Looking – 1×01 Looking for Now

Looking - 1x01 Looking for NowStessa emittente, stessa programmazione, stessa grafica per la sigla, stesse premesse narrative (sebbene adattate a un contesto diverso). Il paragone tra Looking e la controversa creatura di Lena Dunham non è soltanto immediato, ma anche voluto. 

L’intento di HBO e del creatore, Michael Lannan, è chiaramente quello di presentare questa nuova dramedy (tratta da un corto dello stesso Lannan) come il fratello gay di Girls. La serie saprà affrancarsi da questo ruolo e raggiungere una piena autonomia?

So you’re looking just to hook up? Well…

I protagonisti della storia sono tre ragazzi omosessuali: Patrick, timido ventinovenne che lavora come sviluppatore di videogiochi, Augustin, artista trentenne, e Dom, il più grande dei tre, cameriere alla soglia degli ‘anta. Vivono a San Francisco, la città queer e freak per eccellenza, ma che una fotografia dai colori morbidi accosta piuttosto alla Brooklyn di Girls. Il mondo in cui si muovono i personaggi non è quello appariscente di Castro (il gay village forse più famoso al mondo, proprio a San Francisco), e non soltanto in termini spaziali; né l’omosessualità o il modo in cui i ragazzi vi si rapportano appare essere il centro focale della narrazione. It’s not a series about what it means to be gay, but a series about a group of men who happen to be gay scrive Vulture. E infatti Looking si presenta come un racconto di formazione e di crescita, proprio come Girls ma in una realtà geograficamente ed emotivamente diversa, che esplora le vite di tre giovani uomini dalla prospettiva di una observational comedy al limite del… comedy. Non è una storia di rivendicazioni o feticci: è una storia di individualità a confronto.

Looking - 1x01 Looking for NowIndividualità come quella di Patrick – interpretato da un ottimo Jonathan Groff (Glee) -, che fin da subito si impone come personaggio di maggiore interesse e complessità. La sua entrata in scena può essere fuorviante per lo spettatore, catapultato in una situazione à la Sex and the City che sembrerebbe indicativa di un approccio provocatorio (e pruriginoso) alla rappresentazione del sesso, ma che si rivela infine funzionale alla caratterizzazione della sua personalità: ovvero quella di un ragazzo insicuro, che ha problemi sia a trovare un compagno e dunque ad impegnarsi in una relazione seria, sia a vivere la propria sessualità in maniera libera e disinibita. Notevole, a tal proposito, è il modo in cui il problema viene affrontato: le paure di Patrick non vengono presentate come legate alla propria identità di genere ma nell’ambito di un percorso di scoperta del sé che include ovviamente anche la sfera sessuale, ma senza inserirla in un sistema di contrapposizioni etero/gay e dunque non in senso restrittivo. E’ chiaro che l’omosessualità dei protagonisti rappresenti un tema importante per la serie e non solo una condizione trascurabile nella quale essi si vengono a trovare, ma il merito della scrittura di Lannan è che tale tema non viene trattato con invadenza, né con intenti pedagogici.

Looking - 1x01 Looking for NowInsomma, il sesso in Looking parla dei suoi personaggi in quanto giovani uomini e non in quanto giovani gay, ponendoli di fronte a delle scelte, mettendoli in situazioni difficili, generando riflessioni sul futuro come potrebbe accadere ad ogni ragazzo o ragazza. Nel caso di Augustin, per esempio, viene indagato il rapporto con il fidanzato Frank e le possibili ripercussioni dell’incontro con Scotty in una prospettiva universale, che non si preoccupa di tratteggiare alcuna specificità di genere. Proprio per questo si potrà accusare la serie di un’impostazione forse troppo semplicistica, che esclude dalla sua trattazione alcune tematiche sulle quali potrebbe essere opportuno prendere posizione; ma in realtà Looking, scegliendo di raccontare la normalità di esistenze considerate anormali, una posizione l’ha già presa. Probabilmente non sarà un affresco del tutto rappresentativo dell’ambiente gay (ammesso che lo si possa considerare come omogeneo), così come non lo sarà per la generazione dei trentenni (nonostante ci provi forse di più che nel primo caso); e non è nemmeno un’operazione propriamente innovativa, giusto per ricollegarci al confronto inevitabile con Girls. Ma può diventare una bella storia, e questo per il momento basta e avanza.

