Mad Men – 7×13 The Milk and Honey Route 10


Mad Men - 7x13 The Milk and Honey RouteUn uomo è al volante su una strada immersa nel buio; luci e suoni inconfondibili lo invitano a fermarsi. Sul suo volto si legge che vorrebbe non essere disturbato e continuare a guidare lungo quella via di cui non si vedono né l’nizio né la fine – di cui riconosciamo solo il viaggio. La luce però gli finisce addosso e il riconoscimento è immediato: you knew we’d catch up with you eventually.

Mad Men è ad un passo dalla fine, solo un’oretta scarsa ci separa dal termine della serie; eppure in qualche modo – decisamente strano e misterioso ­– il tempo fisico e strettamente reale del minutaggio della puntata continua a non coincidere con il tempo interno, quello dei suoi personaggi, delle anime che compongono la costellazione dell’universo di Matthew Weiner.

All’inizio della sesta stagione, “The Doorway”, una delle aperture più difficili e criptiche della serie, c’è un’immagine molto chiara che emerge di Don: ha da poco sposato Megan, è con lei su una spiaggia paradisiaca, ma lui non presta attenzione a ciò che ha intorno, totalmente coinvolto nella lettura dell’Inferno dantesco – regalo della sua nuova amante. L’intera sesta stagione è stata in fondo il cammino del singolo all’interno del proprio girone, ognuno con la volontà di costruire un posto confortevole in cui essere se stesso: la nascita della Sterling Cooper and Partners ne rappresentava il punto di partenza collettivo.
La settima stagione, volontariamente spezzata in due parti, è la prosecuzione diretta del racconto: il senso purgatoriale della pena da scontare (Don “relegato” in una posizione defilata e non di potere), gli errori del passato che tornano ad inficiare il presente (il matrimonio con Megan), ma la ferma convinzione nel voler andare avanti e lavorare, mettendo molte volte l’orgoglio da parte.
Infine quest’ultima parte. Seguendo per prossimità quell’intramontabile descrizione del viaggio, dove un solo uomo è riuscito ad eternizzare l’intera umanità, a questo punto dovremmo essere al traguardo – ad un passo dal momento in cui il cielo non si guarda più dal basso verso l’alto, ma lo si rimira vis à vis.

Mad Men - 7x13 The Milk and Honey RouteDon Draper però non possiede esattamente questa linearità o il senso di elevazione, ma ribalta il senso stesso della guarigione, della salvezza e lo trasforma cucendosi addosso il suo benessere, che è solo suo e per questo incondivisibile, a tratti apparentemente incomprensibile. Don Draper è l’uomo che cade, che sprofonda verso il basso, attratto dalla gravità del mondo terrestre, una forza che ha sempre amato ed odiato contemporaneamente: voleva essere ben più di Dick Whitman, ma essere il pubblicitario dei piani alti di Madison Avenue è coinciso con essere per tutta la vita l’identificazione di una bugia. La McCann Erickson era, nelle parole di Jim Hobart in “Time & Life”, il vero e proprio paradiso dei pubblicitari: al posto di un elenco di santi, l’uomo snocciolava i grandi nomi delle più allettanti industrie, i nomi oltre i quali non c’è altro cui aspirare. Ma Don scopre che il paradiso non esiste e il tentativo di mettere piede nella terra promessa è solo l’ultimo approdo verso l’ennesima bugia. “Lost Horizon” termina infatti con Don Draper che lascia definitivamente il suo posto, che sceglie di voltare le spalle ad un’altra spersonalizzazione di se stesso: Don Draper è sì una bugia, ma questa si è consolidata negli anni, ha ottenuto un minimo di struttura, piena di alti e bassi, e soprattutto è stata fondata sulla certezza di essere “il” pubblicitario – e non “uno dei”. Non a caso l’epifania viene da un aereo che vede passare nel cielo, di cui non sa né da dove sia partito, né dove stia andando; ma sa per certo che lui è seduto ancora in basso, a guardare ancora da una posizione di inferiorità, mentre gli chiedono di omologarsi all’ambiente circostante.

