Mad Men – 7×02 A Day’s Work

Mad Men – 7x02 A Day's WorkEve Bunting è una scrittrice nata in Irlanda del Nord, ma da sempre legata alla letteratura americana. La sua opera si è spesso concentrata sul rapporto tra generazioni e A Day’s Work è una delle sue opere maggiormente rappresentative.

Come uno dei protagonisti del romanzo della Bunting, Don è un girovago, un viandante con poco senso d’orientamento e ancor meno proprietà di linguaggio per comunicare col mondo che gli sta intorno, oltre che per interpretarlo. Come l’eroe del testo scritto, quello del testo audiovisivo ha il disperato bisogno di un “mentore fanciullo”, un figlio di un’altra generazione per districarsi tra le maglie di un’esistenza sempre più asfissiante. Non è un cammino inedito, anzi, si tratta di una discesa iniziata con l’esordio della scorsa stagione, inaugurata programmaticamente dai versi introduttivi della Commedia di Dante letti dalla voice over di Don Draper.

I have a job. I have a contract and a noncompete clause. And I’m a partner.

Mad Men – 7x02 A Day's WorkSe all’epoca il percorso era fatto di scoperte e inciampi e passava attraverso porte reali e finzionali, zone liminari attraverso cui guardarsi dentro e dietro, oggi è il momento di avere il coraggio di guardare il fuori dopo aver visto e affrontato il dentro. Alle spalle di Don ci sono morti e feriti, strascichi di ogni dimensione pronti a ricacciarlo sul fondo, a fargli spegnere la sveglia delle 7:30 senza esitazioni per alzarsi solo a metà giornata. È la noia a farla da padrona e tra un pacco di Ritz masticati di fronte a un qualsiasi programma televisivo, una rivista di pubblicità non sue sfogliata a caso e una bottiglia di whisky a cui segna il livello del contenuto con un matitone a mo’ di esorcismo, Don vede una blatta nel suo appartamento, simbolo di quel virus ancora da debellare ma di cui ora è pienamente consapevole. Tra le anime pie che ancora non l’hanno abbandonato c’è Dawn, segretaria modello che arriva fin dentro il suo appartamento per prendersi cura di lui. La loro conversazione rimanda al Don dei tempi andati, quello brillante e inarrivabile, desiderato da tutte e tutti, ma ben presto rivela la sua natura simulacrale, che esplode con l’uscita di casa della giovane segretaria: Don si è tirato a lucido esclusivamente per quell’incontro e una volta solo si allenta la cravatta che lo stava soffocando, ricordando a se stesso e a noi spettatori quanto egli non sia più capace di indossare maschere e quanto sottile sia diventata la soglia del suo dolore. Il messaggio, immediatamente – ma anche, come si vedrà, fortuitamente – recepito da Don, è che il giorno di lavoro più lungo è quello che deve dedicare a se stesso, perché altrimenti non riuscirà più a tornare quello che era e persevererà in questo patetico gioco delle parti dove gli capita di presentare persone che già si conoscono e che gli ridono dietro.

Well, the snow’s melted but not the hearts of new yorkers.