Anche per quanto riguarda il terzo protagonista, Dom, il ritratto che ne emerge da questo primo episodio è quello di un uomo insoddisfatto professionalmente e inquieto sentimentalmente, ma ancora una volta non sembra esserci alcun legame evidente tra questi problemi e la sua omosessualità. La linea scelta da Lannan è dunque molto chiara. Curioso, invece, il ricorso al baffone à la Freddie Mercury, elemento di un’estetica tradizionalmente gay che forse è, insieme all’abbigliamento di Augustin, l’unica concessione in questo senso.

Looking - 1x01 Looking for NowPer concludere, se dobbiamo lamentarci di qualcosa in questo pilot è probabilmente la quasi totale assenza di personaggi femminili, dato che al momento abbiamo incontrato soltanto l’amica (e immagino coinquilina) di Dom; ma ci sarà tempo per far interagire i protagonisti in un ambiente più variegato rispetto a quello visto finora. Nel frattempo, possiamo provare a dare una risposta approssimativa al quesito iniziale. Sì, credo che Looking, pur essendo debitore di Girls in termini soprattutto stilistici, possa sviluppare un percorso autonomo e originale, anzi, credo che lo stia già facendo. Anche questa produzione gravita nell’orbita della sensibilità indie, ma è un elemento forse meno marcato. C’è anche meno autoironia e più tatto nella descrizione dei personaggi, motivo per cui la componente drama prevale nettamente su quella comedy, sebbene il tono della narrazione non sia mai serioso.

In poche parole, Looking è un’altra delle novità imperdibili del 2014 HBO, una stagione che si prospetta davvero molto ricca.

Voto: 8

 

Francesca Anelli

Galeotto fu How I Met Your Mother (e il solito ritardo della distribuzione italiana): scoperto il mondo del fansubbing, il passo da fruitrice a traduttrice, e infine a malata seriale è stato fin troppo breve. Adesso guardo una quantità spropositata di serie tv, e nei momenti liberi studio comunicazione all'università. Ancora porto il lutto per la fine di Breaking Bad, ma nel mio cuore c'è sempre spazio per una serie nuova, specie se british. Non a caso sono una fan sfegatata del Dottore e considero i tempi di attesa tra una stagione di Sherlock e l'altra un grave crimine contro l'umanità. Ah, mettiamo subito le cose in chiaro: se non vi piace Community non abbiamo più niente da dirci.

8 Risposte

  1. Souffle scrive:

    Quando ci si trova a scrivere di serie tv (ma anche di film) che raccontano personaggi omosessuali, la prima cosa che si cerca è una “riconduzione ad etero”.
    Una serie che racconta della vita di maschi gay in una città metropolitana, in fondo racconta la vita di maschi.
    Purtroppo (anzi, per fortuna) non è vero.
    E Looking non sfugge a questa considerazione. Certo, i problemi sentimentali sono comuni, ma le dinamiche di rapporti sono diverse, semplicemente per il fatto che abbiamo a che fare con una dinamica maschio/maschio che presenta problematicità affettive diverse da quella maschio/femmina.
    Un po’ come dire che in Queer as folks l’omosessualità dei personaggi è secondaria.
    No, non lo è: è il centro della storia. Piace? Non piace? E’ in grado il maschio etero di comprendere un mondo altro da sé, oppure ha bisogno di essere rassicurato?
    Peccato dovere leggere approcci di questo tipo, unicamente per le storie a tematica gay, quasi fosse impossibile decifrarle con gli stilemi del mondo omosessuale, ben presenti anche in questa serie.
    Magari se, raccontando di una serie “etero” leggerò che l’incontro tra lui e lei è stato tratteggiato secondo una dinamica “universale” e in fondo lui e lei potevano essere anche lui e lui, o lei e lei, cambierò idea su questo tipo di recensioni.
    Per ora mi paiono segnare la difficoltà dei recensori etero di comprendere appieno le dinamiche del mondo gay, che risultano dentro serie come questa.

