True Detective – 1×08 Form and Void

True Detective - 1x08 Form and VoidThe emptiness that we confess in the dimmest hour of day,
in the common town they make a sound like the low sad moan of prey.

(The Angry River, T-Bone Burnett)

Nelle pieghe del testo scritto da T-Bone Burnett, responsabile delle musiche della serie, e interpretato in chiusura di stagione da The Hat ft. Father John Misty & S.I. Istwa, c’è la sintesi, l’omaggio, la commozione e il succo di un’opera immensa, un instant cult, un punto di non ritorno narrativo, estetico e produttivo della serialità televisiva statunitense. Levandoci per un attimo il peso del giudizio, diciamo subito che la serie non sarebbe potuta terminare meglio e che il duo Pizzolatto-Fukunaga si è superato. Ancora una volta.

I’ve seen horrors, horrors that you’ve seen. But you have no right to call me a murderer. You have a right to kill me. You have a right to do that, but you have no right to judge me. It’s impossible for words to describe what is necessary to those who do not know what horror means. Horror! Horror has a face, and you must make a friend of horror.” (Col. Walter E. Kurtz – Apocalypse Now) (qui la traduzione).

True Detective - 1x08 Form and VoidDi cosa parla True Detective? Soprattutto, che genere è? Sarebbe molto facile dire che è un thriller. Sarebbe molto sbagliato, anche. Andremmo più vicino definendolo un noir, tanta è la carica di oscurità che i personaggi si portano dentro e tanto evidente è il suo riflesso nelle loro vicende. La realtà però è che True Detective è una serie innanzitutto d’autore, figlia dell’estro creativo di uno scrittore e accademico italo-americano e diretta da un giovane e talentuoso regista di sangue ancora più misto. Dall’unione di queste forze (e da due impareggiabili divi che figurano anche come executive producer) esce una narrazione dalle molteplici linee narrative, capace di coprire un vasto spettro tematico e un altrettanto vaso campionario di generi. “Form and Void”, ultimo episodio della stagione, si distingue però per un utilizzo mirato e copioso dei codici dell’horror, soprattutto nella parte centrale, dove i due protagonisti si immergono in Carcosa, paesaggio orrorifico se ce n’è uno, universo nell’universo, incubo ad occhi aperti.

Che cos’è l’Orrore? È il gioco al gatto col topo, è la paura negli occhi di Rust, è l’ansia che sale nello spettatore che, in pena per i propri beniamini, non sa dove guardare. È la girandola ipnotica dei movimenti di macchina di Fukunaga e le loro violente rotazioni de-spazializzanti foriere solo di spaesamento e paura. Il filmico e il profilmico dialogano come raramente è capitato di vedere in TV, anche in questa stessa serie, come dimostra l’apparizione agli occhi di Martin e dello spettatore della figura putrescente del padre di Errol, torturato e con la bocca cucita: un’immagine clamorosamente orrorifica, spiazzante, destabilizzante.

“Where is he?”
“All around us, before you were born… and after you die.”

True Detective - 1x08 Form and Void Cary Fukunaga in una ricca intervista a Vulture racconta il segreto di una sequenza così suggestiva come quella di Carcosa: la location. Inizialmente il tutto doveva essere girato in una foresta, ma le difficoltà erano troppo elevate e lo sforzo non valeva il risultato, tanto più perché poi è venuta fuori la possibilità di farlo a Fort Macomb, location naturale a quarantacinque chilometri da New Orleans e in completa decadenza, utilissima per dare continuità tra quello spazio e la casa di Errol Childress. Grazie a una messa in scena strepitosa, il labirinto della mente prende forma, l’inconscio diventa tangibile, le paure assumono la spettrale visibilità di un incubo, suffragato da una colonna sonora che definire disturbante è un eufemismo. I minuti finali non mancano di rimarcare la veridicità del “time is a flat circle” reso indimenticabile dalla voce di Rust Cohle; lo fanno chiudendo il cerchio aperto col pilot, completando un discorso che è prima di tutto estetico, fatto di campi lunghi in movimento sulle sterminate lande della Lousiana, gli stessi che hanno dato inizio a tutto. Lo stesso territorio che nella primissima scena della stagione abbiamo visto in preda a un incendio, in un tempo imprecisato e presumibilmente futuro come sottolinea lo stesso regista con queste parole: “That last image of the tree over the cane stocks, that was from the first images we shot, the cane field burning. So the beginning is the end, the end is the beginning”.

Rust: “We didn’t get ’em all, Marty,”
Martin: “We ain’t going to. This isn’t that kind of world.”

True Detective - 1x08 Form and VoidQuando Rust si addentra nella selva oscura di Carcosa una voce lo chiama, gli indica la via e lo attrae in trappola; è Errol, presumibilmente, ma è molto più chiaramente la voce della sua paura (che non a caso lo chiama prima little man poi little priest), l’ennesima allucinazione di una mente geniale ma turbatissima. Rust vede il percorso davanti ai suoi occhi, e nel mezzo del cammino è già un dead man walking intento a percorrere un corridoio la cui luce al fondo è quella del suo fine ultimo. Al termine del percorso, nella sala del Yellow King, demone materializzato sottoforma di un’enorme scultura di teschi, ossa e stracci, Rust getta gli occhi al soffitto e riesce a guardare il cielo attraverso il foro al centro, nuova spirale di luce che è al contempo speranza e perdizione, premonitore materico della successiva e speculare allucinazione.

