Homeland – 4×10 13 Hours In Islamabad

Homeland – 4x10 13 Hours In IslamabadAdrenalina e tensione drammatica tornano ad intrecciarsi all’interno di un episodio che spinge all’estremo gli eventi del riuscito There’s Something Else Going On. A meno due dal rush finale, Homeland si pone ancora una volta oltre il punto di partenza: ad una porta che si chiude con violenza corrisponde l’apertura di un portone più incerto e carico d’insidie.

13 Hours In Islamabad si presenta con una struttura ripartita in due blocchi narrativi distinti e antitetici nella loro forma espositiva e narrativa. Il primo è il diretto prosieguo del disorientante finale dell’episodio precedente, in cui quello che sembrava la conclusione di un difficile accordo si è velocemente e violentemente risolto in un brutale attacco. Il carico di tensione sollevato dalla chiusura di There’s Something Else Going On si mantiene costante convergendo spietato nella prima parte di questa puntata: dal lancio di quel razzo verso il convoglio con Carrie e Saul, all’invasione dell’ambasciata, passando per la morte di Fara e arrivando fino alla consegna della preziosa lista da parte di Lockhart, è tutto un fluire di immagini che riescono a canalizzare l’attenzione dello spettatore attraverso un privilegiato sentiero percettivo, in cui la sospensione dell’incredulità non è solo necessaria, ma diventa anche un efficace espediente drammatico.

Homeland – 4x10 13 Hours In IslamabadL’arrivo di Carrie e Saul in ambasciata dà invece avvio a quel secondo blocco in cui gli eventi si susseguono con una lentezza – tuttavia non priva di lieve tensione emotiva – che funge quasi da detonatore di quella carica esplosiva che ha distrutto ogni cosa: la lista è andata e con essa si dissolve anche ogni possibilità di ricucire i rapporti diplomatici con un paese il cui governo è palesemente coinvolto nell’attacco. La situazione è così chiaramente compromessa che la stessa Carrie è pronta a partire, mettendo da parte ogni tipo di sentimento di rivalsa e/o giustizia. Lo stesso tipo di lucidità non riesce però a pervadere Peter Quinn, che ribaltando la situazione d’esordio diviene la molla per cui Carrie rimane ancora in zona operativa. Per quanto l’espediente di lasciare Carrie e Quinn ad Islamabad, soli contro tutti, sia l’unico possibile per chiudere il cerchio narrativo in maniera “attiva”, le perplessità circa l’orchestrazione degli eventi non sono poche, soprattutto alla luce di un profondo e deciso cambiamento che mette Carrie in una posizione di ridefinizione completa delle scelte fatte e non fatte.

«We have to try»
«You will die trying, or worse, and I won’t allow it».

Homeland – 4x10 13 Hours In IslamabadL’ostinazione della Carrie di inizio stagione si è come dileguata attraverso un brusco e debilitante bagno di realtà che l’ha messa di fronte alla pericolosità delle decisioni prese o che avrebbe dovuto prendere. Gli eventi le scorrono intorno senza che lei riesca più ad avere la forza di scegliere: è come bloccata in una dimensione che le ha svelato come ogni scelta poteva essere quella sbagliata. La posizione defilata che assume per tutto l’episodio è come una dichiarata metafora nel suo sentirsi inerme; i suoi silenzi, accompagnati da quegli sguardi che penetrano il vuoto, riescono a veicolare una sorta di senso ulteriore: Carrie pare ripercorrere con il pensiero l’intera concatenazione delle azioni che hanno generato il caos in cui si trova imprigionata, scontrandosi con l’inevitabile constatazione che anche cambiando le sue scelte non sarebbe stata in grado di limitare la portata dei danni. Gradualmente e senza estreme forzature, Carrie è tornata verso quell’umanità che la tragedia vissuta con la morte di Brody pareva averle sottratto per sempre. Quella ineluttabile calma con cui accetta la sconfitta è la diretta conseguenza dell’accettazione di una più lucida consapevolezza: combattere il terrorismo usando le loro stesse armi – sacrificare risorse senza guardare in faccia nessuno – è come dare fuoco ad una guerra destinata a livellare oppressi e oppressori verso una carneficina che diventa sempre più ingente e continua.

Homeland – 4x10 13 Hours In IslamabadEd è proprio per questo che, messa di fronte alla decisione di Lockhart, non riesce a proferire nessuna condanna: la Carrie di inizio stagione, la regina dei droni pronta ad uccidere Haqqani nonostante la presenza di Saul, non sarebbe stata così condiscendente. A ciò si unisce il dolore per la perdita di Fara: la ragazza con le sue domande sibilline ha più volte messo in chiara luce gli esiti devastanti che avrebbero avuto le azioni di Carrie, esiti che la Mathison non voleva vedere, ma che soprattutto non voleva considerare nella loro reale essenza distruttrice. La morte di Fara diventa un simbolico monito per rendere ancora più evidente quell’atroce rapporto di causa/effetto che determinate scelte si portano dietro, il più delle volte generando conseguenze davvero devastanti. Ed è così che quel rigore con cui la Mathison si rapportava a Fara, quello stesso rigore che uno sfiancato Max le rimprovera, pare come svanire davanti al corpo senza vita della donna. Di conseguenza, salvare Quinn diventa l’attuazione di questa ipotetica dichiarazione d’intenti: nonostante Saul le faccia notare che arriverà un punto in cui non potrà più essere responsabile, Carrie – non ancora a quel punto – decide invece di prendersi, davvero, la “responsabilità” delle sue azioni.

