The Killing – 4×06 Eden

The Killing - 4x06 EdenCon vicende problematiche almeno quanto le vite dei nostri due protagonisti, la serie The Killing finisce alla sua quarta annata, raggiunta grazie a qualche miracolo inaspettato che le ha permesso di non essere cancellata per sempre molto prima e più di una volta. 

Seattle, la pioggia, Linden, Holder, giovani dalle vite difficili, famiglie disastrate, figli complessi, abbandono, dolore: se è vero che le quattro stagioni di questa serie hanno narrato tre vicende molto diverse tra di loro, è altrettanto vero che ognuna di queste condivide con l’altra un filo comune di sofferenza in continua evoluzione, che sembrerebbe non lasciare adito ad alcuna speranza.
Rosie Larsen, Bullet e Kallie, Kyle: ragazzi che in vita non si sarebbero mai frequentati neanche per sbaglio, con una storia personale e un background volutamente differenti, hanno avuto in realtà più di un elemento in comune, più di una chiave di lettura da usare per comprendere il perché, il dove e il quando quelle vite sono state spezzate – molto prima dei crimini che li hanno coinvolti.

The Killing - 4x06 Eden“Maybe something is broken in me and everyone knows it”, dice il cadetto Stansbury ad una Linden che in quel momento vorrebbe abbracciare tutti i Kyle, le Rosie, le Bullet e le Kallie del mondo e portarli via, con la promessa che nessuno li ferirà piùNobody’s gonna hurt you. I promise. / Don’t you touch him!
Ma è desiderio vano, è cercare di riempire una bottiglia con i buchi sul fondo, è raccogliere il mare a cucchiaini: non si possono salvare tutti i Kyle e non si possono prendere tutti i bad guy che li minacciano. L’insaziabile necessità di farlo nasce da un’esigenza interiore, e benché tutti noi abbiamo sempre saputo che Sarah Linden aveva un suo trauma dell’abbandono a guidarla, mai come con questo finale ne abbiamo colto la radice; mai come qui abbiamo potuto vedere in un solo istante il perché, il dove e il quando la sua vita è stata spezzata – e infine ripresa.

Always the one with the conscience.
Sometimes that’s not enough.

Facciamo però un passo indietro. Nessuno sarà mai abbastanza grato a Netflix per averci permesso di vedere una conclusione delle vicende di Linden e Holder, ma purtroppo sei puntate si sono rivelate davvero poche per tutto ciò che c’era in programma, e più di una volta nell’arco del racconto ci sono state evidenti forzature per giungere al punto di svolta in modo rapido e diretto – un esempio lampante sono stati gli errori dei due detective che, seppur inquadrati in un’ottica di crisi interiore, sono stati decisamente azzardati. Si aggiunga a questo che, purtroppo, l’aspetto investigativo puro e semplice non è mai stato la punta di diamante della serie, nemmeno nelle stagioni più riuscite – nella terza la virata verso Skinner non fu preparata a sufficienza, benché le intenzioni ci fossero e fossero evidenti.
The Killing - 4x06 EdenEcco che quindi la necessità di giungere a quel finale liberando Linden e Holder dalle conseguenze (legali, non ovviamente emotive) delle loro azioni si è trasformato in esigenza di eliminare con un colpo di spugna il tutto in pochissimi minuti: la comparsa di Richmond e il suo intervento non sono stati sbagliati a prescindere, ma sono stati introdotti ed usati in un modo che può far storcere il naso legittimamente a più di una persona. Sappiamo di trovarci davanti ad un prodotto di altissima qualità, ma il fine non giustifica i mezzi nemmeno per i secchioni della classe: se solo ci fosse stato più tempo per introdurre il filone e per non farlo percepire come mera gestione dall’alto, il racconto stesso ne avrebbe guadagnato in spessore e drammaticità.

To love a child makes you open to all the hurt in the world.

The Killing - 4x06 EdenSia Holder che Linden hanno sempre avuto una vita personale difficilissima, figlia di un disagio interiore mai realmente metabolizzato e quindi pronto a riemergere in qualunque istante di vulnerabilità, come accade infatti in ogni caso da loro affrontato. In modo ancor più approfondito, questa brevissima stagione ha posto l’accento sui rapporti genitori-figli in così tante declinazioni da chiedersi come sia possibile aver parlato di tanto in appena sei puntate: il caso Stansbury da solo presenta un figlio rifiutato, una sorella cresciuta come se fosse una figlia, una madre che non è una madre e che ha un rapporto perverso con il non-figlio, un colonnello-madre, un padre che odia il figlio e un complesso gruppo di giovani i cui rituali di iniziazione basterebbero per esplicare un generazionale rifiuto verso l’autorità e “la casta” genitoriale.

