Mad Men – 7×14 Person To Person 31


Mad Men - 7x14 Person To PersonSe fino allo scorso anno il mistero di Don Draper era legato alla presa d’atto della sua duplice identità e al tentativo di imparare a vivere con questo dissidio interiore, con questa seconda metà di settima stagione Weiner ha deciso di portare il racconto su un nuovo livello, la cui comprensione avviene compiutamente solo con quest’ultimo episodio. 

C’è stato un tempo in cui l’uomo era Dick Whitman; poi è arrivato Don Draper, maschera perfetta del self made man affascinante e in grado di coprire quanto di inaccettabile si trovava in quella prima versione di sé, che era incapace di convivere con i propri traumi. Nel corso della serie abbiamo assistito alla decostruzione, pezzo per pezzo, di un’impalcatura non più in grado di sopportare quel peso divenuto insostenibile; abbiamo visto, con una lentezza mai come in questo caso necessaria, ogni singolo centimetro della caduta, fino ad arrivare prossimi – noi, insieme a lui – allo schianto. C’è stato il colpo di reni e quindi l’inversione della rotta, ad un passo dalla fine; ci sono stati dolore e passi falsi, ma anche una volontà sempre più forte e un desiderio sempre più presente di svestire quella maschera e di riscoprire se stesso.

Mad Men - 7x14 Person To PersonQuello che questa seconda metà di stagione e questo finale in particolare portano a termine è il percorso di riappropriazione del sé mediato da un’esigenza umana fondamentale: la possibilità di scegliere chi davvero vogliamo essere. Andare avanti, come Don alla fine comprenderà, non vuol dire necessariamente cancellare il passato, bensì decidere liberamente quanto di ciò che abbiamo vissuto valga la pena di tenere, e quale parte invece possiamo lasciare andare – senza rancore, senza paure, senza più porte chiuse. La vita come Dick Whitman è troppo lontana e dolorosa per essere ripresa interamente; quella di Don Draper, d’altro canto, è stata piena di troppe bugie e falsità per essere semplicemente aggiustata e recuperata, come un abito che si continua ad indossare cambiandone solo qualche parte. “Cosa voglio essere?” è la domanda portante di quest’ultima parte di stagione, in cui il futuro – ricco e aperto ad ogni possibilità – ha messo in crisi Don proprio perché per la prima volta è stato posto davanti alla scelta. Non più, o meglio non solo, “Chi sono?”, ma “Chi desidero essere davvero? Qual è la mia vera aspirazione identitaria, senza obblighi, senza più nessuna costrizione?”.

I’m coming home.”
You are definitely not!”

Tre sono i rifiuti che Don riceve in questo episodio; tre situazioni in cui ciò che sente di dover fare (i famosi “should”) vengono rispediti al mittente, tagliandolo fuori da qualunque forma di obbligo nei confronti degli altri e lasciandolo nell’unica espressione di dovere davvero necessaria, giunto alla fine del suo percorso: quella verso se stesso.
Mad Men - 7x14 Person To PersonUna Sally incredibilmente cresciuta si pone come primo, enorme macigno tra Don e la famiglia; è una donna, ormai, che incarna in sé la volontà ferrea di Betty (“I’m not being dramatic. Now, please, take me seriously”), le azioni di Henry (“Do you understand I’m betraying her confidence?”) e la presa di distanza dall’impulsività paterna (“I’ve thought about this more than you have”). Non c’è bisogno di lui, perché tutto è già stato organizzato senza considerare la sua presenza.
A sottolineare il concetto, in modo crudo e al contempo doloroso per entrambe le persone coinvolte, è Betty, nella prima telefonata “person to person” della puntata: la normalità, necessaria per i figli più piccoli, è quella senza di lui; senza quell’uomo che, imbrigliato in una crisi interiore decennale, non ha potuto essere davvero presente per gli altri perché non lo è mai stato in primo luogo per se stesso.