     
    • La posizione della recensione mi sembra essere quella della serie. Forse ho male interpretato, per carità, ma credo che le mie considerazioni siano aderenti a quanto si è visto. In questo episodio, dove sono le “problematicità affettive diverse da quella maschio/ femmina” che non avrei colto? Mi sembra che il modo in cui Dom si rapporti con il suo ex o Augustin rispetto al threesome sia, ripeto, abbastanza universale. Se poi mi dici che gli etero non fanno cruising va bene, ma quello è un discorso diverso, che si potrebbe fare anche all’interno del mondo eterosessuale, variegatissimo. Non c’è un solo modo di approcciarsi al sesso e all’amore per gli etero, non credo ci sia nemmeno per gli omosessuali visto che si tratta, come scrivevo, di individualità diverse. Quando si parla di universalità ( e se non è così, spiegami cosa ci sia di peculiarmente gay nella storia di Augustin e Frank e ammetterò la mia ignoranza di etero) non si vuole negare il fatto che i rapporti uomo/uomo siano diversi da quelli uomo/donna, perché lo sono, ovviamente. Ma che non siano così diversi da non poter essere rappresentati secondo un altro tipo di peculiarità, ovvero quella del singolo rapporto, dell’individualità, a prescindere dall’identità di genere. Non credo esista un mondo gay omogeneo, come se l’orientamento sessuale vincolasse il nostro modo di approcciarsi all’altro in maniera ineluttabile. Poi, magari, sbaglierò, ma la mia eterosessualità non mi rende uguale a nessun altro etero solo perché entrambi abbiamo rapporti con il sesso opposto. Lo stesso vale per le donne: siamo diverse dagli uomini, ok, e viviamo il sesso in maniera differente, ma ciò non significa che all’interno della “comunità femminile” possano esistere differenze sostanziali e punti di contatto significativi con quella maschile. Ma questo rimane un discorso che esula dall’impostazione di Looking e che è il punto da cui sono partita. A prescindere da ciò che penso io, mi sembra che sia proprio la serie a volersi presentare in un certo modo. L’argomento è complesso (e infatti ci sono interi corsi di laurea dedicati agli studi di genere, e filoni di ricerca consistenti, motivo per cui il discorso non può certo esaurirsi qui) ed è legittimo credere che la serie stia portando avanti un messaggio sbagliato. Ma mi sembra che la recensione esponga ciò che si è visto, non teorie personali (al di là di ciò che penso, che ho scritto sopra). “Proprio per questo si potrà accusare la serie di un’impostazione forse troppo semplicistica, che esclude dalla sua trattazione alcune tematiche sulle quali potrebbe essere opportuno prendere posizione; ma in realtà Looking, scegliendo di raccontare la normalità di esistenze considerate anormali, una posizione l’ha già presa. Probabilmente non sarà un affresco del tutto rappresentativo dell’ambiente gay (ammesso che lo si possa considerare come omogeneo) […] Ma può diventare una bella storia, e questo per il momento basta e avanza.” Io scrivo questo. La posizione della serie mi sembra chiara, ma se così non fosse, sono apertissima a discussioni in merito. A me il pilot è piaciuto sia peché l’ho trovato piacevole a prescindere, sia perché l’impostazione di cui sopra non mi disturba, anzi mi intriga. Ma non penso che la cosa sia legata alla mia condizione di eterosessuale (e probabilmente ci saranno omosessuali che condividono, come ce ne saranno altri che invece stanno dalla tua parte).
      Comunque credo che nessun recensore abbia mai detto che l’omosessualità in Queer as Folk fosse secondaria. Nè l’ho scritto io rispetto a Looking. Ma, attenzione, Looking e Queer as Folk sono due serie ben diverse.
      “Magari se, raccontando di una serie “etero” leggerò che l’incontro tra lui e lei è stato tratteggiato secondo una dinamica “universale” e in fondo lui e lei potevano essere anche lui e lui, o lei e lei, cambierò idea su questo tipo di recensioni.” Questo, invece, è un discorso provocatorio e basta, perché è ovvio che per una serie con personaggi etero il problema non si ponga. Un problema di rappresentazioni, intendo.

