Sherlock – 3×01 The Empty Hearse

Sherlock – 3x01 The Empty HearseSono passati quasi due anni da “The Reichenbach Fall”, ultimo episodio di Sherlock andato in onda, nonché detonatore di accesissimi dibattiti sul web che hanno prodotto un’enorme mole di contenuti nei vari social network. Un successo planetario per certi versi insperato e sancito definitivamente dal Comic Con dello scorso luglio.

“The Empty Hearse” è senza dubbio l’episodio più atteso della storia di Sherlock, quello sul quale si sono concentrate enormi aspettative spettatoriali – amplificate dalla lunga pausa tra la stagione scorsa e questa. Tale premessa mi sembra doverosa non solo alla visione dell’episodio, ma soprattutto all’interpretazione del medesimo: la premiere di questa stagione ha messo non poco in difficoltà gli autori, costretti a confrontarsi con una pressione fortissima, un’arma a doppio taglio che hanno deciso di utilizzare consapevolmente, non facendo nulla per sfuggirvi. Il finale sospeso dello scorso episodio è stato solo la prima di una serie di micce che sono state accese passo dopo passo, tutte funzionali a questo episodio, fino ad arrivare a “Many Happy Returns”, regalo di Natale che la BBC ha fatto ai suoi tantissimi affezionati: mini episodio di sette minuti che funge da rampa di lancio per la terza stagione e da catalizzatore finale delle attese per la stessa.

I need to get to know the place again, breathe it in”

Sherlock – 3x01 The Empty HearseChe cos’è Sherlock? Una delle più importanti miniserie della BBC. Senza dubbio. La complessità tematica, la multimedialità del personaggio, la quantità spropositata di appassionati, la scelta seminale di adattare alla contemporaneità un testo così profondamente radicato nella sua epoca e tante altre peculiarità testuali e produttive fanno di questa serie un prodotto molto più complicato di quello che può apparentemente sembrare. La decisione coraggiosa e assolutamente vincente di Moffat e Gatiss di far morire Sherlock anche nella loro opera è tra gli esempi maggiormente emblematici di come gli autori abbiano e stiano lavorando sul rapporto tra il loro testo e quello letterario: lo Sherlock di Doyle muore come muore lo Sherlock di Moffat e Gatiss, ovvero non muore per davvero e come ogni personaggio immaginario è disponibile a resuscitare se invitato a farlo. Proprio questo è il grande merito degli autori della serie della BBC, cioè ricreare la tensione, la speranza, l’ostinazione a immaginare il proprio eroe vivo, non solo nella mente e nel cuore di John Watson, ma anche in quelle di tutti noi spettatori: “Stop being dead”.
Per creare un fenomeno del genere è necessario ricostruire una mitologia, creare quello che Umberto Eco definisce “universo ammobiliato”, ovvero un mondo esplorabile, navigabile, smontabile, predisposto a (ri)diventare cult. Forma e contenuto, estetica visiva e originalità narrativa sono alla base della paternità di tale rinascita, a partire dal legame dell’eroe col suo mondo, con la propria città: Londra, città-stato, simbolo di un’identità nazionale omaggiata appena possibile, in tutte le sue icone. “The Empty Hearse” non poteva assolutamente venir meno a quest’imperativo e infatti predispone gran parte dei nodi principali dell’episodio in modo da risultare, seppur in secondo grado, un omaggio all’ambiente nel quale l’eroe si muove e agisce, come dimostra la centralità della metropolitana in ogni sua forma, fino al campanello con l’arcinoto ammonimento “mind the gap”.

And anyway, why are you telling me all this? If you’d pull that off, I’m the last person you’d tell the truth to!”