Mad Men - 7x14 Person To PersonA presentare il terzo, lapidario, rifiuto, è Stephanie, unica rappresentante rimasta dell’altra famiglia: con quel “You’re not my family” la ragazza sancisce la recisione dell’ultimo filo che lega Don/Dick al suo passato, cosa che, come vedremo, rappresenterà l’inizio di un percorso solitario, necessario, finalmente vero.
“Per arrivare al Paradiso deve accadere qualcosa di terribile”, diceva Don in “The Doorway”, e la frase torna utile qui nelle vesti di un lutto trasfigurato: il dolore insito nell’essere lasciato da solo, e nello spogliarsi di tutto ciò che lui ha rappresentato (proprio come l’uomo della pubblicità delle Hawaii), risulta l’unica strada possibile per rinascere come uomo nuovo; un individuo finalmente consapevole, che sceglie di tornare al mondo a modo suo, seguendo la strada che più gli appartiene.

Hello, I love you, won’t you tell me your name?” – The Doors, 1968

E in fondo, che cos’è l’accettazione di sé se non un atto d’amore nei propri confronti? L’amore è quel sentimento che Dick non ha mai potuto provare per se stesso, circondato com’era da persone incapaci di insegnarglielo, tanto da considerare come vera figura materna – ossessivamente ricorrente nelle sue pubblicità – una donna che ha confuso in lui i concetti di amore e di piacere; che l’ha condotto, in tutti questi anni, a ripercorrere il trauma cercando sempre altro rispetto al sentimento vero, e sempre da donne più mature rispetto alle sue mogli. Ma si tratta anche di quell’amore che, in quanto Don Draper, non è stato in grado di cogliere, di ricevere dagli altri. È in questa direzione che lavora la puntata, in due momenti preparatori e in uno di totale e assoluto scioglimento, prima del finale.
Mad Men - 7x14 Person To PersonDurante il primo seminario, Don si ritrova a dover comunicare la propria interiorità senza usare la sua arma preferita – le parole – e senza nemmeno poter contare sul suo innato charme, dato che la persona davanti a lui è una donna anziana. Se togliamo l’aspetto verbale, ciò che di noi rimane è il linguaggio del corpo, da cui traspare il nostro reale mondo interiore: e infatti Don si pone in una posizione ostile, a braccia conserte e poi incrociate davanti a sé, impedendo qualunque forma di comunicazione con l’altro. È per questo che la donna lo spinge; è per questo che l’incapacità di Don di ricevere e di esprimere affetto, o una qualunque sorta di apertura, porta le persone attorno a lui a decidere che la normalità delle loro vite sia quella che non prevede la sua presenza. È singolare, inoltre, come la donna spinga Don ma senza alcuna rabbia, anzi: l’anziana signora, a differenza sua, comunica benissimo, e il suo atto sembra far passare un unico messaggio, con un eccezionale parallelo con quella che sarà la scena con Leonard: “Svegliati”.

Mad Men - 7x14 Person To PersonL’ultima telefonata di Don è a Peggy, con la quale le cose vanno diversamente. L’inizio della chiamata, tuttavia, ripercorre di nuovo l’incapacità di Don di cogliere l’amore altrui, quando l’arrabbiatura della donna viene scambiata per ira lavorativa e non per sincera preoccupazione nei suoi confronti. È solo con la frase che gli è stata negata dalle altre tre donne (“Don, come home”) che Don si apre e si rende vulnerabile ad una delle persone più importanti della sua vita, forse alla più importante in assoluto; quella che non a caso non sapeva nulla della sua duplice esistenza, perché per Don il dolore del suo rifiuto sarebbe stato inaccettabile, e che proprio perché lo ama di un puro e semplice affetto non batte minimamente ciglio davanti alla sua confessione. Don si mette a nudo, dicendo le cose più terribili e con una sintesi encomiabile: “Ho infranto tutte le mie promesse; ho scandalizzato mia figlia (il trauma vissuto, il trauma ripetuto); ho preso il nome di un altro uomo e non ne ho ricavato nulla”. È solo Peggy a ricordargli, come capirà anche lui alla fine, che l’ultima frase è falsa: non è affatto vero che dall’identità “Donald Draper” non ha ricavato nulla. Lui è qualcosa: deve solo accettare, finalmente, di esserlo.

