The Killing – 3×11/12 From Up Here & The Road To Hamelin

The Killing - 3x11/12 From Up Here & The Road To HamelinVolge al termine la terza stagione di The Killing, un’annata stupefacente e inaspettata che, con puntate come Reckoning e Six Minutes, ha segnato punte di qualità altissime, non solo per il prodotto ma per l’intera annata televisiva. Il season finale, proprio per questo, si presenta più anticlimatico, con la ricomparsa di alcuni difetti storici della serie, ma anche con degli ottimi spunti di riflessione. 


The Killing, soprattutto nelle prime due stagioni, non è mai stata LA serie di indagine per eccellenza, anzi: false piste, accuse ad ogni episodio, cliffhanger smontati al primo minuto della puntata successiva hanno caratterizzato la storia di Rosie Larsen.
The Killing - 3x11/12 From Up Here & The Road To HamelinQuesta terza stagione era riuscita se non altro ad allontanarsi un po’ dallo schema e a presentare la questione “chi è stato” come una delle meno importanti, a fronte di un dramma personale e collettivo ben più rilevante dell’identità del colpevole. Rimane tuttavia un errore considerare questo un modo giusto di procedere: non si può scrivere senza inserire neanche un minimo dettaglio sul colpevole per poi arrivare, quasi per magia, alla risoluzione del caso davanti agli occhi esterrefatti della povera Linden. Non un accenno, non un dubbio sull’assassino: è vero che puntare il dito contro tutti sarebbe stato altrettanto sbagliato, ma dimenticarsi completamente che questa sia una serie tv che si basa su un’indagine d’omicidio è una mossa scorretta soprattutto nei confronti del pubblico.
I presunti colpevoli vengono liquidati (tralasciamo Reddick, ma la storyline dei secondini meritava davvero di essere chiusa così malamente?) e a Skinner non rimane che un viaggio in macchina e un lungo spiegone che, malgrado i pregi, rimane una confessione/spiegazione/descrizione di venti minuti senza che alcun accenno sia stato fatto fino al finale.
Questo è e purtroppo continua ad essere il difetto di The Killing; dall’altra parte, quella del dramma psicologico e umano che circonda tutti i personaggi e la stessa Seattle in questa stagione, le cose vanno in modo diametralmente opposto.

“I’m… I’m like five steps down for you. And I just wanted you to see the good stuff.”
That is what I see.”

The Killing - 3x11/12 From Up Here & The Road To HamelinLe due puntate di questo doppio season finale, lungi dal presentare una coesione drammaturgica, rappresentano due stati d’animo completamente diversi, eppure necessari l’uno all’altro.
From Up Here è la presunta chiusura di un caso: con Mills in carcere sembra davvero iniziare una vita nuova per tutti, e mai come in questa occasione possiamo dire che il tutto venga rappresentato dal sorriso di Linden dopo la notte passata con Skinner. “I think that we can be different”, dice una insolitamente ottimista Sarah e tutta la puntata si permea di un senso di speranza, per il futuro e per una svolta che sembrava non arrivare mai e che invece compare proprio dietro l’angolo.
Holder trova nella sua compagna una donna in grado di accettarlo per quello che è, Linden sembra di nuovo felice ed entrambi si ritrovano a lavorare su un caso apparentemente nuovo che sembra dire ad entrambi “Ok, capitolo chiuso, si ricomincia con una prospettiva nuova”.

The Killing - 3x11/12 From Up Here & The Road To HamelinEntrambi i protagonisti sono felici sia con se stessi che tra di loro – le battute tra i due in macchina sono da antologia della coppia investigativa – ma non si tratta solo di loro: il montaggio, bellissimo, che racchiude le vite di Danette, Lyric e Twitch evidenzia come solo la morte possa essere davvero un ostacolo insormontabile. La scelta di Twitch, che rinuncia alla droga con un sorriso sulle labbra, rappresenta una nuova speranza per i ragazzi di Seattle, mentre una Lyric devastata forse non saprà dire di no all’ennesimo pervertito e probabilmente porterà un giorno sua madre, come Danette, a contare fino a cinque per poterla rivedere. E la morte, che rovina le persone a lei vicine, diventa ancora più crudele nel terribile movente che si nasconde dietro alle azioni di Skinner.

Their eyes… when they know that it’s the end, they look at you like… like no one else.