Rust è l’uomo occidentale che si confronta con l’Orrore, il reduce incurabile e destinato alla follia, il discendente diretto del Capitano Willard di Apocalypse Now che, arrivato nel “buco del culo del mondo”, vede con i propri occhi il Male assoluto, quello indomabile e senza freni. C’è tanto di Conrad in True Detective, soprattutto quella poetica dell’Orrore cosmico, del Cuore di tenebra che affligge trasversalmente la società occidentale e che Fukunaga mette in scena magistralmente con una sequenza di campi sempre più lunghi che dagli anfratti luridi dell’appartamento di Errol arrivano fino all’immensità del delta del Mississippi. È un Male radicale, infido, che si nasconde nei dettagli, nel banale, nel quotidiano, dalla famiglia (quella di Martin, ad esempio) alla politica, come denuncia in maniera tanto spontanea quanto incontrovertibile Geraci all’inizio dell’episodio e come rivelano poi le infinità di orrori che si nascondevano dietro alla famiglia Tuttle (e i suoi rami), dalla setta della palude agli adoratori del diavolo, dai voodoo ai sacrifici di bambini innocenti.

Didn’t, uh… didn’t tell me one time at dinner, once, maybe, that you used to… you used to make up stories about the stars?”

True Detective - 1x08 Form and VoidAppurata la chirurgica capacità di Nic Pizzolatto di raccontare storie, è innegabile anche la sua tendenza a renderle palesi attraverso soluzioni discorsive metanarrative sempre coerenti con il racconto. Non c’è dubbio, True Detective è anche la storia di un narratore che si racconta, che mostra e dimostra il bello del suo mestiere. Linee temporali plurime, narrazione reticolare e ciclica, personaggi che raccontano storie accadute nel passato in modo sbagliato, omissioni, distorsioni, rivelazioni, eventi di ieri che trasfigurano la realtà di oggi e soprattutto monologhi infiniti, speculazioni sulla vita e racconti aneddotici atti a interpretare altre storie. La sfida di Pizzolatto è stata riuscire a mostrare tutto questo attraverso due filtri ben precisi, due lenti differenti e complementari: Martin Hart e Rust Cohle. Come puntare alla luna e andarci davvero, un obiettivo oltremodo ambizioso e per di più raggiunto, anzi, superato; a tutto ciò, infatti, l’autore aggiunge caratteri estremamente mutevoli, naturalmente evolutivi, ciascuno dei quali al termine degli otto episodi può dirsi maturato, cambiato, cresciuto.

Well, I know we ain’t in Alaska, but… appears to me that the dark has a lot more territory”

True Detective - 1x08 Form and VoidNic Pizzolatto non è realmente interessato alla detection, o meglio: l’investigazione è un contesto narrativo, la sovrastruttura ideale per parlare e far parlare due tipologie di maschio bianco americano e farle arrivare a destinazione attraverso un percorso, per entrambi, estremamente complesso. Martin è il classico eroe del romanzo americano, personalità in prima istanza abbondantemente sicura di sé e poco incline a farsi domande, ma che nel corso del suo tragitto e grazie all’aiuto di un altro personaggio, scopre le proprie debolezze e ci mette mano. È una sorta di Huck Finn troppo cresciuto che ha nella famiglia lo specchio della sua condizione e il veicolo attraverso il quale testare la propria crescita. Proprio nel rapporto col nucleo familiare, ancor di più perché composto da donne, Martin è un eroe scorsesiano, genuinamente (e colpevolmente) misogino, egoista, maschilista e insicuro, ma anche profondamente determinato. La fortuna degli autori è stata riuscire a trovare due divi che sono anche degli straordinari attori e, sebbene McConaughey goda di un personaggio magnetico, Woody Harrleson tiene botta alla grande offrendo un’interpretazione di una dolenza e al contempo di una dolcezza indimenticabile, come sottolinea, omaggiandolo/li, anche questa bellissima parodia che evidenzia con ironia le marche recitative di entrambi gli interpreti.

I’m not even supposed to be here today”