“I don’t even know what to do with myself because all I want to do is be with you.”
What?”

Mad Men - 7x14 Person To PersonC’è un motivo se Peggy è sempre stata in grado di capire Don, pur senza conoscerne il vero passato, ed è quello di aver vissuto, come lui, una scissione interiore che l’ha portata a reprimere una parte di sé: quella in grado di aprirsi all’amore, riconoscerlo e ricambiarlo.
L’incapacità di confrontarsi con quella parte di se stessa l’ha sempre portata a buttarsi sul lavoro, per non sentire da parte degli altri quel genere di affetto che non è mai stata capace di accettare: il suo ammettere di non avere parole non solo davanti al discorso di Stan, ma anche a quello di Pete – che la elogia in un modo onesto e sincero – è la conseguenza del giudizio che lei nutre verso se stessa e che proietta da sempre sugli altri, come fa in questo caso proprio con Stan durante la loro discussione. Qui le parole di vera stima dell’uomo, accompagnate da domande sulla sua vera identità, su cosa lei voglia davvero fare ed essere, vengono rifiutate, perché guardarsi dentro è un processo doloroso; è più facile mettersi a braccia conserte – esattamente come Don – e impedire qualunque forma di dialogo.
Perché questa volta, però, le cose cambiano? Non è solo la dichiarazione d’amore di Stan, che avviene al telefono e che paradossalmente diventa più intima proprio per la distanza interposta; è la partenza di Pete memento del suo dissidio interiore, ricordo del preciso momento in cui il lavoro ha vinto sul sentimento – a slegarla e a liberarla per sempre dal peso del suo passato. La donna che viveva di solo lavoro, e che portava chiuso dentro di sé il segreto di un figlio, coniuga finalmente le sue due identità, e grazie ad un uomo che conosce la sua intera storia.

“Both sides now” – Judy Collins, 6×13 “In Care Of

Mad Men - 7x14 Person To Person“Ho guardato la vita da entrambi i lati ora”, come cantava Judy Collins in chiusura del sesto season finale: e sembra che su questa nota si concludano le storyline di tutti i personaggi, non solo quella di Peggy.
Joan sceglie di coniugare finalmente le sue due identità, quella di donna in carriera e quella di madre di famiglia, esplicitandolo nella scelta del nome della casa di produzione (i suoi due cognomi, da nubile e da sposata) e nell’utilizzo della sua stessa abitazione come ufficio. La parentesi legata a Richard non poteva funzionare: l’illusoria possibilità da lui offerta di essere e fare qualunque cosa (sposarsi o no, vivere a New York o altrove) mostra la sua vera natura nel momento in cui Joan prende una libera decisione per sé, giungendo alla scelta – finalmente – di ciò che è più giusto per se stessa e la sua famiglia.
Roger decide di fare pace con la sua natura di “uomo all’ultimo capitolo”, così rifiutata nel corso di anni vissuti alle prese con donne giovanissime, alcol e droghe: la responsabilità nei confronti del figlio e la scoperta di poter essere felice con una donna della sua stessa età rappresentano una presa d’atto e al contempo una liberazione dai propri fantasmi.
Mad Men - 7x14 Person To PersonSe di Pete si è già ampiamente parlato nello scorso episodio, non si può non menzionare l’accettazione, da parte di Betty, della presenza di Sally in casa, tornata per aiutare la madre nei suoi ultimi mesi nonostante le fosse stato raccomandato di stare lontana. Betty ci lascia con un’immagine immortale – lei seduta al tavolo con una sigaretta – ma con un atteggiamento totalmente diverso rispetto a quello con cui l’abbiamo sempre vista; ed è forse questa, per entrambe, la vera risoluzione identitaria, con la riscoperta del loro ruolo di madre e figlia.