Biblicamente, nellaMad Men - 7x13 The Milk and Honey Route terra promessa che Dio vuole dare al popolo eletto scorrono latte e miele; per Weiner invece è la strada ad avere queste caratteristiche. L’orizzonte è perduto, la tensione verso un luogo fantastico e bellissimo dove poter riposare è un’utopia; quello che rimane di concreto è la strada, è il viaggio, non la meta, non il punto di arrivo o il punto di partenza – esattamente come l’aereo che Don vede passare nel cielo. Ma per decidere di abbandonare tutto, ha comunque bisogno di concretizzare ancora una volta qualcosa da rincorrere e l’aggancio fondamentale diventa Diana Bauer, cioè la chimera per antonomasia, colei che racchiude in sé il senso stesso della fuga, la scomparsa, l’inesistenza, gli stessi termini che hanno definito l’intera esistenza di Don Draper/Dick Withman.

Mad Men - 7x13 The Milk and Honey RouteQuesta volta però la fuga non esiste, ed è qui che finalmente le cose cambiano. Le innumerevoli amanti che Don ha collezionato nella sua vita hanno sempre rappresentato il qualcos’altro da desiderare, quindi da prendere e poi lasciare; sono sempre state il suo grande territorio di fuga rispetto ad un baricentro di stabilità che ad un certo punto diventava insopportabile. Ora invece non c’è nulla che lo aspetti, che lo trattenga o lo cerchi: la paura rappresentata dal sogno che apre l’episodio si estingue quando raggiunge questa consapevolezza. Se nessuno ti rincorre, non si può parlare di fuga. Il soggiorno nello Sharon Motel e l’incontro con i veterani sono la fermata inaspettata del sogno, che accade infatti per un guasto alla macchina: nei sei giorni che trascorre in Oklahoma, Don affronta uno ad uno gli elementi del suo passato. C’è il distributore di Coca-Cola che non funziona (il marchio riservato a lui da Hobart), una bella donna su una sdraio (e che sta leggendo La romana di Alberto Moravia) e a cui non rivolge nemmeno parola, un ragazzino che sogna di lasciare la periferia sognando qualcosa di meglio (una sorta di sua proiezione-fantasma del passato); ci sono infine i veterani che tra un bicchiere e l’altro riescono a far raccontare a Don la prima parte della verità sulla sua Corea.

Mad Men - 7x13 The Milk and Honey RouteManca infatti la seconda parte, cioè come si sia appropriato del nome del suo tenente e di come da lì sia nata la sua seconda vita; e non lo fa perché di quel doppio è rimasta una sola unità, quella che parla al telefono con Sally sognando la Spagna e che fa la “paternale” a Wyatt quando sta per commettere un errore simile al suo – iniziare una nuova vita con alla base una bugia, una truffa. Nella rassegnazione di chi non combatte o si giustifica di qualcosa che non ha commesso, c’è la stessa rassegnazione di chi ha accettato ogni parte di se stesso e ha deciso di essere lui, in prima persona, la libertà: regalare la macchina a Wyatt è liberarsi dell’ultimo oggetto che lo possa identificare, qualificare, renderlo riconoscibile e accessibile dal passato. Con una sola busta in mano ed un sorriso spensierato sul viso, c’è un uomo seduto su una panchina, lungo la carreggiata di una strada deserta, senza segnali, senza indicazioni, senza che si vedano un inizio o una fine.

Mad Men - 7x13 The Milk and Honey RouteDon Draper è in questo senso pienamente il presente, è l’oggi del suo tempo, immerso nell’America a cui appartiene e pronto a lasciarsi travolgere dalle sue strade. Betty Francis è invece l’emblema del passato. La notizia del cancro ai polmoni ci arriva totalmente inaspettata, senza segnali che facessero intuire cosa c’era in serbo per lei, e per questo ci colpisce ancora più crudelmente, lasciandoci senza fiato. In un primo momento c’è sicuramente un pensiero cinico e altrettanto meschino che potrebbe attraversare la mente: una malattia così devastante sembrerebbe l’equo contrappasso del cinismo, della freddezza, dell’insensibilità che Betty ha dispensato intorno a sé e verso le persone che la amano di più. Invece la scelta di chiudere il suo personaggio in questa maniera è forse l’omaggio migliore che Weiner le potesse riservare: le mette dinanzi la fine, le presenta la morte e le dà l’occasione per essere se stessa fino in fondo e per sempre.

