Homeland – 4×12 Long Time Coming

Homeland – 4x12 Long Time ComingLa quarta stagione è iniziata con mille pregiudizi, tanto che c’è chi non le ha neanche dato una chance (per poi ricredersi), ma una volta finito il penultimo episodio c’è una certezza: questa’annata è stata di gran lunga migliore della precedente, riportando Homeland ai livelli di un tempo. Non ci resta che parlare della conclusione.

Le aspettative per questo finale erano ovviamente altissime, specie dopo una serie di episodi di elevata qualità che hanno visto in “There’s Something Else Going On” il momento apicale. Prima di ogni analisi vi è un dato di fatto: questo epilogo ha generato molte più delusioni che apprezzamenti. L’opinione di chi scrive è che sulla carta si trattava di una scelta potenzialmente vincente, di grande coraggio e capace di dare ancor più spessore alla serie. Sulla carta. Per certi versi quest’episodio incarna tutto ciò che discosta Homeland da una serie come 24: vi è infatti la ricerca forzata della tridimensionalità dei caratteri, in un finale che abbandona completamente la componente action per abbracciare senza indugi il suo lato più riflessivo. Molti lo hanno trovato un pessimo finale, giudizio abbastanza discutibile; purtroppo però stavolta davvero si è puntato un po’ troppo in alto e i risultati non sono andati di pari passo con le intenzioni.

I know how this goes. It ends badly.

Homeland – 4x12 Long Time ComingPartiamo dalle cose negative: non sarà una lunga lista perché lo svuotamento narrativo operato da questo episodio è talmente radicale che di cose ne succedono pochissime in proporzione a ciò a cui la serie ci ha abituati. Il primo e più grande problema sta nel personaggio di Quinn, vero co-protagonista della stagione. Tuttavia, un conto è fare conoscenza con il dolore del personaggio (cosa costruita abbastanza bene durante questa annata, ma non solo), un altro è pretendere che sia presa sul serio la liaison tra lui e Carrie e che si rimanga affranti a seguito dell’allontanamento dei due. Ricapitoliamo: prima lui è coinvolto sentimentalmente ma lei pensa ancora a Brody; poi lei decide che in fondo lui le serve in Pakistan e quindi gli dà qualche speranza; poi però la guerra permea totalmente Quinn sino a diventare un ossessione superiore a Carrie; nel finale lei perde il padre e si rende conto che le rimane solo lui; lui però, convinto che sia l’ennesimo capovolgimento di comodo e in piena astinenza da reducismo, decide di andare in missione in Siria. Tutto questo pistolotto per dire che gli autori non possono chiedere allo spettatore un coinvolgimento di alcun genere circa l’amore tra questi due personaggi, né alcun tipo di empatia sentimentale, perché il loro tira e molla è stato durante la stagione soprattutto strumentale, e proprio per questo molto interessante per mettere in evidenza gli effetti della guerra sui sentimenti, come sottolineato anche dalla recensione dello scorso episodio.

Let’s face it. Not every choice we make is blessed with moral clarity. What’s that line? We are the no men of no man’s land.

Homeland – 4x12 Long Time ComingUno degli obiettivi della stagione consisteva nel ricreare una mitologia, costruire un tessuto su cui dar luogo a un progetto a lungo termine, visto il reboot forzato causato dalla morte di Brody. Homeland è una serie di successo che, come prevedibile, è stata rinnovata e probabilmente lo sarà ancora. Per questa ragione il finale di questa nuova prima stagione doveva avere necessariamente anche il compito di creare il ponte con il futuro, lasciare allo spettatore qualcosa in cui credere, qualcosa da chiedersi in questo iato temporale che lo separa dall’inizio della quinta stagione. Se per molti la forza della serie sta nella sua componente spionistica, allora gli autori hanno pensato di mischiare le carte in tavola e lavorare sul personaggio più ambiguo da questo punti di vista: Saul. Accettare l’accordo di Dar Adal e quindi il compromesso con Haqqani è però la scelta meno sensata di tutte. Non che sia completamente ingiustificata, anzi: Saul è un uomo stanco, che più di una volta è stato in pericolo di vita in questa stagione, passando da merce di scambio a preda; non è, però, un personaggio comune né un burattino e, per quello che sappiamo di lui fino a questo momento, un accordo di questo tipo non sarebbe potuto accadere. Saul non è Carrie, non è il soldato trasformato dalla guerra; Saul è il dubbio che si fa persona, la componente etica del gruppo, meno soldato e più uomo, seppur in uno stato di permanente conflitto. Non è però tutto da buttare, e le sequenze di dialogo con Dar Adal presentano alcune perle di sceneggiatura di cui siamo senza dubbio grati agli autori, e va detto che il pur discutibile epilogo ci accompagna alla prossima stagione con più di una curiosità.