Person to Person

Mad Men ha sempre usato le festività non solo per comunicare più rapidamente i vari momenti dell’anno, ma anche per veicolare aspetti simbolici fondamentali per la comprensione dei personaggi in generale, e di Don in particolare. Non è quindi un caso se in ogni scena girata alla McCann-Erickson vediamo le decorazioni di Halloween, presenti in modo persino esagerato per essere in un ufficio. Ma perché proprio questa festività?
Mad Men - 7x14 Person To PersonHalloween rappresenta il Capodanno Celtico, la fine di un ciclo della natura e l’inizio di un altro; è la notte in cui il velo che divide i morti dai vivi si fa più sottile, in cui si saluta il passato e si accoglie, con il giorno, l’arrivo di una nuova vita. È di notte che Don vede per l’ultima volta Stephanie, rappresentante di un passato che gli aveva sempre impedito di dedicarsi davvero ad una scoperta identitaria; è di giorno, con un risveglio letteralmente baciato dal sole, che Dick/Don si scopre da solo. È dopo l’addio che si può dare inizio alla rinascita.

La telefonata con Peggy, come riportato poco su, è uno dei due elementi preparatori alla liberazione dell’uomo, che assume carattere universale proprio perché messa in scena da due identità diverse eppure incredibilmente simili. È la frase di Peggy in risposta al suo non aver combinato nulla come Don Draper (“That’s not true”) ad innescare quel processo di presa d’atto del sé che porterà alla risoluzione finale, e all’accettazione della propria, vera e sentita, identità.
Ma prima c’è ancora un passaggio, un elemento fondamentale per un Don tanto vicino alla conclusione quanto ancora confuso sulla sua interiorità. È un uomo comune a prendere la parola durante il seminario; anzi, è un uomo quasi invisibile, l’esatto contrario del Don Draper che siamo stati abituati a vedere per anni.

Mad Men - 7x14 Person To PersonDon, con lo sguardo perso nel vuoto, si accende – si sveglia – ascoltando parole che suonano non solo familiari, ma finalmente reali (“It’s like no one cares that I’m gone”) e a cui segue la più vera e devastante delle spiegazioni. Leonard è un individuo che ha una vita poco interessante e che ciononostante riesce a spiegare – al posto di Don, ma anche al posto di molti di noi – quanto la vita possa essere dolorosa quando non siamo in grado di ricevere l’amore perché non sappiamo nemmeno cosa sia (“You spend your whole life thinking you’re not getting it, people aren’t giving it to you. Then you realize they’re trying and you don’t even know what it is”).
Non lo riconosciamo, siamo quindi convinti di non riceverlo e per questo continuiamo a cercarlo, solo per rimanere costantemente insoddisfatti: come un qualunque cibo in un qualunque frigorifero, che si accende e si spegne solo quando qualcun altro lo vuole. La necessità di essere scelti dagli altri (“maybe they don’t pick you”) diventa l’unico modo per sentirsi vivo per chi in realtà non ha mai fatto quello che ciascuno di noi dovrebbe fare nel corso della propria vita: scegliere e accettare se stessi, liberamente e in un moto d’amore incondizionato; senza più giudizi, senza più costrizioni.

Mad Men - 7x14 Person To PersonIl riconoscimento, per la prima volta, di se stesso porta Don a non parlare, ma ad agire; come nel primo seminario non era stato in grado di comunicare la sua interiorità e la signora aveva cercato di svegliarlo, così, con una struttura a specchio, qui Leonard ha saputo portarlo al risveglio, e l’unica azione possibile diventa quella non verbale: l’abbraccio, il pianto, la condivisione di un dolore che è personale e al contempo universale.
Da Don a Leonard; da Dick a Don, verso una terza e più consapevole incarnazione.