Mad Men – 7x02 A Day's WorkCosa è rimasto della ex SCDP, oggi SC&P? Davvero poco, o meglio quasi niente di quell’atmosfera che ricordavamo, quel mondo dei cui interni tutti ci siamo innamorati, cadendo ai piedi del fascino di ogni bicchiere di scotch o dei quadri appesi alle pareti. Un tempo culla dei maschi alfa della serie e luogo ideale per ogni donna in cerca di emancipazione sociale, lo studio ora è praticamente abbandonato da Bert (che si limita ad alcune spiacevoli quanto irrilevanti sottolineature razziste) e scisso tra due personalità antitetiche ma altrettanto inconsistenti, Roger e Lou: il primo perduto in un nichilismo senza uscita e ormai completamente disinteressato delle sorti del proprio lavoro (salvo poi fare la scelta più conciliante verso il finale), il secondo esautorato dal resto dei colleghi ma soprattutto dal fantasma di Don Draper. L’assenza del vecchio totem, il genio di un sistema perfettamente oleato, porta scompensi di ogni tipo: i giovani creativi, Michael e Stan in primis, sono diretti in maniera confusa e occasionale; la rivalità tra Jim e Roger non cessa di deflagrare; Joan approfitta degli screzi tra i suddetti per ergersi a unica e sola testa pensante dello studio. Tuttavia, siamo pur sempre alla fine degli anni Sessanta e non può essere tutto così incancrenito: i tempi corrono come treni e il ricambio generazionale e sociale investe anche la SC&P. Dawn e Shirley sono l’anima dello studio, cosa inconcepibile fino a qualche anno prima; sono il contrappunto alle disfatte e alla disdette che accadono ai vecchi imprenditori abituati al dominio dell’uomo bianco. La loro ironia è sottile e raffinata, specie quando si incontrano in cucina e si rivolgono l’una all’altra con i nomi invertiti, facendo della formalità avariata dello studio una caricatura irresistibile. Colpiscono tutti senza far distinzioni tra uomini e donne, come dimostra il “who the hell is sending her flowers?” pronunciato da Shirley durante uno sfogo a seguito dell’assurdo trattamento subito da Peggy.

I want to chew you up and spit you out

Mad Men – 7x02 A Day's WorkCome accade per Don, anche lo studio che è stato per anni la sua corazza e la sua arma principale vive una condizione figlia della stagione passata. La doppia articolazione di cui è vittima nasce da due fratture: quella lavorativa, nata a seguito della fusione tra i due studi; quella geografica, conseguenza di decisioni in gran parte extra lavorative. A proposito di quest’ultima, la costa Ovest urla attenzione: a L.A. c’è uno studio tutto nuovo, dove Ted e Pete sono da un lato in esilio, dall’altro di fronte a un terreno da conquistare. Entrambi però hanno nostalgia dell’atlantismo newyorkese, del mondo in cui sono cresciuti e delle persone delle quali si sono guadagnati la stima. Ted cerca in ogni modo punti di contatto con Peggy, forse pentito di un allontanamento compiuto per mancanza di coraggio. Pete soffre della mancanza di uno status sociale che all’epoca voleva dire anche una condizione familiare stabile e remunerativa. La sequenza della conferenza telefonica in cui Pete ci mette tutto l’impegno possibile per presentare la propria idea, ma dall’altro lato, soprattutto per via della distanza, viene deriso praticamente da tutti, è emblematica della condizione alienante di un uomo che è ben lontano dallo star bene con se stesso. È interessante che la sua relazione con Bonnie voglia ricordare più o meno esplicitamente la parabola di Don (accostamento che in passato è già stato accennato più volte), specie per via di una compagna estremamente simile a Betty e quindi a quell’ideale di donna trofeo da cui poter ripartire. I tempi però, come detto, sono cambiati e Bonnie ha tutta l’aria di poter e voler tener testa a Pete, che d’altra parte non ha un decimo della sicurezza che poteva avere Don in passato. Sarà solo il tempo a stabilire come sarà la sua vita in California, ma i presagi per il momento sono tutt’altro che positivi.

She has plans. Look at her calendar. “February 14, masturbate gloomily”.