       
      • Ah, giusto per chiarire. Quando scrivo “La sua entrata in scena (di Patrick) può essere fuorviante per lo spettatore, catapultato in una situazione à la Sex and the City che sembrerebbe indicativa di un approccio provocatorio (e pruriginoso) alla rappresentazione del sesso, ma che si rivela infine funzionale alla caratterizzazione della sua personalità” non c’è alcun giudizio di valore sulla pratica in sé, né sulle serie (come Sex&the City, appunto) che facevano di queste situazioni il loro pane quotidiano. semplicemente si parla ancora una volta dell’impostazione della serie. Non credo che incentrare una serie sulla promiscuità di un gruppo di ragazzi gay sia in alcun modo un problema, né che offra un’immagine distorta degli omosessuali. Allo stesso modo non credo che lo faccia Looking, solo perché racconta una realtà diversa. Le donne di Sex&the City non rappresentavano tutte le donne, né gli uomini di Looking rappresentano tutti i gay. No?

         
  2. Aragorn86 scrive:

    A me il pilot non ha entusiasmato, ma per motivi legati soprattutto alla scrittura dei due co-protagonisti (mentre mi è piaciuta molto la caratterizzazione di Patrick). Trovo che invece il punto di forza della serie sia proprio quello evidenziato dalla recensione, dove onestamente non mi sembra si voglia sostenere la tesi “tutto sommato siamo tutti uguali”. La rassicurazione degli etero, di cui parla Souffle, onestamente credo si abbia viceversa quando le diversità del mondo omosessuale vengono inutilmente accentuate, riducendo il gay ad uno stereotipo che ne esalta solo la completa estraneità rispetto al resto dell’universo delle relazioni (come accade praticamente negli esempi più beceri di fiction e cinema italiano). Il punto di forza di Looking sta proprio nell’aver trovato un equilibrio nel raccontare ciò che, siamo d’accordo, è un universo diverso, senza però in qualche modo ghettizzarlo (cosa che, parere personale, secondo me ha invece fatto Sex and the City con le donne, facendo più male che bene al mondo femminile). Non so se sbaglio, ma interpreto così il concetto di “universalità” espresso dalla rece.