True Detective - 1x08 Form and VoidEroe e mentore al contempo, cavaliere solitario e predicatore inascoltato, Rust è la variabile impazzita della storia, un personaggio antitetico a Martin, una vita spezzata, una mente fuori controllo sepolto dal mistero e dall’oscurità, per via di un passato tragico e quindi rimosso. Identità è la parola chiave. Il lutto, il dolore, la morte della figlia, la ferita immane che gli ha squarciato l’esistenza in due, si traduce nell’ossessione, nel mestiere come unica ragione di vita, atta a stabilire una condizione di eterno presente (il famoso tempo schiacciato), in modo da rimuovere il passato. Linea interpretativa non esclusiva, ma additiva e forse ancora più interessante, è quella dell’espiazione. Nonostante i suoi monologhi, volti ripetutamente a smascherare le ipocrisie e le idiozie della religione, Rust è il più cristiano dei personaggi della serie: il modo in cui sceglie di affrontare il lutto e il trauma, il senso di colpa che lo divora dall’interno, la predisposizione naturale al martirio e la tendenza ad autoinfliggersi punizioni (come non reagire totalmente alla furia di Martin durante la scazzottata perché è bene che paghi le sue colpe), sono segnali distintivi di quella che è a tutti gli effetti una parabola cristologica. “Form and Void” è la conferma di questo percorso: Rust ha in passato detto a Marty di voler capire cosa ha provato Cristo nel giardino del Getsemani prima della crocifissione e nella sequenza di Carcosa lo prova realmente quando viene pugnalato. La paura precede la morte, ma la morte non è la fine, avrebbe dovuto capirlo. Infine, infatti, arriva una vera e propria resurrezione, convalidata dalla potenza iconografica del risveglio, incredibilmente simile a tanti ritratti di Gesù, non ultimo il celeberrimo Cristo morto di Mantegna.

“Are we getting engaged?”
“If we were getting engaged, I’d have got a nicer ribbon”

True Detective - 1x08 Form and VoidIn una interessantissima intervista che Nic Pizzolatto ha rilasciato a Alan Sepinwall, a proposito del finale l’autore spiega perché ha preferito tenere in vita i suoi eroi, persuaso del fatto che un finale tragico sarebbe stato molto più netto sull’eroismo dei protagonisti, oltre che più facile come conclusione; viceversa ha preferito un epilogo dove la sopravvivenza vuol dire sì la vittoria contro il nemico, ma anche l’accettazione di un male impossibile da sconfiggere e soprattutto la possibilità di lavorare sull’evoluzione dei punti di vista dei due protagonisti. Sembrava impossibile inizialmente che pure un personaggio come Rust potesse trovare un barlume di ottimismo; eppure ci riesce, perché la serie è soprattutto una buddy story, un bromance tra i protagonisti che riflette sulla capacità di sviluppare un reciproco e sincero affetto grazie alla frequentazione quotidiana, al lavoro in coppia di hawksiana memoria e alla condivisione di una comune esperienza traumatica. A certificare la centralità del loro rapporto a scapito della detection, c’è la fine anticipata del caso investigativo e la cesura netta a dieci minuti dalla conclusione, sottolineata da Cary Fukunaga con una serie di campi lunghi che chiudono il cerchio raccordandosi con l’inizio del caso, accompagnati da un’altrettanto insistita serie di dissolvenze in nero che pongono fine simbolicamente alla stagione e lasciano campo aperto ai due protagonisti, mattatori unici degli ultimi indimenticabili dieci minuti.

Whatever I’d been reduced to, you know, not even consciousness, it was a vague awareness in the dark and I could feel my definitions fading”

True Detective - 1x08 Form and VoidSe a Pizzolatto interessava parlarci di due personaggi, due uomini e della loro crescita reciproca, non abbiamo alcun dubbio: ci è riuscito. In quegli ultimi dieci minuti si assiste alla più grande mutazione di entrambi i caratteri, alla certificazione di una crescita individuale che passa attraverso la consapevolezza dell’indispensabilità dell’uno per l’altro. Già quel “Don’t ever change, man” (col medio alzato eletto a saluto di coppia) detto da Martin a Rust in ospedale era una dichiarazione d’affetto (d’amore?) potente, ma ciò che accade dopo, all’esterno dell’ospedale è di gran lunga più radicale. Rust capisce che Martin è tutto ciò che ha e che è arrivato il momento di tirare fuori il demone che lo tormenta, consapevole che dall’altro lato c’è il più fidato degli amici, l’unico abbraccio in grado di consolarlo, colui che gli è stato accanto nel momento più vicino alla morte. Il dialogo tra i due è di rara bellezza, specie per come Pizzolatto riesce a rendere la sensazione di lacerazione che Rust ha nuovamente provato incontrando (o credendo di incontrare) il padre e la figlia nel limbo tra la vita e la morte e subito dopo aver dovuto lasciarli per tornare alla vita. Martin però è al suo fianco, usa la finzione, il racconto, le storie sulle stelle, perché sa che per l’amico quelle sono l’unica via di fuga, la casa sicura, la corazza contro un dolore troppo forte. Light vs dark non è solo l’archetipizzazione dell’eterno confronto che governa il mondo e gli esseri umani, ma anche “the oldest”, la storia più vecchia che Rust ricordi, quella che si racconta ai bambini, il Bene contro il Male, l’unica storia nella quale un Rust fragile (e quindi di nuovo bambino) e indifeso può credere per andare avanti. Ecco, questa storia, la più vecchia, grazie alla presenza di Martin, al suo abbraccio, al suo sostegno, non può che finire bene.

Rust: “You know, you’re looking at it wrong, the… sky thing.
Martin: “How is that?”
Rust: “Well, once, there was only dark. If you ask me, the light’s winning”

La purezza cristallina di questo dialogo chiude la serie confermando che è proprio “true” la parola più importante delle due che compongono il titolo della serie: solo con il finale, i “nostri” Rust e Martin diventano davvero true partners, true friends, true detectives.

