Hannibal – 2×13 Mizumono

Hannibal – 2x13 MizumonoRapiti dal divagare dell’oscurità, che, insidiosa, sciama intorno alle nostre palpebre, coinvolte in una visione che travalica l’unitarietà dei sensi, ci apprestiamo a gustare l’ultima portata di quell’iconica cena che ha scandito questa meravigliosa stagione di Hannibal. 

Il dolce si mischia all’amaro, il buio alla luce, la morte all’eternità: ogni singolo elemento della visione ci appare sfumato in contorni imprecisi, tante domande e nessuna certezza.
Mentre tutto si colora d’ombra, sprazzi di luce illuminano ad intermittenza gli angoli più remoti della narrazione, costruendo nuclei di senso che acquistano un significato autonomo proprio a ragione della loro indefinitezza: chi è Hannibal Lecter? Chi è Will Graham? Sono tutto e il contrario di tutto, sono questo e anche l’altro: c’è sempre il sapore dell’alba in ogni imbrunire, e non c’è cosa più difficile – o più pericolosa – che accostarsi alla realtà nella sua totalità. Il confine tra il bene e il male è stato abbattuto a vantaggio di una zona grigia da cui osservare il mondo nelle sue infinite manifestazioni sensibili. Gli ultimi episodi di questa seconda stagione sono riusciti nell’arduo compito di andare al di là dello stereotipo “Se guarderai a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te: il lungo ed intenso sguardo che Will ha accostato all’abisso di Hannibal lo ha portato a vedere “oltre” la voragine, mettendolo in comunicazione con ciò che si cela dietro quell’incontenibile baratro, fino a riuscire  quasi a spostarne il baricentro.

All our destinies flying and swimming in blood and emptiness.

Hannibal – 2x13 MizumonoCi hanno tenuti sul filo del dubbio fino alla fine: chi dei due governa l’altro? Come andrà a finire? Chi è chi o cosa? Invece il bello era tutto nel “viaggio”: Will ha “visto” davvero Hannibal, ed è riuscito a scorgervi una luce molto simile a ciò che credeva impossibile accostargli; ha messo se stesso nella prospettiva di Lecter ed improvvisamente l’efferato dottore si è trasformato in un luogo di conoscenza, traboccante del fascino di un’umanità decadente ma non decaduta. Graham è rimasto affascinato dal mondo visto attraverso gli occhi di Hannibal e dal profondo e recondito legame di comunicazione che si è creato tra loro: un’empatia bidirezionale, un livello di compassione che si lega alla stessa radice etimologica della parola, un cum – patior, un “patire” insieme, indissolubilmente legati, l’uno l’imago dell’altro all’apice del loro processo di metamorfosi. Alla luce di ciò, diventa difficile cercare di dare una risposta razionale a quel “They know” che recita l’ambigua telefonata con cui Will avverte Hannibal: come ci si può soffermare su un intento che sembra la manifestazione di un inconscio istinto che fluisce? Sono molte le spiegazioni che si potrebbero addurre: proteggere Jack o proteggere Hannibal? O entrambi?

Hannibal – 2x13 MizumonoUna cosa, però, è certa: il dubbio che ci ha accompagnati fin qui – Will finge con Lecter o con Crawford? – non solo non è stato risolto, ma si è svelato per la sua inconsistente portata interrogativa. Non c’è una risposta che possa essere definitiva per un comportamento dettato da un’aderenza completa al presente vissuto, a quell’hic et nunc che fluisce davanti agli occhi del nostro coprotagonista: ogni ambiguo atteggiamento che ha nutrito questo lancinante dubbio ha valore solo in quel dato momento in cui nasce e si consuma. Ogni qual volta Will si sia trovato a condividere con Hannibal percezioni e sensazioni, ha spesso deposto la maschera di “anomalo infiltrato” dell’FBI, ma nel suo progressivo avvicinarsi a Lecter non dobbiamo per forza ritrovare un tradimento verso Jack: si spostava solo in un’altra dimensione, in un luogo sospeso tra bene e male in cui le cose si spogliano di quell’involucro che le definisce diventando pura sensazione. E la grandezza di Will Graham – e di Hugh Dancy – sta proprio qui: riuscire a conservare un perenne equilibrio instabile capace di farlo virare in ogni direzione possibile.

I forgive you, Will.