Andiamo oltre il “come si è arrivati al colpevole” e analizziamo il modo in cui è stato messo in scena. E’ innegabile che in questo caso non ci sia stata alcuna azione da parte di Holder e Linden che abbia portato ad una risoluzione: pur avendo individuato che il colpevole fosse all’interno della polizia, entrambi avevano puntato a Reddick – e come dare loro torto, ancora dovrebbero spiegarci perché l’uomo non abbia dichiarato di aver conosciuto la prima vittima, e non è certo cosa da poco: usare una prova del genere solo come depistaggio per il pubblico e poi non darle una corretta collocazione è una mossa superficiale e approssimativa.
Ma allora perché dare una risoluzione del caso così evidente come l’anello donato alla figlia di Skinner? Ciò che all’apparenza sembra una completa idiozia trova invece spiegazione nell’identità dell’uomo che, ben lontana dall’essere stata indagata a dovere, ha comunque portato ad una ricostruzione del caso e del movente plausibile e anche ben contestualizzata con tutto il senso della stagione.

The Killing - 3x11/12 From Up Here & The Road To HamelinSkinner non è stato più in grado di reggere il ruolo: per sua stessa ammissione con la figlia (“I can’t be something that I’m not. I’m tired of it”), ma anche con Linden (“People like us, we were just supposed to be alone”), e fino alla richiesta di essere ucciso, l’uomo non ha più retto il peso di quello che faceva tutti i giorni, che non è il fatto di uccidere le ragazze, ma il dover recitare e fingere per qualcosa di cui non sente necessità alcuna di scusarsi.
La bellezza della costruzione del personaggio – benché innegabilmente frettolosa – è stata quella di mostrare un’identità totalmente diversa da quel poco che avevamo visto fino ad ora, e che trova il punto di svolta nella scena, incredibile, che vede Sarah comprendere finalmente la verità: in quella stessa via, con una casa e una figlia, un giardino e un idrante, un furgoncino di gelati e bambini in bicicletta, si è nascosto un uomo che ha strappato la vita di decine di ragazze. Poco potevano dire le parole davanti ad una Linden devastata, costretta ad ammettere a se stessa che l’uomo che ama è un mostro, che un altro uomo – Seward – è morto per colpa sua e che lei, in fondo, sapeva qualcosa, o non sarebbe finita in un’ospedale psichiatrico – geniale intuizione di Skinner, che offre così una spiegazione ad una domanda di lunga data sulla vita di Sarah.

The Killing - 3x11/12 From Up Here & The Road To HamelinLa seconda parte del finale rappresenta la cruda verità, quella che uccide ogni speranza e che riporta i protagonisti al loro precedente status: quello di dannati e condannati, che non possono fuggire al destino e non possono essere felici perché non c’è via di fuga; perché le fulminee parentesi di speranza non sono nulla davanti alla condanna all’infelicità, che si trasforma con l’intera stagione e con il movente di Skinner in condanna sociale senza appello. “Human garbage” è la definizione che Skinner dà a ragazze la cui colpa è quella di essere abbandonate, di non essere viste, di essere sfruttate; ragazze che sì, avranno anche delle responsabilità, ma verso le quali per l’intera stagione siamo stati abituati a provare empatia, e che ora scopriamo, per chissà quali convinzioni, colpevoli di reati che meritano come pena la morte per mano di un pazzo. Ragazze abbandonate che aspettano di essere aiutate e che ora aspettano di essere trovate: “It’s the loneliest thing in the world, waiting to be found”, dice Sarah con la voce rotta, ed è con questa frase che si sancisce il ritorno della condanna, che perseguita le ragazze anche nella morte e che rincorre la stessa Linden e persino Holder (coinvolto nella disperazione di Sarah sul finale), senza concedere loro la possibilità di essere felici.

E’ stato un buon season finale di una stagione ottima, che, nonostante i difetti, rappresenta notevoli passi avanti rispetto alle precedenti stagioni. La serie si conferma come un prodotto incredibile per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, e non è possibile parlare di loro senza tessere le lodi degli attori: la splendida Mireille Enos, un sempre più bravo Joel Kinnaman e i sorprendenti Peter Sarsgaard e Bex Taylor-Klaus hanno dato a questa stagione più di un motivo per essere guardata. L’eccellenza di scrittura investigativa è lontana, ma per il resto questa stagione merita davvero di essere ricordata.