Mad Men - 7x13 The Milk and Honey RouteTutte le volte che Betty ha volontariamente allontanato l’amore e la spontaneità dei sentimenti, preferendo fumare una sigaretta lontano dai suoi cari invece che condividere con loro lo stesso tavolo, tornano ora quasi a chiudersi in un disegno già previsto. Lei morirà, lasciando di sé la bellezza, la giovinezza, cristallizzandosi in un’icona eterna; da ricordare sì per la vanità, ma anche per la fierezza di sapere quando combattere e quando desistere e perché, anche giunta all’età per essere identificata come Mrs. Robinson, si porterà per sempre quel vantaggio anagrafico che ricordava solo poco tempo prima al suo ex marito. E forse la cosa più dolorosa è che la scelta sia proprio un cancro ai polmoni. Mad Men iniziava (otto lunghi anni fa) con l’immagine di un uomo di spalle che fuma e scrive su un taccuino, mentre cerca di trovare uno slogan per la Lucky Strike: è una scelta che sembra gridare che Betty rimarrà per sempre Betty Draper, e come tale si è riconciliata con sua figlia – con i suoi modi, le sue severe istruzioni, ma lasciandola in definitiva libera di essere totalmente altro rispetto a lei.

Mad Men - 7x13 The Milk and Honey RouteL’ultimo tassello dell’episodio è Pete Campbell, cioè il futuro. La parola chiave dell’intero episodio è stato il passato, lo sguardo all’indietro, il ricordo dei tempi andati; e dove questa è aleggiata di più è proprio nelle scene a lui dedicate. Nella disgregazione generale, che come un virus sta facendo a pezzi il vecchio gruppo della SC&P, chi oltre a Ted si è perfettamente ambientato al nuovo habitat è appunto Pete. Nel corso degli anni, il ragazzino che sognava di essere Don Draper senza averne il talento o il fascino, ma accompagnato dall’inquietudine di volere sempre di più, ha lasciato quasi inconsapevolmente il posto ad un uomo. La sua è stata un’evoluzione costante, lenta, in cui la continua capacità di adattarsi al cambiamento è sempre stata vista come la risultante della foga di compiacere per ottenere riconoscimenti, onori, o quant’altro. E tutto questo, ad oggi, è il valore che invece gli viene ricompensato. Ciò che Don non è riuscito a fare, cioè sopprimere il suo gigantesco io per entrare in altri ingranaggi, è invece la carta vincente di Pete e che l’improvvisa apparizione dell’headhunter Duck Phillips gli certifica. Il passato allora non è lastricato solo di errori, ma è stato nel suo caso il percorso necessario per tornare indietro, come una sorta di rincorsa per andare più velocemente verso il futuro che davvero vuole – e che include Trudy e Tammy, un nuovo ed appagante lavoro totalmente suo.

Weiner ha deciso di includere solo tre personaggi, quindi tre macrostorie, in questo episodio di cui firma anche la regia, e, se non per pochi minuti, tutto si svolge al di fuori dell’unica unità storica e temporale che ha sempre fatto da collante in Mad Men: gli uffici. Senza fare troppe ipotesi su ciò che vedremo, l’intenzione sembra ormai una: le storie di ciascun personaggio, che si sono sempre intrecciate le une con le altre, sovrapponendosi e scambiandosi, sono ora dei fili dipanati, che si allontanano dalla matassa che erano per prendere – letteralmente – ciascuno la propria strada.

Sopra ogni cosa rimane solo il tempo, lo stesso tiranno che ci ricorda che il nostro, con loro, è praticamente finito.

Voto: 9

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Informazioni su Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).


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10 commenti su “Mad Men – 7×13 The Milk and Honey Route

  • Max

    Siete tutte bravissime nelle recensioni a Mad Men e tutte insolitamente donne…o no ? Che Mad Men sia seguita più dalle donne che dagli uomini ? Non saprei. Cosa dice la AMC ? Queste ultime puntate sono la summa di un’opera letteraria mediata dalla TV e durata sette stagioni. Non credo di aver visto niente di meglio negli ultimi 20 anni che io possa ricordare. La perfezione stilistica è uno strumento utilizzato alla perfezione e mai di maniera. A parte le tematiche così ben riassunte dalla recensione resta uno stile incredibile. Che questa serie abbia così tanto seguito (ma non Italia ovviamente credo…) mi consola della malinconica caduta del gusto. Che scena la piccola scalata di Betty ormai consapevole all’università, quanti significati ì, quante metafore, quanto cinema, quanto tutto. Meno male che posso dire (almeno questa volta) io c’ero ed ero in differita di solo un paio di giorni. Grazie a tutti.