     
  3. Souffle scrive:

    Grazie per la tua articolata risposta e per esserti presa il tempo per scriverla, l’ho apprezzato molto.
    Per gettare un altro sasso nello stagno della discussione potrei dire ce quasi sempre prodotti di questo genere sono recensiti da donne o da gay. Quasi che i maschi etero non siano interessati o non abbiano i codici giusti per capire.
    Che poi è quello che accade nella vita reale, dove le donne comprendono benissimo le dinamiche di una coppia gay, trovandosi perfettamente a loro agio, e i loro compagni, fidanzati, mariti, sono spiazzati, imbarazzati, sula difensiva, sprovvisti di strumenti di decodificazione di un qualcosa che non capiscono, e forse gli fa paura.
    o fanno, se non “costretti”. Già questo pare indicativo di un disinteresse colpevole.
    Purtroppo è una battaglia persa. Nessun amico cinefilo o seriofilo etero che conosco si vede serie tv a tematica gay..
    Sono fatti così e non c’è nulla da fare.
    La peculiarità di una storia uomo/uomo sta nel fatto che abbiamo di fronte due maschi, non uno maschio e uno che “fa la femmina”.
    Certo, alcuni “stereotipi” possono essere universali, ma ricercarli necessariamente per potere “rassicurare” il pubblico dicendo “ok ragazzi etero, potete comprendere anche voi queste dinamiche perché accade la stessa cosa con le ragazze”, vuol dire eliminare una componente essenziale della personalità e della persona di questi ragazzi. Sono gay, gli piacciono gli uomini, ci sono dinamiche diverse (forse più evidenti in Queer as Folks che in questa serie). Questa cosa non è che deve diventare manifesto politico o militanza filmica, ma non possiamo eliminarla.
    Né dobbiamo farlo.
    Per chiosare quel che dici in chiusura, io vorrei smettere di leggere cose come ho letto – ad esempio di Brokeback Mountain – “in fondo, l’omosessualità dei due ragazzi è secondaria”, perché costituisce invece l’essenza del “dramma”. Fossero stati una coppia etero avremmo avuto un altro film.
    Purtroppo è vero che e parliamo di una storia uomo/donna, anche gli omosessuali possono identificarsi e nessuno gli dice “hey ragazzi gay, anche se sono un uomo e una donna, pure voi potete capire”. Mentre se ci sono due maschi che scopano, occorre rassicurare il pubblico etero che “dai ok, sono due maschi, ma potete comprendere il sentimento universale”.
    Il giorno che semplicemente, in una recensione, si racconti di maschi gay che scopano, senza la necessità di rassicurare il pubblico etero che “anche loro possono capire”, avremmo davvero raggiunto una sorta di parità.
    Allora sì che si potrà parlare di indifferenza per il dato dell’orientamento sessuale.
    “essere rappresentati secondo un altro tipo di peculiarità, ovvero quella del singolo rapporto, dell’individualità, a prescindere dall’identità di genere” non deve essere un modo per “dimenticarsi” che ai protagonisti piacciono i maschi e non le femmine (di qui il rassegnarsi se di femmine ce ne sono poche, come è ovvio in un mondo gay dove le donne sono sì presenti ma sono spesso la “fag hag”, le frociarole che si divertono a frequentare maschi gay con cui parlare di uomini).
    In altre parole quello che mi disturba un po’ è che al pubblico etero serva un “aggancio” a dinamiche etero per capire la affettività gay. Cosa che ai gay non serve.
    Forse quel che dico è tutto confuso e mi scuso. Sono cose cui tengo molto, e quando si tiene molto a qualcosa si rischia di essere poco lucidi.
    Grazie