Voto puntata: 7 ½
Voto stagione: 8 ½ 

 

Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

10 Risposte

  1. Attilio Palmieri scrive:

    Ottima recensione per una stagione sorprendente e per certi versi miracolosa. Niente più originale danese, resurrezione dalle cenere (Grazie Netflix, grazie AMC) e personaggi come non si erano mai visti.

    Mi piace ricordare che in una recensione passata avevo indovinato il killer :) :

    “Il suo (di Skinner ndr) passato amoroso con Linden ha un’incidenza che viaggia sottotraccia, quasi invisibile, ma non per questo irrilevante. Anzi, il suo essere così sfacciatamente integerrimo, il concedere sempre occasioni a Linden ribadendole però che il caso Seward è scollato da quello stagionale, la loro relazione di tre anni prima e la relativa crisi nervosa della donna, fanno di Skinner uno dei principali sospettati, se non come killer quantomeno come persona a conoscenza dei fatti.”

    Da “Reckoning” (http://www.seriangolo.it/2013/07/28/the-killing-3×09-reckoning/)

     
  2. John Lucke scrive:

    Speravo di trovare qualcosa di più sul “come si è arrivati al colpevole” perché ancora, anello visto al dito della figlia di Skinner a parte, il tutto non mi è molto chiaro… e spero di essermi perso/non aver capito qualcosa io, perché se la chiave di tutto è stata solo l’anello, mi sembrerebbe un pò poco…

     
    • xfaith84 scrive:

      Non ho parlato tanto della risoluzione perché è esattamente quello che si vede: loro capiscono solo che c’entra qualcuno della polizia e puntano su Reddick dopo aver visto la foto della prima vittima con lui in casa del padre – sommando questo agli indizi già in loro possesso, come Reddick che si lascia sfuggire Angie all’ospedale. A quel punto, però, la comprensione del caso arriva a Holder quando scopre chi l’ha incastrato con gli Affari Interni e a Linden solo tramite l’anello, che è del resto prova quasi inconfutabile; quando si guardano, lui capisce che lei sa e lei capisce dallo sguardo di lui che ha ragione. Insomma, la prova di per sé è nulla, ma la risoluzione è strettamente personale e tutta in quello scambio di sguardi, confermati quando poi lui dice “se vuoi vedere adrian vivo devi venire con me”.
      Tutto qui!

       
      • John Lucke scrive:

        Ah… allora non mi ero perso niente… mi era sembrato tutto così semplice che ero convinto di essermi perso qualche indizio o richiamo a qualche episodio precedente… thanks!!

         
  3. dezzie86 scrive:

    Sono d’accordo sulla parte investigativa, forse troppo frettolosa. Ma dopo la scorsa puntata avevamo detto tutti che, vista l’eccellenza raggiunta nel raccontare il tutto, il killer sarebbe passato in secondo piano.
    Vero, per una serie thriller è una pecca arrivare così alla risoluzione, ma se il racconto mi dà la pelle d’oca ad ogni dialogo e/o inquadratura, ben venga.
    Un finale per me ottimo, due scene su tutte: quella camminata nel giardino della villetta al ralenty e lo sguardo della stessa Linden dopo aver ucciso l’uomo che ha amato arrivando sull’orlo della follia.
    BRIVIDI!

     
  4. Aragorn86 scrive:

    L’episodio secondo me paga in primis il venire dopo Reckoning e Six Minutes, di cui non è riuscito a replicare la potenza emotiva (impresa impossibile, forse), però rimane comunque più che soddisfacente, come scritto nella recensione. I problemi relativi al caso secondo me sono due (oltre all’eccessività frettolosità della risoluzione, come ha sottolineato xfaith):

    1) la poca caratterizzazione di Skinner, che al di là dei bei dialoghi nell’episodio, era stato appena abbozzato negli episodi precedenti. La confessione del caso Rosie Larsen (e parlo soprattutto della seconda confessione, non so come altro dirlo per non spoilerare) me la ricordo come una scena devastante, proprio perché il personaggio era stato approfondito in modo migliore negli episodi precedenti. Qui, invece, Skinner lo conosciamo solo in virtù della sua passata relazione con Linden e, infatti, al momento dello scioglimento, di lei si coglie tutto il dramma, mentre lui rimane quasi freddo all’occhio dello spettatore. Prendiamo, ad esempio, Twitch: nella stagione si vede pochissimo (rispetto agli altri), ma è stato caratterizzato così bene che la sua scena sul tetto secondo me rimane una delle cose più belle di questo finale.