Ma non è tutto qui, ovviamente. Stephen e Sarah si trovano ad affrontare le loro paure e i loro ostacoli interiori proprio perché sono alla resa dei conti finale: se il primo è costretto dalla futura paternità a confrontarsi con il suo passato di figlio, di zio, ma soprattutto di tossicodipendente, Linden deve gestire la sua sindrome d’abbandono su tre versanti diversi – il figlio Jack, la madre, Regi.
The Killing - 4x06 EdenEcco che quindi i casi affrontati – Stansbury per Linden, Bullet e Kallie per Holder – diventano lo specchio attraverso il quale osservarsi e scoprire parti inedite di sé. Stephen ha creduto di poter insegnare qualcosa ad una madre assente, ma solo ora capisce che non è convinto nemmeno lui di quale tipo di genitore sarà; solo ora comprende che non è sufficiente voler essere un buon padre per riuscirci, perché il futuro rappresenta un’incognita per tutti e la vita va affrontata giorno dopo giorno. Sarah, nel caso Stansbury, subisce addirittura uno sdoppiamento, in cui l’identificazione non va solo verso il figlio abbandonato da tutti, ma anche verso quella madre, Margaret, che non è riuscita a rimanere, che ha ceduto davanti alla difficoltà di esserci e di scegliere di esserci ogni giorno – I know what it’s like to walk away. How hard it is to stay.

La risoluzione del caso è quindi più riuscita simbolicamente che non nella pratica: che AJ e Lincoln abbiano seguito un Kyle evidentemente fuori controllo fino alla casa, per poi stupirsi di quanto vera fosse quella minaccia, è funzionale alla costruzione del personaggio di Kyle molto più di quanto lo sia a livello di investigazione. Ma il ruggito della madre ferita, che forse troppo tardi decide di difendere un figlio ormai condannato dall’evidenza, funge da collante e da degna conclusione all’intera stagione, e in complesso ad una serie costellata di figure materne devastate, instabili, incapaci di decidere di rimanere e di esserci, davvero, in modo completo.

“It’s like it’s not even real. Like what Eden must have been like.”
And that’s the Tree of Life.”

Nel giardino dell’Eden, tra le molte piante messe a disposizione di Adamo ed Eva, non c’era solo l’albero divenuto famoso per la cacciata del primo Uomo e della prima Donna dal Paradiso Terrestre; non solo quello “della conoscenza del bene e del male”, ma anche quello della Vita, i cui frutti vennero negati ai due peccatori che avevano osato mangiare il frutto proibito.
Sarah vive in una casa sperduta, su un’isola, in un luogo così verde da non sembrare nemmeno reale, ad un passo dall’albero della Vita il cui frutto le viene costantemente negato.
The Killing - 4x06 EdenÈ così che funziona? Conoscere il bene e il male e ciò che vi sta nel mezzo allontana dalla vita stessa?
Sembra questo il percorso affrontato da Holder e soprattutto da Linden in queste quattro stagioni, in cui cercare il “bad guy” era risoluzione ad ogni cosa, valido motivo per saltare qualunque impegno familiare, qualunque appuntamento con la vita. Ne è simbolo l’incubo iniziale di Sarah, in cui la scoperta dell’ennesima ragazza uccisa porta ad una morte tanto repentina quando insensata.

I due protagonisti, da sempre anime perse legate da un filo comune, riescono a risorgere dalle loro stesse ceneri solo allontanandosi da un mondo che per loro è semplicemente troppo: troppo doloroso e troppo simile a loro, memento costante dei loro vuoti e dei loro pieni. La rottura avviene infatti sul tema della fiducia, con quella pistola che Sarah punta verso uno Stephen stupito e ferito proprio perché è per lei, e solo per lei, che non ha potuto salvarsi e lavarsene le mani consegnando ogni verità a Reddick.
The Killing - 4x06 EdenNon l’ha fatto e probabilmente non se n’è nemmeno chiesto la ragione; così come alla fine Sarah confessa, scagionando Holder molto prima di ritrovare il famoso proiettile in casa. Alla base dei rapporti umani c’è la fiducia, e questa non può appellarsi a delle prove come se si fosse in tribunale: la fiducia è salto nel buio, è paralisi prima del volo, e richiede un immenso coraggio che non sempre si è in grado di avere. Sarah fallisce in questo quasi sempre, ma in ultimo decide di appellarsi a (e di fidarsi di) quello che conosce, liberando Holder da ogni accusa.

