Masters of Sex – 2×12 The Revolution Will Not Be Televised

Masters of Sex - 2x12 The Revolution Will Not Be TelevisedSi conclude con un episodio incredibile la seconda annata di Masters of Sex: una stagione complessa, che all’inizio ha visto il focus del discorso spostarsi dalla ricerca in quanto tale alla possibilità effettiva di svolgerla, e che ha inquadrato un periodo di tempo ben più ampio di quanto ci aspettassimo. 

Non si tratta quindi di un’annata che si possa definire omogenea, tutt’altro; eppure possiamo dire che in questa sua seconda prova Masters of Sex ha compiuto il definitivo salto di qualità, inanellando una serie di episodi tramite i quali la caratterizzazione dei personaggi – ancor prima della ricerca – ha richiesto e ottenuto il suo legittimo spazio.
È stata a tutti gli effetti la stagione dei tre personaggi cardine di questa storia: Bill, Virginia e Libby sono stati scandagliati a fondo, non tanto e non solo per meglio comprendere le dinamiche di questo triangolo caratterizzato da un segreto che ormai tutti conoscono, quanto per mettere in scena identità davvero tridimensionali, che nell’incredibile lavoro di caratterizzazione di quest’anno hanno trovato una perfetta rappresentazione.

I think we have to come at this with a different approach.

Masters of Sex - 2x12 The Revolution Will Not Be TelevisedLa ricerca, a partire dalla seconda metà della stagione, torna co-protagonista in un modo che è principalmente teorico e che tuttavia coinvolge nella pratica Bill e Virginia in modo personale; il tentativo di trovare una cura per l’impotenza, vista però solo come “disagio fisiologico”, si rivela sbagliato, e non è un caso se questa puntata, in cui tale scoperta avviene, si basa proprio sul concetto di “leap of faith”. Avviene così per Gini e Bill, il cui percorso riabilitativo occupa infatti l’intera sezione iniziale della puntata; in questa parte la verità che Bill si è sempre rifiutato di vedere, e cioè che le motivazioni dietro l’impotenza possono essere emotive e psicologiche prima ancora che fisiche, si palesano davanti ad entrambi con la forza dell’evidenza. La lite col fratello e il suo crollo dopo le riprese sono stati i due momenti in cui l’uomo ha accettato la sua vulnerabilità, ha smesso di voler sistemare tutto da solo (torneremo su questo punto) e ha accolto l’aiuto di Virginia senza riserve. È a partire dal “tradimento” della donna che lui ha cominciato a soffrire di impotenza ed è da una fiducia ristabilita che il suo percorso deve ricominciare.
Ma soprattutto, è da questa speranza che può ripartire anche la ricerca, come il finale di puntata ci suggerisce: l’approccio meramente fisico non ha funzionato con Bill, ma nemmeno con Barb o Lester, e infatti il nuovo percorso che i due intraprenderanno con loro deve necessariamente partire da un’ammissione di colpa (We know that we’ve failed you both… that you’ve shared your struggles with us) e da un passaggio di consegne, in cui la loro scoperta dell’importanza della fede nell’altro e della fiducia nel miglioramento diventa passaggio obbligato nel processo di guarigione (But the key is, it takes both of you to make a leap of faith).

Masters of Sex - 2x12 The Revolution Will Not Be TelevisedNon solo Gini e Bill hanno cambiato approccio alla materia in questione, ma anche la serie stessa: le differenze con la prima stagione sono evidenti sotto questo profilo, ed è indubbio che soprattutto con i primi episodi sia mancato l’approccio sperimentale che ha caratterizzato le prime dodici puntate. Benché l’aspetto della ricerca sia e rimanga fondamentale per una serie come questa, non si può tuttavia non lodare il tentativo, riuscitissimo, di raccontare questa parte della storia intrecciandola con le vite dei protagonisti, mai come quest’anno così realisticamente approfonditi.

Our film is now officially dead.

Masters of Sex - 2x12 The Revolution Will Not Be TelevisedNella puntata in cui in televisione si mette in scena una vera e autentica rivoluzione – l’elezione di J. F. Kennedy –, quella che riguarda i nostri protagonisti subisce un brusco cambio di rotta, che ha nell’incapacità di Bill di fidarsi delle persone una delle sue principali motivazioni. Questa volta, però, anche il pubblico assiste a tali macchinazioni senza godere della sua posizione di onniscienza, e così il colpo arriva – inaspettato e sorprendente – per ben due volte, con la visione del filmato di Kaufman e dell’intervento di Ethan, e poi con la scoperta di chi è stato davvero dietro a tutto questo. Bill è il responsabile effettivo di quanto accade, eppure la puntata, con sintesi encomiabile e coraggio, porta avanti una serie di considerazioni e di critiche importanti al sistema televisivo di quegli anni. Assistiamo infatti all’uso della censura come strumento di divieto, ma anche come elemento foriero di fraintendimenti e ricostruzioni di significati, a causa dei quali la presentazione di Bill e Virginia potrebbe essere letta come tutto e il contrario di tutto – all the symptoms of a heart attack, commenta con sarcasmo Lester.

