Homeland – 4×11 Krieg Nicht Lieb

Homeland - 4x11 Krieg Nicht LiebLa guerra, non l’amore. È su questa dicotomia che si sviluppa la penultima puntata di Homeland, ma soprattutto su quella che divide la ragione dal sentire, la mente dal cuore; non solo i personaggi risultano sottoposti a queste dinamiche, ma la puntata stessa, che alterna scene d’azione a momenti più introspettivi e riflessivi. 

They call it the Failure Protocol.

Chi appare davvero cambiato in questo episodio è esattamente la persona da cui difficilmente ci saremmo aspettati un comportamento simile. Carrie, la donna che avrebbe fatto qualunque cosa per perseguire il suo obiettivo, si arrende – già dalla fine dell’episodio precedente – all’evidenza della situazione: “Quinn… we lost”, dice Carrie ad un collega che non è in grado di accettare un no come risposta, che non è nelle condizioni di andarsene per avere salva la pelle senza che chi deve pagare paghi, senza sconto alcuno. Qualcosa è cambiato nella protagonista di Homeland, anche se niente è come sembra, e anche quando ci pare di aver capito finalmente dove stia andando con il suo percorso, ecco che l’emotività prende di nuovo il sopravvento sulle logiche di sopravvivenza, su tutto quello che si è cercato di impedire fino a quel momento.

Homeland - 4x11 Krieg Nicht LiebMa facciamo un passo indietro. Carrie si trova in questo episodio a dover fronteggiare due persone che si comportano come un tempo avrebbe fatto lei: sprezzanti delle regole e guidati solo da ciò che si ritiene giusto, sia Quinn che Max cercano, con modi dall’efficacia diversa, di portare la storia verso altre direzioni, verso un obiettivo che non sia per forza quello richiesto dalla Casa Bianca. È significativo come Carrie si opponga ad entrambi usando sia gli strumenti che le conferisce il suo ruolo, sia un tentativo di avvicinarsi a quelle stesse persone facendo leva sulla loro emotività, ma questa volta in modi diversi dal passato: non c’è secondo fine nel suo modo di relazionarsi con i due uomini, perché sia di Quinn che di Max ha avuto bisogno molte volte e da loro ha avuto il supporto che richiedeva. C’è un’emotività nuova nella “Drone Queen”, e al contempo una maggior capacità di comprendere anche quando il troppo è troppo, quando forse la soluzione migliore è davvero andarsene perché c’è un limite oltre il quale non si può andare. Qualcosa che Peter non è invece in grado di capire.

He will never get out. But every so often, it makes him feel better to say he will.
And then he goes back to doing what he does best.

Homeland - 4x11 Krieg Nicht LiebSono proprio i suoi on/off, mirabilmente illustrati da Astrid, a dare un senso al percorso di Peter Quinn, non solo in questo episodio ma in generale nella sua caratterizzazione. È un uomo che ha avuto più di una volta ripensamenti, soprattutto a seguito di omicidi che ne hanno segnato profondamente l’animo; è l’uomo che si perde a bere e a fantasticare sul suo ritiro dalla CIA per poi tornare sempre lì, “a ciò che sa fare meglio”. E questa volta a riportarcelo è stata Carrie, la donna che lui evidentemente ama, che l’ha ritrascinato lì più per guerra che per amore, più per necessità che per legame personale; allo stesso modo agisce quindi Peter, una volta resosi conto dell’insopportabilità di quanto sta vivendo. Sceglie anche lui la guerra, non l’amore, e nonostante i tentativi di Carrie di dissuaderlo, nonostante egli cerchi persino di passare oltre al fatto che moriranno moltissime persone, anche innocenti, nell’attentato da lui preparato, decide di andare fino in fondo e di compiere il massacro.
È però sul finire della puntata che qualcosa gli impedisce di andare oltre, ed è proprio la presenza di Carrie: la donna per cui non è disposto a mettere da parte la sua guerra è la stessa donna che lui non può in alcun modo uccidere e che lo pone davanti ad una scelta obbligata.
L’unica cosa che la Mathison poteva fare per impedirgli una strage era stare esattamente nel mezzo, ribadendo il solo concetto sensato per Peter, che non è quello di rischiare l’uccisione di decine di innocenti, ma quello più semplice e più affettivo che esista: “I don’t want to lose you”. Peter sa di non avere scelta, e in quel “Goddamn you, Carrie” c’è tutta la sofferenza provata davanti all’essere stato messo con le spalle al muro.