Mad Men – 7x02 A Day's WorkLa cartina di tornasole più evidente della crisi della SC&P è però tutta incarnata dal personaggio di Peggy Olson, la cui parabola, dopo una vertiginosa ascesa, sembra cadere a picco verso un burrone alla fine del quale c’è solo un catastrofico schianto. I due uomini di Peggy non ci sono più ed entrambi per ragioni diverse le hanno lasciato un vuoto e una sensazione di spaesamento tremendi. I rapporti con Michael e Stan non sono più quelli di prima, Lou la tratta come una pezza da piedi e lei ha un disperato bisogno di sentirsi considerata e amata. Si tratta di un bisogno che si traduce nell’automatismo di considerare destinati a lei i fiori che trova sulla scrivania di Shirley, vicenda che crea una cascata di fraintendimenti altamente imbarazzante per la giovane copywriter. Se un tempo la sua figura era quella della giovane donna degli anni Sessanta che grazie al proprio talento riusciva a competere con gli uomini così come a farne a meno, oggi la sua esistenza è tramortita dalle macerie lasciate dagli uomini che ha incontrato. Vive in una casa che odia perché le ricorda Abe, ama un uomo che l’ha abbandonata e ha bisogno di un mentore che non può più aiutarla come una volta. Il suo stato confusionale si traduce in un’aggressività autoritaria ma involontariamente comica e una fragilità emotiva che viene fuori solo nei momenti di solitudine. Come nella premiere, dove da sola nel suo appartamento poteva lasciarsi andare a un momento di debolezza e disperazione, anche in questo episodio si riserva qualche attimo sola nel suo studio per maledire sottovoce tutte le sue disavventure. Un giorno di lavoro (a day’s work) in cui non è riuscita a far nulla, perché il fronte da battere sono le sue contraddizione, ostacolo inevitabile al fine di una serenità lavorativa. Proprio come Don.

The reason I didn’t tell you I wasn’t working is because I didn’t want anyone to know.

Mad Men – 7x02 A Day's WorkLa “differenza” tra i due è protagonista dell’intensa parte finale dell’episodio e ha un nome e cognome: Sally Draper. La ragazzina è proprio quel giovane mentore di cui Don ha bisogno, il Bellerofonte che Don ha in più rispetto a Peggy. Come accennato all’inizio, è la fortuna a giocare un ruolo decisivo per le sorti di Don in quest’episodio: Sally perde la borsetta, rimane sola in città, va in cerca del padre in ufficio e non lo trova. Don è dunque costretto a raccontare tutto alla figlia, non lasciandosi scappare l’occasione di un confronto in gran parte acceso che fa emergere una serie traumi dimenticati con troppa leggerezza, ai quali Mr. Draper deve dedicare forse più di un giorno di lavoro. Sotto le dolci note di Elenore dei Turtles, si sviluppa una scena di dialogo in auto tra i due dove, in contrasto con la romantica canzone, Sally riversa sul padre tutta la sofferenza provata dopo averlo visto a letto con un altra donna. Questo dialogo risistematizza radicalmente gli equilibri tra i due, ponendo Sally nello scranno di giudice e al contempo saggio consigliere dei comportamenti di Don. Solo da quel momento questi capisce, riallacciandosi al finale della scorsa stagione, che la sincerità è l’unico grimaldello per scardinare la corazza della figlia e che lei è la sua principale ancora di salvezza. Le ficcanti domande di Sally colpiscono Don nei punti dove fa più male, portandolo a rendere conto circa il suo lavoro, la sua maschera pubblica, la sua relazione con Megan. Sally, come noi, vede il padre in tutta la sua fragilità mentre cerca di arrampicarsi sugli specchi senza avere più neanche le unghie per graffiarli. La sincerità paga e la finta di scappare dal ristorante senza pagare, pur se smorzata dall’incredulità di Sally (“really?”), è un tentativo di complicità che alla fine riesce a strappare un sorriso a entrambi. Non è un caso che al momento di riaccompagnarla a casa la figlia lo saluti con un “Happy Valentine’s Day. I love you” come farebbe la sua compagna, a certificare che lei in questo momento è l’unica donna che può avere, o meglio l’unica donna che ha il diritto di conquistare.

Puntata eccellente ed efficace nel lavorare sottilmente su tutti i personaggi (tranne Betty, che manca tantissimo!) e che congeda padre e figlia con This Will Be Our Year degli Zombies, indicandoci qual è la retta via che Don deve seguire se vuole ritrovare se stesso.