Masters of Sex - 2x12 The Revolution Will Not Be TelevisedThe Revolution Will Not Be Televised, dice il titolo della puntata ispirandosi alla canzone di Gil Scott-Heron, innanzitutto perché la televisione stessa non è ancora pronta per quel cambiamento: lo è per Kennedy, ma non per questo approccio al sesso. Significativamente, quello che invece riesce ad andare in onda, e senza subire particolari censure, è il lavoro di Kaufman, definito non a caso nell’arco di queste puntate come approssimativo e decisamente non rivoluzionario.
Ma la rivoluzione non passerà attraverso la televisione anche e soprattutto a causa dell’intervento di Bill, il quale, piuttosto che vedere il frutto del suo lavoro amputato e privato di ogni parte che conta, decide di auto-sabotarsi, con una reazione tanto comprensibile quanto infantile e impulsiva. Di nuovo, l’incapacità di Bill di condividere con altri le sue intenzioni e di comportarsi in modo adulto e maturo finisce col causare danni inimmaginabili – But blazing ahead like this… always the one-man show, always your terms and your terms only, well, it’s hell on the people around you and no picnic for you, either, as far as I could tell, dice Barton, che forse più di chiunque altro ha capito la vera natura di Bill.

Al di là del giudizio morale sul personaggio, ciò che rende questa reazione assolutamente in character si trova proprio nella costruzione di William Masters che ci è stata offerta nel corso di questa difficilissima stagione: il rapporto con Gini, quello col lavoro, con Libby, con l’impotenza e soprattutto col passato, hanno contribuito a creare uno dei personaggi più complessi ad ora sullo schermo. L’approfondimento psicologico di Bill è stato la punta di diamante di una stagione che ha lentamente costruito ogni passo per arrivare a questo momento: e se la scorsa annata si chiudeva con lo svelamento della verità e dei suoi sentimenti a Virginia, questa si conclude con una bugia dalle conseguenze devastanti.

And yet, those children… when I think that they may be all that there is for me, it’s not enough.

Masters of Sex - 2x12 The Revolution Will Not Be TelevisedMomento cruciale dell’episodio è il dialogo tra Libby e Virginia, che condividono non solo lo stesso uomo ma anche l’essere madri di due figli in una situazione personale complessa. La società in cui si viveva negli anni ’50 e ’60, e per molti versi anche quella in cui viviamo ora, tendeva ad assimilare la figura femminile a quella materna in un movimento senza soluzione di continuità, in cui non era possibile vedere la prima senza percepirne obbligatoriamente la seconda. È significativo quindi come la persona che più di tutte ha voluto un figlio, e poi due, sia quella che ha più necessità di riconoscersi come donna in quanto tale: come essere umano, prima di tutto, e poi come essere femminile, che sì, è anche madre, ma che non è solo quello; come mamma che può dire tutto questo senza sentirsi in colpa e senza per questo amare di meno i suoi figli.

Come questa stagione ci ha raccontato, Libby ha portato avanti un processo di svelamento del proprio io, tanto graduale quanto spesso ambiguo e apparentemente contraddittorio; ma come già aveva dichiarato nel bellissimo discorso a Robert, e come ribadisce in questa puntata, lei ha ormai una perfetta conoscenza del suo percorso, tanto da capire con una stupefacente serenità cosa desidera e cosa, ormai, non vuole più. Libby ha sempre saputo di Bill e Gini, ma una parte di lei si è costantemente rifiutata di prenderne atto, perché questo avrebbe messo in crisi il perfetto castello di carte della perfetta madre e moglie che quella società – e la sua educazione, e lei stessa – richiedevano; la presa d’atto che in tutto questo lei si merita molto di più è il passo che tutti aspettavamo da diverse puntate, ma che arriva – giustamente – solo ora, a coronamento di un iter gestito senza sbavature nell’arco di tutti questi dodici episodi.

But once the film airs, I will get them back.