Hannibal – 2x13 MizumonoSin dagli esordi, l’ambiguo rapporto tra i due protagonisti ruota attorno alla certezza di Hannibal secondo cui Will è l’unico “amico” che possa avere, la sola persona capace di capirlo con assoluta chiarezza; ed è proprio tra le viscere di questa forte convinzione che s’insinua l’inganno: Lecter aveva posto come condizione indispensabile al verificarsi di ciò una completa comunione d’intenti, una corrispondenza di amorosi sensi che avrebbe avuto valore solo nell’estrema e lucida condivisione del “peccato”. Inconsciamente consapevole della mancata realizzazione di questo punto fondamentale, Hannibal ha continuato ad andare avanti, incapace di non godere del momento che stava vivendo, sperando fino all’ultimo di poter ricomporre quella tazzina infranta lungo il finire della scorsa stagione. L’esalazione dell’insidioso profumo di Freddie Lounds azzera ogni ulteriore tentativo, svuota la speranza di ogni reale legittimità, e – dismessa a poco a poco quella maschera di ritrovata umanità – riporta la bestia al centro del suo mondo. L’attimo in cui questo processo ha inizio è quasi impercettibile: la mutazione di prospettiva è tutta relegata all’intensa capacità mimica di un Mikkelsen davvero all’apice delle sue potenzialità interpretative. Una percezione, un profumo, una certezza che lenta e insidiosa prende forma e si consolida lungo il meraviglioso frammento dell’ultima cena in cui, di metafora in allusione, il brindisi che suggella l’addio nasconde in sé l’incombere della tragedia: “Alla verità, e alle sue conseguenze”, che non possono non essere immerse in un mare di sangue che, violento, trascina tutti con sé.

Hannibal – 2x13 MizumonoAccoltellando Will, Hannibal uccide se stesso, quella parte di sé creata da quest’intensa condivisione: c’è tanto dolore nel suo gesto, un dolore che prende forma e, diventando quasi un’essenza autonoma, si muta in rabbia ferina. La potenza della vendetta per un tradimento come quello perpetrato da Will – I let you know me. See me. I gave you a rare gift. But you didn’t want it – si estende fino al massimo grado di simbolica punizione: Jack e Alana giacciono esangui e Abigail – il reale premio messo in palio – rinasce e muore una seconda volta davanti agli occhi di un Will che, inerme, stavolta non può fare nulla per salvarla – Fate and circumstance have returned us to this moment when the teacup shatters.

Hannibal – 2x13 MizumonoAl di là di chi sopravviva a questa iconica carneficina, ciò che è veramente morto ed annientato per sempre è quel precario equilibrio tra Will e Hannibal su cui lo show faceva perno. Il sapore della fine richiama il suono dell’inizio e la ciclica conclusione di questa stagione – dall’ambiguo sapore di series finale (quando Fuller l’ha concepita non era sicuro del rinnovo) – chiude definitivamente una modalità narrativa per aprire nuovi e suggestivi spunti per una terza stagione che si poggerà su basi totalmente nuove (con la speranza che la presenza di Bedelia in quell’aereo con Hannibal sia di buon auspicio per un possibile coinvolgimento stabile di Gillian Anderson nel cast).
Il cervo morente – l’ossessiva immagine, simbolo di quella insana parte di se stesso con cui Will ha suggellato il suo legame con Hannibal – giace protagonista nel palazzo della memoria di Graham, e dalle sue ceneri, in un simbolico cammino sotto la pioggia, rinasce l’imago di Lecter libero da quella metamorfosi che l’ha quasi annientato – «Do you believe you could change me, the way I’ve changed you?» «I already did».

Hannibal – 2x13 MizumonoIn questo season finale, come del resto nell’intera stagione, non mancano certo le incongruenze – la polizia o l’ambulanza che tardano ad arrivare, Hannibal che riesce a fuggire all’estero, la pistola scarica di Alana –, ma fermare l’armonico scorrere delle immagini ed analizzare nello spazio/tempo le varie illogicità diventa un’operazione davvero ardua, se non superflua. Hannibal non è un crime drama canonico: tra virtuosismi stilistici, metafore linguistiche ed elaborate sinestesie che coinvolgono l’intera sfera sensoriale, è – facendo le dovute proporzioni – come una poesia di Baudelaire, un “fiore del male” che esplode nell’animo lentamente, raggiungendo l’apice del suo splendore proprio nel culmine della sua “esagerata” decadenza.
In questa Mizumono la sospensione dell’incredulità diventa anch’essa portatrice di senso: un artificio retorico che serve ad amplificare una narrazione “inglobante”, in cui tutto si muove secondo un flusso che, per conservare la propria specificità d’intenti, non può essere interrotto; in alcune situazioni, come in questa, la spettacolarità di alcune scene è subordinata alla loro scarsa credibilità. Hannibal è partito in sordina, con una prima stagione che vagava nell’ombra di una specificità narrativa concretizzata solo con questa riuscitissima annata, aprendo le porte ad un ulteriore cambiamento diegetico che, ci auguriamo, continui la curva ascendente già pienamente percorsa.

Voto Episodio: 9
Voto Stagione: 8½

 

2 Risposte

  1. SerialFiller scrive:

    Vedere questo finale e quello di Gomorra nella stessa serata mi ha fisicamente ed emotivamente distrutto!!!

     
  2. Frinfro scrive:

    Il crescendo di questa serie è da lasciare senza parole. Un vero e proprio pugno nello stomaco. Riuscire a creare questa empatia per il personaggio di Hannibal Lecter, dopo Anthony Hopkins era impensabile. Mads Mikkelsen c’è riuscito e, se mi permettete, in alcune situazioni l’ha superato.

     

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