I’m old. I’ve made a fool of my time. People are dead because of it.

Homeland – 4x10 13 Hours In IslamabadL’inserimento diegetico del personaggio di Saul all’interno di questa stagione è quasi funzionale ad un lento e progressivo innalzamento di quelle qualità che, a lungo ostentate durante la scorsa annata, non erano riuscite ad emergere nella loro portata drammatica. Paradossalmente la sua figura riesce ad affiorare più ora, nel suo quieto e dimesso defilarsi, che in quel delirio di utopica onnipotenza che esibiva come direttore della CIA. Il suo rapimento, così come quel disorientamento che ne è conseguito, ha il pregio di inquadrare il personaggio attraverso una prospettiva più sfaccettata: l’insopportabile sensazione di impotenza in cui si è trovato scaraventato ha come distrutto quella lucida scaltrezza che cristallizzava il personaggio in una bidimensionale ricezione. Per assurdo è proprio in questo processo di sottrazione che, tra le ombre, si riesce a scorgere una luce più luminosa: il suo rimpicciolirsi di fronte agli errori commessi lo innalza verso una dimensione così squisitamente umana che dà vigore al personaggio. Ed è proprio alla luce di tali considerazioni che l’esser scampato all’attacco diventa – pur nella sua rocambolesca improbabilità – una scelta narrativa che conserva un giusto peso all’interno dell’economia generale del racconto. Inoltre, la goffa e inadeguata rappresentazione di Lockhart mette in scena una tacito confronto tra i due direttori che Saul non può non vincere.

I can’t. It can’t… be my belt.

Homeland – 4x10 13 Hours In IslamabadLa violazione dell’ambasciata e il presunto coinvolgimento del governo locale è un punto di non ritorno che marca di un segno indelebile il fallimento di Marta Boyd. Se a ciò si associa il fatto che il suo stesso marito è la molla che ha in parte azionato tale catastrofe non è difficile giustificare la raggelante freddezza con cui l’ambasciatrice getta quella cintura ai piedi del marito, così come il suo disprezzo nello scorgere l’inefficacia di una scelta tanto atroce. La forza di uno show come Homeland è da sempre legata allo scontro tra le due dimensioni – pubblica e privata – in cui si annidano le conseguenze delle azioni che i vari personaggi mettono in atto, creando falle spesso insormontabili. Nel caso di Martha e del suo viscido marito lo scontro non riesce a raggiungere alte vette d’eloquenza: il disprezzo dell’una verso l’altro è qualcosa che si radica molto più a fondo e al di là del tradimento perpetrato, è l’ultimo segmento di quell’amore che passa per l’odio prima di mutarsi in indifferenza. Martha non crea un vero e proprio scontro tra le due dimensioni della vicenda, ma concentra il danno all’interno della sfera personale – la definitiva distruzione di una famiglia – e professionale – la fine di una carriera. Per quanto il travaglio vissuto dall’ambasciatrice sia di grande impatto emotivo, l’eccesso di personalizzazione, unito al bidimensionale spessore del personaggio di Boyd, non riesce a conferire alla vicenda un ruolo rilevante all’interno del disegno diegetico globale.

In definitiva, 13 Hours In Islamabad è un altro buon episodio che, sebbene appaia ridimensionato dalla forza espositiva di quello precedente, riesce comunque a confermare l’ottimo lavoro svolto finora dal team registico e autoriale. Le forzature diegetiche sono tante, la rappresentazione della figura del terrorista a volte scade un po’ troppo nel luogo comune, e la cesura tra la prima e la seconda parte può anche apparire netta e leggermente disorientante, ma la linea di coerenza narrativa che tiene insieme queste scelte è ancora efficace. Le perplessità sono tutte nel dispiegamento della matassa: Quinn e Carrie alla ricerca di Haqqani senza ulteriori coperture è un presupposto che si porta dietro cumuli di dubbi, ma allo stesso tempo ottimistici presagi di una chiusura col botto.

Voto: 8-

 

2 Risposte

  1. La Redazione scrive:

    Commenti dall’Angolo delle Discussioni sull’episodio:
    seriangolo forum

     
  2. Pietro Franchi scrive:

    L’ultima cosa che mi sarei aspettato di fare quest’autunno era proprio aspettare la puntata successiva di Homeland con trepidazione. Non mi stancherò mai di ripetere come mi abbia sorpreso in positivo quest’annata, e come io consideri gli episodi a partire dalla 4×06 (compresa) tutti riuscitissimi, senza alcuna eccezione; complimenti agli autori per il coraggio e la rinnovata intensità della narrazione, che è riuscita a redimere Homeland dalla sua orribile terza stagione 😀
    Ci sono dei piccoli difetti, è vero, ma per ora ho un’opinione incredibilmente positiva a proposito del percorso della serie Showtime quest’anno. Speriamo che gli ultimi due episodi la confermino!

     

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