American Horror Story – 3×10 The Magical Delights of Stevie Nicks

American Horror Story – 3x10 The Magical Delights of Stevie NicksCoven non è Asylum. Arrivati ormai quasi alla fine del terzo capitolo della saga creata da Ryan Murphy, una frase del genere può suonare ridondante e anche vagamente inutile. Se lo ripetiamo ancora è soprattutto a causa di questa The Magical Delights of Stevie Nicks proprio perché connessa numericamente (e musicalmente) all’indimenticata The Name Game dello scorso anno.

Tra il finale della scorsa puntata e la pausa natalizia, ci si aspettava di tornare tra le eredi delle streghe di Salem con una puntata, se non riassuntiva, almeno di inquadramento. Finora Coven è stata composta dall’accumulo: un susseguirsi di frammenti visivamente belli ma sostanzialmente autonomi, poco narrativi e al limite dello spreco. L’atteso appuntamento con Stevie Nicks, la White Witch, non fa che acuire la situazione, riproponendo i difetti di compattezza fin qui rilevati e sottolineandone altri.

“I feel like I’ve been alone for so long, it’s a relief to have found an equal.”

American Horror Story – 3x10 The Magical Delights of Stevie Nicks

La carneficina che ha chiuso Head ha prodotto il sodalizio (apparente?) più importante della stagione, quello tra Fiona e Marie Laveau. I personaggi, aiutati da due affascinanti interpreti, non possono – e non riescono a – reggere l’intera architettura e intorno a loro tutto si fa farraginoso. La comparsa di Papa Legba (un irriconoscibile Lance Reddick), figura presa a prestito dal voodoo haitiano, rientrerebbe perfettamente nella cifra stilistica della serie, ma, sarà per il ritardo o perché non si sentiva il bisogno di altro mistero, non sortisce l’effetto di inquietudine che dovrebbe. Al di là della resa, rimane comunque l’espediente per rivelare le origini dell’immortalità di Marie e la possibilità per Fiona di poter esaudire il medesimo desiderio. Scopriamo quindi che, per trecento anni, la potente strega tribale ha pagato un costante dazio al suo padrone: una volta venduta l’anima per la vita eterna, questa deve tornare indietro cercando delle anime pure ed innocenti – iniziando dal suo stesso primogenito. Se a Marie è stata strappata la possibilità di essere madre, Fiona ha da sempre evitato di ricoprirne il ruolo; solo con la cecità Cordelia era riuscita ad essere un membro fondamentale del gruppo e, paradossalmente, anche ad avvicinarsi a sua madre dopo il tentativo di muoverle guerra. Questi sono stati, probabilmente, anche i migliori momenti di questa Coven, ormai sgonfiati e dimenticati. E’ difficile capire se ci sia stato un momento preciso in cui la confusione ha preso il sopravvento sulla totalità dei frammenti presentati, perché quando si erano cominciati a delineare i vari fronti anti-Fiona sia dal lato “bianco” che dal lato “nero”, sembrava che l’arco narrativo stesse trovando la sua struttura. A pochi episodi dalla fine, di tutto ciò non è rimasto nulla.

“What we have to do is to find the hive.”