Ci vuole un passo indietro per vedere il quadro complessivo, e non basta avere l’Albero della Vita davanti a casa (o la vita dentro ad una macchina) per saperne cogliere i frutti. Sarah se ne va, Stephen cambia lavoro, e solo prendendo le distanze entrambi possono capire chi sono e soprattutto cosa c’è oltre l’estenuante disamina del male – “There is no bad guy. There’s just… I don’t know, life.”
The Killing - 4x06 EdenNon bisogna essere per forza d’accordo su un’eventuale unione di Linden e Holder, e personalmente non lo sono: ma se questo è stato il modo scelto per rappresentare la ricerca della vita da parte di entrambi, la scoperta che tutto quello che si è sempre voluto è lì, ad un passo da casa (o da loro stessi), e che basta chiudere gli occhi e non aspettarsi necessariamente dei fantasmi dal passato, allora è stato scritto e portato a termine nel migliore dei modi.
La Linden che nella sigla viaggia per la piovosa Seattle alla ricerca dell’ennesimo bad guy da scovare diventa, in questo poetico finale, Linden alla ricerca di Sarah, di quello che vuole e che ha sempre voluto. Il volto sofferente di una Mireille Enos mai come quest’anno davvero eccezionale era tutto ciò che ci aspettavamo dietro a quella figura di spalle che abbiamo visto in così tante foto promozionali: e invece troviamo risoluzione, equilibrio, forse serenità.

It’s a matter of perception, ain’t it?

The Killing - 4x06 EdenThe Killing ha negli anni compiuto un’evoluzione che ha dell’incredibile, e che ha trovato nella sua doppia resurrezione il simbolo perfetto di quanto sia difficile (ma anche premiante) rinascere dalle proprie ceneri. Il genere investigativo sta chiaramente evolvendo, e noi, che ne siamo spettatori, non possiamo che osservare questi cambiamenti e continuare a sostenere chi si imbarca in strade più impervie di quelle già battute per rivoluzionare generi fermi da troppi anni.
The Killing ha avuto difetti? Sì, molti, e sarebbe sciocco chiudere un occhio solo perché il resto funziona; ma d’altra parte, possono questi “errori” minare il giudizio su un lavoro che forse, tra qualche anno, verrà giustamente ricordato come l’antesignano di un nuovo genere (che ha già fatto scuola, come ha dimostrato quest’anno True Detective)?
Certo, si può tutto, del resto è questione di percezione. Ma nessuno può negare il lavoro svolto su questi personaggi, su una gioventù abbandonata senza necessità di mostrarla con retorica, e su una città come Seattle, diventata cuore vivo e pulsante di tutte le vicende, co-protagonista di diritto, contenitore del bene e del male.

Voto episodio: 8 ½
Voto stagione: 8/9
Voto serie: 8 ½ 

 

Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

27 Risposte

  1. Attilio Palmieri scrive:

    Bellissima recensione!
    Quello che dici su True Detective è vero e in troppi lo dimenticano.
    Il finale tra l’altro è praticamente lo stesso. Un caso che, sebbene risolto, si rivela il minore dei mali, rispetto a un Male molto più grande, verso il quale c’è solo la resa, l’abbandono, oppure il rifugio nei rapporti umani, unico antidepressivo a un mondo che fa schifo, in tutti le sue forme, dalle più sporche a quelle pulite col detersivo scaduto. Come in TD il caso viene risolto a quindici minuti dalla fine, perché l’ultima parte è riservata ai due protagonisti, vero cuore narrativo e tematico della serie.
    Quelle battute finali sono commoventi come raramente capita in TV, quel “Us” mi rimbomba ancora nella testa, così come quel sorriso di Sarah nella mia memoria visiva. Noi due in macchina a fumare sigarette è la stessa identica cosa (SPOILER TRUE DETECTIVE) del finale di TD (“the oldest”).
    Parli di un finale poetico e non può esserci aggettivo più azzeccato. Già la scelta di Jonathan Demme era premonitrice.
    C’è un motivo se dagli anni Cinquanta qualcuno ci ha insegnato a chiamare Autori i registi. Demme è uno di questi e in “Eden” lo dimostra a ogni sequenza, in particolare le due di dialogo finali tra Linden e Holder e il viaggio di Sarah che nel finale rivisita la sigla. Ma potrei andare davvero ancora molto avanti.
    Due personaggi enormi, soprattutto Linden, supportata da un’attrice perfetta, finisce per essere uno dei personaggi femminili più intensi, innovativi e densi della televisione contemporanea (con Alicia Florrick).

     
    • Federica Barbera scrive:

      Grazie Atti’ =) Io la similitudine tra Td e Tk la vedo però su termini molto più ampi, di genere. Poi il ragionamento che fai tu su entrambi i finali e le tempistiche ci può stare, ci sono effettivamente diversi punti di contatto, però la mia riflessione era sinteticamente volta a fare una considerazione sull’evoluzione del genere investigativo, che ormai – nella sua declinazione “whodunnit” – ha fatto il suo tempo.
      Ben venga quindi l’indagine psicologica e più intimista, declinata poi in modi e termini narrativi chiaramente diversi come appunto nel caso di Tk e Td

       
  2. Teresa scrive:

    io non sono d’accordo sull’accostamento tra TD e TK. Per me TK è molto “europeo” (anzi, nordeuropeo), e non solo perché la stagione 1 è basata su Forbrydelsen. Lo è come temi e come rappresentazione, come sensibilità. TD invece, sempre secondo me, è americano fino al midollo, in tutto. Scava fino alle radici del noir americano , è mitologico (gli americani non possono fare a meno della mitologia), omaggia il grande cinema USA. TK è intimista, TD non lo è per nulla, anche se scava nei suoi personaggi. Anche se alla fine le 2 opere sembrano convergere nella risoluzione, il percorso e la rappresentazione mi sono sembrati molto diversi. In ogni caso, 2 grandi serie, ce ne fossero. Mi mancherà moltissimo TK, è una serie che non dimenticherò.