Voto episodio: 10
Voto stagione: 10 e lode

 

Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

19 Risposte

  1. minstrel scrive:

    Il finale è un trattato di teologia tomista.
    Grandioso.

     
  2. Bert scrive:

    Tutto molto bello il finale. Peccato i 50 minuti precedenti di una banalità mortale, soprattutto per quello a cui ci aveva abituato la serie. Nel giro di due puntate si è trasformata da capolavoro psicologico e tensione in una brutta copia di Dexter con questi che corrono appresso a un demente cercando di ammazzarlo, con l’ultima scena di combattimento imbarazzante per quanto poco credibile.

     
  3. Son of the Bishop scrive:

    Sinceramente a me il finale non è proprio piaciuto, alcune cose si carine; sembrerà strano, ma a me è sembrato un finale molto all’ italiana devo dire. Questo mi dispiace molto, a distinguerlo une bella fotografia e una discreta sceneggiatura(secondo me in questo episodio è calata molto), ottimi i primi minuti di presentazione del nuovo cattivo, ma per il resto l’ episodio non mi ha per niente convinto.
    Bella la frase finale di Rust che chiude una buonissima prima stagione, segnata però da un finale abbastanza decadente, cretinissimo e trash quasi il modo in cui Rust si fa accoltellare, però vabbè perdoniamoli.
    Per me il voto è 6
    voto serie : 8 +

     
  4. Tuco scrive:

    Se qualcuno di voi si aspettava un mega spiegone sulle origini dei riti, degli omicidi e del clan dei tuttle, non ha capito nulla di questa stagione.
    Childress come Ledaux è morto prima di poter raccontare la sua storia, come prima non sappiamo tutta la vertià, come prima i colpevoli sono ancora liberi. Ma entrambi sono morti e altri moriranno o verranno presi. Time is a flat circle, i due detective neri hanno ripreso in mano il cerchio di rust e marty e lo portano avanti.

     
  5. SerialFiller scrive:

    Voto 10 e lode alla stagione e 10 al finale.
    A me è piaciuto tutto, ogni dialogo è un trattato di filosofia, ogni scena è un manuale della recitazione, la fotografia perfetta e la storia di per se non originale è riuscita ad essere unica nel suo genere.
    Guardando il finale mi ha lasciato un po l’amaro in bocca, se cosi si puo dire, assistere ad un finale positivo. Non me lo aspettavo. La positività di Rust e il lieto fine per i due detective non me lo sarei atteso. Mi sarei aspettato un finale molto più in linea con l’identità di Rust dunque un finale amaro e tendenzialmente sconvolgente. Il finale cosi mostrato è perfetto per la figura di Marty ma spiazza molto vedere un Rust cosi meno propenso all’autodistruzione e la rassegnazione. Piccola piccolissima amarezza soggettiva in mezzo ad un mare di poesia e splendida messa in scena. Questa mia piccola osservazione non cambia di una virgola il valore eccelso della serie ed il voto 10 e lode che gli ho dato all’inizio e che il recensore ha voluto dare.A proposito: complimentoni per la recensione.

     
    • minstrel scrive:

      Il coraggio infatti è proprio nel finale! Proporre una teologia completamente anti-epicurea in questo momento storico colmo di pseudo spiritualità incoerente è da pazzi cioè da fighi di prima categoria!

      In pratica il finale è puro Sant’Agostino: “Si malum est, Deus est”.

      Che dire se non “diaol porco!”

       
  6. Pietro Franchi scrive:

    Complimenti per la recensione, davvero, rende giustizia a una serie che ha dimostrato di avere un valore sconfinato. Un applauso a Pizzolato, un applauso a Fukunaga, un applauso a Harrelson e un applausone a quel mostro sacro di Matthew McConaughey, che spunta fuori dal nulla e diventa uno degli attori migliori sulla piazza in poco più di due mesi; bravissimo in Dallas Buyers Club, enorme nella scena finale di questa puntata.
    True Detective colpisce, intrattiene, riflette, cambia, racconta, critica, cita, indaga, esplora, innova, emoziona e coinvolge. L’unico problema è che poi finisce.