    2) Il finale aperto. La scena in sé è bellissima (mi piace pensare che Linden, dopo aver rivisto il proprio fallimento in Danette, nei ragazzini abbandonati, in Seward e, infine, in Skinner, uccida un po’ anche se stessa), ma sa troppo di cliffhanger e meno di risoluzione. Ho apprezzato di più il finale completo di Rosie Larsen (che infatti funzionava bene anche come finale di serie), che faceva sembrare il tutto quasi come un film lungo 26 episodi. Qui, invece, mi ha lasciato un senso di incompletezza.

    Per il resto, d’accordo su tutti i pregi sottolineati: stagione indimenticabile, personaggi indimenticabili, dialoghi indimenticabili.

     
    • xfaith84 scrive:

      I dialoghi con Skinner sono resi benissimo, ma è vero che non ci sia affatto caratterizzazione, che è uno dei motivi per cui questa risoluzione del caso non può soddisfare da un punto di vista investigativo; non c’è coinvolgimento perché non è stato creato un personaggio a cui, nel bene o nel male, affezionarsi.
      Concordo su Twitch, quella scena sul tetto è stata pura poesia, e a me il personaggio non era nemmeno piaciuto.
      Sul finale… bah. E’ chiaro che così facendo si voglia cercare una strada per andare avanti, non ci sono altre spiegazioni. Però anche se si chiudesse così sarebbe la conferma che la povera Linden è condannata ad una vita d’inferno e tutto sommato ci può stare. Spero comunque che vadano avanti.

       
  5. Andrea scrive:

    Ciao, solo da poco ho scoperto questo bel telefilm (grazie a seriangolo!), e solo da pochissimo ho finito di vedere la terza serie. Premesso che le prime due sono state qualcosa di eccezionale perché sono riusciti a tenere altissima la tensione nonostante si basasse su un unico omicidio, questa, a parte alcune puntate, si è rivelata abbastanza lenta con un finale che più banale non si può.
    Sinceramente mi aspettavo molto di più: ripescare la figura del serial killer sa di già visto, e il classico colpo di scena è solamente un colpo a salve, per la sua improbabilità.
    Purtroppo sto ancora aspettando che qualche telefilm poliziesco possa darmi la stessa “magia” di The Wire, capolavoro assoluto nel genere!

     
  6. alex scrive:

    paragonare la terza serie al ” caso Rosie Larsen” è un eresia, non sono neanche lontanamente avvicinabili. La prima e la seconda serie avevano ritmi incalzanti, ogni puntata era un capovolgimento di fronte, non di dava un attimo di tregua. Questo l’ho trovata anche improbabile, ho capito che era Skinner non appena il cerchio si è stretto intorno alla polizia ma solo perchè era il classico colpo di scena alla ” spariamola grossa” di tanti film del genere.

     
    • Federica Barbera scrive:

      I continui capovolgimenti del caso Rosie Larsen possono essere interessanti la prima, la seconda volta, ma alla lunga a mio avviso è ciò che ha portato la stagione ad essere particolarmente prevedibile: il cliffhanger della puntata prima veniva sciolto immediatamente nei primi minuti della puntata successiva, il che non ha reso giustizia alla narrazione.

      La prevedibilità di Skinner – vado a memoria perché è passato un po’ di tempo ma comunque ricordo fosse peggiorata proprio con queste ultime due puntate – è il punto debole infatti di questa stagione, in cui la parte investigativa non ha retto la pressione di un altro filone, quello dell’indagine psicologica. Ad oggi, dopo un anno e con un’altra serie come True Detective che ha fatto del genere thriller investigativo qualcosa di diverso dal “whodunit” e si è invece più concentrato proprio sulla natura umana, credo si possa dire che questa stagione in particolare abbia portato avanti un esperimento ovviamente non perfetto ma di cui vedremo conseguenze sul lungo termine. Si sta evolvendo un genere, e i primi tentativi spesso sono maldestri, ma non per questo bisogna sottovalutarne gli sforzi.

       

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