     
  • marco

    Bellissima recensione. grazie.
    Davvero mi chiedo quale sarà il contenuto della prossima puntata.
    Tutte le storie, in realtà, si sono concluse. Potremmo aver visto l’ultima scena riguardante ogni personaggio.
    Don seduto su una panchina in attesa dell’autobus che lo porterà nel suo futuro, in mezzo al nulla, finalmente staccato da tutto, finalmente sereno, finalmente se stesso (??), a continuare il suo viaggio.
    Peggy che entra con una nuova sicurezza di sé alla Mc Cann, con lo stesso sorriso compiaciuto del finale di The Other Woman, ma con più malizia e sicurezza in se stessa.
    Joan che esce sconfitta di scena, perdendo quel lavoro e quella posizione tanto sospirata, che le dava quel sorriso sognante ordinando la colazione in camera nell’albergo di Los Angeles, prima che tutto crollasse. Però anche lei libera (con un po’ di soldi in tasca) di seguire il suo nuovo compagno e di dedicarsi a suo figlio. Non era quello che sperava, quello per cui ha lottato, quello per cui si è “sacrificata”. Ma è comunque qualcosa.
    Peter anche lui proiettato nel suo futuro. Un futuro (apparentemente) radioso, con una posizione individiabilissima. E una famiglia ricostruita. Ma Duck gli ha saggiamente preannunciato che non dura. Anche perché tutto quello che ha raccontato a Trudy è una bugia raccontata a se stesso prima che a lei. La verità lui l’aveva raccontata alla sua amante (quale era il suo nome), che aveva appena subito l’elettroshock. Trudy non è certo l’unica che ha amato. Non appena sistemato Pete si ricostruirà la vita che ha sempre fatto. Quella di Don nel primo episodio della serie.
    Roger, accasciato sulla scrivania. Senza più un futuro, senza più eredi, senza più nome, avendo dilapidato tutto quello che il padre aveva costruito con Cooper.
    Betty che sale le scale e si avvia verso gli ultimi mesi della sua vita.
    Sally che finalmente riesce a piangere lacrime d’amore per sua madre, sentendosi da lei finalmente amata e capita.
    Megan, uscita di scena con un milione di dollari, che si trascinerà nella frustrazione di se stessa, di non essere quello che vorrebbe essere, potenziale futura alcolista.
    Ted con un sorriso stampato in faccia, forse lui finalmente sereno.
    Ken, Harry, Stan. Di tutti in qualche modo il cammino è compiuto.
    Che altro è rimasto da dire?
    Uno flashforward, venticinque anni dopo?
    Un flashback, venticinque anni prima?
    Davvero non so che cosa possiamo aspettarci dalla quattordicesima puntata. Che un numero che non c’è mai stato nelle serie precedenti. E dunque ci si potrebbe aspettare che sia davvero “staccato” da tutto il resto…

     
  • Teresa

    Nei forum e blog in giro per il mondo, la maggioranza dei commenti è di grande affetto per Betty. Buffo, no? Betty non è mai stata una personaggio amabile, ma gli spettatori l’hanno amata lo stesso. Così come accade nella serie. Don, Henry, i suoi figli, il ragazzino amico di Sally, tutti hanno amato o amano Betty. Anch’io l’ho sempre amata. Sembra sempre che Mrs. Francis conosca un segreto che non vuole rivelare. E’ sfuggente, è infantile a adulta al tempo stesso, è tante cose insieme, e quando credi di averla capita ti sorprende sempre.
    Io ricordo quando un paio di stagioni fa lei credette di avere un tumore alla tiroide. Allora la sua reazione fu molto diversa. Fu di paura, di dolore per quello che lasciava indietro. Ora invece accoglie la fine con grande saggezza, quasi con sollievo. Forse ha capito che il segreto della vita è saper lasciare andare quando è il momento di farlo? Chissà.
    Da notare che invece Megan è sempre risultata odiosa alla maggioranza degli spettatori, nonostante non fosse un personaggio negativo. Ci sarebbe da scrivere una cosa a parte sul perché.
    Comunque, la scena di Don ubriaco che confessa ai veterani di avere provocato la morte del tenente è una delle più potenti che io abbia mai visto. Ma tutto questo finale di serie è di una bellezza incredibile.