     
    • Federica Barbera scrive:

      Sono assolutamente d’accordo sul fatto che rappresentino due prodotti diversi, infatti il mio accostamento è semplicemente legato all’evoluzione del genere investigativo, che non si concentra più solo sul “chi è stato”, ma indaga la natura umana fino alle più intime caratteristiche, focalizzandosi su tutti i personaggi e in particolare sui protagonisti (in questo caso Linden e Holder).
      Che poi, scendendo nel dettaglio della singola serie, ci siano variazioni di temi, sensibilità e ambiente, è verissimo. Ma il discorso (che non è un accostamento puro e semplice, ma un ragionamento su un macrogenere) era molto più ampio.

       
  3. SerialFiller scrive:

    Onore a questa travagliata serie ed onore alla recensione.
    Di forzature ce ne sono state e mi fa piacere che in questo articolo si siano sottolineate e sono daccordo sul fatto che bisogni perdonare alla serie queste forzature perchè alla fine il prodotto ultimo è stato di notevole fattura.
    Sarà che mi attirano di più le svolte tragiche e ineluttabili ma a me questo finale non ha particolarmente commosso e non mi ha particolarmente soddisfatto.
    Tutto bello e tutto ben fatto ma alla fin fine il finale nel suo significato è una scialba copia di quello di true detective a mio avviso con la pecca, purtroppo dovuta alla lunghezza della serie finale, di aver fatto le cose un po troppo di fretta ed aver accelerato troppo. Paradossalmente a me, forzature permettendo, è piaciuta più la rotta di avvicinamento a questo finale che non il finale stesso. Il finale mi è sembrato stilisticamente una chiusura da telefilm anni ’80 e dal significato ripeto troppo troppo identico a true detective. Peccato.
    Resta l’indimenticabile rapporto fra Linden ed Holder e restano quelle bellissime scene incentrate sulla fiducia non fiducia fra i 2 come Linden che punta la pistola o Linden che confessa tutto per salvare il suo compagno. Ho trovato sbrigativo e sbagliato il colpo di spugna dato all’omicidio di Skinner e assolutamente out of character il divorzio lampo di Holder con la sua compagna. Va bene tutto e tutto è stato splendido ma il finale mi ha lasciato con una sola domanda: davvero non si sarebbe potuto fare di meglio con tutto quello che di eccelso era stato seminato?
    Voto stagione 8, voto serie 8,5, voto finale 6+

     
    • Federica Barbera scrive:

      Capisco che il finale possa non piacere – io l’ho apprezzato molto più ad una seconda visione che ad una prima, fermo restando che se avessi dovuto scriverlo io non avrei mai concesso un avvicinamento tra i due, ma perché li ho sempre percepiti così: mai insieme e proprio perché così simili.
      Sulla “chiusura da telefilm anni ’80” invece non sono d’accordo, e ripeto, benché non abbia amato proprio del tutto le intenzioni: una volta superato questo, io credo che il finale sia stato un esempio di scrittura eccezionale, che ha riunito due percorsi tracciati sin dall’inizio e che ne ha permesso una conclusione decisamente coerente (la lettura che ne ho voluto dare partendo dall’analisi dell’albero della vita era esattamente volta a questo: smettere di voler inseguire a tutti i costi il bad guy porta a qualcos’altro, alla vita, appunto.)

      Il divorzio out of character.. perché? Sono passati 6 o 7 anni vista l’età della bambina, ormai il matrimonio medio dura molto meno XD quindi perché no? Sì, si può dire che sia fin troppo funzionale al finale e dunque all’avvicinamento tra Holder e Linden, però out of character direi proprio di no, anzi.
      Secondo me si poteva fare di meglio allungando di almeno un altro paio di puntate, ma non sono così negativa sul finale, che pure non mi ha convinto del tutto come ho cercato di spiegare =)

       
      • SerialFiller scrive:

        Ma guarda io non contesto l’episodio in se ma soprattutto 2 cose. I 5 minuti finali e la risoluzione sbrigativissima dell’omicidio skinner.
        Sulla battuta suila somiglianza dei telefilm anni’80 mi riferivo esclusivamente alla inquadratura finale sul volto di linden.
        Per quanto riguarda il divorzio di Holder ti spiego. Ovvio che statisticamente ci sta ma dopo averci fatto mile spiegoni su un Holder che vuole evolversi, esserci per figlio e moglie, non fare casini, ripulirsi ed essere un good guy a voi questo divorzio non suona come una pesante sconfitta da questo punto di vista? a me è sembrata anche una piccola presa in giro sinceramente. Tanto valeva che lo si lasciasse fare la testa calda che rovina il rapporto con la fidanzata e non la sposa e la ingravida, una nota, un clichè superflo a quel punto perchè il divorzio non è stato funzionale al racconto. Aver divorziato rappresenta per Holder un totale fallimento altrochè, perchè inserito in un contesto dove per lui quello rappresentava un punto fondamentale per svoltare. Cosi non è stato e non basta un sorriso di Linden dopo 5 anni a renderlo un vincitore o a sanare tutto. Intanto per 5 anni loro non sino visti e sentiti e si son lasciati con gravi accuse reciproche. Poi è ovvio il cerchio si stringe, Linden ritorna e tutti vissero felici e contenti non è male come situazione, come epilogo ma mi sembra tutto manovrato abbastanza macchinosamente, affannosamente. Non è un macchina oliata alla perfezione e lo dico da spettatore iperappassionato di the killing che ho sempre osannato e consigliato da quando ho iniziato a vederlo 2 mesi fa. Proprio perchè ho apprezzato e amto questa serie mi sarei aspettato n finale differente.

         
        • Federica Barbera scrive:

          Ma noi non abbiamo la minima idea del perché si siano separati, io non lo vedo affatto come un fallimento di Holder a tutti i costi. Il suo “punto per svoltare”, come lo chiami tu, è molto più personale e riguarda la sua paternità, non il rapporto con la compagna/moglie. In quei pochi minuti in cui lo mostrano con la bambina si ha il suo effettivo cambiamento, che si somma poi al suo nuovo lavoro in cui è lui a gestire i gruppi di dipendenti e non ne è più parte in prima persona. Il sorriso di Linden non lo rende affatto vincitore, lui queste cose le ha fatte senza di lei. Il fatto che entrambi siano riusciti a ricostruirsi, a ritrovarsi solo stando lontani da quel lavoro e per un po’ anche da loro reciprocamente, lungi dall’essere macchinoso, è a mio avviso perfettamente inquadrato in quel “fare un passo indietro” di cui parlo nella recensione, quel prendersi del tempo per capirsi e chiarirsi da soli prima di riconfrontarsi. Erano entrambi distrutti, e questo ha portato alle accuse reciproche, al cercare di allontanarsi a tutti i costi perché ognuno ricordava all’altro il proprio dolore. A me non piace l’idea di loro insieme (l’ho detto e ridetto), ma che due persone riescano a ritrovarsi solo quando sono davvero risolti non è niente che non accada nella vita di tutti i giorni.

          Holder si è trasformato, e di tutte le cose che dici (evolversi, esserci per figlio e moglie, ripulirsi, essere un good guy) ha fatto tutto tranne portare avanti il rapporto con la compagna, che poi, ripeto, non sappiamo manco perché sia finito (magari lei è scappata con Reddick, che ne sappiamo XD)
          Possiamo stare qui a dire che è stato fatto in modo troppo funzionale per creare quell’avvicinamento tra lui e Linden alla fine (e di sicuro è un passaggio molto rapido), ma su tutto il resto lui non ha fallito, non è sconfitto: è (da quello che si vede) un bravo padre, una brava persona che si è risollevata e dedica la vita ad aiutare gli altri. Il fallimento è proprio un’altra cosa.

           
  4. Attilio Palmieri scrive:

    Rispondo qui così rispondo a tutti.

    Federica: so bene che il tuo accostamento era di altri tipo (“Quello che dici su True Detective è vero e in troppi lo dimenticano”), il mio commento era per aggiungere ulteriori affinità, in quel caso il finale (Il finale TRA L’ALTRO è praticamente lo stesso – non prendere male il maiuscolo 😀 ).

    Teresa: non capisco su cosa tu non sia d’accordo. Ciò che hai scritto non contraddice né la recensione né il mio commento. Quello di Federica aveva a che fare con meccanismi narrativi e di genere e il mio era riferito al finale. Nessuno ha accostato le serie nel loro specifico. Rispetto a quello che dici mi senti di essere solo parzialmente d’accordo. La versione originale della serie era europea, davvero molto europea. Questa sebbene ne sia la trasposizione, è decisamente americana. Nel contesto messo in scena, nei personaggi e nei topoi utilizzati. I referenti principali sono proprio nel cinema, nella costruzione di quell’immaginario claustrofobico tipico di un certo cinema americano che negli ultimi anni ha visto un valido esempio in Zodiac di Fincher, ma che risale a esempi molto più illustri. Dal cosiddetto paranoia movie, filone della New Hollywood che ha sfornati film come La Conversazione, Perché un assassino? etc. fino tornando indietro al cinema di Robert Rossen.