     
  7. Marco scrive:

    Mi rivolgo a chi non ha apprezzato il finale dicendo che il villa in è troppo semplificato ecc ecc.
    Secondo me non avete capito niente della serie, tanto per cominciare Rust dice che non li hanno ancora presi tutti( i tutte e tutta la setta), che il male è sempre libero e Martin gli risponde che non è in quel genere di mondo che vivono. Quindi alla fine i due detective hanno perso, hanno catturato un braccio di questi assassini, ma non sono riusciti a mettere in scacco tutto il sistema, che comprende enti religiosi, forze dell ordine e governatori.
    Il finale è negativo, sarebbe stato più positivo se fossero morti da eroi, ed invece si ritrovano lì ad ascoltare alla TV che i Tutte non sono colpevoli, entrambi si scoprono perdenti, schiacciati dale loro piccole realtà. Alla fine anche la storiella delle stelle non diventa altro che la storia di riconciliazione con l’universo che Rust accusava agli evangelisti di vendere a menti deboli. Anche lui si lascia andare alle sue speranze e disperazione,credendo che il bene, la luce stiano vincendo sul male.
    Sicché se vi aspettavate un finale con lo spiegone avete sbagliato serie e non avete capito niente dalle altre 7 puntate. Non è la storia di un indagine ma la storia di due uomini.
    In culo a GoT e The Walking Dead, questa è TV di qualità superiore anche a molti film. Forse anche migliore di BB. Una serie con mille sottotesti: il tempo, la morte, la religione, l ateismo, il pessimismo, i bambini,le donne, il potere, il male, la violenza e la crudeltà dell essero umano, la perdita, l amicizia, il folklore e mille altri.
    Una serie bellissima pieno di riferimenti alla cultura pop americana, migliaia di riferimenti all occulto e alla religione e alla filosofia, citazioni di Alan Moore e Morrison. Una serie con un buon ritmo anche se è quasi tutta composta da monologhi e dialoghi. Uno stile narrativo geniale che rende originale la classica storia di un serialkiller. Il pretesto di un’ indagine per parlare di due uomini-mondo agli antipodi per idee e comportamenti, ma così vicini nella loro piccola realtà, per parlare dell angoscia dell esistenza e filosofeggiare sul tempo e la sua ciclicità. Il tutto accompagnato da un’ottima tecnica( 6 minuti di pianosequenza!) e da un’ottima fotografia. Una delle migliori serie di sempre. Bellissima, sofferta e angosciante, con un finale che sembra positivo, ma è tutto l opposto, la rassegnazione di due uomini di fronte al male dei potenti( religione e governo). Un piccolo capolavoro. Ci si potrebbe parlare per giorni.
    Inoltre true detctive è anche un virtuosismo di regia, vi sfido a trovare un pianosequenza di 6 minuti in una serie televisiva, e un campo e controcampo girato come si deve quando Rust e Martin dialogano. A questo punto mi domando cosa si intende per qualità secondo voi?
    Secondo me tutto trascende dalla trama, alla fine dei conti film e serie televisive hanno sempre tutte le stessa trama, quindi la qualità si vede dall’originalità nel raccontare, dalla capacità di dirigere il cast, la capacità di usare la macchina da presa in modo eccellente e la capacità di affrontare argomenti forti e pesanti senza mai per questo annoiare o abbassare il ritmo. Una fotografia possente unita ad una regia da manuale( senza contare il cast e la sceta della colonna sonora perfetta) rendono true detective una serie al di sopra della media. Inoltre il tutto arricchito da una struttura solida e da una “presunta” indagine per raccontare l’uomo medio bianco americano.

     
  8. Faith scrive:

    Stra complimenti al sito e alle recensioni, sono magnifiche *_*
    Serie da 10 e lode; chiusura perfetta 😀

     
  9. 4annamaria scrive:

    Quoto Marco con tutto il cuore.
    Diavolo di un uomo!
    Ma sei un mago, per caso?!
    Mi hai letto nel pensiero anche le virgole.
    Quanto ho adorato e adoro questa serie.
    Un’assoluta meraviglia! (per me irripetibile, ma vedremo…)

     
  10. Namaste scrive:

    Avete letto della accuse di plagio di questo articolo?

    http://lovecraftzine.com/2014/08/04/did-the-writer-of-true-detective-plagiarize-thomas-ligotti-and-others/

    Brutta storia…

     
    • winston smith scrive:

      Ho iniziato a leggere, ma, in tutta franchezza, mi sono fermato a metà strada. Siamo nel 2014 e nessuno crea niente dal nulla: essere influenzati più o meno pesantemente da idee e concetti già espressi in passato da altri è non sono possibile, ma sostanzialmente inevitabile. A volte può persino capitare di citare più o meno inconsapevolmente alla lettera frasi lette chissà dove e chissà quando. Se non è possibile esprimere medesimi concetti, usando talvolta le medesime parole (perché magari sono linguisticamente parlando le più efficaci), pur reinventando totalmente il contesto in cui quei concetti e quelle parole sono comunicati senza dover “dare credito” (concetto particolarmente ambiguo, se mi è concesso esprimere un parere personale sulla questione), allora dovrebbero chiudere le industrie letteraria, cinematografica e televisiva all’instante. Le idee non possono avere copyright, per quanto questo possa far imbestialire certi avvocati ultra-capitalisti che operano in taluni ambienti; un conto è sostenere che l’uomo può volare prima che siano stati costruiti mezzi che permettano materialmente di farlo, un altro è creare quei mezzi e assicurarsi che funzionino: si può (o si dovrebbe potere – non sono un appassionato di diritto) brevettare l’invenzione, non l’idea alla base dell’invenzione e fra le due cose sussiste, a livello logico-concettuale, una bella differenza. Se un esperto del settore indagasse, magari si scoprirebbe che lo stesso Ligotti ha probabilmente “plagiato”, per usare il termine dell’accusatore intervistato nell’articolo, qualche altro autore. Per quanto mi riguarda, riconoscere pubblicamente un dato individuo o una data opera in qualità di fonti di ispirazione basta ad assolvere da ogni colpa, volontaria o involontaria, morale o legale, che l’accusato possa aver eventualmente commesso secondo certi parametri di valutazione: Pizzolato, come mi risulta e come viene anche spiegato nell’articolo, lo ha fatto con Ligotti (se sollecitato o meno dall’intervistatore di turno, che differenza fa?) e questo risolve la questione e relega tutta la faccenda al più al rango di omaggio al maestro da parte di un discepolo/ammiratore. Tutto il resto mi pare, a voler essere generosi, un tentativo di attirare l’attenzione sfruttando l’onda di successo commerciale che True Detective ha forse un po’ inaspettatamente generato a livello popolare.

