Justified – 6×03 Noblesse Oblige

Nel mondo di JJustified – 6x03 Noblesse Obligeustified il rispetto verso l’altro non si dimostra lasciandolo vivo, ma – al contrario di come accadrebbe nella normalità delle cose – ripagandone il tradimento (o presunto tale) con le inevitabili e ormai proverbiali situazioni da “uccidi o sarai ucciso”. Considerare qualcuno pericoloso, una minaccia, è il più grande riconoscimento ammesso e concesso nella contea di Harlan.

Questo nucleo narrativo, che ha sempre fatto da costante, si unisce adesso, cioè nell’ultimo atto della serie di Graham Yost, ad un ritmo sostanzialmente inedito per essere la prima parte della stagione. Le precedenti puntate, infatti, hanno premuto sull’acceleratore e hanno volontariamente posizionato tutte le pedine sulla scacchiera e, non a caso, accade proprio quando il sipario sta per chiudersi per sempre sul Kentucky di Raylan Givens e Boyd Crowder. In questa “Noblesse Oblige”, Justified decide invece di farci tirare un attimo il fiato e di mettere un accento più marcato sulle sue caratteristiche più propriamente interne: la scrittura raffinata, i dialoghi al fulmicotone, la ricercatezza dei dettagli visivi e narrativi e, di conseguenza, la capacità mai scontata, mai banale, nel riuscire a far coesistere tutto, sempre e contemporaneamente.

Justified – 6x03 Noblesse ObligeLa velocità già impressa rimane comunque a fare da sfondo fondamentale all’episodio, perciò questi elementi, che riprendono il tradizionale ritmo lento dell’inizio, non hanno esattamente lo stesso sapore delle altre stagioni. Lo spettatore è già al centro dell’azione e intorno a questo baricentro continua a svilupparsi il resto. In un certo senso, Justified sembra stia cercando di usarsi e sfruttarsi fino in fondo e da ogni punto di vista: una sorta di logica dell’epilogo in cui versare sapientemente tutto quello che si sa fare e farsi così rimpiangere per sempre. Anche dal punto di vista narrativo pare vigere lo stesso interesse: se tutto deve chiudersi, non basta dispiegare una dopo l’altra le “armi” strutturali e utilizzarle al meglio; anche i protagonisti scelti devono saper collegare il passato, cioè essere conosciuti come tipologia, per rivelarsi allo stesso tempo inediti e da sviluppare adesso, in questo (ultimo) presente. Infatti, Avery Markham è un villain nuovo ma pescato dal passato più illustre della contea di Harlan, quello dei padri, delle radici e delle origini – cioè uno dei temi cardine dell’intera serie.

Justified – 6x03 Noblesse Oblige

Nella stretta di mano tra Boyd e Markham c’è esattamente questa congiunzione. Il primo è da sempre stato il simbolo perfetto della sua stessa terra, colui che si è inventato, reinventato e inventato di nuovo, come in un ciclo impazzito di possibilità, tenendo alle proprie spalle sempre lo stesso panorama e facendone anche la sua carta vincente. Quando Ty Walker, il misterioso compratore di proprietà, entra nel bar di Boyd e si presenta nel suo totale anonimato, si percepisce la sua estraneità all’ambiente, il disorientamento di chi esegue solo ordini. Nel momento, invece, in cui Markham bussa alla porta di Ava e incontra Boyd, si espande naturale un’aria quasi commovente e stranamente immediata di familiarità: in poche ed abili mosse (tre episodi), Justified è riuscita a disegnare il tipo di scontro che abbiamo visto continuamente succedersi nelle varie stagioni. La variante fondamentale (e che richiama alla memoria la mai abbastanza celebrata seconda stagione) è che l’antagonista questa volte non arriva dall’esterno, ma  è un vero e proprio figlio di quel selvaggio Kentucky da cui tutti stanno cercando di scappare. Non c’è nulla da fare: non si può andare via da questa arida terra del sud senza averle pagato il giusto dazio; è lei stessa a muovere ogni singolo tassello verso il faccia a faccia finale e senza esclusioni di colpi. Uccidi o sarai ucciso: ogni episodio che passa grida a squarciagola lo scontro finale tra Boyd e Raylan – alla vita dell’uno corrisponderà la morte dell’altro?

Justified – 6x03 Noblesse ObligeIn mezzo a questo binomio ancora intatto, si staglia la figura di Ava, mai così centrale e fondamentale come in questa stagione. Le parole di Markham ne spiegano perfettamente l’importanza, e ovviamente come eco non possiamo che immaginare anche il riferimento a Katherine Hale, amante di Markham e contemporaneamente sua nemica. Anche questo porre nel mezzo Ava come elemento mediano e di contrasto, che si riflette ovviamente nel dissidio interiore della donna, è in fondo un altro modo per avvicinarsi inesorabilmente alla resa dei conti. Nelle prime stagioni, lei era stata campo di battaglia tra Boyd e Raylan, ma non è una semplice questione di amore, sentimenti o emozioni: essi rappresentano il terzetto da cui tutto ha avuto inizio e dove tutto deve anche terminare. Ava non deve semplicemente scegliere chi amare – sarebbe fin troppo semplice ad Harlan; la donna deve scegliere da che parte stare, deve di nuovo decidere a chi appartenere, e c’è la possibilità che finalmente, magari, scelga se stessa. C’è da capire chi ne farà le spese.

Justified – 6x03 Noblesse ObligeIn questo episodio, la parte di Raylan è stata decisamente più accessoria rispetto alle scorse puntate; ma basta il dialogo con Luther Kent, ex minatore e vecchio conoscente, per riportare al centro dell’equazione il vero tema che riguarda il bel Marshall. Luther è sì un altro elemento importante per ricostruire il RICO contro Boyd, ma egli è soprattutto padre, pieno di colpe vere e sensi di colpa inutili, che cerca di fare del suo meglio per un figlio che ha cresciuto totalmente da solo. Mettere in prigione Boyd è in sostanza il compimento del percorso personale di Raylan, è ora materialmente l’obiettivo, l’oggetto, l’ostacolo, che gli permetterebbe di prendere una volta per tutte il ruolo di padre accanto a sua figlia: una chiusura che presuppone un’apertura. Tutto torna, tutto ruota intorno a questa ciclicità e consequenzialità che avrà una vera e propria risoluzione solo alla fine.

Justified è un gioco di doppi e di specchi, con se stessi e con il passato; un percorso di riconciliazioni e allontanamenti, in cui ciascuno deve arrivare a mettere la parola fine ad Harlan, sperare di rimanere vivo a lungo per cominciare una nuova vita in luogo altro. Ma se non si concretizza finalmente (e una volta per tutte) la propria identità nel posto amato/odiato che ha dato i natali, non sarà mai possibile muovere un passo. Yost sta costruendo l’ultimo atto per antonomasia, di quelli che una volta chiusi non faranno rimpiangere nulla della storia e della sua gestione – il fatto che non vedremo mai più una nuova puntata dell’uomo con il cappello è il vero motivo per cui disperarsi.

Voto: 8

 

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

1 Risposta

  1. Andrea scrive:

    Veramente una recensione molto interessante, complimenti! Puntata questa che mette definitivamente in campo tutte le pedine, si vede che c’è una certa fretta (non in senso negativo) nel portare avanti questa storyline per poter arrivare alla fase finale con tutto il tempo necessario per gestire al meglio lo scontro totale tombale tra Boyd e Raylan! Rimango incantato ogni puntata sempre più dalla perfezione di questa serie

     

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