    Serialfiller: la puntata l’ho vista due volte e se mai dovesse ricapitarti di vederla ti consiglio di concentrarti sulla regia di Demme e sulla capacità di confezionare alcune sequenze in maniera unica. Mi riferisco per esempio alla scena del loro incontro dopo anni, con il campo e controcampo in cui Linden è inquadrata con la mdp ad altezza occhi e Holder dal basso, in modo da trasmettere empaticamente tutta la difficoltà a lasciarsi andare di Linden. Così come il dialogo con entrambi in campo e il gioco di fuoco e fuori fuoco. Quest’episodio è stata una vera lezione di regia.

     
  5. Mattia scrive:

    Questa Serie fantastica mi ha fatto piangere due volte: quando ho visto l’ultima puntata della seconda stagione e quando ho letto questa bellissima recensione!

     
  6. bart scrive:

    Una perfetta disamina finale per salutare nel miglior modo possibile una serie che mi ha trasmesso davvero tanto. Complimenti :-)

    Vado ot. Conosco Demme da “Il silenzio degli innocenti” in poi; mi sapreste consigliare un suo film precedente? Grazie :-)

     
    • Federica Barbera scrive:

      Grazie bart! Per quanto riguarda Demme, a parte un paio di film tra cui il già citato Il silenzio degli innocenti e Philadelphia, non sono esattamente un’esperta, quindi passo la parola a chi ne sa più di me =)

       
      • Attilio Palmieri scrive:

        Arrivo a Jonathan Demme. Si tratta di uno dei registi più sottovalutati del cinema contemporaneo, oltre che un autore completo, coltissimo e estremamente curioso del mondo, dell’arte e dei suoi linguaggi. Questa curiosità lo rende un grandissimo sperimentatore e un autore capace di toccare diversi generi e diversi stili.
        I film da voi citati sono quelli più famosi, quelli che hanno avuto più successo, quelli maggiormente mainstream, specie Philadelphia, il classico “film giusto”, senza che questo debba suonare minimamente come un difetto.
        Demme si inserisce a gamba tesa nel cinema della Nuova Hollywood con un esordio fulminante, Femmine in Gabbia, un’opera di indagine e denuncia sociale al contempo, con grande consapevolezza di genere (emancipazione femminile, denunce di soprusi e storie di donne forti), ma anche molto molto divertente.
        Nel 1979 realizza un thriller tesissimo, Il segno degli Hannan, con protagonista Roy Sheider (che gli amanti di Friedkin ricordano per Il braccio violento della legge e gli amanti di serie TV ricordano per il suo ruolo in NYPD), uno dei suoi film da me più amati, che racchiudono tutta la sua anima di regista indipendente.
        Del 1980 è Una volta ho incontrato un milionario, film tragicomico che vanta grandi interpretazioni, ma soprattutto un’eccellente sceneggiatura che racconta la classica storia di una persona comune che improvvisamente entra in contatto con la fama e il mondo dello spettacolo.
        Per non farla lunga ti consiglio anche Una vedova allegra ma non troppo e Rachel getting married. Il primo è un’altra dramedy di grande qualità con un parco attori in grande forma; il secondo è uno dei suoi film migliori, tra i più sperimentali, presentato in concorso a Venezia se non erro nel 2007. Si tratta di un ibrido tra la fiction e il documentario, quasi un mokumentary ma tendente verso la fiction. Ecco, Modern Family, per esempio, non sarebbe mai esistito senza questo film. Uno stile di ripresa molto molto intimo, per una storia drammatica girata come un filmino di famiglia.
        Non è tutto qui.
        Jonathan Demme è un grandissimo conoscitori di musica e un documentarista sopraffino.
        é suo Stop Making Sense, film concerto sui Talking Heads, bellissimo.
        Rispettivamente nel 2003 e nel 2006 gira due doc su Neil Young, entrambi di grande qualità.
        Nel 2007 Demme gira un documentario sulla presentazione del libro dell’ex presidente degli USA Jimmy Carter sulla Palestina, altra opera impegnata di grande valore.
        Infine, per segnare l’ennesima variazione e dimostrazione della vastità di interessi di Demme, nel 2012 gira Enzo Avitabile Music Life, documentario sul musicista e cantante napoletano Enzo Avitabile, apparentemente inaccessibile anche solo ai non napoletani, ma autore in cui l’orecchio sopraffino di Demme riconosce il grandissimo valore folk e la forte attitudine alla sperimentazione.
        Chiudo dicendo che Demme non ha mai sbagliato, rischiando sempre, accettando di essere magari un autore meno famoso di quello che avrebbe potuto essere, ma facendo sempre quello voleva, con pochissimi compromessi.