“You only live twice, or so they say” – Nancy Sinatra, 5×13 “The Phantom

Mad Men - 7x14 Person To PersonForse non è così vero che viviamo solo due volte; forse il vero segreto della vita sta nel costruirsi, decostruirsi e scegliere infine una nuova pelle per se stessi, che sia davvero una scelta personale e consapevole della realtà che vogliamo abbracciare per noi.
Nella sigla Don Draper era l’uomo nell’ufficio, che vedeva il mondo crollare a pezzi e che con esso iniziava a cadere, attraverso pubblicità, alcol, donne; Don Draper era l’uomo che, invece di schiantarsi, si ritrovava su un divano a fumare una sigaretta.
Il nuovo giorno dopo la rinascita porta speranza, idee, e soprattutto “a new you”: ma è davvero necessario che una nuova identità sia qualcosa di totalmente diverso dalle precedenti? L’accettazione del passato, ma soprattutto di noi stessi, porta ad apprezzare quanto di buono abbiamo prodotto nonostante tutto, quanto di meraviglioso abbiamo saputo creare: e che cosa è stato Don Draper sopra ogni cosa? Un pubblicitario.

L’ultimo dettaglio che vediamo di Don è un sorriso, il cui significato rimane volutamente ambiguo; eppure non è così importante sapere se in quel momento lui ha colto la sua identità e ha solo successivamente elaborato la pubblicità più famosa di tutti i tempi, o se è avvenuto il contrario.
C’è poi tutta questa differenza?
Mad Men - 7x14 Person To PersonLo spot della Coca-Cola rappresenta il più grande successo di un pubblicitario che decide, con quelle immagini, di rappresentare un’umanità intera, unificata, nonostante età, sesso e pelle, sotto il segno dell’armonia; allo stesso tempo, dimostra a lui come non ci sia nulla di sbagliato nell’essere un “advertising man”, non se quella identità è finalmente accettata; mostra infine a noi come questa sia la conclusione perfetta per Don, e per la serie stessa.
Non è insomma una coincidenza che la pubblicità migliore di Don arrivi insieme a questa presa d’atto; non è un caso che una serie come Mad Men finisca con uno spot pubblicitario.

Mad Men - 7x14 Person To PersonEntrambi i viaggi si sono quindi conclusi, quello del protagonista e quello della serie stessa. Con quest’ultima parte di stagione Don si è finalmente riappropriato del proprio tempo, dopo una vita passata ad essere sempre fuori dalla sua stessa epoca; ha concluso un ciclo e ne ha aperto un altro, che non necessariamente dovrà essere positivo ed eccezionale, ma che di sicuro sarà diverso, nuovo, finalmente desiderato. Attraverso Don e tutti gli altri personaggi, Weiner ha saputo mettere in scena un racconto la cui varietà (di temi, di eventi storici, di vita) lascia interdetti ancora oggi. Raccontando la crisi di un uomo dalla vita stra-ordinaria, nel senso etimologico del termine, Mad Men ha saputo parlare a ciascuno di noi, perché ha messo in scena nonostante tutto la vita, quella che – al netto delle particolarità di ognuno – coinvolge tematiche universali, e soprattutto tipiche dell’uomo contemporaneo. Don Draper sarà stato anche il grande uomo davanti al quale nessuno regge il paragone (anche perché interpretato da un Jon Hamm davvero perfetto); ma in definitiva si è rivelato soprattutto una metafora dell’uomo comune: da persona a persona, da Dick a Don, da Don a noi.

Voto episodio: 10
Voto stagione: 9 ½
Voto serie: 10

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Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.


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31 commenti su “Mad Men – 7×14 Person To Person