     
    • Io sono una fan delle risposte lunghe, quindi non preoccuparti!
      Allora, ti faccio un esempio. In film e serie le donne vengono spesso rappresentate come quelle che nella coppia vogliono sposarsi, accompagnate a uomini immaturi. Quando si vuole avere un approccio diverso, allora le donne che NON vogliono sposarsi e che scappano dalle relazioni, lo fanno perché sono insicure e traumatizzate, ma MAI perché sono immature. Se feriscono il proprio compagno è per paura, ma mai per immaturità. E alla fine lui le rassicura, perché hanno solo paura di amare, e finiscono per sposarsi, felici e contenti. Insomma, quando si vuole raccontare il modo di approcciarsi all’amore e al sesso delle donne, si ricade quasi sempre negli stessi schemi e si finisce per avere un atteggiamento “paternalistico”. Il problema è spinoso perché per uscire da questo circolo vizioso e dunque rappresentarle secondo canoni universali e non tradizionalmente femminili, “universale” andrà a coincidere con “maschile”, essendo l’unico termine di paragone possibile. Incidentalmente, dunque, per allontanarsi dai soliti stereotipi bisogna avvicinarsi all’uomo. Il problema, secondo me, si può risolvere facendo il contrario, ovvero avvicinando l’uomo al mondo femminile. Al contrario di molte femministe “moraliste”, io credo che non si debbano eliminare i corpi femminili dalla tv, per esempio, ma che debbano aumentare quelli maschili. Le donne non smetteranno mai di essere viste, in certi contesti, come oggetti sessuali, ma il problema si risolve ammettendo che anche gli uomini, per noi, possono esserlo (e lo sono). Si potrà obiettare che le donne sono diverse e non apprezzano gli uomini in perizoma, ma sarebbe falso: io non li apprezzo, per esempio (e forse perché mi è stato insegnato che, in quanto donna, devo saper andare oltre l’aspetto fisico, che noi non siamo come gli uomini e non bastano dei pettorali scolpiti a farci capitolare? Non lo so, chissà) ma diverse mie amiche sì. Non esiste, dunque, una sola identità sessuale femminile, ma ce ne sono tante. Per rappresentare l’universale e sfuggire al confronto uomo-donna, forse l’unico modo efficace è dunque cercare di raccontare il “particolare”, ammettendo che, al di là del genere, ci sono tante piccole realtà diverse. E che anche gli uomini possono essere come noi, esattamente come noi possiamo essere come loro, pur con le dovute differenze. La “natura” non è un vincolo, lo dimostra il progresso scientifico e tecnologico, nonché quello culturale.
      Ora, quando si parla di omosessuali, le due categorie classiche sono sempre state: o checca, o militante per i diritti lgbt ( o una fusione delle due cose). Per uscire da questo schema e rappresentare una realtà diversa all’interno di questo mondo, si finisce con l’avvicinarsi incidentalmente al mondo etero quale termine di paragone, ed ecco perché universale ti suona come una riduzione ad etero. Incidentalmente lo è, sono d’accordo. Ma l’intento della recensione e della serie è e rimane un altro. Ciò non toglie che in questi casi si vada incontro a tutta una serie di problemi, come nel caso di Brokeback Mountain. Chi dice che in questo film l’omosessualità è secondaria, secondo me in realtà sta dicendo che il rapporto tra i due non è rappresentato come quello tra due checche. Ciò deriva dal rifiuto del concetto di identificazione gay=checca, che è lodevole in un certo senso, ma che implica anche l’idea che il gay checca non sia in alcun modo accettabile. Ciò accomuna, quindi, gli omofobi ai non-omofobi. Se un etero dice, pur con tutte le buone intenzioni del mondo, “i gay non sono tutti checche” alla fine non implica che la checca, in quanto tale, sia disprezzabile? Ovvio che ciò non legittima direttamente le aggressioni ai danni degli omosessuali, ma è un modo di pensare che presenta risvolti pericolosi. Il punto qui, secondo me, sta nello sganciare la personalità dell’individuo dalla propria identità di genere. Ovvero, io il tipo “checca” non lo frequenterei, ma non lo frequenterei come non frequenterei una bionda stupida. Non c’è omofobia, in questo, non sono certo fobica rispetto alle bionde stupide, né le picchierei per strada se le incontrassi. Semplicemente non mi piacciono le persone troppo frivole (e per frivolo non intendo, giusto per restare in tema serie, chi guarda, che so, Beauty and the Beast o Grey’s Anatomy, ma chi lo guarda pensando che sia la cosa più bella del mondo e non una trashata immane e divertente – per capirci: non ho nessun problema se sei il classico tipo da Lady Gaga, dipende con che spirito la ascolti). Il problema è che simili distinzioni non è semplice farle, e spesso per provare a legittimare gli omosessuali, a farli apparire come rispettabili, si ghettizza una parte di essi, e così facendo si rischia di giustificare, indirettamente, azioni ingiustificabili. E’ un bel problema.
      Altro discorso che alle volte fa più male che bene è quello del “non è una scelta”, perché implica che l’omosessuale sia una specie di malato da compatire, un poveraccio verso il quale bisogna essere compassionevoli. Spesso questa cosa, unita all’idea che gli omosessuali siano tutti promiscui, produce associazioni pericolose come quella gay= pedofilo, inteso come disturbato. Capisco perché si segua questa strada, ma ormai è un approccio superato. Bisognerebbe dire, secondo me: “non è una scelta, MA ANCHE SE FOSSE?” Può sembrare una sottigliezza, ma non lo è. I gay non devono essere accettati perché “poverini non ci possono fare niente”, ma perché l’orientamento sessuale non deve essere una discriminante di alcun tipo, in nessun caso.