         
        • bart scrive:

          Wow! Mi hai davvero contagiato con la tua passione nei confronti di questo autore. Vedrò sicuramente al più presto i film che mi hai consigliato :-)
          Per quanto riguarda Rachel getting married lo noleggiai qualche anno fa insieme ad alcuni miei amici, ma non fu piacevole vederlo perchè in molti erano annoiati e quindi magari sarebbe meglio ridargli un’occhiata :-)
          Invece trovai molto bello e particolare The Manchurian Candidate, mentre l’unico dei 5 suoi film che vidi e non mi piacque affatto fu The truth about Charlie! Cosa pensi di questo film?

           
        • Attilio Palmieri scrive:

          Per ragioni di brevità non ho citato alcuni film, due di questi The Truth About Charlie e The Manchurian Candidate sono accomunati dal fatto di essere due remake. Un autore che esegue un remake non è mai una cosa banale, indipendentemente dagli esiti. Per quanto riguarda il primo, quello secondo me meno riuscito, il tentativo è quello di riscrivere un testo classico (Shiarada di Donen) ibridandolo con la Nouvelle Vague francese. Ovviamente l’ambizione è altissima, il risultato onestamente un po’ meno, ma val la pena vederlo solo per osservarne il processo.
          The Manchurian Candidate è secondo me molto bello, forse non quanto l’originale di Frankenheimer (Va’ e uccidi), ma comunque notevole. Un action politico (e a volte fantapolitico), teso e girato molto bene.
          Ripeto, la grandezza di Demme non sta tanto nei singoli film (che comunque, specie alcuni, sono opere importantissime), ma nell’intero percorso autoriale.

           
  7. Diego Scerrati scrive:

    Bellissima recensione, che mi trova d’accordo su tutto, sia sui pregi che sui difetti (pochi, ma importanti) di questo finale. Per me gli ultimi 15 minuti finali sono stati la conclusione più giusta che poteva esserci, proprio perché la storia di queste due solitudini non poteva che terminare o con la morte (figurata o fisica) di entrambi o con il riconoscimento l’una nell’altro di quella “vita” di cui Federica parla nella recensione e che hanno cercato per quattro intere stagioni.
    Non sono invece d’accordo che il divorzio di Holder sia out of character, proprio in virtù delle similarità tra i due protagonisti. Entrambi sono caratterizzati dall’amore per i propri figli (Sarah per Jack), ma anche dall’incapacità di essere presenti al 100% per loro e di crearsi una famiglia. Non mi stupisce dunque che Holder (così come Sarah), nonostante abbia trovato un equilibrio, non sia riuscito a costruirsi quella famiglia che forse tutti e due avrebbero voluto. Alla fine, i due hanno trovato un loro posto, ma ciò non vuol dire che siano felici, ed è proprio la delicatezza con cui viene raccontata la loro vittoria e, allo stesso tempo, la loro sconfitta nei confronti del mondo, il punto di forza di questo finale, per me molto più riuscito a livello di dialogo di quello di True Detective, che mi era piaciuto, ma che ho trovato gestito meno bene e meno asciutto nell’espressione del rapporto tra i due protagonisti.

     
  8. Teresa scrive:

    Attilio Palmieri, Coppola è uno dei miei registi preferiti in assoluto, conosco “La conversazione” a memoria. Ma ti ripeto che per me TK continua a restare un prodotto molto “europeo”, per il suo intimismo. Restando in ambito TV, basta guardare la produzione nordeuropea in ambito crime, per trovare prodotti che come sensibilità e rappresentazione ricordano TK. Viceversa, TD per me è americano che più americano non si può, poteva essere solo made in USA. Non voglio dilungarmi a parlare di TD perché questa non è la sede, dico solo che si tratta un’operazione culturale parecchio ambiziosa che investe più campi della cultura USA, non solo quello cinematografico. Quindi diciamo che come intenti, come background culturale e come rappresentazione, per me si tratta di 2 serie molto diverse. Mettiamola così: se vogliamo rapportare le 2 opere alla Letteratura, allora TK ha le sue radici nel cosiddetto “giallo nordico” che spopola da molti anni a questa parte, TD, a parte l’ovvio Thomas Ligotti, ha tanti di quei riferimenti letterari americani che solo ad elencarli farei notte. E si tratta quindi di radici molto diverse.
    Succede di trovarsi in disaccordo, il bello è anche questo.
    Federica Barbera, aldilà di tutto, complimenti per la recensione molto “appassionata”

     
    • Attilio Palmieri scrive:

      Teresa, non c’è un solo modo di essere americani. TD ne incarna uno e ne ho parlato per tante righe in passato proprio qui su Seriangolo, ma ce ne sono anche tanti altri. La serie da cui The Killing deriva, o la stessa Borgen, sono prodotti completamente europei. The Killing, per le motivazioni che ho descritto nel precedente post, si rifà a un altro modo di essere americani, più intimista, che per te che conosci La conversazione (ma anche molti film con Warren Beatty, o tante altre opere della New Hollywood) dovrebbe essere ben chiaro. Hai vai visto qualche film di Bob Rafelson? Il re dei giardini di Marvin o Cinque pezzi facili ad esempio? Sono casi di un cinema molto più intimista a cui The Killing si rifà esplicitamente.