Sherlock – 3x01 The Empty HearseResuscitare dalle ceneri, riportare in vita un personaggio dopo la sua morte, partecipare a una caccia al tesoro collettiva: Sherlock non è sopravvissuto da solo, ma grazie all’aiuto di tutti noi, because we believe in Sherlock Holmes. Qual era l’obiettivo – anche piuttosto dichiarato, a dire il vero – di quest’episodio? Non la messa in scena di un caso e la sua risoluzione, nemmeno la costruzione articolata di un nuovo villain, e sbaglia chi è rimasto deluso dal fatto che questi due fronti non siano stati percorsi a sufficienza. In questa puntata bisognava far risorgere l’eroe defunto: bisognava farlo tutti insieme, assistere e godere della sua rinascita come premio per tutti gli sforzi compiuti. Sherlock Holmes poteva sopravvivere grazie a tredici diverse vie di fuga, tredici opzioni, tredici strade personalizzabili, perché ciascuno ha diritto alla propria storia, e perché la letteratura oggi vuol dire anche fan-fiction, narrativa 2.0, interpretazione personale e soggettiva del cult.
Gatiss si dimostra uno sceneggiatore straordinario, acutissimo nel saper leggere il fenomeno e mostrarne tutte le sue sfaccettature, omaggiando in primis l’amore per la sua creatura. Da ciò derivano le varie ricostruzioni, tutte legittime, tutte meritevoli di rappresentazione e rappresentanza, da quella dell’eroe sciupafemmine e infallibile del prologo (il bacio a Molly, i gesti eroici, gli sguardi in macchina), fino a quella omoerotica (il bacio con Moriarty). La presenza di queste letture è l’essenza della rinascita dell’eroe, interpretazioni tanto importanti da relativizzare il reale svolgimento dei fatti, che per quanto ci riguarda possiamo anche lasciare nel campo dei miracoli, dove comunque non sfigurerebbe. Il vero scarto tra quest’episodio e quelli che l’hanno preceduto sta in questa consapevolezza, nella capacità di saper lavorare col fandom e al contempo di saperlo rappresentare, metterlo in scena come parte integrante della serie. Chi crede in Sherlock Holmes crede anche un po’ nei miracoli e la scena in metropolitana ne è la prova: John implora Sherlock per un nuovo miracolo e in quel momento la sequenza è interrotta dal fondamentale inserto di dialogo tra Sherlock e Anderson, frammento che sancisce l’inspiegabilità della sopravvivenza del protagonista e dunque il suo statuto miracoloso.

Live and let live, that’s my motto”

Sherlock – 3x01 The Empty HearseE la puntata? Ci si chiederà: a parte questioni anche un tantino troppo teoriche – ma non per questo meno rilevanti – come è stata questa puntata, qual è il suo valore? Facile: altissimo. Una delle sequenze più attese dal pubblico, ovvero quella del primo incontro tra Sherlock e John, è rappresentativa di quanto il sodalizio tra i due autori principali e la schiera di registi chiamati a mettere in scena le loro creazioni sia oltremodo fruttuoso. La capacità di usare il fuori campo (come per la presentazione del personaggio di Mary) e l’utilizzo di un montaggio quanto mai serrato sono solo alcune delle caratteristiche della sequenza al ristorante; inoltre, ovviamente, la bravura di Martin Freeman e soprattutto di Benedict Cumberbatch sono la meritata ciliegina sulla torta.
Tra le caratteristiche dell’episodio c’è l’altissimo livello di comicità, perfettamente bilanciato da momenti intensamente drammatici, ma che spesso prende il sopravvento su questi ultimi sull’onda di un ritmo frenetico, con dialoghi che in più di un’occasione strappano l’applauso. Gatiss, autore della sceneggiatura, nasce come scrittore e interprete comico, e ciò emerge chiaramente tra i fotogrammi di quest’episodio, sia sottoforma di singoli e spesso impercettibili gesti, sia con sequenze più lunghe, atte soprattutto a dare dimostrazione delle sue capacità di scrittura. Una di queste, e non è un caso, lo vede protagonista: il confronto tra Mycroft (interpretato da Gatiss) e Sherlock è un momento di altissima qualità, che al contempo caratterizza i personaggi, ne porta avanti le rispettive storyline e si fa performance teatrale dei due attori.

“Oh, please, killing me?
That’s so two years ago”

Sherlock – 3x01 The Empty HearseC’è ancora una questione da sviscerare prima di concludere, una domanda costante che accompagna la visione dell’episodio dall’inizio alla fine: perché due anni di silenzio? Perché John è stato all’oscuro di tutto, perché non c’è stato neanche un segnale? Non può essere stato solo uno scherzo, non può essere solo l’individualismo e la beffarda ironia del protagonista che non è riuscito a cedere a questa tentazione. A chi conosce un po’ questa serie è chiaro che questi due anni sono pesati tanto anche a Sherlock, sebbene lo dia a vedere meno rispetto al suo collega; la “morte” non è stata certo calcolata a cuor leggero, anzi, è stata progettata con la consapevolezza che le tre persone che dovevano necessariamente rimanere all’oscuro della sopravvivenza di Sherlock, Lestrade, Mrs. Hudson e Watson, avrebbero sofferto enormemente la sua mancanza e sarebbero stati dei veri e propri vedovi. Soprattutto gli ultimi due, nelle sequenze che li ritraggono insieme col cuore mutilato dall’assenza del loro “amore”, vengono mostrati in tutta la loro sofferenza e solitudine.
Se sono stati lasciati in quest’abisso, dunque, è stato solo per proteggerli e questa decisione, seppur molto spiacevole, era l’unica possibile. La rete di Moriarty avrebbe fatto di tutto per colpire Sherlock nei suoi affetti più cari e prima o poi ci sarebbe riuscita, e non è un caso che proprio quando John Watson si avvicina al 221B di Baker Street avvenga il suo attentato. Quel “why?” di John, può certamente ottenere ulteriori risposte, ma non c’è dubbio che l’attentato sia la replica a questa domanda. Seppur tra il serio e il faceto, come sempre tra i due, Sherlock chiarisce il concetto durante il dialogo nella metropolitana: J: “I wanted you not to be dead”. S: “Yeah, well, be careful what you wish for. If I hadn’t come back, you wouldn’t be standing there […]”. A dimostrare l’inevitabilità della scelta attraverso il legame che stringe i due personaggi è il montaggio alternato nella parte centrale dell’episodio che li vede separati, ciascuno impegnato nel proprio lavoro, ma entrambi col fantasma dell’altro, come due innamorati perennemente connessi che hanno allucinazioni visive e uditive perché non ce la fanno a stare l’uno senza l’altro.