Masters of Sex - 2x12 The Revolution Will Not Be TelevisedChi invece non ha alcuna serenità e non conclude la sua annata in positivo, benché sembrasse la più predisposta alla modernità e al cambiamento, è Virginia. Il rapporto instaurato con Bill – per certi versi bellissimo, per altri terribilmente chiuso e claustrofobico – è tutto ciò che la donna è in grado di vedere; il lavoro con William Masters è l’unica cosa in cui la donna ha davvero fiducia, al punto da rimettere nelle mani dell’uomo le conseguenze di tutta la sua vita. Una Lizzy Caplan eccezionale mette in scena una donna in crisi più di quanto la sua rivale Libby sia mai stata, e proprio perché partiva da presupposti completamente diversi: l’alienazione con cui racconta a Bill la sua decisione di lasciare i figli a George e il suo piano per riconquistarli si scontra con la sofferenza devastante davanti alla reazione dei bambini; il suo crollo emotivo alla scoperta che la CBS non produrrà quel filmato che avrebbe dovuto salvarla impatta violentemente contro la professionalità e la sicurezza mostrate nella scena finale.

Masters of Sex - 2x12 The Revolution Will Not Be TelevisedEd è proprio in quella sequenza conclusiva che si chiariscono i personaggi di Gini e di Bill: se davanti alle telecamere e a potenziali milioni di spettatori apparivano non in sincrono, sbagliati, fuori luogo lui ed esageratamente protagonista lei per compensazione, qui, davanti solamente a due persone, la situazione si ribalta. Un discorso come quello proposto a Lester e Barb, innovativo ma non secondo un significato scientifico bensì emotivo e psicologico, rappresenta la vera rivoluzione: quella che si svolge a porte chiuse, mentre in televisione vanno in onda altre rivoluzioni in attesa che questa abbia le possibilità di essere raccontata; quella portata avanti da due ricercatori che sono amanti, nemici, amici, traditori e traditi, vittime e carnefici di quello stesso sistema che hanno messo in piedi. Due persone del genere, due come William Masters e Virginia Johnson, sono destinati a lavorare insieme e a ribaltare come due nuovi Copernico la visione del mondo, la centralità della sessualità, l’idiozia della censura; ma c’è sempre un prezzo da pagare quando si guarda alle stelle, e loro due, destinati a stare insieme, sono anche condannati a restare, in due, da soli.

La sensazione con cui si chiude questa seconda stagione di Masters of Sex è dolce-amara: ancora di più rispetto all’altra annata sentiamo che si sta entrando davvero nel vivo di quella rivoluzione tanto attesa, che porterà i due ricercatori al successo per cui sono noti in tutto il mondo; ma al contempo, a livello personale, le vite dei due protagonisti si colorano di tinte ancora più opache, ambigue, in un modo che viene percepito come ineluttabile.
Pur con qualche destabilizzazione iniziale, dovuta principalmente alla mancanza della ricerca all’interno dei primi episodi, la seconda stagione si conferma come uno dei prodotti più riusciti dell’anno in corso, e questo episodio definisce senza alcun dubbio la triade composta da Michael Sheen, Lizzy Caplan e Caitlin Fitzgerald come uno dei migliori gruppi attoriali in circolazione.

Voto puntata: 9+
Voto stagione: 8/9

 

Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

5 Risposte

  1. Annalisa M. scrive:

    C’è veramente poco da aggiungere dopo la tua – come sempre esaustiva – recensione. Mi limito a dire quello che ripeto ormai da luglio: e chi se lo aspettava questo livello! Masters of sex è stata una vera rivelazione, soprattutto nell’ambito in cui l’anno scorso non eccelleva: i personaggi. Grande evoluzione per Virginia, che ormai non è più la perfettina della passata stagione, ma una donna come altre, in crisi come le altre, alla ricerca del proprio futuro e persa. Persa come lo era Libby alla fine della prima stagione. Per quanto riguarda quest’ultima, sviluppo coerente e molto interessante, perché ci consegna un cliché ( la donna che ha improntato la sua vita alla famiglia) ma ci spiega anche la sofferenza e l’inadeguatezza alla base di quella visione sociale. Ottima stagione, e mi aspetto grandi cose dalla prossima!