Look who’s in the car, Carrie.

Homeland - 4x11 Krieg Nicht LiebNon vuole perdere nessun altro. Lo dice a chiare lettere Carrie in questa puntata, e del resto non è così impossibile capirne il motivo: i lutti che si porta dentro sono immensi, e non è un caso che in questo episodio ci sia una sorta di svolta, un nuovo legame con il reale che la porta nelle condizioni di essere meno calcolatrice e più umana nel suo non voler più contare altre fatalità solo per perseguire un obiettivo. La notizia del padre, resasi necessaria a causa della morte di James Rebhorn che interpretava Frank Mathison, si inserisce in modo efficace proprio in questo episodio, sommandosi alle morti degli americani coinvolti nel golpe di Haqqani in modo per nulla ridondante, ma anzi attento nel portare il lutto dal generale al particolare. In modo ancor più rilevante, questo porta Carrie ad una maggior convinzione relativa alla sua scelta di recuperare Quinn e andarsene via il più velocemente possibile: un ritorno che ha il sapore di casa anche se senza un padre, con una sorella che le sta vicino nonostante tutto – ci si poteva aspettare qualunque reazione da parte di Maggie, visti i termini con cui si erano lasciate – e con un mini-Brody una figlia che Carrie chiede esplicitamente di vedere per quella che pare la prima volta in molto tempo.

Homeland - 4x11 Krieg Nicht LiebLa logica della guerra – capire quando è necessaria la ritirata – e la sfera affettiva della donna sembrano per la prima volta avere lo stesso obiettivo, fino a quando nel finale qualcosa pare minare questo sviluppo così sensato. Il raptus di Carrie è evidentemente inserito proprio con il secondo fine di essere fermato da Khan, eppure, proprio per la sua natura di gesto estemporaneo, non è così incomprensibile: tra tutte le persone che ha perso, quella su cui ha una responsabilità maggiore è proprio Aayan, ed è la prima volta in cui Carrie si trova a così poca distanza da Haqqani. Non dimentichiamo che, a seguito dell’omicidio, la Mathison avrebbe persino sacrificato Saul pur di abbatterlo; dunque, sebbene tale raptus venga utilizzato in modo piuttosto meccanico per giungere ala scena seguente, non risulta affatto contraddittorio con lo sviluppo precedente, come ad un primo sguardo potrebbe sembrare.
Homeland - 4x11 Krieg Nicht LiebIl fin troppo provvidenziale intervento di Khan ha la duplice funzione di permettere a Carrie di vedere Dar Adal e di far capire a noi che lo stesso Khan è perfettamente al corrente di quanto sta accadendo. Dar Adal è dunque spia o infiltrato? Nonostante i dettagli lasciati in giro facciano pensare ad una spia, pare decisamente più probabile che l’uomo, complici i settori investigativi non ufficiali per cui ha sempre lavorato, si sia infiltrato alla corte di Haqqani con la piena consapevolezza di Tasneem, Khan e di tutto l’ISI. Questo renderebbe Haqqani molto meno villain di quanto visto fino ad oggi, e molto più marionetta nelle mani del resto del mondo; ma si spera che con il season finale ci siano le condizioni per giustificare qualunque scelta venga messa in atto.

Homeland si prepara dunque al finale con una puntata per certi versi anomala, che non si vergogna di mettere in scena una sofferenza diversa dal solito, quella forse più difficile da rappresentare: quella del dopo, della ricerca di vendetta per placare un dolore interiore che diventa quasi fisico, e che aspira all’impossibile in ogni minuto – “Okay. What do you want me to do then?” “Bring her back.” La coincidenza di certi elementi in modo fin troppo calcolato è ormai marchio di fabbrica della serie, ma in questa puntata quasi tutto sembra scorrere in maniera coerente, senza grossi intoppi. Rimane solo il finale, ma è già possibile dire che questa stagione di Homeland sia decisamente migliore della precedente.

