Justified – 5×10 Weight

Justified – 5x10 WeightMeno tre. Il countdown è iniziato e si vede. Tra tre episodi, la quinta stagione di Justified volgerà al termine, le cartucce finiranno e bisognerà contare i morti e i feriti, ma soprattutto chi resterà in piedi, col corpo e con lo spirito.

“Weight” è un episodio chiave, il tassello necessario per posizionare i personaggi sulla rampa di lancio verso un epilogo che si preannuncia particolarmente cruento. Il titolo stesso della puntata trae forza dalla sua pluralità di interpretazioni: è il peso del senso di colpa, ma anche quello delle responsabilità; è la roba trasportata illegalmente, ma anche la valigetta piena di soldi (veri o falsi che siano).

You slide your hand any closer to that gun, you’re gonna be meet Chelsea’s fate at a much younger age than she did.

Justified – 5x10 WeightQuando si parla di pesi, di fardelli e di sensi di colpa, Raylan si presenta come il tacchino a Natale, perché in queste materie lui è il campione del mondo. Archiviata anche per questa stagione la questione Winona – o quantomeno relegata all’immaterialità – il pistolero più temuto del Kentucky può “limitarsi” a oscillare tra il nero interiore (in fondo Justified è anche un noir de-localizzato) che lo affligge e tenta di uscire allo scoperto, e le “distrazioni” lavorative che lo ancorano dalla parte della Giustizia e dell’Ordine. Molto spesso, però, i due fronti sono comunicanti e il rapporto con Art è negli ultimi tempi emblematico di quanto il cuore nero di Raylan possa avere conseguenze anche su chi gli sta intorno. La famiglia Crowe arriva come il caso giusto al momento giusto, il bersaglio mobile su cui sfogare le proprie frustrazioni. Darryl è il nemico di cui ha bisogno, Danny il cattivo stupido di cui prendersi gioco, Dewey quello da usare per fare il macho con le donne, Wendy la femme fatale che gli tiene desta l’autostima e Kendal il ragazzino al quale fare da padre putativo. Ma quanto può durare tutto questo?

Well, I’m sure she’s fine. She’s just shaked up with some big, old, black mastiff, taking it real good like the bitch she is.

Justified – 5x10 WeightWeight è, però, anche l’episodio chiave circa gli equilibri all’interno dei Crowe. Come una spugna che si allarga e si stringe a seconda della quantità d’acqua che contiene, la famiglia di malviventi ha spesso mascherato la reale portata delle sue forze, anche per via di un’eterogeneità di fondo che limita una reale e radicale gerarchizzazione. I Crowe, infatti, non sono soltanto il gruppo di cattivoni che Raylan da un lato e Boyd dall’altro devono fronteggiare, ma fungono anche (e forse soprattutto) da microcosmo a se stante, organismo pluricellulare altamente complesso, radiografia degenere del sud degli Stati Uniti. Wendy e il suo ruolo di madre-sorella; Kendal e la sua corsa verso la libertà che lo rende quasi un Antoine Doinel d’oltre oceano; Danny e la sua pazzia tenuta a bada da un cane ancor più violento di lui; Darryl che con fatica cerca di tenere la leadership del gruppo. Sono però soprattutto quelle sporgenze verso il fuori che destano interesse, come il rapporto tra Dewey e Dicky, che riporta i Bennet all’interno della serie, e la figura di Jean Baptiste, centrale nel clan, estranea alla famiglia, ma di cruciale importanza quando i nodi vengono al pettine. Una famiglia di questo tipo prima di essere un problema per la legge è un attentato a se stessa, vista l’altissima tensione che corre tra tutti i suoi membri.

You see, Albert, I’m really in the business of selling lies.

Justified – 5x10 WeightE Boyd Crowder? Dopo stagioni di successi di ogni sorta, il fuorilegge più amato della serie vive un momento che sarebbe sbagliato definire di appannamento (è sempre vivo e lotta insieme a noi), ma sicuramente la fortuna non gioca più dalla sua parte. I problemi si accumulano ripetutamente, e le beghe con i Crowe sembrano essere infinite, ma si tratta di un’inezia se consideriamo il maggiore dei problemi, ovvero la relazione con Ava. Un tempo erano i Bonnie & Clyde dello stato del bourbon, ora sono una coppia stravolta da cause esterne. Il loro è un amore che sembrerebbe poter superare qualsiasi difficoltà, ma l’episodio di questa settimana li mette a dura prova, tanto da creare una cesura netta a un sentimento fino a ieri vicino all’idillio. Il lavoro sporco di Ava in carcere è pienamente interno alle modalità narrative del prison movie, motivo per cui la donna tenta di allontanare l’amato per proteggerlo dal dolore che potrebbero provocargli le azioni che sarà costretta a fare. Boyd, però, ha un orgoglio grande quanto una casa e che, se ferito, può rivelare sorprese improvvise: tutti abbiamo sperato e creduto nel ricongiungimento della coppia quando Boyd ha catturato Albert il nano (responsabile dell’ingiusta incarcerazione di Ava), ma in maniera del tutto inaspettata, dopo aver assistito al patetico sfogo del piccolo uomo, lo lascia andare senza costringerlo a liberare la sua compagna. Perché? Quest’inspiegabile comportamento ha ragioni complesse e molteplici, figlie del carattere prismatico di Boyd e di una relazione oggi molto problematica; non è ancora chiara, però, la verità e i prossimi episodi si occuperanno anche di farla emergere in modo compiuto.

Un episodio corale che allarga le maglie della narrazione per tirare dentro tutte le storyline lasciate in sospeso, per poi stringere solo sulle linee narrative essenziali allo scioglimento finale. Lo stile della serie è sempre marcatissimo e stavolta non dimentica di menzionare i propri debiti con il cinema di Quentin Tarantino, come dimostra la citazione degli 88 folli nella scena del triello.

Voto: 8,5

 

Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

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