I don’t get it!

Homeland – 4x12 Long Time ComingNon ci sono solo obiezioni, ma anche applausi. Solo l’idea di fare un finale che definire anti-climatico è un eufemismo merita di essere menzionata; non solo, parte di questo episodio conclusivo è riuscita e centra l’obiettivo, nonostante l’ambizione. Sarebbe stato molto più facile chiudere col botto, con l’ennesimo inseguimento, col drone lanciato sui civili o con la CIA alle prese con rappresaglie interne da sventare all’ultimo secondo. Molto più difficile è chiudere con tutto ciò che ai più non piace, ma che ha creato sottotraccia il tessuto introspettivo della serie. Homeland a un metro dal traguardo inchioda, spegne il motore e si mette a riflettere, perché non si può sempre correre, non si può sempre sparare; perché non ci sono solo la guerra e l’amore travolgenti, ma anche il lutto, la banalità del quotidiano, la noia, la crescita personale. Un finale quasi stand-alone, che sfrutta il funerale del padre di Carrie per omaggiare l’attore James Rebhorn, scomparso di recente. E non c’è nulla come il lutto capace di farci dire basta, di farci ritirare dalle corse e fermarsi a pensare, anche a costo di chiudere scontentando tutti. Ci vuole coraggio.

I don’t think Frannie will remember him, but I’m taking over now, Dad. And I’ll remember for her.

Homeland – 4x12 Long Time ComingIl lavoro fatto sul personaggio di Carrie non è banale, specie perché lontanissimo da ciò a cui abbiamo assistito nelle scorse stagioni. In passato, infatti, la bipolarità della protagonista presentava oscillazioni che da un estremo vedevano la pura follia da ricovero e l’ostinata determinazione alimentata da fortissimi sentimenti (l’amore per Brody e per la propria professione). Questa volta non c’è né l’una né l’altra cosa, ma una terza via che ci dice che siamo di fronte a una Carrie rigenerata, molto più matura di un tempo e soprattutto caratterizzata da una sorprendente solidità psicologica. Carrie questa volta non impazzisce, neanche quando si presenta dal nulla la madre, neanche quando le cose con la sorella si mettono male, neanche quando la persona da cui credeva di essere amata l’abbandona di punto in bianco. Il rapporto con la madre, seppur solo tratteggiato, è perfettamente funzionale a una riflessione sul suo ruolo di madre, specchiando il suo essere stata abbandonata nelll’aver abbandonato a sua volta, traslando così nel focolare domestico il rapporto vittima/carnefice che ha spesso caratterizzato il suo personaggio. Il momento più importante è il discorso al funerale del padre, dove l’intensissima performance di Claire Danes restituisce una protagonista forte, cresciuta, determinata a superare il lutto attraverso propositi nuovi e ad abbracciare fieramente la sua maternità.

Si chiude così, in modo spiazzante e solo parzialmente riuscito, la più sorprendente stagione di Homeland, dominata da un’attrice che stavolta senza Lewis ha dovuto reggere quasi tutto da sola. Riuscendoci.