Sherlock torna con un episodio d’apertura notevole a cui ne seguiranno altri di altrettanta qualità. Per ora rimane la grande attesa per il prossimo segmento di questa stagione e tanti ricordi, tanti dialoghi da citare, sequenze da ricordare, espressioni indimenticabili e oggetti, come i baffi di John, che già sono diventati feticci immortali.

Voto: 9

 

Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

8 Risposte

  1. Tuco scrive:

    Applausi.

     
  2. Momi scrive:

    Hai ragione. Grande comicitá. Quando John tira la testata a Sherlock, sono morta dal ridere… Bellissima puntata e alchimia assoluta tra i protagonisti.

     
  3. TheBride scrive:

    Ottima recensione, ho adorato questa puntata, ne ho adorato l’ironia, l’emozione, il dialogo aperto con il fandom. Giustamente questa doveva essere una puntata basata sui personaggi e sulle loro reazioni al ritorno di Sherlock. Soprattutto è stata una puntata particolarmente divertente, Sherlock e Mycroft he giocano all’allegro chirurgo, John che prende a botte Sherlock. Come sempre Freeman e Cumberbatch sono degli attori bravissimi, in particolare mi colpisce sempre come Martin Freeman riesca a trasmetterti emozioni con un’alzata di sopracciglio o con una parola sommessa.
    Bello anche il personaggio di Mary, introdotta nel modo giusto, senza mettere zizzania nel rapporto tra i due migliori amici.

     
  4. Joy Black scrive:

    Standing ovation. Grande recensione Attilio. Complimenti. Non so aggiungere altro.

    Comunque episodio scritto divinamente di Gatiss (uno sceneggiatore con cui ho un rapporto controverso in Doctor Who, ma che su Sherlock e in altri lavori non delude, anzi), però si sente anche l’impronta di Moffat, specialista nel giocare con la fandom.

     
    • Joy Black scrive:

      P.s. Curiosità sempre relativa a Gatiss e a Doctor Who, “Lazarus” è il titolo dell’episodio dove appare proprio Gatiss come guest star.

       
  5. Francesca Anelli scrive:

    Intanto complimenti per la recensione: hai centrato il punto, e poi è scritta benissimo.
    Per il resto: Gatiss è cresciuto tantissimo come sceneggiatore. E’ stata un’evoluzione sorprendente da The Blind Banker (il più debole, a tratti direi anche scadente, degli episodi di Sherlock) a The Hounds of Baskerville, a questa fantastica premiere, che potrei anche definire il mio episodio preferito finora – ci sto ancora pensando. E’ una puntata che potrebbe tranquillamente fare scuola per il modo in cui si serve del fandom, raccontandolo e raccontandosi con ironia finissima.
    E tutto questo è ancora più straordinario quando pensi che lo Sherlock Holmes originario fu, in effetti, il primo personaggio letterario a dare vita ad un fandom. Il fatto che si siano ricreate delle dinamiche molto simili, ovviamente “adattate” alle modalità di fruizione moderna, è una delle cose che più mi intrigano della serie sia perché la cosa in sé mi fa impazzire, sia perché mi chiedo quanto di tutto questo sia stato “progettato” da Moffat e Gatiss e quanto sia, in un certo senso, naturale emanazione di una storia come quella di Sherlock Holmes.
    Che dire? Peccato per chi non se lo vede.

     
  6. Shadow Meister scrive:

    Splendida recensione. Hai colto tutti i motivi (che io non sarei riuscito a spiegare) per i quali mi trovo in conflitto con tutti coloro che si accaniscono contro questo episodio, per me diverso ma (come al solito) riuscitissimo.

     
  7. Sbremph scrive:

    Credo sia una delle migliori recensioni che ho letto fin qui. E di recensioni ben fatte ce ne sono mlte in questo sito.

    Questa serie, insieme a Broken Mirrors, the Fall e Utopia, rappresenta per me il trionfo e la sensibilità inglese sugli americanismi di cui, comunque, siamo diventati fan e spettatori consapevoli.

    Sherlock è semplicemente bellissimo e ben fatto. Condivido ogni parola e aggiungo che Moffat è il creatore di Coupling che, per me, resta un gioiello di sit-com che meritava una vita più lunga e che contiene dei dialoghi che mi fanno ancora ridere a distanza di anni.

     

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