      Insomma, è chiaro che se gay è anormale, etero è, viceversa, normale. Per uscire dai classici schemi, dunque, “universale” può finire per coincidere con “etero”. In realtà non è propriamente così, ma l’impressione rimane quella. Ripeto, per uscire dall’impasse, il modo secondo me più corretto è presentare delle individualità specifiche, al di là dell’identità di genere. E penso che Looking stia facendo proprio questo. E’ chiaro che, dietro all’intento creativo c’è sicuramente un che di politico nel senso più ampio del termine, e si rischia di farsi male. In questi casi ci si muove sul filo del rasoio: scrivere una serie del genere è puro equilibrismo. E anche per noi commentatori non è facile… per questo spero di non essere stata semplicistica nell’analisi. Ma credo davvero che, evitare di raccontare questi ragazzi secondo i canoni classici, evitare di farli sembrare o checche isteriche o attivisti militanti, possa essere un’operazione vincente. Certo, ci sarà chi fraintenderà, ma, ripeto, è un lavoro di equilibrismo. Mal che vada, rimarrà comunque una bella storia e nulla più.

      P.s. a seguire la serie saremo io e altri due ragazzi. Non solo donne, dunque, ma non posso dirti se siano gay o meno perché non gliel’ho mai chiesto. :)

       
  4. Comunque, ripensando a tutto (e ci penso da due giorni), credo che qui il nodo della questione in realtà sia un altro. Che piaccia o meno, la prima cosa che ci si chiede è se la serie si conformi o meno ai classici modelli di rappresentazione del mondo gay. L’impostazione è la base da cui si parte per l’analisi, è inevitabile. Questa cosa può non piacere, ma succede anche ogni volta che si analizza un personaggio femminile, ad esempio: ci si chiede se l’autore è stato in grado di renderlo interessante e non ridurlo ad una macchietta. Ce lo si chiede molto di più che nel caso di un personaggio maschile, nel qual caso i problemi legati al genere non sono affrontati. Al massimo ci si chiede se è stato scritto bene o male, ma non bene o male in relazione al suo genere. Se si racconta la vita dei “terroni” ci si chiede se l’autore è stato in grado di allontanarsi dai soliti stereotipi (anche in senso positivo, eh) o se ha riproposto le solite quattro storielle sui meridionali. Il punto è: se presentiamo i meridionali (o le donne, o i gay, o le minoranze straniere, non so) in maniera diversa dal solito, li stiamo omologando alla “maggioranza” (agli uomini, agli etero, agli italiani)? Stiamo tradendo la loro identità? O la stiamo celebrando secondo schemi diversi? L’impostazione di Looking è una novità nel mondo seriale, e questa novità porge il fianco a molte polemiche, come nei casi di cui sopra. Perché è chiaro, si potrà pensare: “far apparire le vite dei gay come normali significa non accettarli, ridurli ad etero”. Questa normalità, poi, cosa significa? Eliminare ogni riferimento all’omosessualità? Looking non fa questo, ma comunque ha un atteggiamento da “no big deal”, che è problematico perché, comunque, per un gay l’identità sessuale è molto più importante, o meglio, incide di più sulla sua vita che per un etero, è ovvio. Come per un ragazzo nero il colore della pelle è una cosa intorno al quale gira quasi tutta la sua esistenza, per forza di cose. Scegliere di avere un approccio molto “easy” all’omosessualità è pericoloso per questo, si rischia di de-problematizzare qualcosa che non può essere de-problematizzata, e quindi bisogna andarci piano.