American Horror Story – 3x10 The Magical Delights of Stevie NicksA questo punto risulta anche difficile definire cosa sia Coven. La stessa struttura antologica di American Horror Story abolisce come primo obiettivo del suo creatore la volontà di raccontare una storia. Si è detto più e più volte che il magnetismo e il fascino che ha la serie viene principalmente dalla potenza delle immagini e dalla visionarietà del suo creatore: il problema nasce però quando quelle stesse immagini diventano afone e sembrano semplicemente giustapposte fra loro, come se non riuscissero più a comunicare. Da qui si arriva dritti dritti al cuore della puntata. La scoperta della vera identità di Hank costringe le donne ad alzare la testa e a guardare oltre le scaramucce tra streghe: il problema non è il colore della pelle ma il secolare demone del patriarca, del maschio – coerentemente simboleggiato dal grande capo d’industria. Che Murphy abbia voluto raccontare dell’emancipazione femminile è fuor di dubbio; quello che non è riuscito a fare è stato andare oltre la metafora, o meglio, andare oltre la “resa in carne” di queste metafore. Il razzismo era perfetto nelle sembianze di Queenie e Delphine, così come lo era l’idea del potere della prima che, infliggendosi dolore, lo arrecava ai suoi nemici. Allo stesso modo è interessante il binomio Fiona-Marie, cioè donne che superano le incomprensioni iniziali per far fronte comune contro l’uomo: c’è il nocciolo, c’è l’essenziale, ma sembra tutto lasciato in potenza, inespresso, non indagato fino in fondo. E’ come se Murphy avesse davvero esagerato nella sua costruzione caleidoscopica, facendosi pittore (o performer visionario) ma non abbastanza abile questa volta da sopperire alla mancanza di una trama, di un intreccio vero e proprio. Non è imputabile semplicemente ad una “svogliatezza” dello spettatore, ma è la superficie a non risultare così chiara e allo stesso tempo così piena da far raggiungere la profondità – e quindi il racconto sottostante. In più non aiuta l’imperterrita esistenza di più piani e piccoli eventi che non fanno nulla per intersecarsi tra loro: se esiste un’intera organizzazione di sicari per streghe, perché tutte le altre storyline (e sembra ironico chiamarle così) non convergono verso questo nucleo?

“And more importantly … you’re not the next Supreme.”

American Horror Story – 3x10 The Magical Delights of Stevie Nicks

Descrivere l’emancipazione femminile non si limita alla sola dimensione sociale e storica, ma racchiude al suo interno anche il lato più fortemente individuale e narcisista della donna: la paura di invecchiare (prima ancora che di morire) e la perdita del potere. Sicuramente la vasta articolazione dell’argomento non aiuta a sedimentare una narrazione lineare e coerente, bisognosa di molte sfaccettature affinché non risulti banale. Ciò non toglie l’endemica mancanza che abbiamo rilevato: la questione della nuova Suprema passa da Fiona alla sua più diretta proiezione, Madison, che decide di ottenere un posto in questa gerarchia – e non uno qualunque. La starletta hollywoodiana è l’esponente perfetto dell’arrivismo generazionale per semplice dispetto, mentre Misty rappresenta lo spirito libero, la gipsy (come una delle canzoni che canta la voce dei Fleetwood Mac) devota alla natura: anche qui ci sono due temi interessanti e potenzialmente funzionanti, ma si fermano ogni volta al loro essere dei piccoli momenti, dei piccoli attimi composti plasticamente. E la presenza di Stevie Nicks purtroppo non aggiunge nulla, se non la resa di un’atmosfera già carica di triste desolazione, solitudine e angoscia attraverso la ruvidità della sua voce; impossibile non ripensare con nostalgia a tutta la pregnanza del momento musicale che dava il nome alla decima puntata di Asylum.

Infine c’è l’angolo anonimo: Zoe che riesce ad appiattire persino l’esuberanza di Nan. Sacrificata a Papa Legba per doppio egoismo, vediamo un’altra strega andarsene, mentre aspettiamo il ritorno di Misty lanciata sottoterra da Madison e che Myrtle ritrovi la centralità che meriterebbe.

The Magical Delights of Stevie Nicks è l’ennesima conferma dell’endemica scomposizione narrativa di Coven: ci rimettiamo quindi al suo ideatore nel voler credere e sperare che, arrivando alla fine, questa creatura possa rivelare la sua interezza oltre alle belle immagini.

Voto: 6

 

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

2 Risposte

  1. xfaith84 scrive:

    La cosa che più mi ha colpito durante la visione di questo episodio è stato quanto sia umanamente possibile distrarsi nell’arco di 45, 50 minuti. Ma com’è possibile un livello di noia del genere? Ma era necessario aggiungere ad un passo dalla fine l’ennesimo personaggio? Perché, perché tutto deve dare l’idea di essere raffazzonato e messo in un calderone con l’unico scopo di “fare massa”?
    Se penso a quanti si lamentavano per l’abbondanza di storyline in Asylum.. ma almeno lì c’era un senso, c’era una connessione! e qui?
    Sono molto delusa. Alcune tematiche, soprattutto quelle femminili, danno buoni spunti, ma anche lo spunto migliore fallisce se non lo si usa con criterio.

     

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *