True Detective – 1×04 Who Goes There

True Detective – 1x04 Who Goes ThereEpisode four is the beginning of Act Two. Suddenly, the rhythm of the entire show changes. The slow part is over now”

(Nick Pizzolatto)

Mi è parso particolarmente indicato iniziare la recensione con queste parole dello showrunner della serie, prelevate da una lunga e ricchissima intervista. Doveva essere il prodotto di punta della HBO e fin dall’inizio le aspettative non sono state tradite; tuttavia parte del pubblico della serie ne criticava l’andamento marcatamente riflessivo e l’assenza di decisivi avanzamenti della trama principale. Questo quarto episodio, come suggerito dalle parole di Pizzolatto, risponde a ogni critica, silenziando qualsiasi tentativo di replica con un asso di quelli che chiudono immediatamente la contesa. Grazie ai primi tre capitoli abbiamo l’opportunità di conoscere i personaggi, di ragionare con loro e come loro, ma soprattutto siamo al loro fianco in quella che da questo momento in poi sarà una strada tutt’altro che priva di insidie. Se True Detective è una storia di uomini, ad oggi noi abbiamo molti più strumenti per sapere chi questi siano, ma, cosa ancora più importante, i due protagonisti arrivano a questo punto con un bagaglio, personale e comune, da mettere in gioco, un rapporto sempre più forte e complesso, ambiguità di ogni sorta comprese. Non è un caso se nell’incipit li ritroviamo nel più classico dei lavori di coppia, l’interrogatorio, in cui giocando a fare il poliziotto buono e quello cattivo ci mostrano quanto sia cresciuto il loro legame.

I fucked up. I just… I like something wild. I always did. I just… it feels like it smoothes out the other parts of my life.

True Detective – 1x04 Who Goes ThereLa prima parte di “Who Goes There” è quasi interamente dedicata a Marty, la faccia più ordinaria e solo apparentemente la meno complessa della coppia. In questo frangente è chiaro quanto la detection sia completamente al servizio dell’approfondimento del personaggio, quanto i singoli interrogatori siano una sorta di percorso a tappe verso la conoscenza di Marty, viaggio che finisce per diventare quasi un’autoanalisi. Il momento culminante arriva quando, dopo aver incontrato una serie di donne (tassello fondamentale della costruzione della sua identità), rientrato a casa trova le valigie pronte e un biglietto della moglie che gli dà il benservito. Il vestiario fa da perfetta metafora della sua condizione e della sua fragilità: scena dopo scena Martin è sempre più spogliato delle proprie certezze, fino a rimanere in jeans e camicia a quadri, come un qualunque, semplicissimo, disperato uomo del sud. Fukunaga è perfetto nel lavorare sulla fotografia, realizzando quadri che vedono Martin sempre più affogato in una nebbia spersonalizzante, ormai naufrago nella sua stessa esistenza. Fortunatamente arriva in suo soccorso Rusty, angelo custode che lo raccoglie col cucchiaino in ospedale e lo riporta sulla retta via, quella del lavoro, che si traduce anche in quella della loro amicizia.

But I couldn’t handle the cold, so… I head back to south Texas ’cause all I could remember was at least it never got cold.

True Detective – 1x04 Who Goes ThereDivenuto in soli tre episodi uno dei personaggi più carismatici della televisione degli ultimi anni, nonché idolo di gran parte degli spettatori della serie (complice il momento magico di Matthew McConaughey), Rusty in questa puntata gioca un ruolo diverso rispetto a ciò che fino ad ora abbiamo visto: sono ridotti all’osso i monologhi, sia nel passato, sia soprattutto nel presente, in favore di un duplice scopo. Nella prima parte agisce quasi esclusivamente da “spalla”, mettendo da parte il suo ego, o meglio ponendosi al servizio del bene comune, che in questo caso significa il bene altrui. Dei due lui è quello meno “sociale”, quello divorato dall’abisso, per cui la vita privata è tutt’altro che scissa dal lavoro (come invece sogna di fare Martin), ma anzi il lavoro è il cuore della sua vita, o forse solo l’ossessione del momento, la valvola di sfogo necessaria. Nella seconda parte però torna a salire in cattedra come e più di prima, mettendo “a maggese” la riflessione e dimostrando di essere un purosangue anche sul versante dell’azione – non che ci fossero particolari dubbi, ma eravamo davvero curiosi di scoprirlo.

Every time I think you hit a ceiling, you just keep raising the bar. You are like the Michael Jordan of being a son of a bitch.

True Detective – 1x04 Who Goes ThereCiò che però più cambia in questa puntata, dal punto di vista delle caratterizzazioni non sono le singole individualità dei personaggi, bensì il loro rapporto, fin dall’inizio fonte di tantissime ipotesi, a volte anche contrastanti. Nick Pizzolatto ci ha messo del suo per confondere le carte, mettendo lo spettatore nella condizione di fare previsioni sul futuro dei due detective, vista l’assenza, almeno in un primo momento, di una vera e propria alchimia. Una delle maggiori differenze tra i due è che Martin ci ha messo poco per capire quanto in realtà abbia bisogno di Rust, senza ormai farsi più alcun problema a darlo a vedere; Rust, viceversa, fa di tutto per nasconderlo, in primis a se stesso, ma questo episodio denuncia quanto questo non sia altro che un autoinganno. I due autori sono precisissimi nel far emergere a piccole dosi la compatibilità dei due caratteri, soprattutto per quanto riguarda la sensazione d’indispensabilità che hanno l’uno per l’altro, la consapevolezza pian piano sempre più solida di quanto il partner sia l’unico capace di colmare le proprie debolezze, l’altro da sé di cui hanno bisogno. Cary Fukunaga riesce nella parte centrale a girare una serie di scene che potrebbero anche essere lette come un’unica sequenza a episodi sulla loro amicizia, momenti quasi lirici di grande affiatamento, dove i due chiacchierano, lavorano, mangiano, fumano e bevono assieme. La forza di questa parte dell’episodio è anche dovuta a ciò che verrà subito dopo: la sospensione di quei momenti è il catalizzatore che fa deflagrare la narrazione nell’ultimo quarto d’ora; una sorta di ultimo saluto prima della guerra, da dove non è detto che ne usciranno sani e salvi.

Just that people fuck up. We age. Men, women, it’s not supposed to work except to make kids.

True Detective – 1x04 Who Goes ThereLa domanda chiave è: che cos’è la qualità in televisione? Una scrittura raffinata? Una precisa modalità produttiva? Riferimenti nobilitanti? Spesso tutte e tre queste cose; spesso anche tanto altro. True Detective da sola basterebbe come risposta. Sganciandosi da tante produzioni di qualità che fino a ora hanno riempito gli schermi statunitensi, la serie sceglie una miscela originale prendendo un po’ da tutti: il formato breve, la dimensione antologica, la presenza di divi, le musiche curate da nomi “pesanti” (T-Bone Burnett), l’autorialità dura e pura. Una delle cose per cui questo episodio non verrà dimenticato tanto facilmente è la scelta delle musiche, tra cui spicca nella prima parte un pezzo di Bo Diddley (Bring It to Jerome), gigante del blues che collega la location della serie alla musica del Delta del Mississipi. La potenza audiovisiva della serie emerge in quest’episodio come mai prima d’ora, attraverso sequenze dalla fotografia curatissima, come quella al bancone del bar, dove i due protagonisti dialogano in campo e controcampo – due figure segnate da volti sudati e colori sgargianti, in un quadro al contempo umido e luccicante, immortalato da attori in stato di grazia. Fukunaga e Pizzolatto riescono a confezionare il momento di massima intesa tra i due attraverso un sapiente uso dell’ellissi e una serie di montaggi musicali sospesi in una dimensione altra rispetto alla realtà che rendono alla perfezione l’intensità della loro amicizia virile.

The stakes ain’t that high anyway. I get found, I take a bullet to the head.

True Detective – 1x04 Who Goes ThereFosse finito qui, sarebbe stato comunque il miglior episodio fino a questo momento. Non è finito qui, perché i due autori hanno deciso di superarsi, di tappare le bocche a tutti e lasciare un segno indelebile nella nostra memoria audiovisiva. Parte il piano e i due si gettano in incognito per tentare di arrivare a Reggie Ledoux – questa la genesi di una sequenza che è già da antologia. Si tratta di un piano sequenza di sei minuti, carico di azione, immerso in una tensione che si taglia col coltello, girato tra interni ed esterni, con in mezzo sparatorie e combattimenti. I riferimenti sono diversi e altissimi: dal famoso incipit dell’Infernale Quinlan a diverse opere di De Palma, fino a Breaking News di Johnnie To. Anche di fronte a tali pesi massimi, vere eccezioni cinematografiche, questa sequenza di True Detective non sfigura, tanta la potenza narrativa e visiva che Pizzolatto e Fukunaga riescono a sprigionare in questo finale. Siamo in televisione però, e televisivi sono i parametri con cui questo prodotto si confronta. Da questo punto di vista siamo abbastanza certi: questo episodio alza l’asticella della qualità a livelli fino a ora davvero poco esplorati sul piccolo schermo.

Il voto a questo punto sarebbe abbastanza superfluo. Essendo solo al quarto episodio, il “timore” è che la serie possa essere addirittura capace di superarsi. Di sicuro c’è che fino ad oggi fare meglio di così per quasi tutti è stato solo un sogno.

Voto: 10

 

Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

8 Risposte

  1. annamaria scrive:

    Io sono incantata da questa serie. E’ un crescendo continuo.
    Personaggi favolosi, trama affascinante, episodi in crescendo continuo.
    Questo ultimo mi ha preso alla gola.
    Adoro Rusty ma desso comincio ad amare anche Hart.
    Chi ha detto che finita la stagione dovranno resettare tutto?
    Spero proprio di no.
    Trovo che Hart e Rusty siano una coppia di sbirri fantastica, che ti entra nel sangue, difficile da dimenticare, dovrebbero proprio continuare.
    In fondo Jesse Pinkerman doveva morire dopo la 1^ stagione di Breaking Bad e invece…

     
  2. annamaria scrive:

    Ah, scusa, dimenticavo…
    Bellissima recensione.
    Ma non è una novità qui da voi.

     
  3. SerialFiller scrive:

    Temevo che non avreste messo un 10 ma come vedo non mi deludete. Recensione fantastica e voto doverosissimo.
    Questa serie è fantastica. Qualità, recitazione, tematiche importanti, classe, stile davvero tutto perfetto, troppo perfetto e questo mi fa paura.
    Questa puntata è letteralmente uno schiaffo al grande schermo. Dopo questa puntata nulla è più impossibile per una serie tv.
    6 minuti finali che hanno tolto il fiato.
    Incantevole serie.

     
  4. Attilio Palmieri scrive:

    Grazie Serialfiller.
    Quello che dici è vero, questa serie riesce a mettere in scena cose insolite per la tv e in genere certe dinamiche hanno effetti estremamente contagiosi in tv: quanto si sposta in alto l’asticella cambiano i parametri e tutti gli altri, specie quelli che competono sullo stesso mercato (cable tv e Netflix su tutti, ma anche AMC e FX), non potranno che confrontarsi con questo modello e produrre show in grado di rispondere a questi livelli qualitativi. Insomma, sono molto fiducioso per il futuro e questo, seppur indiretto, potrebbe essere uno dei tanti meriti di True Detective.

     
    • SerialFiller scrive:

      Daccordissimo con te questa è anche la mia speranza e previsione.
      I nomi che vediamo scorrere nelle liste dei cast e dei registi o produttori delle serie sarebbero stati impensabili una decina di anni fa.
      Oramai è un dato di fatto che le serie tv stiano surclassando le produzioni cinematografiche in termini di qualità media di scrittura e produzione.
      Spero di vedere tanta altra bella roba in futuro ma per ora mi accontento di questo gioiello, ringrazio il Dio della tv che mi regala roba come person of interest e justified in questo periodo, lo venero per avermi fatto assistere a quell’evento epocale in 62 episodi chiamato breaking bad, per regalarmi la dolce attesa di house of cards e the americans e quella trepidante ansia di conoscere le sorti dei Sons, delle case di Game of Thrones e dei gangster di Boardwalk empire, riempendo nel frattempo il vuoto con i vari utopa, doctor who, arrow, homeland e the walking dead intrattenendomi con le risate di BBT, New girl ed HIMYM.

       
  5. Ste Porta scrive:

    Devo ammettere che a una prima visione (distratta sicuramente) mi era sembrata la meno “impattante” delle 4, pur tenendo un livello tecnico e recitativo quasi mai visti in precedenza.
    Mi cospargo il capo di ceneri e devo dire che anche questa è stata una puntata straordinaria: forse non concordo solo sul voto, ma sono solo numeri. Dettagli. 😉

    Come al solito, recensione perfetta.

     
  6. Tuco scrive:

    Applausi.
    Questa prima stagione si stà guadagnando di diritto un posto nell’olimpo del crime, forse addirittura quello di Zeus. Credo di non aver mai visto nulla del genere, meglio di Twin Peaks (dal punto di vista crime) di the killing,i vari law&order, csi, ncis, dexter, hannibal. Nulla in confronto.
    Può davvero ambire a sedersi di fianco a the wire.
    Il pregio e il difetto di tutto ciò è che questa storia dura solo 8 puntate.
    Un piccolo romanzo ad episodi.
    ancora applausi.

     
  7. Setteditroppo scrive:

    Sono d’accordo con la recensione. Gli darei un bellissimo 8. Non proprio il massimo dei voti. Sì, un episodio sorprendentemente bellissimo. Manifesto una certa sorpresa perchè dopo tre quarti d’ora di visione pensavo di assistere ad una puntata più ordinaria, di assestamento, mi chiedevo come mai non ci fossero monologhi, come mai fossero così brevi le scene ambientate nel presente, come mai si puntasse solo sull’indagine – cosa che da sola rende tutte le serie crime simili: i poliziotti interrogano, si confrontano, agiscono sul campo – poi sono arrivati i sei minuti finali e anche la mia standing ovation, e allora quei tre quarti d’ora hanno avuto un senso. Ma quei quarantacinque minuti restano lì, nell’alveo della buona televisione, e non dell’eccellenza televisiva come negli episodi precedenti, per merito di alcune precise modalità narrative qui praticamente ignorate. Dunque un piccolo dazio lo pagano, nel senso che – per quanto Pizzolatto ci spieghi – un cambiamento così marcato rispetto ai primi tre episodi ha avuto bisogno di un virtuosismo registico per essere completamente accettato, così esente da critiche (e se non ci fosse stato il piano sequenza ma una regia normalmente concitata, ritmata di quegli ultimi minuti?). Chiarisco: io sono ben felice quando regia, fotografia, montaggio diventano decisivi per la buona riuscita di uno show ma il massimo dei voti io lo riserverei a puntate nelle quali scrittura e tecnica raggiungono l’equilibrio perfetto (è inutile che vi dica a quale serie tv terminata l’anno scorso io mi riferisca, vero?).

     

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