Voto: 9

 

Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

4 Risposte

  1. crlnlc scrive:

    Dopo una recensione ottima sulla 3×20 di PoI, quella un po’ controversa su HoC, questa nuova su MM conferma quanto siete, e in particolare quanto sei bravo Attilio a scrivere recensioni. Riesci (come la maggior parte di voi) a dare un ordine alle sequenze di immagini ed emozioni che la visione ci consegna. Questa di MM è stata una puntata forse più lenta del solito e meno brillante sotto certi aspetti, (mi accodo anch’ io al coro: ” quanto mancano le scene nell’ex SCDP!”) ma ho la sensazione che tutta la stagione sarà cosi. Come un pugile Weiner sta lavorando ai fianchi per poi arrivare allo scopo finale, che spero non sia quello di far crollare i nostri personaggi. Che lo si voglia o no Don era il nucleo di quell’agenzia. Uscito di scena lui, il quale era il collante, gli altri sembrano persi in una sorta di pre inferno da cui non sanno come uscirne. Peggy è nettamente quella più in crisi, ma anche Pete non sembra essere messo poi veramente bene. Fare previsioni sul futuro svolgimento è quasi impossibile, ma a me che piace fare figuracce qualche idea è venuta. Credo che il ” apriamo un’agenzia nostra” di Pete sia un indicatore abbastanza preciso, e di sicuro al buon vecchio Ted non sembra interessare, visto che a quanto pare odia anche il sole della California. Che il mitico trittico Peggy-Pete-Don possa riunirsi? Ci sarebbe da ridere.

     
  2. DRAPERIST scrive:

    Bella recensione Attilio,che va a scavare il giusto di quello che la puntata vuole raccontarci,senza immergersi troppo nelle metafore.
    Nessuna serie,ne tanto meno film ,secondo me, ci racconta meglio il cambiamento graduale ma allo stesso tempo radicale delle generazioni che si sovrappongono come sta facendo Mad Men.
    Da quando la serie è iniziata abbiamo osservato come tutto sta cambiando,e guardandoci indietro TUTTO è cambiato,ma noi non ce ne eravamo quasi accorti,sensazione tipica di chi (come Don) perde il passo col cambiamento e rimane indietro,provocando quel distacco tipico che ogni generazione ha con la successiva,Mad Men racconta la storia di tutti noi e della ciclica natura umana che ci mette alla prova.
    Dopo questa puntata il quadro si fa più chiaro.
    POESIA.

     
  3. Attilio Palmieri scrive:

    Grazie a entrambi! Credo anche io che abbiano articolato il percorso narrativo nell’arco di 14 episodi, partendo lentamente ma andando in a fondo di alcune contraddizioni, per poi avere un impennata tra il sesto e il settimo episodio, con la fine di questa half season.
    Vedremo. Spero torni Betty, mi dispiacerebbe se il suo personaggio avesse esaurito ciò che aveva da dare alla serie.

     
  4. DRAPERIST scrive:

    Io non mi stupirei se in realtà,nel finale,dovesse succedere poco o nulla.
    Per farci capire quello che in realtà stiamo già cominciando a percepire:
    che la fine di ogni storia è l’inizio di un’altra,che il cambiamento è si dovuto alla forza di grandi eventi,ma è anche graduale,e sta nelle piccole storie di tutti i giorni,che fanno seguire delle concatenazioni complesse ed al contempo naturali.
    Ed appunto,per esempio,penso che Betty abbia fatto da contraltare a Sally,
    e che quello che non ha più da dire Betty venga rimpiazzato dal TANTO che ha da dire e dimostrare sua figlia.
    Difficile da decifrare,è questo il bello di MM..
    Ognuno vede dalla propria prospettiva,e viaggia!
    Serie per palati raffinati!
    Non mi spiego ancora come mai in Italia non ha trovato la ribalta.

     

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