    A tal proposito voglio precisare un paio di cose che mi sono resa conto di non aver detto. La differenza tra Looking e altre serie o film incentrati su personaggi omosessuali non risiede tanto nel fatto che questi non siano presentati come “sfrante” con la passione per la moda, ma soprattuto nella costruzione stessa della storia (la vera, grande differenza, sta qui). Mi spiego: non c’è alcuna situazione specifica, magari di rottura, dalla quale prenda il via la narrazione e attorno alla quale essa si sviluppa. Non c’è un ragazzo che non sa come fare coming out, o che lo ha appena fatto, o che deve nascondere la sua omosessualità a lavoro, agli amici e via dicendo. Lo stesso Girls, giusto per fare un esempio, partiva dalla “rottura” tra Hannah e i genitori, che le avevano tagliato i viveri. Qui non c’è nulla di tutto questo: la prospettiva è, come scrivevo, quella dell’observational comedy, che in quanto tale parla di quotidianità, e la quotidianità di un ragazzo gay non è fatta soltanto o necessariamente di ciò che un etero si aspetterebbe (locali gay, promiscuità, manifestazioni per i diritti lgbt, gay pride, continue vessazioni da parte degli etero, bullismo). Looking è pensata per un pubblico gay, ma secondo me soprattutto per un pubblico etero. L’intento è creativo e politico, come scrivevo, e può non essere condiviso, ma più ci penso e più sono certa che ci sia. Quindi non credo di aver sovrapposto la mia eterosessualità alla capacità di giudizio rispetto a questo pilot. Credo che la serie voglia presentarsi proprio così, e ovviamente è legittimo non apprezzarne l’impostazione. Ma c’è, ecco, non me la sono inventata. E devo necessariamente tenerne conto quando ne scrivo, perché è importante e sarei un pessimo recensore se non lo facessi. Un’impostazione del genere, infatti, ha molto più “peso” se applicata ad una produzione con protagonisti omosessuali che con protagonisti etero, negarlo sarebbe ipocrita, non credi?

     
  5. matildedicanossa scrive:

    Il modo di rapportarsi alle situazioni che si vivono, che si osservano, che si sognano è sempre mediato da una sorta di vocabolario personale al quale attingiamo spesso con la presunzione che sia “universale” – direbbe Pirandello o Kundera, per restare nella sfera del “luogo comune”. Alla base di tutto c’è sempre l’individuo, che ama, odia, soffre e ha paura in modo completamente diverso da ogni altro individuo. Ci sono delle costanti che ritornano, ci sono le qualità energetiche che prevalgono – la maschile e la femminile – e poi ci sono le differenze ormonali (uniche vere differenze di genere a mio parere). Ciò non toglie che nel momento in cui uno dei protagonisti di questo Pilot si sia chiesto: “Perché tutti i miei appuntamenti sono catastrofici” io, donna eterosessuale, non sia entrata in empatia con lui, senza pensare neanche per un attimo: “Beh, forse per te è più difficile/più facile perché sei gay”! Mi sono lasciata semplicemente trasportare dalla domanda semplice o banale che fosse; e in maniera altrettanto semplice mi sono concentrata sulla risposta: “Forse, dovresti preoccuparti meno di ciò che pensa la gente (o tua madre, adesso non ricordo)”. Beh a questa banale e diretta reazione empatica che mi sono trovata a condividere con lo spazio filmico mostrato io do il nome di messaggio universale. Ciò che conta non è la risposta che la mia mente ha prodotto a riguardo, ma il fatto che sia stata in grado di creare una domanda, per quanto frivola, banale e inflazionata possa mai essere!

     

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