Voto episodio: 7-
Voto Stagione: 8

 

Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

9 Risposte

  1. La Redazione scrive:

    Commenti dall’Angolo delle Discussioni sull’episodio:
    seriangolo forum

     
  2. Mark May scrive:

    “Solo l’idea di fare un finale che definire anti-climatico è un eufemismo merita di essere menzionata; non solo, parte di questo episodio conclusivo è riuscita e centra l’obiettivo, nonostante l’ambizione. Sarebbe stato molto più facile chiudere col botto, con l’ennesimo inseguimento, col drone lanciato sui civili o con la CIA alle prese con rappresaglie interne da sventare all’ultimo secondo. Molto più difficile è chiudere con tutto ciò che ai più non piace, ma che ha creato sottotraccia il tessuto introspettivo della serie. Homeland a un metro dal traguardo inchioda, spegne il motore e si mette a riflettere.” Questo è il mio pensiero su questo finale di stagione.
    Anche a me nn ha molto convinto la storia quinn/carrie (anche se è stato spiegato tutto abbastanza bene), ma in generale sono molto contento sia del finale che della stagione, e questo finale mi ha ricordato il lento finale della prima serie, non so se anche a voi è venuto sto deja-vu.

     
  3. peter scrive:

    Da ammiratore quasi acritico di Homeland (mi è molto piaciuta anche la terza serie) dico che l’ultima puntata mi è sembrata pessima e non per la scelta volutamente provocatoria dell’anti-climax, ma perché tutte le storie sono state portate a conclusione in modo superficiale e, almeno in un caso, banale.
    La storia della madre di Carrie non sta proprio in piedi, ma anche qui non per un problema di verosimile ma perché è raccontata male ed è fuori contesto. Il dietrofront di Saul davanti alla proposta di Dar Adal è inspiegabile con la natura etica del personaggio (sembra che lui accetti le spiegazioni del collega solo per risolvere il problema personale certo spiacevole del “video”). L’ennesima decisione di Quinn di restare nella Cia è legata solo a una delusione d’amore: un po’ poco. Insomma tutte le storie restano aperte ma segnando il passo, ci sarà uno sviluppo ovviamente ma ripartendo esattamente da zero. Immagino di essere isolato, ma in confronto la conclusione della terza serie era un capolavoro.

     
  4. Boba Fett scrive:

    Un classico quello dei poteri forti che muovono i fili, cambiando gli amici in nemici e i nemici in partner, trasformando le guerre in sanguinose recite per inconsapevoli “attori”. Finale tutt’altro che improvvisato, perché la morte reale di James Rebhorn che interpretava il ruolo di Frank avvenne ben prima delle riprese di questa stagione e quando, nel primo episodio, la sorella dice a Carrie che sua figlia era al parco col nonno, fu evidente l’intenzione di usare e tirar fuori la “perdita” al momento giusto.
    Ed eccolo arrivato quel momento, giusto alla fine di un’esperienza professionale difficile, fallimentare; e così gli autori concludono questa (bella) stagione accentuando, al limite del didascalico, il bipolarismo umano di Carrie, trasformando definitivamente la sua vita in una “missione totale”, non importa se in Pakistan o nel Missouri, ma con sempre lo stesso amaro risultato. In questo, secondo me, Homeland invece ha sempre somigliato a 24: Carrie che si allontana in auto è come Jake che cammina lungo i binari con uno zaino in spalla carico di delusione, di senso del dovere che finisce per prevalere su tutto, di rapporti umani sacrificati, un pesante fardello stracolmo di… vuoto.
    Un quarto capitolo in salsa Bigelow, comunque interessante, bisogna riconoscerlo, anche nel suo essersi sempre più allontanato da quella mission dichiarata di “reazione a freddo” all’11 settembre che aveva caratterizzato le prime due stagioni, per tornare al racconto “di pancia”, a quella separazione netta, ma assai meno intrigante, fra il bene e il male. Ma lo sappiamo, questa serie fa della rivoluzione, del ribaltamento degli schemi il suo linguaggio principale e non ha mai lesinato sorprese in ogni singolo episodio tanto che, guardando quest’ultimo episodio, ho avvertito comunque tensione, temendo il botto (quello vero) per tutto il tempo. Invece ci lasciano con lo stesso cliffhanger dello scorso anno, non cosa succederà a questo o quello, ma cosa sarà di questa serie. Non mi sembra poco.