       
      • minstrel scrive:

        Citazione da winston smith:
        , magari si scoprirebbe che lo stesso Ligotti ha probabilmente “plagiato”, per usare il termine dell’accusatore intervistato nell’articolo, qualche altro autore.

        Quotone immenso.
        Pizzolato prende a piene mani dalle idee (anti)metafisiche (cretidiote a mio umilissimo avviso) di Sartre, Nietzsche, Heidegger. Nel discorso di Rust del “sogno di essere una persona” si potrebbero citare l’inizio di hanging rock e poi arriverebbe il leopardi pessimista cosmico
        E son servite soltanto per sviluppare un personaggio che alla fine viene demolito da una “visione mistica”. Stiano tranquilli quelli che vedono queste presunte citazioni: non si toccherà più i loro miti contradditori, speriamo che tocchino i miei che con un amico ho tentato di illustrare qui.
        http://pellegrininellaverita.wordpress.com/2014/06/19/true-detective-la-metafisica-e-la-teologia-cristiana-in-un-capolavoro-contemporaneo/

        And so… waiting for new masterpiece!

         
        • winston smith scrive:

          Grazie per il link. Leggendo le tue riflessioni e rivedendo certe immagini, che non esito a definire vere e proprie “tele dipinte”, tratte dalla serie, mi è venuta voglia di rivederla tutta d’un fiato.

           
  11. Namaste scrive:

    Non lo so Winston, avevo letto anche in passato di queste “accuse” (ne faceva riferimento anche il “nostro” Cinfrignini nella sua recensione alla 1×06) e finora non ci avevo fatto troppo caso, non tanto per quel discorso che “tanto copiano tutti” (è solo per capirsi, scusa se ho estremizzato il tuo pensiero, peraltro in larga parte condivisibile, come anche quello di Giulio D’Antona in quest’articolo de Linkiesta: http://www.linkiesta.it/true-detective-nic-pizzolatto-plagio-nietzsche ), ma soprattutto perché finché il testo da cui si prende o no ispirazione rimane quello di Ligotti o di una certa letteratura “underground” e sicuramente di nicchia, chi vuoi che s’indigni, se non appunto qualche lettore “nerd” che vuole innanzitutto dimostrare di aver fatto i compiti a casa?

    Tuttavia, ti dirò, leggendo i vari raffronti tra testo letterario e testo audio-visivo, l’articolo di Mike Davis, una certa pulce nell’orecchio, almeno nel mio caso, è riuscito a metterla, anche perché, diciamoci la verità, molto più che il piano-sequenza in stile GTA, molto più che l’interpretazione mastodontica di McCoughaney, diventata giustamente oggetto di tante parodie (imperdibile quella di Joel McHale!), sono soprattutto i monologhi di Rust Chole ad aver fatto diventare TD il fenomeno di culto che è diventato. Se togliamo quello, cioè il CUORE della serie e del personaggio – come sottolineava giustamente qualcuno in rete – che rimane?

    Non è propriamente “plagio”, ma solo un omaggio “colto”? Ok! Ma ci sono modi e modi, io credo, per i discepoli/ammiratori per tributare la propria stima ai maestri/autori preferiti. C’è la maniera di Matthew Weiner in cui, per esempio, si mette un libro di Leon Uris, di Rona Jaffe o di Dante nelle mani di Don Draper. C’è la maniera di Gilligan in cui si dichiara il proprio amore per Kubrick nella perfetta geometria delle inquadrature o facendo passare un film di Brian De Palma in TV, e poi c’è la maniera di Pizzollatto, in cui si rende omaggio alle proprie fonti di ispirazione solo se interpellati nelle interviste. Che poi sia stato un omaggio con dolo o in buona fede naturalmente non ne ho idea, ma l’impressione che ne ricavo alla fine, è che la sua immagine di scrittore, ancor più che di autore TV, ne esca, dopo questo, un po’ meno limpida.