     
  2. winston smith scrive:

    A me l’episodio non è piaciuto molto. Come prima cosa, tutto è stato troppo “anticlimactic”: gli autori hanno concentrato le ultime puntate della stagione sul servizio da mandare in onda per la CBS e poi il servizio è andato sì in onda, ma con protagonisti uno che non avevamo mai visto prima e uno che non si è visto per tutta la stagione e di cui francamente non ricordavo nemmeno il nome; hanno fatto di tutto per farci capire che Libby sapeva e che era pronta a confrontarsi apertamente con il marito sullo stato del loro matrimonio e il confronto non è avvenuto. Poi, per accattivarsi la simpatia del pubblico, hanno ributtato nella mischia Beau Bridges (di cui ero il primo a reclamare la mancata presenza nelle settimane precedenze), ma in un contesto totalmente funzionale alla presa di consapevolezza (l’ennesima) di Bill sulla propria natura egotistica, ovvero quasi svuotandolo come personaggio dotato di una propria storia e di un proprio dramma personale (difatti, da quello che racconta la sua vita non è cambiata minimamente nonostante mesi di elettroshock e un tentato suicidio e persino la moglie è ancora lì dove era prima, condividendo con lui il medesimo tetto ma andando a letto con chi le pare, ma considerato che sono passati degli anni dalla loro ultima apparizione, almeno qualche cambiamento nel loro rapporto avrebbe pure potuto esserci per farci capire cosa li ha tenuti impegnati intanto che gli attori tornassero disponibili da altri impegni lavorativi). Infine, hanno incentrato il dramma interiore di Virginia sulla separazione dai figli, figli che, come ha fatto lei, abbiamo visto raramente nel corso della stagione e di cui non sentivo certamente la mancanza? Si aspettavano che mi commuovessi per una recitazione forzata come quella che la Caplan ha tirato fuori nella scena in cui il suo personaggio viene a sapere che l’accordo con la CBS è saltato (probabilmente avrà pensato la stessa cosa che ho pensato io e avrà cercato di compensare la mancanza di emotività narrativa con un po’ di overacting, altrimenti non mi spiego come una brava attrice come lei possa aver toppato in quella maniera)? La televisione è diversa dai libri: in televisione bisogna mostrare per appassionare, non raccontare in maniera didascalica sperando di ottenere lo stesso effetto. Alla luce di questo, mi verrebbe da dire che il titolo potrebbe riferirsi all’episodio in sé, perché, dopo un’ottima stagione, Masters of Sex ha deciso di salutarci con un’ora che di rivoluzionario o iconico non ha davvero nulla. La settimana scorsa abbiamo superficialmente accostato Masters of Sex a Mad Men: be’, dopo aver visto questo finale di stagione so benissimo cosa rispondere a chi mi chiederà cosa rende davvero diverse le due serie. Per quanto mi riguarda, un vero peccato.

    P.S.: faccio un plauso a Caitlin Fitzgerald, che ha dimostrato di non essere solo bellissima; quasi mi dispiace che la sua “spalla” non vada molto oltre l’espressione dello stoccafisso in momenti in cui dovrebbe essere visibile un’intesa, una passione, un’unione. Quando capiranno i direttori di casting americani che un brutto anatroccolo che sa recitare benissimo à la Steve Buscemi vale cento volte di più di un belloccio con i muscoli delle braccia che gli scoppiano dalla camicia e quelli della faccia così tirati da risultare statuari (nel senso di immobili)? Probabilmente mai, ma spero che tale rivoluzione televisiva arrivi presto.

     
  3. jackson1966 scrive:

    D’accordissimo con la recensione e con l’analisi della stagione.
    Interessante vedere che, mentre la società americana sta subendo cambiamenti importanti dal punto di vista storico, da cui si arriverà all’attuale Presidente “nero” Obama, nella privacy delle famiglie tutto è immobile: la moglie capisce ma deve stare al suo posto e, anche se pensa a sè stessa, sa benissimo, come noi, che non può avere una relazione all’aria aperta con un nero, siamo sempre negli anni sessanta e la serie è troppo onesta per fare finta di niente; la donna che è troppo “emancipata” ed egoista a suo modo perde il diritto ad essere anche madre; un uomo che tenta addirittura il suicidio per la sua omosessualità, pensa che alla fine tornate alla routine di una vita da medico e con la facciata di un matrimonio “per finta” sia la soluzione; l’uomo che domina tutto e tutti continua con il suo egoismo e ad essere uno schiacciasassi in nome della liberalizzazione del sesso: caro il mio Bill spero che la tua ricerca ti tenga caldo la notte quando solo quella ti sarà rimasta. Il resto del mondo ti ringrazierà, ma tu pagherai il prezzo di tutto questo. Scusate lo sfogo ma Dio come lo odio. E questo rende grande la serie: farti provare emozioni così forti per quello che alla fine sono persopnaggi, realmente esistiti, ma personaggi di fiction adesso.

