Homeland – 3×07 Gerontion

Homeland - 3x07 GerontionLe perplessità che Homeland si sta trascinando dietro dall’inizio di questa stagione sembrano andare verso una lenta risoluzione con questi ultimi due episodi: è, bene o male, condivisa la sensazione di un ritorno all’Homeland vecchia maniera. Ma quanto c’è di solido sotto questa nuova impalcatura?

Cercando di non eccedere in autoreferenzialità, vorrei rubare dello spazio per un pensiero che chiarisca i toni di questa recensione: scrivendo di Tower of David, ho cercato di usare la puntata come punto di partenza per riflettere sull’imbarazzo del fan di Homeland davanti ad una serie che sembrava stesse cambiando i suoi tratti somatici. Con ben quattro episodi nel mezzo, lo straniamento descritto non si è pacificato, anzi. Siamo tornati (come si sperava) al modus narrandi tipico e con nuovi intrecci che vanno sedimentandosi, eppure c’è un nervo perennemente scoperto che non riesce a sopirsi.

“I’m gonna play you back into Iran. From now on, you work for us. For me.”

Homeland - 3x07 Gerontion

Con questo episodio, ancor più che con il precedente, è chiaro il vero spostamento d’asse compiuto in patria: Saul Berenson rappresenta il baricentro della stagione e l’interrogatorio con Javadi è il nucleo della puntata. Gli interrogatori sono sempre stati per Homeland un’area sicura dove poter impiegare (molte volte anche spiegare) l’intreccio, dando una forma concreta alle non facili evoluzioni etico-politiche cui ci hanno abituato. Su questo, credo, si fondi il suddetto, per noi rassicurante, ritorno della serie a stilemi conosciuti; e questo specifico caso ha il merito di far avanzare il personaggio stesso di Saul che mostra palesemente i suoi obiettivi, le sue prospettive, facendo emergere la parte oscura di un’anima rimasta fin troppo ermetica nelle scorse stagioni. Nel serrato dialogo con Javadi, Saul sputa fuori e senza mezzi termini il covato senso di rivalsa nei confronti di quelli che aveva definito come politicanti che arrivano a prendersi i meriti di chi in realtà (come lui, come Javadi, come Quinn) ha sempre fatto il lavoro sporco ma senza nessun riconoscimento pubblico.

La legittimità di questo desiderio porta con sé un risvolto ancora più interessante ma incompleto: a quale prezzo perseguire il riconoscimento della gloria da troppo negata? Ma soprattutto: perché? A conti fatti e cercando di ricordare come (non) ci era stato presentato Saul nelle scorse due stagioni, potrebbe esserci molto più di una semplice voglia di ribalta. Escludendo a priori che la motivazione “nascosta” possa essere un ideale senso di giustizia superiore, dove individuale e universale vadano a coincidere, rimane qualcosa nel sottosuolo della trama che non torna. Pur comprendendo una pluridecennale frustrazione personale e lavorativa, davvero Saul ha voluto rischiare la pelle di Carrie per del latente egotismo celato fino ad ora, per impadronirsi della CIA come ricompensa dovuta? Dire che sarebbe – da sola – una spinta ad una storia debole, azzardata e, paradossalmente, megalomane, mi pare il minimo. Lo scontro con Lockhart sarebbe quindi solo l’ennesimo sintomo di un malessere molto più longevo, e questo lo intuiamo da poco; qui ciò che ne deriva è forse più importante del come ci si è arrivati: lo scontro tra titani, tra i metodi da guerra fredda di Saul e una visione più moderna di Lockhart è il tema principale. Siamo sicuri che Saul rappresenti davvero i buoni? Siamo sicuri che una nuova svolta, pur con l’ennesimo burocrate, non sarebbe linfa migliore per la CIA? Ciò non toglie, comunque, che il momento in cui Lockhart (e l’istintiva antipatia che infonde) viene rinchiuso nella stanza con invidiabile naturalezza sia davvero impagabile.

“Even I have never done anything so cruel.”

Homeland - 3x07 GerontionL’altro grande protagonista della puntata è Javadi, che si delinea metà speculare e non opposta: è un incontro ad armi pari, dove il ricatto di Saul funziona come una falange, una morsa che costringe l’altro a rinunciare alle sue richieste e a piegarsi – per il momento – alla minuziosità del piano ordito dai due agenti. Da quando siamo stati messi a parte della ragnatela costruita dai due, molte voci hanno giustamente gridato al tradimento: trovarci dinanzi al fatto compiuto, rendendoci conto di essere stati ingannati doppiamente (prima dagli sceneggiatori e poi dagli stessi attori), non aiuta a credere alla bontà delle dinamiche che si stanno susseguendo. Questa grande e articolata architettura poggia i suoi piedi su un terreno così scivoloso, che invece di farci godere semplicemente lo spettacolo, ci costringe a fermarci ad ogni passo a chiederci che cosa ci sia dietro – vedi le (speriamo inutili) congetture su Saul. E’ come se si fosse rotta qualsiasi fiducia nei confronti dello show, come se ci aspettassimo un altro tiro mancino dietro l’angolo, già ben confezionato, e che ci verrà consegnato così com’è – senza la nostra partecipazione, insomma. Questa preventiva diffidenza che aleggia sulle mosse di Berenson comporta un’altra conseguenza: acutizza lo spazio riservato a Javadi e Carrie. Complice un’atmosfera claustrofobica, il loro scambio coinvolge fortemente perché ha le sembianze di un dietro le quinte: dopo lo spettacolo messo in piedi dal regista Saul, cosa accade ai due attori protagonisti? Inevitabilmente si ritrovano a condividere non solo lo stesso palco ma anche lo stesso camerino: sono entrambi, seppur in modo diverso, legati a Saul; non propriamente delle marionette, quanto degli attanti, costretti o per fedeltà o per ricatto a seguire le velleità di un unico direttore.