     
    • winston smith scrive:

      Se chiedessi a me ora cosa rende True Detective il capolavoro che è, risponderei che è la sinergia di questi tre fattori: i monologhi di Rust Cohle scritti da Pizzolatto, la regia di Fukunaga, l’interpretazione di Matthew McConaughey. Riprendendo la tua metafora biologica, questi tre elementi sarebbero rispettivamente il cuore, la vista e il corpo della serie. Quando scrivi domandandoti cosa rimane una volta tolto il cuore al corpo della serie, potresti anche chiederti in maniera autoprovocatoria cosa rimane al cuore una volta tolto il corpo della serie. Quelle stesse parole, pronunciate da un altro attore con una gestualità diversa e con un accento diverso, avrebbero avuto la stessa presa sull’immaginario collettivo? Io sono convinto di no. Secondo me, nel campo dell’arte cinematografica esistono connubi perfetti, unioni fra attore e ruolo talmente magnetiche da rendere inutile qualsiasi tentativo di ricerca di un sostituto, perché la forza attrattiva di quel ruolo, se associata ad un volto diverso, verrebbe irrimediabilmente compromessa: Tony Soprano è James Gandolfini (e questa è la ragione principale per cui il nostro è immortale), Don Draper è Jon Hamm, Walter White è Bryan Cranston, Dexter Morgan è Michael C. Hall, Rustin Cohle è Matthew McConaughey. In pratica, contenuto e contenitore sono imprescindibilmente legati l’uno all’altro poiché la forma è al tempo stesso anche sostanza (difatti, la parodia più riuscita è, a mio giudizio, quella intitolata “True Detective: The Oscars Parody”, in cui si è cercato di riprodurre non solo la tipica parlata texana e il gesticolare del personaggio originale, ma anche l’arzigogolato modo di esprimere nozioni filosofeggianti).

      Per quanto riguarda l’ultima parte del tuo commento, in cui affronti il rapporto fra plagio e omaggio, io direi che il confine fra i due concetti può essere molto più labile di ciò che alcuni credono e per farsene un’idea meno astratta basta guardare al mondo dell’arte pittorica e alla discussione interminabile sui cosiddetti “falsi d’autore”. Può un’opera che imita in tutto e per tutto un’altra opera essere considerata una produzione originale? Ognuno di noi ha la sua idea in merito e non la cambierà per nulla al mondo.
      Rientrando nel campo della settima arte (a cui direi la produzione televisiva dell’ultimo quarto di secolo è associabile in tutto e per tutto), c’è modo e modo per omaggiare un predecessore: come tu stesso correttamente hai fatto notare, si può riproporre un certo tipo di estetica della macchina da presa, certo, ma anche una singola inquadratura; si può adottare un certo stile dialogico, certo, ma anche ripetere intere battute senza dover necessariamente mostrare su schermo il nome dell’opera da cui sono tratte. Quentin Tarantino pesca a piene mani dal cinema di serie B (e C) italiano degli anni Sessanta e Settanta e non solo, al punto che i suoi film risultano talmente pieni di rimandi da scoraggiare in partenza qualsiasi esperto di cinema che desideri vederli con il solo scopo di rintracciarli tutti; eppure, non mi pare di ricordare nei suoi film primi piani insistiti in cui viene mostrata la copertina della VHS della pellicola in questione: è forse Tarantino considerato un plagiatore ovvero un citazionista estremamente raffinato? Perché Pizzolatto, che ripropone in un contesto nuovo brevi blocchi concettuali tratti da un autore che a sua volta li ha mutuati da altri pensatori (i quali a loro volta si saranno fatti ispirare da altri pensatori) il cui lavoro è a tutti gli effetti un patrimonio dell’umanità, dovrebbe essere etichettato come più “scorretto” degli altri? Io non ne comprendo il motivo, se non appunto quello di adottare una visione del mondo ultra-capitalista in cui persino le idee e le parole sono sottoposte a copyright (prospettiva, ahinoi, non così distante dal mondo in cui viviamo oggi). Tuttavia, nel caso in cui questa divenisse la pratica dominante, cosa accadrebbe alla creatività? E cosa al pensiero collettivo? Potremmo permetterci di comunicare ancora fra di noi? O finiremmo col contemplare in silenzio le opere degli antenati?

       
  12. Boba Fett scrive:

    Attenzione! Armato di bisturi e senza alcuna qualifica medico chirurgica, (vivi)seziono anch’io quanto visto con un imbarazzante ritardo. Siamo tutti d’accordo, ci troviamo di fronte all’eccellenza, forse al livello più alto mai raggiunto dal linguaggio televisivo e non solo per la scrittura, per la recitazione e ovviamente per la regia che delle prime due è la confezione regalo, ma per il trovare queste tre qualità principali concentrate in una singola opera; in altre parole, nulla di TD può definirsi veramente originale perché tutto già visto in altre decine di opere più o meno seriali, quello che impressiona è il format di questa… come chiamarla non saprei, mi riesce particolarmente difficile definirla “serie”, diciamo di questo Prodotto. E visto che ormai già si conosce parte del cast principale della sua prossima, seconda vita, sarà davvero interessante vedere se riusciranno a rispettare questo codice e a mantenere questo livello e comunque, la presenza di Colin Farrell nei panni di uno dei prossimi due “investigatori puri” porta la mia curiosità ad un livello quasi insostenibile tanto è bravo e allo stesso tempo incompreso (visto che siamo in zona noir, “In Bruges” docet!).
    Plagio o non plagio, io sono arci convinto che sia stato raccontato già tutto e che la creatività non è un’esclusiva, perché viaggia su binari invisibili che possono portare inconsapevolmente e inevitabilmente molti alle stesse conclusioni e che però, chi ci arriva prima lascia il segno esattamente come nel mondo della pubblicità (che conosco sufficientemente bene); quel che può fare la differenza è il modo di raccontare le cose, il linguaggio, lo stile.
    Quindi, on my opinion, TD non è innovativo, ma è performante e geniale allo stesso tempo: nelle sue 8 ore muta pelle 8 volte, accompagnandoci in 8 percorsi emotivi diversi così come un padre incosciente e sadico accompagnerebbe un figlio sulle montagne russe.
    (Avevo avvisato che avrei “operato” senza competenza).