Voto: 7/8

 

Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

2 Risposte

  1. La Redazione scrive:

    Commenti dall’Angolo delle Discussioni sull’episodio:
    seriangolo forum

     
  2. melania scrive:

    Non solo sono d’accordo sul fatto che questa quarta serie sia infinitamente migliore della terza, ma arriverei a dire che sia la migliore in assoluto, almeno se dovessimo guardare solo al genere spy-story, il che però mi rendo conto che sarebbe una forzatura nella valutazione di Homeland nel suo complesso.
    Dopo i botti delle puntate precedenti però questa “Krieg nicht Lieb” (il mio tedesco si è arrugginito e avrei giurato che il titolo contenesse almeno un errore, ma pare di no) secondo me segna un arretramento, non tanto nella tensione narrativa, anzi a questo punto c’è fin troppa roba, ma nelle soluzioni che propone e nella resa e pure nella regia un po’ stanca. Sarebbe diverso se avessimo ancora davanti un paio di puntate da vedere ma con una sola di quarantacinque minuti (o sarà un finale più lungo? boh?) temo lo spiegone o il non-spiegone finale e sbrigativo con un gigantesco, sospesissimo cliffhanger, comodo per l’autore ma deludente per lo spettatore e al quale Homeland in fondo non ci ha abituati perché mi sembra che ognuna delle tre serie precedenti avesse, come dire, una chiusura compiuta, pur rinviando alla riapertura della serie successiva.
    Non mi rificco nella critica alla sospensione dell’incredulità, perché una volta che si è preso per buono che la Cia abbia per direttore della sede di Kabul prima e di Islamabad poi una giovane signora affetta da grave patologia bipolare, tutto il resto va liscio come l’acqua sul marmo, però questo ultimo episodio torna a chiederci un po’ troppo. Carrie sa trovare Quinn in quattro e quattro otto mentre il potente Isi che pure lo vuole morto se lo fa scappare in giro per la città a preparare l’attentatone, che forse normalmente avrebbe richiesto mesi di preparazione e appostamenti, ecc. Che fine ha fatto e che cosa gli ha detto il tizio che Quinn ha rapito e presumibilmente torturato nella penultima puntata (il nome non me lo ricordo)?
    Sono invece molto ben descritti, anche con delle finezze, il cambiamento di Carrie e la sua crisi profonda, il ricordo di Ayan e l’impeto di odio che smentisce in un attimo quello che ha sostenuto fino a un attimo prima, ma l’esito non mi piace: sinceramente nelle scene finali vederla tirare fuori una grossa pistola, visibile a molte delle persone che le stanno intorno, donna giovane bianca e bionda in quella situazione di grande tensione, in mezzo a una folla di manifestanti pro-talebani a Rawalpindi, mi è sembrata una trovata di serie B, sbrigativa e deludente dopo le ultime puntate che ci hanno proposto intrecci e congegni complicati ma perfettissimi. La vedono, si accorgono di lei, solo Khan (il quale dovrebbe avere un sacco da fare in quel contesto) e Quinn (tutti e due un po’ innamorati, forse)? Non so, mi è sembrata un’americanata, insomma.
    Infine, Dar Adal: ottimo rebus per un altro paio almeno di puntate (e probabilmente per la quinta serie), come dicevo prima. Così, non so. Che ci fa lì? Probabilmente accordi, perché comunque c’è sempre in ballo la lista che è nella mani di Haqqani e che Sandy Bachman non aveva consegnato a Washington – e che forse non è del tutto “bruciata” – e come si potrebbe evincere dalle cose che dice Lockhart nella telefonata; oppure è la vera talpa che non si è mai trovata (le spiegazioni della terza serie erano risibili), colpevole di tutte le trame e dell’attentato a Langley?.
    Sì, a parte le smagliature che da spettatore uno può lamentare, bisogna riconoscere che Homeland fa sempre scelte coraggiose (pur con il suo attualmente più dichiarato “filo-americanismo”) che solo la tragica realtà con gli orrori che ci propone, si incarica di superare.

     

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