     
  4. Condivido alcune delle perplessità di winston, ma non tutte. Anche io ho trovato l’episodio anticlimatico, e dunque diverso da come me l’ero immaginato. Ora, non so se considerarlo un male o un bene, ma sta di fatto che a visione conclusa mi sono sentita in qualche modo “derubata” di qualcosa.
    Per il resto credo che le sequenze più interessanti fossero proprio quelle con protagonista Libby, il personaggio (e aggiungerei anche l’attrice) “rivelazione” di questa annata: splendido il dialogo con Virginia, ancora di più se accostato a quella dichiarazione d’amore per i propri figli fatta poco prima di uscire, quasi a volersi “pulire” la coscienza. Una donna ancora lontanissima dall’idea che ci siamo fatti delle femministe (a torto o a ragione- io direi a torto), che fa leva comunque su un uomo (un altro uomo) per cercare il riscatto, ma che proprio per questo è una donna s-oggetto e non un…personaggio oggetto.
    Al contrario di winston trovo che la scelta di coinvolgere nuovamente i figli di Virginia sia stata azzeccatissima e gestita alla perfezione. I bambini ed il confronto con il suo ex-marito sono serviti a riportare tanto noi spettatori (persi nella relazione tra i due “ricercatori”) quanto il personaggio stesso sui binari della realtà, senza per questo colpevolizzarla in maniera eccessiva (magari facendola passare per una madre snaturata in pieno stile moralista). La bellissima scena al telefono è servita a trovare il giusto equilibrio tra i due poli della responsabilità personale e della comprensione per il dramma in atto (che c’è, eccome, nonostante questi bambini siano apparsi pochissimo sullo schermo), e in quanto tale la considero una delle più riuscite della puntata. Ecco, forse il problema dell’episodio è quello di fungere più da “contenitore” di sequenze d’impatto, che da esposizione fluida ed organica degli eventi (e dei sentimenti, se vogliamo), come sono riusciti ad essere alcuni suoi ottimi predecessori. In ogni caso non posso dire di essere rimasta totalmente delusa, proprio in virtù di tutti gli alti che vanno a coprire egregiamente i vari bassi. Anche la scena con Beau Bridges, per quanto soffrisse un po’ dell’effetto cameo, è stata molto bella e quel “you never do” mi ha spezzato il cuore. Diciamo che riesco ad immedesimarmi moltissimo in Bill e in Virginia e questo episodio ha toccato delle corde sensibili.

     
    • Federica Barbera scrive:

      Non riesco a capire in che senso anticlimatico: rispetto alla stagione, agli ultimi episodi, alla narrazione…? Io piuttosto ho riscontrato una divisione interna all’episodio per cui la seconda parte è decisamente più organica e compatta rispetto alla prima, che tuttavia funge da base essenziale per la seconda.

      @winston: Nel caso di Virginia, io ho trovato ottime sia la caratterizzazione che la recitazione, che è estrema in diversi punti ma che è costruita così per un motivo.
      Non c’era molto spazio per dilungarmi nella recensione, ma quella performance alienata, quasi ubriaca, con cui riferisce la decisione a Bill è un modo quasi folle con cui Virginia si autoconvince che quella sia l’unica strada, che quella sia l’unica cosa che può fare per salvare il lavoro (davanti al quale lei non vede quasi nient’altro) e al contempo per illudersi di poter sfruttare questo per riavere i suoi figli. Quando Bill le chiede conferma del suo “abbandono” dei figli, lei risponde “don’t say it like that” in un modo che è secondo me indicativo di quanto la sua capacità auto-illusoria sia arrivata a livelli altissimi, forse troppo alti.
      Il modo in cui reagisce alla notizia che il servizio non andrà in onda – e che quindi il suo piano non può riuscire – è a mio avviso tutto fuorché esagerato: non è “solo” una madre che ha perso i figli, ma anche una donna che sta subendo il brusco risveglio da quell’illusione assurda che si era creata. Non ha solo perso i figli, ha appena capito che li ha sacrificati in nome del suo lavoro. Altro che esagerata, è stata eccezionale a rappresentare tutto questo, perché Virginia è tutto fuorché non stratificata.

      Su Libby non sono ovviamente d’accordo: chi l’ha detto che il punto di arrivo dovesse essere il confronto con Bill? Anzi, proprio perché si sta identificando come persona a sé e non come persona in funzione del marito, è ben più importante la sua presa di coscienza della situazione che non il mero e scontato confronto col marito, che comunque – evidentemente – ci sarà, ma che è solo subordinato a questa presa d’atto di se stessa, ben più importante. Il confronto sarà la conseguenza, ma il punto di svolta di Libby come persona e come donna è questo

       

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