       
    • Federica Barbera scrive:

      Grazie Teresa, per un finale come questo la recensione non poteva che essere molto “coinvolta”. A presto!

       
  9. Ste Porta scrive:

    Giusto Fede, pura poesia.
    A me invece è piaciuto molto che un probabile futuro assieme dei due venga accennato: è forse nel corso naturale delle cose che due persone “rotte” prima o poi, tentando di qui e di lì, cerchino di aggiustarsi a vicenda.
    Gli ultimi 15 minuti sono un colpo al cuore per chi ha seguito questi due straordinari protagonisti per 4 anni: il riferimento alla macchina, alle sigarette, alla vita intesa come una cosa che capita e di cui non capiremo mai il significato hanno un’aura potentissima. Malinconica ma al tempo stesso bellissima.
    Il sorriso di Linden in quel fermoimmagine sarà difficilmente dimenticabile.

     
    • Federica Barbera scrive:

      Più che altro vedere Mireille Enos con un volto finalmente disteso, sorridente e sereno (accentuato cromaticamente dalla sciarpa del colore dei suoi occhi, funziona sempre) faceva quasi impressione XD
      Per il resto guarda, io li ho sempre visti “non destinati a” non perché non potessero tentare di aggiustarsi a vicenda ma proprio per quello. Forse perché sono appunto troppo simili, ho sempre sperato che questo non accadesse mai all’interno della serie, però è appunto molto personale come cosa. Questo non va ad intaccare un finale che è e rimane molto ben scritto e soprattutto coerente con quanto mostrato fino a lì.

       
  10. Setteditroppo scrive:

    Appena finito di vedere. Avete già detto tutto voi. Stagione molto bella. E bellissima recensione. Finale che mi ha commosso. Quando si sono abbracciati, li ho abbracciati idealmente anch’io. Due attori favolosi. Lei è una macchina! Sono curioso di vedere lui in un altro personaggio. The Killing mancherà. Ma lo sappiamo, è cominciata la stagione dei grandi addii telefilmici. E abbiamo cominciato alla grande.

     
    • Federica Barbera scrive:

      Grazie! Hai ragione, sono due attori favolosi che hanno messo in scena due personaggi travagliati, difficilissimi e magnetici con un’abilità e una profondità incredibili. La stagione degli addii telefilmici sarà straziante.. però a quanto pare è uno strazio di cui non si riesce a fare a meno 😉

       
  11. Patty scrive:

    Prima di tutto bellissima recensione, mi è piaciuta tanto per come è scritta e per il contenuto. Tornando a The Killing, per me è stata una piacevole scoperta, inizialmente ho storto il naso perchè spesso le serie americane che si rifanno a serie europee non riescono bene, invece per me in questo caso sono riusciti a fare un bel lavoro. Quattro stagioni che vedevano ogni volta risolversi il caso piano piano come quando si sfoglia un libro per poi arrivare a una conclusione non sempre scontata, il tutto condito da due personaggi con una personalità ben definita (cosa che mi piace molto nei film o nelle serie), che agiscono secondo una loro morale che deriva dal loro vissuto, quindi dal loro passato che viene piano piano rivelato, ma che sin dalla prima stagione è ben chiaro. La lotta contro la dipendenza per Holden e anche il difficile passaggio dall’essere un ragazzo a essere uomo e avere delle responsabilità, viene raccontato dal primo episodio della prima stagione al sesto e ultimo della quarta. Un percorso non semplice e non lineare con ricadute e fantasmi che ritornano. Linden per me un personaggio molto riuscito, sia grazie alla Enos, una scoperta per me, sia grazie a come è stato costruito il suo personaggio così contraddittorio, ma allo stesso tempo così vero, fragile, ma allo stesso tempo un’eroina che lotta contro il male che lei ha conosciuto e che vorrebbe che nessun altro provasse. Il finale con loro due che forse chissà troveranno pace l’uno nell’altra, non me l’aspettavo, non lo volevo nemmeno, però non è stata una cosa forzata e come ho letto in altri commenti mi è piaciuto vedere linden sorridente. Per quanto riguarda il divorzio di Holder visto come un passo indietro, per me ci sta perchè alla fine più che il legame con la moglie, il motivo del suo restare nella coppia è stato l’arrivo della bambina, e poi come ho scritto prima, loro sono in un continuo percorso di maturazione che però non è lineare: ci sono ricadute, passi indietro…come poi succede a tutti nella vita. Bella serie la consiglio a tutti.

     
  12. Piero scrive:

    Complimenti Federica, recensione bellissima e commovente per il finale di una serie che rimarrà per sempre nei nostri cuori!

     
  13. Federica Barbera scrive:

    Grazie! Sia a Patty (in ritardo! sorry) che a Piero! =)

     

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