     
  5. Setteditroppo scrive:

    Sì, è vero la stagione è decisamente migliore della precedente e non era scontato. Io ero tra gli scettici. Ma è comunque inferiore, è altrettanto certo, alle prime stagioni. E’ diventata una serie “normale”, piacevole da vedere ma non più al top. Per chi si appassiona alle vicende della fantapolitica, come me, resta ancora un appuntamento fisso ma ora ho un atteggiamento diverso. Mi accontento della tensione. La tensione che il racconto più volte ha saputo trasmettere. Ormai il suo vero punto di forza, più della stessa protagonista. Non è poco. Ma ci eravamo abituati a quel qualcosa in più di cui abbiamo già detto ampiamente. Ho lo stesso atteggiamento di fronte ai film horror che passano oggi al cinema: mi accontento che mi facciano sobbalzare qua e là non potendomi offrire altro (non è la stessa cosa con Homeland ma rende l’idea). La cosa divertente è che anche dopo questo finale, come l’anno scorso, sono scettico sulle capacità rigenerative della serie nella prossima stagione (meglio così, mi piace sorprendermi in positivo). Sulle ultime puntate, vorrei aggiungermi a quelli che hanno storto il naso assistendo prima alla parabola avventurosa e poi amorosa di Quinn…mah!…infine alla comparsa della madre di Carrie (e ho passato venti minuti a cercare di ricordare in quale puntata se n’era parlato o s’era fatta vedere): mi sembrava assurdo riservare tanto spazio a un personaggio sconosciuto all’ultimo episodio di una stagione…mah! Per fortuna ho potuto almeno godere dello scarso minutaggio riservato ai due pezzi da novanta della serie (c’è bisogno di nominarli?) che spero verranno ultraconfermati…insomma le ultime due puntate viaggiavano per me sull’orlo dell’insufficienza, s’è capito no?

     
  6. melania scrive:

    Mi è piaciuta molto la recensione, cambierei solo i voti con un po’ più di magnanimità : fra il sette e l’otto all’episodio e nove alla serie. In realtà appena uscito questo ultimo episodio non riuscivo a vederlo subito in inglese, come al solito, e così non resistendo alla curiosità ho ceduto alla possibilità di “spoilerarmi” qua e là e ho letto cose orribili, commenti super negativi. Poiché mi ero disposta al peggio devo dire che quando finalmente ho potuto vederlo sottotitolato non mi è per niente dispiaciuto: certo, inferiore e non di poco a quei cinque/sei episodi-bomba centrali, ma tutto sommato molto forte nel risolvere il mucchio di cose che “Krieg nicht Lieb” aveva lasciato in sospeso e che lasciavano pensare alla marchetta finale con grande sospensione per, appunto, il lungo tempo a venire. Naturalmente un cliffhanger, e bello tosto, c’è ed è giusto così perché ci predispone alla serie successiva, ma non colossale e privo di appigli, anzi. E comunque mi ha sorpreso la capacità di planare sul dopo-disastro, inscenando quel tanto di vita normale che, almeno nella mia immaginazione, è consentita anche agli agenti della Cia: il dolore, la crescita, l’amarezza ma anche la speranza.
    La magagna che abbassa il voto, secondo me, è nella storia della madre (che fa anche un po’ ridere se uno pensa al contenuto) e che è come una cucchiaiata di ketchup su un buon tacchino arrosto (per stare alla loro tradizione…). Ma che c’entrava questa apparizione? serviva questo a Carrie per fare i suoi bilanci? Mah, secondo me proprio no e l’ho trovato inutile e anche un filino ridicolo.
    Il resto mi fila molto, sono d’accordo con il modo in cui la recensione tratteggia anche il rapporto cripto-amoroso fra Carrie e Quinn, il senso e i limiti di un’eventuale storia. Comunque, non so se Rupert Friend avrà di meglio da fare nei prossimi mesi, ma io temo che Quinn ce lo siamo giocato: me lo fa pensare la scena in cui lui va via in macchina e c’è un lungo sguardo fra i due che in genere è come se apparisse il cartello “questo è il prossimo a lasciarci” e soprattutto l’inquadratura della lettera per Carrie che potrebbe aprire la nuova serie con una commossa Carrie che ne legge il contenuto. (Deliri da abbuffate post natalizie…)