    PS A proposito, ma solo a me quest’ultimo capitolo e un po’ in generale tutta l’opera, ha ricordato gli “agnellini” di Harris/Demme/Foster/Hopkins?

     
  13. Mormegil scrive:

    Cosciente di arrivare quando la cenere è già fredda, mi permetto di lanciare anche il mio personale messaggio nella bottiglia sull’argomento.

    La chiave di lettura di tutta l’opera è chiaramente il Cerchio, visto come elemento negativo perché blocca le “anime” umane nell’eterna ripetizione dei propri errori, smarrite in un’oscurità dilagante (il male). Ne è un chiaro esempio il personaggio Marty Hart, che rappresenta l’Uomo ed è il testimone della storia, il nostro “avatar” dentro la narrazione. L’Eroe e il Mostro, rispettivamente Rust Cohle e Errol Childress, sono tali non tanto per gli atti che compiono, bensì perché sono entrambi consapevoli di questa ciclicità viziosa e condividono una profonda volontà, quasi una necessità, di uscirne (“sarò molto impegnato oggi, la mia ascensione mi libererà dall’eterno ripetersi” dice Childress all’inizio dell’ottava puntata). La vera Malvagità non risiede, infatti, nel Mostro ma resta acquattata dietro le quinte per tutto il tempo, si tratta del Moloch (il dio infernale con le corna da cervo a cui venivano offerti in sacrificio degli infanti) che, nella sua interpretazione più moderna, designa un’organizzazione manipolatoria che richiede un grande sacrificio. Organizzazione che nella nostra storia è rappresentata la famiglia Tuttle (con tutte le sue ramificazioni), ma che altri potrebbero chiamare “sistema” o “illuminati” o “grande vecchio”, e il cui scopo è il mantenimento di questo squallido “status quo”, la circolarità in cui nulla cambia, il “loop” di Matrix, la “trappola” di cui parla Cohle nell’interrogatorio (5° episodio). Gli effetti dell’operato del Moloch non sono gli omicidi (che sono quasi tutti riconducibili a Errol), ma sono nella corruzione della “Psicosfera” di cui parla Cohle (leggasi come “tessuto sociale” o “cultura”) e che si possono riscontrare in Audrey (la figlia maggiore di Marty), che è la nostra cartina al tornasole, l’elemento super-sensibile (in quanto futuro artista) che sembra visualizzare e riprodurre immagini che non dovrebbe conoscere (come i disegni o la scenetta con le Barbie che assomiglia al video snuff) e che ne paga il prezzo in termini di sanità mentale (la madre ci dirà, poi, che assume delle pillole).
    In questo scenario, Childress perde il suo ruolo di super-cattivo (per questo molti ne sono rimasti delusi) e si rivela come una sorta di immagine speculare distorta di Cohle, un’aberrazione del Moloch. Il vero scopo del Mostro è di mostrare al mondo (il gioco di parole è voluto), non solo se stesso (da classico Serial Killer), ma l’intero Moloch. Si rivela, quindi, sia carnefice che vittima, una povera anima avvizzita alla quale non è concesso nemmeno di scegliere la morte (perché non si libererebbe dalla circolarità, tornando a soffrire), e che si convince che la sua unica via d’uscita sia l’annichilimento attraverso un’uccisione reciproca con la sua nemesi (come fanno la materia e l’anti-materia quando collidono). Ed ecco, quindi, che lo attira nella sua tana (“E’ da settimane che ho lasciato il mio segno, vorrei che riuscissero a vederlo”, probabilmente riferendosi all’omicidio sul lago Charles) e poi lo invita formalmente al loro doppio sacrificio (“vieni a morire con me, piccolo prete”).
    Nei 20 minuti finali (il combattimento e l’epilogo) anche la Spirale assume un senso: è la risoluzione del cerchio, una via d’uscita dalla “trappola” che Cohle intravede subito prima dello scontro (il vortice spaziale) e comprende meglio quando è in coma. E’ in quel momento che Cohle incarna definitivamente l’Eroe, non perché si immola (che per lui sarebbe una liberazione) ma perché torna tra noi a riferirci che c’è una speranza. Come il Cristo prima di lui, si costringe a reincarnarsi (dopo aver finalmente trovato la pace) per portarci la “lieta novella”: attraverso il sacrificio di eroi come lui, passo dopo passo, orbita dopo orbita, la circolarità può essere piegata in una spirale che ci porterà (molto lentamente) fuori dal “territorio dell’oscurità”, come lo definisce (in lingua originale) il Marty-Apostolo che osserva le stelle con il suo “Maestro”.

     

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