     
    • winston smith

      Se, come scrivi tu, Betty è stata sempre amata dagli spettatori – e io non mi sento di sottoscrivere questa affermazione avendo letto i commenti in rete nel corso degli anni, a dire il vero -, ma, se ciò che scrivi è vero, forse il vero odio (perché non di antipatia, ma di vero odio si è trattato da parte di molti) nei confronti di Megan è logicamente imputabile al fatto che la nuova moglie di Don andava a sostituire la vecchia moglie di Don; agli occhi di chi provava affetto per Betty Megan assumeva in sostanza il ruolo dell’usurpatrice: una colpa imperdonabile!
      Don ubriaco che confessa il peccato originario ti è sembrato più potente di Don che, spogliato dell’ultimo bene materiale che portava con sé fra quelli che la società capitalistica contemporanea promuove attraverso la pubblicità come immancabili per la felicità del buon cittadino/consumatore, ossia la macchina, sorride di gusto come forse non l’abbiamo mai visto sorridere in sette stagioni in cui, materialmente, è vissuto nell’opulenza? Per me, l’ironica verità di questa scena finale è la più potente della serie perché riassume in pochi secondi la contraddizione intrinseca della “finta” vita condotta dal suo protagonista che trova il suo apice nel sempre crescente allargamento della forbice fra ciò che ha dovuto far credere agli altri per quanto gli imponeva la sua condizione lavorativa e quello a cui ha creduto e crede lui avendo subito più che controllato gli eventi della sua vita privata. Profetico, a questo punto, è stato il commento di un utente americano che mi è capitato di leggere qualche tempo fa secondo il quale, presentando una visione alquanto eterodossa rispetto a quella comunemente riconosciuta e accettata, la caduta alla quale assistiamo nella sigla non è quella di Don, ma del mondo pubblicitario che lo circonda e pertanto alla fine ritroviamo il nostro protagonista seduto tranquillamente sul divano perché la sua scelta finale non potrà che essere quella di chiamarsi fuori da quel mondo in caduta libera (non dal punto di vista della quantità di business ottenibile, ma dell’aderenza fra il credo di quell’ambiente e il sistema di valori di Dick/Don/Nessuno). A un episodio dalla fine, contando che Don giustifica la sua ricchezza dichiarando al giovane truffatore “I WAS in the advertising business”, mi verrebbe da fargli i complimenti per averci azzeccato in pieno presentando un’idea abbastanza originale se si tiene conto dell’interpretazione che dal primo momento si è diffusa come prevalente di quell’ormai iconica opening sequence.

      Personalmente, sono stato felicissimo di rivedere un ancora semi-alcolizzato Duck, uno dei miei personaggi preferiti in assoluto, che dall’abbandono dell’amato cane alla comparsa pugnace in The Suitcase è stato protagonista di alcuni dei momenti più memorabili che Mad Men mi ha dato.
      Inoltre, non credevo che l’avrei mai detto, ma sono felicissimo anche per Pete, sul cui cambiamento reale, al contrario di Sara, credo davvero: Pete è un camaleonte, un survivor, e sulla strada del suo sogno di diventare come Don Draper ha capito dove Don Draper sbagliava. Non mi ha sorpreso affatto, dunque, una volta rientrato dalla California implicitamente abbandonando quell’artefatto modello puerile, vederlo pian piano fare pace con se stesso e con persone che, usando un eufemismo, non ha trattato molto bene in passato (negli ultimi episodi, ha avuto momenti di personale riscatto prima con Joan in macchina, poi con Peggy nel suo ufficio e ora con Trudy nel loro salotto, mostrando a tutte e tre le donne di aver messo da parte la precedente, sgradevole versione di sé che tanta sofferenza è stata in grado di causare).

      Dall’ultimo episodio vorrei tanto un ultimo momento fra Don e Betty, Don e Peggy, Don e Roger. Il resto è un optional, come direbbe una pubblicità.

      P.S.: Sara, sulla settima stagione “volontariamente” spezzata in due parti secondo la tua definizione in recensione, credo che, oltre a noi spettatori, lo stesso Weiner avrebbe qualcosa da dire, ma al termine del viaggio va bene così; nonostante l’ostacolo finale, Mad Men ha saputo confermarsi per ciò che è sempre stato, la miglior serie di sempre. E tanto basta. XD

       
  • Teresa

    Winston, in realtà di cose da dire, di scene da sottolineare, ne avrei una marea. Ma me le conservo per il finale XD
    Su Betty/Megan: io credo che le reazioni degli spettatori abbiano a che fare con qualcosa di più profondo del dualismo prima/seconda moglie. Sono due tipi di donna molto diversi. Betty, nonostante l’apparenza, è la più complessa delle due. Mi viene in mente Don che la chiama “Birdie”. Betty dà l’impressione di essere un uccellino rinchiuso in gabbia, e forse è per questo che la maggioranza degli spettatori l’ha amata.
    Megan è più “moderna”, dà l’impressione di sapersela cavare da sola nella vita. E ci sarebbe da riflettere sul perché susciti tanta antipatia, se non odio, come hai detto.
    Io ho sempre preferito Betty, ma narrativamente parlando, nel senso che è stata sempre un gran personaggio, uno dei migliori dell’intera serie, a differenza di Megan, che è più “semplice”.