“I just do not believe anymore.”
“Believe what?”
“That anything justifies the damage we do.”

Homeland - 3x07 Gerontion

Pur marginale ma sempre presente nel quadro è invece Quinn, il cui senso di smarrimento e di insoddisfazione si trascina ormai dalla prima puntata e si contrappone vistosamente alla spietatezza di Saul. Anche il suo personaggio è sempre stato immerso in un’aurea di indecifrabilità, probabilmente voluta, ed emerge adesso come anima dimidiata, frantumata, in balia di un lavoro che non conosce limiti, che fagocita senza mai guardarsi indietro. La confessione del doppio omicidio di cui non è colpevole e il sollievo che ne trae danno esattamente la misura di questo suo spaesamento. In più, con poche battute, il detective della polizia locale rilancia al momento giusto la visione che dall’esterno si ha della CIA, delle sue informazioni riservate, del perenne non rispondere a nessuno di qualsiasi azione decidano di compiere: ritornano così in gioco, ma da un altro punto di vista, gli interrogativi sullo scontro tra Saul e Lockhart.

Da un lato quindi i bicchieri dei vincitori Saul e Dar Adal, che con mossa felina torna all’ovile (o non si era mai mosso?), e dall’altro un nuovo scenario si apre quando Quinn chiude la porta sui suddetti omicidi. Ad aspettarlo c’è Carrie, reduce dagli ultimi momenti passati con Javadi: le domande che risuonano nell’aria come ritornello sussurrato della puntata sono Who moved the bomb? e Who handed him the keys? Se non Brody, chi? La risposta data da Javadi a Saul funziona come semplice palliativo ad una curiosità, in Carrie invece smuovono qualcosa di ben più profondo: la voglia di verità.
L’identità di questo who apre appunto il nuovo asse Carrie-Quinn che, da buon soldato, ripone i dubbi appena espressi e si mette sull’attenti. Nota personale: ho sempre pensato che sottilmente si stesse costruendo un sotterraneo sentimento di Quinn per Carrie; altrimenti si potrebbe spiegare il repentino cambiamento come una semplice affezione a ciò che Carrie simboleggia: quel qualcosa di puro che nonostante tutto rimane legata ai “cattivi”. Fatto sta che le rivelazioni di Javadi hanno funzionato su Carrie e si riverseranno come un sisma sul resto della stagione: qualcuno, creduto morto dopo l’esplosione a Langley, si aggira negli States. Dead man walking.

Tirando le fila: tutte le note personali inserite sono il frutto della diffidenza che provo nei confronti di Homeland. Magari sotto la mossa di Saul e i suoi prematuri festeggiamenti con Dar Adal non c’è nulla e dovrei accontentarmi di quello che vedo, dando magari anche più peso allo sgretolamento del suo focolare domestico o alla gravidanza di Carrie. Ma non posso fare a meno di indagare e tentare di pormi qualsiasi domanda per non rimanere impreparata, per non essere colta di sorpresa, tralasciando così quelli che appaiono per ora come meri riempitivi (Mira e le sue scappatelle, per esempio). Forse è solo paranoia, ma guardare Homeland assomiglia sempre di più a una sfida e non ad un semplice godimento. Per tutto questo, il voto non andrebbe oltre la sufficienza, ma recuperando dell’obiettività e pensando che Dana&co ci sono stati risparmiati, Gerontion rappresenta comunque un notevole passo avanti nell’intreccio e un passo indietro nella volontà di recuperare il buon vecchio Homeland.

Voto episodio: 6/7

 

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

2 Risposte

  1. SerialFiller scrive:

    Bella puntata.
    Quandi manca Dana è tutto un altra serie…

     
  2. Mark May scrive:

    A me questo Homeland continua a piacere moltissimo… Sinceramente non noto questo cambio di rotta rispetto alle stagioni precedenti, semplicemente mi sembra che abbiano (giustamente, ma quella è opinione personale) spostato il tiro. D’altronde dopo la dichiarazione dell’amore reale tra Brody e Carrie era giusto concentrarsi su altri personaggi per evitare il già visto o incongruenze. Mi piace tantissimo la gestione di Saul e mi sta piacendo moltissimo Javadi come villain (anche solo da come si presentava esteticamente non l’avrei mai detto), anche se la parte tra lui e Carrie nel tragitto che porta all’aereoporto l’ho trovata un pò forzata. Non mi sta piacendo molto nemmeno la gestione di Quinn… forse è questione di minutaggio (sempre in secondo piano in queste puntate) o forse è proprio il personaggio che è freddo di carattere ma non riesco ad appassionarmi ai suoi dubbi e alla sua tensione interiore. Anche io ho pensato ad una sua “cotta” per Carrie, ma sinceramente trovo la sua gestione troppo diversa dal Quinn misterioso e introverso della seconda stagione e non mi piace questa cosa. Per il resto la puntata è stata bellissima, spero solo che ricompaia Brody il prima possibile perché questa rivelazione di Javadi potrebbe riportarci nell’abisso e sinceramente non vedo l’ora.

     

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