  • Pietro Franchi

    E’ da lunedì sera che fatico a trovare le parole per questo finale, ma vedo con piacere (e senza sorprese) che hai detto tutto tu, in una recensione che coglie perfettamente l’essenza sia di questo bellissimo finale che della serie in sé. Di nuovo, complimentissimi 😀
    Detto ciò, non posso che ripetere quanto sarà dura la vita senza Mad Men, senza quelle ore di riflessioni alla fine di ogni puntata, senza quella scrittura perfetta, studiata nel minimo dettaglio, senza quella regia in grado di restituire il tono dell’episodio con un’efficienza innegabile. Si tratta forse della serie più profonda e complessa di sempre, quella più “da analizzare”, quella su cui intavolare più discussioni e portarle avanti all’infinito: da Weiner non potevamo che aspettarci una conclusione così, controversa, sorprendentemente lineare fino agli ultimi secondi, fraintesi da molti (che hanno visto la pubblicità come “un passo indietro”, o “qualcosa di cinico”) ma gli unici in grado di chiudere un cerchio così articolato eppure ben costruito.
    “Person to Person” è il finale perfetto per una seconda metà di stagione incredibile, che, a partire dalla 7×11, per quanto mi riguarda è riuscita a raggiungere dei livelli stratosferici. Non è facile trovare le parole per elogiare il genio di Weiner e la bravura immensa di tutto il cast, ma Mad Men è uno di quei prodotti (sia televisivi che cinematografici) che hanno fatto la storia del ventunesimo secolo, entrando nell’immaginario comune e rivoluzionando un medium nonostante l’eredità (The Sopranos) che si portava sulle spalle.
    Essere in lutto per la fine di una serie del genere è più che normale, ma non posso che notare come perfino il canto del cigno della Golden Age della tv americana (nonostante adesso ne sia, probabilmente, già cominciata un’altra) l’abbia chiusa ricordandoci, un’ultima volta, di quanto siamo stati fortunati ad assistere ad un capolavoro del genere.

     
  • winston smith

    Il suggello del capolavoro rappresentato da questo finale sta proprio nell’ultima scena, un vero tributo che l’autore rivolge allo spettatore ponendolo sul suo stesso piano di autorevolezza: l’interpretazione di quel sorriso (sereno o sardonico? Sintomo esterno ed estremo di pace interiore o “banale” intuizione estemporanea da riutilizzare a fini commerciali? E perché non entrambe le cose e ancor di più) dipende esclusivamente dall’idea che ognuno di noi si è fatto della più intima natura del personaggio principale della serie seguendone lo svolgimento interiore e da nient’altro. Non dipende, insomma, dalle caratteristiche immanenti degli eventi a cui abbiamo assistito (i personaggi in funzione della storia), ma esclusivamente dal loro significato trascendente (i personaggi in funzione dei personaggi con la storia che perde ogni pretesa di rilevanza).
    Quindi, il finale risulta “aperto” nell’accezione migliore del termine, perché lascia aperta la porta all’esegesi, alla rielaborazione dei contenuti, alle passioni provate per sette lunghe stagioni e non allo story-telling amatoriale (della serie “È morto o non è morto mangiando anelli di cipolla al pub?”). Se Don ha effettivamente contribuito o meno a scrivere quello spot non solo è ininfluente saperlo, ma è addirittura deleterio: su quel prato collinare, Don ha capito. Cosa, di preciso, per quello che le immagini mostrano, è fuori dalle mani dello stesso Weiner (nel senso che la sua interpretazione personale della scena, rimanendo nel campo dell’ambiguità, abdica implicitamente ad uno status di superiorità rispetto a quella mia o di chiunque altro abbia seguito Mad Men). Si torna, dunque, all’essenzialità del linguaggio, ai più basici elementi in grado di garantire un processo comunicativo: soggetto e predicato; ogni altro elemento è superfluo.

    Qualora non si fosse capito, io sono soddisfatto.

