brutalità con cui la politica, in alcuni casi, sfrutti le questioni umanamente sensibili (quartieri poveri, ambientalismo, disoccupazione, sofferenza sociale) per fini tutt’altro che nobili. Zoe, d’altro canto, è la direttrice che dalla politica apre l’orizzonte verso l’esterno, offrendo una visione di carattere maggiormente sistemico, che ha come oggetto d’indagine il rapporto tra la politica da un lato e il giornalismo e i nuovi media dall’altro. Nonostante ci sia tutta una schiera di membri del mondo dei media fatta di persone di indiscussa qualità morale, attraverso la centralità del personaggio di Zoe gli autori sono spietati nella rappresentazione del giornalismo, che emerge come tutt’altro che privo di responsabilità e pronto a inseguire qualsiasi cosa porti ai piedi del re dell’ascolto e del successo. Anche in questo caso sarebbe difficile immaginare il personaggio di Zoe Barnes senza il corpo di Kate Mara, eccellente nel tirare fuori la sua faccia più cinica e quella più lasciva a seconda delle occasioni.

House of Cards – Stagione 1Il sistema rappresentato da House of Cards è quello di una politica estremamente permeabile ed entropica, che non si accontenta del proprio interesse specifico, ma propone un vero e proprio modus operandi da esportare in tutti i campi. In fondo anche la politica in questo caso non è altro che uno degli strumenti per mettere in pratica quello che è un modo di pensare e di agire, l’attitudine a curare sempre e comunque il proprio interesse in maniera privilegiata, usando l’arte del compromesso e del negoziato in maniera programmatica a ragionata. Nel mondo di House of Cards non vince il più puro (in quale mondo abbastanza realistico accade? In quale serie abbastanza avvincente succede?) e neanche il più cattivo, ma quello che sa interpretare gli accadimenti con una visione strategica, quasi da gioco di ruolo, cercando di padroneggiare le regole dopo averle inventate e sistematizzate. Da questo punto di vista è emblematico ciò che succede nell’episodio numero tre, dove Frank torna a Gaffney, South Carolina, sua città d’origine, perché dopo la morte di una ragazza per un incidente d’auto, la comunità locale dà la responsabilità a Frank per via dell’appoggio alla costruzione di un acquedotto a forma di pesca sulla strada. Frank, ormai sotto il mirino dei media, decide di andare a risolvere la situazione di persona facendo un discorso commovente quanto falso al funerale e intestando alla giovane defunta una borsa di studio. Come questo potrebbero essere citati numerosi esempi di casi in cui la politica ha legami a doppio filo con istanze di carattere extrapolitico di cui il protagonista si serve per fini politici.

House of Cards – Stagione 1Prima di concludere bisogna almeno parlare del risultato finale di quella che è stata sin dal pilot una delle caratteristiche principali delle serie, una di quelle notazioni che non possono essere eluse in quanto evidenti e quasi ingombranti. Stiamo parlando del rapporto tra il protagonista e lo spettatore e più precisamente del dialogo che Frank cerca ripetutamente parlando guardando in macchina. Sebbene questa soluzione sia decisamente originale, soprattutto se operata dal protagonista di un drama in maniera sistematica, molti erano i punti di scetticismo quando della serie non si era visto che l’inizio. Il più critico era senza dubbio quello per cui un Frank, già abbondantemente carismatico per via dell’attore che lo interpreta, per avere quel tipo di rapporto con lo spettatore avrebbe dovuto suscitare in quest’ultimo sentimenti di empatia da un lato e di grande credibilità dall’altro in modo che questi potesse aggrapparsi alla parvenza di illusione di realtà rimasta e parteggiare per il suo eroe. Stante questo, il rischio poteva essere quello di trovarsi di fronte a un personaggio che per tenere fede a queste linee guida avrebbe avuto sempre successo e nonostante difficoltà previste e prevedibili sarebbe sempre riuscito a portare a termine i suoi piani dando l’impressione di essere infallibile. Tuttavia il risultato di questa rischiosa soluzione è eccellente perché la principale conseguenza è quella di trovare in primis un forte legame con Frank – grazie al fatto che questi coinvolge ripetutamente lo spettatore – per poi trovarsi a odiarlo per gli spregevoli modi in cui agisce e trovandosi quindi in un’ambigua condizione morale rispetto al personaggio per il quale spesso si era portati a parteggiare. Inoltre il rapporto diretto con lo spettatore offre un quadro ancora più sfaccettato della personalità del protagonista che, essendo camaleontico e multiforme, non è da escludere che anche allo spettatore presenti solo uno dei suoi tanti volti.

Un’eccellente serie che lascia presagire un futuro da big per la new entry Netflix nel mercato televisivo statunitense.

Voto: 8,5

 

Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

3 Risposte

  1. September scrive:

    Ho visto l’intera stagione in apnea in 5-6 giorni divorata.
    Aldilà di quanto sia piaciuta soggettivamente ad ogni singola persona che l’abbia vista credo che la cosa inequivocabile e quindi oggettiva sia stata la qualità totale del prodotto.
    Regia impeccabile,
    ritmo perfetto,
    kevin spacey sublime
    cast stellare.
    In se per se nulla di originalissimo, finale che poteva essere più conclusivo senza dubbio ma personalmente ho trovato questa serie dannatamente bella.
    La bellezza a parte la qualità è data secondo me dalla costruzione della trama.
    La delusione di Frank Underwood per il mancato ruolo da segretario di stato provoca in lui una rabbia infinita ma il modo in cui attua la sua vendetta è sensazionale.
    Tassello dopo tassello fincher ci mostra i pezzi del puzzle e spesso lo spettatore non capisce dove underwood voglia andare a parare ma la sua determinazione e la sua audacia sono geniali e spietate.
    Voto 9 a questa stagione sperando che vada sempre meglio.

     
  2. Riccardo scrive:

    Non ci siamo, non ci siamo… se non si da 10 a questa serie allora il 10 per cosa lo date ?? Signori questo è un CAPOLAVORO! E la seconda stagione è di pari pasta.

     
  3. gino scrive:

    Ma si può scrivere la recensione di una serie TV usando un linguaggio da saggio post-strutturalista francese? Nietzsche parlava ai cavalli 😉 non credo alle capre. Se hai velleità superiori riguardo pensiero lascia perdere le serie TV e datti alla filosofia, con amore eterno..

     

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