     
  7. Maria Rita scrive:

    Trovo che Homeland sia la serie più bella di tutte in assoluto e l’ultimo episodio non mi ha affatto delusa, dopo una stagione così convulsa un episodio calmo che consentisse di fare il punto della situazione ci voleva proprio.

    In rete ho letto i commenti rilasciati da due veterani della Cia i quali sostengono che in Homeland c’è molto di vero.
    Secondo loro la difficoltà dell’impegno nella lotta verso il terrorismo che ci viene raccontata in “Homeland” rende molto bene l’attività della Cia nei paesi come il Pakistan e l’Afghanistan.
    Paesi dove il governo locale è infiltrato, tra corruzione e ideologia, e dove la presenza degli Americani è vista come “occupazione illegittima”
    Homeland fa emergere in modo chiaro il problema morale, noi vediamo loro come “il male” che a loro volta vedono negli Usa e nell’Occidente una vera e propria minaccia alla loro stessa esistenza.
    In questa serie c’è molto di vero, non solo le vicende di Homeland si svolgono in Pakistan e non in un paese immaginario, ma addirittura la fine della quarta stagione coincide con il ritiro delle truppe Usa dall’ Afghanistan.

    Quella “matta” di Carrie dunque si trova ad essere il Capo della Stazione di Islamabad, luogo indubbiamente difficile e per lei non poteva esserci assegnazione peggiore.
    Lei con le sue ossessioni e con i suoi sdoppiamenti di personalità dovuti allo stress del suo lavoro, è una donna sola e incapace di costruire un rapporto sentimentale concreto.

    Carrie è terribilmente impulsiva invece dopo questa esperienza sembra avere trovato un nuovo equilibrio. Lei che nella sua lucida follia avrebbe ucciso Saul alla fine accetta la sconfitta e lotta per riportare a casa Quinn sano e salvo.
    La sua storia d’amore con Peter Quinn era nell’aria e non mi ha per niente sorpreso.
    Carrie che dice “We Lost, Quinn” mi ha molto davvero emozionata. Quel bacio fra loro io lo avevo tanto atteso, entrambi sognano di lasciarsi alle spalle gli orrori del loro lavoro ma ancora una volta sarà Dar Adal a dirigere i giochi.

    Questa stagione si chiude nel disastro totale lasciandoci un senso di tristezza infinita e la botta finale arriva proprio dal faccia a faccia fra Saul e Carrie.
    Ecco…le basi per la prossima stagione ci sono tutte e a settembre ritroveremo Saul a capo della CIA, fatto che per ora Carrie vive come un tradimento, ma fra loro esiste un forte legame di affetto e di stima, credo e spero di rivederli ancora una volta uno di fianco all’altro in fondo vivono della stessa ossessione quella di evitare un attacco terroristico sul suolo americano.

    Dunque storia eccellente, regia eccellente, cast formidabile, cosa altro occorre per dare 10 a una serie?

     
  8. Al scrive:

    Ma voi siete matti.
    Ma vi ricordate cos’era Homeland nelle prime 2 stagioni e in parte nella terza?

    La roba che è diventata adesso sarebbe noiosa e ridicola anche se fosse una serie a sé stante, ma il fatto che è una figliastra di una ben più grandiosa madre rende ancora più grave la serie di schifezze che è stata questa stagione. Bah.

     
  9. mario scrive:

    Concordo in pieno con Al , le prime 2 stagioni mi tenevano incollato alla sedia .
    Gli autori con la morte di Brody si sono giocati una che poteva essere tra le migliori serie tv di questi ultimi anni. Continuerò a seguire Homeland ma la quarta stagione a mio avviso è stata pessima.

     

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *