The Bridge – 1×13 The Crazy Place

The Bridge - 1x13 The Crazy PlaceThe Bridge giunge al termine del primo anno di programmazione dopo una stagione brillante, decisamente sopra le aspettative che si avevano prima dell’inizio. La serie chiude la prima annata con un bilancio positivo, con un finale atipico che sembra quasi una premiere della seconda stagione.

The Bridge ha avuto come forza principale quella di intrecciare la caccia all’uomo principale alla storia personale di Marco Ruiz, ottimo personaggio dai mille risvolti, mai banale nelle sue azioni e nella sua storia pregressa.
Il filone di David Tate ha tenuto in piedi tutta la storia, andando a toccare praticamente tutti i personaggi della vicenda – ad esclusione forse di Charlotte – dando ampio respiro ad una vicenda conclusasi magistralmente con la 1×11 Take The Ride, Pay The Toll.

The Bridge - 1x13 The Crazy PlaceAnche in questo finale Tate aleggia pesante come un macigno attorno alla testa di Ruiz (come potrebbe essere altrimenti?), trasformandolo in un personaggio del tutto nuovo: non più quell’integerrimo poliziotto che cerca di combattere la corruzione dilagante non partecipandovi, ma addirittura un uomo assetato di vendetta che si serve delle conoscenze di Fausto Galvan per cercare di arrivare ad uccidere Tate in carcere.
Dicevamo del finale un po’ atipico perché, già a partire dalla puntata scorsa, il discorso Ruiz-Tate si è notevolmente affievolito, arrivando a mitigare anche la tensione e la concentrazione degli spettatori: purtroppo l’altro filone di indagini, e cioè le ragazze scomparse, ha sì un alto livello di drammaticità, ma non ha niente a che spartire con la caccia all’uomo e con il duello, più mentale che fisico, tra i due ex colleghi ed amici.

The Bridge - 1x13 The Crazy PlaceAnche il coinvolgimento di Sonya ha avuto un brusco calo nelle ultime due puntate: nonostante sia stata messa a capo delle indagini sulle donne scomparse, la bionda non ha avuto, negli ultimi due episodi, quel peso emotivo e emozionale che ha avuto per il resto della stagione.
Sonya Cross si è dimostrata un grandissimo personaggio (interpretato molto bene da una splendida Diane Kruger), capace di strappare un sorriso e una lacrima nella stessa scena. È stata inserita molto bene nel corso delle puntate a fianco di Marco, arrivando ad un certo punto quasi ad essere una sorta di psicologa per il collega, pian piano diventato suo amico – cosa assolutamente impensabile nelle prime puntate, quando la sua malattia è stata presentata molto bene senza calcare troppo la mano.
Il suo punto più alto lo ha raggiunto nella splendida 1×11, secondo me vero finale di stagione: quella corsa verso Marco per dirgli una palese bugia (applausi a scena aperta alla Kruger) e la conseguente scena, quando tiene stretto a sé il disperato Ruiz, sono la cosa migliore in assoluto partorita da The Bridge in questa prima annata.
Insomma, di sicuro il personaggio è forte e lo sarà facilmente anche nella seconda stagione: dispiace però che nelle ultime due puntate abbia seguito il rilassamento della trama e che sia uscita un po’ dalla centralità del racconto.

The Bridge - 1x13 The Crazy PlaceQuest’ultima puntata è sicuramente girata bene come le altre, con una prova attoriale che non sfigura rispetto agli episodi precedenti dove lo sforzo drammatico è stato sicuramente maggiore che in questa puntata.
La scelta di far giungere all’apice la questione Tate con due episodi di anticipo ha sicuramente smorzato un po’ la forza di questo finale, dove da secondaria è diventata principale la questione delle ragazze messicane scomparse, con il coinvolgimento di un personaggio vicino ad una delle protagoniste – la sorella di Adriana Mendez; ciò non toglie comunque l’interesse per la seconda stagione, dove vedremo un Marco Ruiz completamente diverso da come lo abbiamo conosciuto, pronto a diventare come la maggior parte dei suoi colleghi, deciso ad infrangere la legge pur di raggiungere il suo scopo.

In definitiva, questo finale è sicuramente una buona puntata ma non con la forza necessaria per essere ricordato a lungo, cosa che farà invece l’incredibile e (forse) irripetibile Take The Ride, Pay The Toll; al contrario, la stagione ha pienamente convinto, sorprendendo positivamente chi non aveva grandi aspettative.
Siamo certi che la seconda stagione ci sorprenderà altrettanto.

VOTO EPISODIO: 6½
VOTO STAGIONE: 7½

 

Ste Porta

Guardo tutto quello che c'è di guardabile e spesso anche quello che non lo è. Sogno di trovare un orso polare su un'isola tropicale. Profilo FB: http://www.facebook.com/ste.porta?ref=tn_tnmn

4 Risposte

  1. M.O.P. scrive:

    Nel complesso è stata una buonissima serie (certo c’è stato qualche alto e basso durante la stagione, ma per essere una serie nuova ci può anche stare). Buona anche la prova del cast, dove emerge su tutti uno straordinario Demian Bichir (mentre la Kruger mi ha convinto un pò meno). Mi aspetto una seconda stagione super!

     
  2. fafner scrive:

    Mille risvolti, mai banale, personaggio del tutto nuovo? Ma se il poliziotto alle prese con una vendetta privata è il più trito dei cliché. Una stagione lenta e desultoria, dalla trama orizzontale esile e poco incline ai progressi, è finita all’insegna dell’improbabile. E del famoso tunnel non è fregato niente a nessuno.

     
  3. matteo scrive:

    troppo incasinata, molte trame tra loro scollegate e il serial-killer principale che sembrava uscito da the Following, non mi è piaciuta.

     
  4. Alberto scrive:

    Francamente, Fafner e Matteo, mi sembrate degli spettatori col vizietto della critica a prescindere, e tra l’altro di tipo superficiale. Forse vi siete fatti troppe dosi di serie TV viste e non sapete più separare il bello dal banale.
    The Bridge è un capolavoro di genere.
    Intenso, profondo, raffinato nel linguaggio simbolico e metaforico.
    Attori perfetti dal primo all’ultimo, capaci di dare vita a personaggi molto riusciti. Sceneggiatura brillante, regia eccellente per riprese, taglio generale e scelta dei tempi.
    Alcune scene e alcune frasi della serie sono da cineteca.
    A me non è dispiaciuta neppure la scelta di mostrare la “fine” prima della conclusione; anzi, dal punto di vista della trama e soprattutto del messaggio noir che gli sceneggiatori avevano in mente, questa era una scelta inevitabile. Il vortice finale che porta Marco al di là del confine (metaforico e no) è l’ultima cosa che dobbiamo ricordare della prima stagione.
    Marco e l’agghiacciante Fausto Galvan, seduti nel salotto di quest’ultimo, l’anticamera dell’inferno chiamato Ciudad Juarez.
    Mentre tutti gli altri personaggi sono a loro volta a un passo dal baratro personale.
    A parer mio, una serie da 9.

     

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