     
  • V.

    Ciao a tutti! Commento qui per la prima volta, vi ho scoperti solo oggi 🙂
    Bella recensione e opinioni interessanti.
    Non sono d’accordo su una cosa, però, che mi è capitato di leggere spesso anche in altre opinioni e recensioni. Don non è identificabile con un solo tempo. Non è cambiato molto esteticamente da quando lo abbiamo incontrato la prima volta, non si è mai immerso davvero negli anni che ha attraversato. Li ha sempre osservati, mai vissuti davvero. Proprio come Dante, che sì, viaggia per l’Inferno, ma non ne fa parte ed è solo testimone di quanto vi accade.
    Mentre gli altri hanno viaggiato nei cambiamenti storici, come mostrato anche dagli abiti, dalle acconciature, dalla cronaca, Don è atemporale. Il suo viaggio è interiore e non può adeguarsi a quei cambiamenti contingenti, men che meno alla nuova struttura dell’ambiente pubblicitario, dove dovrebbe essere un ingranaggio di un meccanismo più grande, guidato per di più dai dati e dalle ricerche e non più dal colpo di genio dell’uomo eccezionale. Perché nonostante la propria doppiezza (a mio avviso sempre più inesistente), è sempre stato coerente con se stesso.
    Anzi, oserei dire che ora, dopo essersi decostruito completamente abbandonando l’ultimo oggetto materiale che lo caratterizzava (la Cadillac – e vorrei ricordare che il primo lavoro che svolge da Don Draper, dopo la guerra, è quello di venditore di auto usate), è pienamente se stesso, un Dick Draper o un Don Whitman. Non è solo l’uomo dei suoi sogni, al quale aspirava, ma è anche se stesso (e lo si vede quando dà consigli economici alla figlia, molto saggiamente; o quando invita il ragazzo a non cominciare una nuova vita su una bugia). Si era perso e ora si è finalmente ritrovato. Don, dunque, non è né passato né presente né futuro: è tutto questo insieme, ed è forse il sogno americano.

     
    • Sara De Santis L'autore dell'articolo

      Ciao V.!
      Prima di tutto grazie 🙂
      Poi volevo dire un paio di cose a proposito di quello che dici: io sono assolutissimamente d’accordo sull’atemporalità di Don Draper e ad un livello forse anche più ampio, perché penso che senza tempo sia l’intera serie. Ma questo è un altro discorso.
      Quello che volevo dire con la mia recensione è sostanzialmente circoscritto a questo episodio: abbiamo tre personaggi e solo tre storie al suo interno; e loro tre secondo me rappresentano – ripeto, in questa puntata – tre sguardi diversi. Betty il passato, colei che rimarrà per sempre tale, giovane e bella, nei ricordi di chi le sopravvive. Pete è il futuro, inteso come quello di cui ci lasciano intendere l’avvenire. Don è il suo adesso, lui è finalmente il suo personale presente perché ha scelto volontariamente di essere lì su quella panchina sconosciuta, senza nulla se non il sorriso con cui si chiude la puntata.
      Spero di essermi spiegata un pochino meglio 🙂

       
      • V.

        Ciao Sara! Grazie per la risposta 🙂 avevo interpretato io male quello che intendevi, forse per altri commenti letti (altrove, su siti americani) che secondo me non riuscivano a cogliere aspetti di Don e della serie perché si fermavano solo agli eventi. Invece, sono anch’io d’accordo con quello che dici, bella lettura dell’episodio! Perdonami ancora per il fraintendimento 🙂

         
        • Sara

          Ma figurati! Anzi, è sempre bello ed interessante poter parlare e confrontarsi! Se poi è su Mad Men ancora di più 🙂

           
  • Grazia Ippedico

    A te che hai recensito Complimenti. Purtroppo vedo l’ultima stagione solo ora. E niente. Ho ancora un nodo alla gola. Betty mi ha sempre turbata per la sua umana insoddisfazione. Pensare alla sua morte mi fa letteralmente male. Penso a Sally e mi viene da piangere. Mi mancheranno tutti. E Don… quando sorride è la fine del mondo.