     
  • Teresa

    Grazie per la bella recensione, di gran lunga superiore a quelle scritte da molti critici americani, che sostanzialmente non ci hanno capito una mazza.
    Il viaggio di Don Draper, uomo che attraversa gli anni ’60 negli USA, mi ha toccata come se fosse il mo, e io sono una donna che vive in Italia nell’anno 2015. Una grande opera tratta di temi universali, e Mad men è stato una grande opera. Sono felice di aver potuto assistere alla messa in onda di questa opera lungo gli anni, sono cresciuta con Mad men, non scherzo se dico che ha avuto un notevole impatto sulla mia vita, per molte ragioni. Perciò ero angosciata all’idea che il viaggio di Don finisse male. Così non è stato, e sono giorni che guardo e riguardo la scena finale con un sorriso ebete sulla faccia. Sì lo so, il trionfo del consumismo e bla bla. Non mi interessa. Non sono uno stupido critico americano che dice che Don è tornato al punto di partenza (che idiozia), e che contribuirà a rendere obeso il mondo. Il punto è tutt’altro, come ha scritto Federica Barbera.
    Bene, vado di fretta e non voglio ammorbare, ma ho tante altre cose da dire su questo meraviglioso finale. Tornerò. Tanto purtroppo non ci saranno mai più altri episodi della serie più bella mai andata in onda insieme a I Soprano, quindi il tempo per discuterne c’è.
    Solo, ancora non ho realizzato in pieno proprio questo, che non ci saranno mai più nuovi episodi. L’idea mi distrugge.

     
  • salvino muscarello

    Tutto vero…ma lasciatemi dire che la telefonata tra Betty e Don è stata davvero emozionante…mi mancherai, Mad Men

     
  • Marco Visconti

    Un’opera sublime, forse un domani la studieranno a scuola.
    Weiner, bravo; su tutti.
    Capace di far luce sull’uomo contemporaneo dove ognuno può ritrovare riflessi propri.
    Ho avuto modo di vedere negli Stati Uniti alcuni episodi, ovviamente tutt’altra risonanza. È veramente uno spreco che in Italia non ci sia stato sostanzialmente mercato.

     
  • LadyAnna

    Bellissima recensione per una serie capolavoro. Mad Men per me è LA serie, quella che è riuscita a coinvolgermi emotivamente e a farmi rimanere a bocca aperta per la bellezza di sceneggiatura, recitazione, fotografia. Don si vede e accetta sè stesso, lo fa scosso dalla telefonate della persona che più lo ha capito e che è una delle donne più importanti della sua vita, Peggy, grazie a lei capisce che non importa quanto hai sbagliato o cosa hai sbagliato chi ti vuole bene ti accoglierà sempre nella loro casa, una casa immaginaria come il tavolo da Burger chef.
    Leonard rappresenta l’interno di Don, quello che gli altri non vedono, l’idea di non meritare l’amore degli altri se vedessero chi è davvero, senza aver capito che quella patina di uomo americano di successo con la moglie bellissima e la casa in campagna è ormai svanita da anni e che la gente già lo vede per quello che è e continua ad amarlo lo stesso. Come gli disse Anna “the only thing keeping you from being happy is the belief that you are alone.” Ma Don non è solo, le 3 donne della sua vita lo amano e lo riprenderanno, anche se Betty e Sally non gli chiedono di tornare a casa, perchè la normalità per loro è Don assente, e Betty ha bisogno della normalità per andarsene in pace.
    Il finale è perfetto, Don finalmente rilassato ed in pace che accetta finalmente gli anni ’70, è la fine di un’era perchè Don abbandona i valori e le idee degli anni ’60 ed abbraccia gli ideali degli anni ’70, capisce il cambiamento delle società, e da bravo pubblicitario qual è, crea la pubblicità più famosa di tutti i tempi, molti lo hanno visto cinico, in parte lo è, ma in parte mi piace pensare che Don qualcosina l’abbia imparata. Il finale è aperto perchè, come giustamente detto nella recensione, non sappiamo quello che succederà ai nostri mad men nei decenni successivi, Don avrà molto probabilmente altre crisi e fuggirà per poi tornare sempre, Sally supererà il momento buio e andrà incontro ad un futuro splendido, Peggy e Stan sicuramente avranno una relazione non sempre perfetta, ma Peggy ha finalmente capito che con l’uomo giusto può avere carriera e amore, Joan, dopo aver passato una vita umiliata ed usata dagli uomini ha scelto sè stessa e l’unico uomo della sua vita, suo figli, e magari incontrerà un uomo che la ami davvero. Pete proverà ad essere felice padre e marito, ma quanto durerà?
    Mad Men mi mancherà tantissimo, grazie Matthew Weiner per aver creato un capolavoro.

     
  • Razor

    Ma un minimo! No dico, un minimo! Vi è rimasto un briciolo di onestà intellettuale per ammettere che questa seconda parte di stagione e questo series finale in particolare sono stati ben al di sotto delle aspettative?

    Ci avete fatto una testa tanta per anni con questa storia della caduta dal grattacielo, dell’ineluttabilità della morte, la rava e a fava e bla bla bla, poi alla fine ‘O Tormentato va a finire in una comune a fare “Om” come l’ultimo dei coglioni e voi ancora qui a dare 10 e “mamma mia, non ho parole per descriverlo”?

    Ma non ce le ho io le parole per commentare una simile m***a! Un minimo, Cristo Santo! Non chiedo tanto, ma un minimo! Niente, non ne siete capaci.

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      Caro Razor,
      Innanzitutto ti invitiamo a moderare i termini, perché qui le opinioni diverse e argomentate sono più che ben accette, non lo sono invece i commenti che, velatamente o meno, insultano chi la pensa in modo diverso dal tuo.

      Detto questo, ridurre la vicenda di Don Draper a un “il tormentato va a fare Om” è un modo alquanto superficiale di vedere l’intero episodio, così come il fatto che ci dovesse essere una certa e sicura ineluttabilità della morte. Se riguardi alla serie soprattutto nelle ultime stagioni, dovresti cogliere – e senza troppa difficoltà, credimi – che la risalita di Don Draper, benché difficile e ricca di ostacoli, era già iniziata da tempo.

      In ogni caso, lascerei perdere davvero qualunque sorta di discorso sull’onestà intellettuale: personalmente, sono anni che lavoro sulla serie e sulla figura di Don Draper e non ho certo bisogno di inventarmi collegamenti inesistenti per giustificare un lavoro che, a mio ed evidentemente non solo mio giudizio, sta in piedi benissimo da solo.

       
  • Genio in bottiglia

    Esiste lo spazio per una terza via per commentare MM?
    Non la penso come Razor, a me questo series finale è piaciuta, e ho trovato il finale grande; ho seguito tutte le stagioni dalla prima all’ultima.
    Ma per me MM non è stata nemmeno lontanamente la migliore serie di sempre.
    Hamm è grandioso, ma ci hanno messo sette anni a fare crollare il cerone di Don Draper, tra puntate nelle quali non accadeva niente di niente (che non finisse a letto con lui).
    Per me, MM è sì un prodotto formalmente ineccepibile, gli attori sono bravi, e il finale è stato a tratti commovente (la telefonata tra Don e Betty), ma è stato troppo lento (e io adoro il cinema francese) e alcune soluzioni hanno lasciato quanto meno a desiderare (anche nel finale, no, dico, la telefonata tra Peggy e Stan non sapeva un po’ di commediola romantica? ci mancava lo inquadrassero mentre correva da lei). Per me la migliore stagione di MM rimane la 5a (da 9), 8- per questa.

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      @Genio in bottiglia: Certo che esistono le terze vie 😉

      Per quello che mi riguarda, la lentezza di Mad Men è stata assolutamente necessaria. 7 stagioni sono tante, è vero, ma ricordiamoci anche che Mad Men non parla “solo” di Don. Mette in scena un decennio in cui racconta un’intera epoca, i cambiamenti, la morte di un mondo (quello dei padri) e la rinascita di un altro all’insegna del nuovo e della rivoluzione di pensiero degli anni ’60.
      Rimanendo comunque su Don, non so quanto avrebbe avuto senso, almeno per me, accelerare un processo che anche nella realtà richiede anni e anni per essere messo in pratica (confrontarsi con se stessi, demolirsi e ricostruirsi quando si è negli ‘anta e senza un aiuto da parte di nessuno può essere un processo anche più lungo).

      Sulla telefonata peggy-stan ho letto molte critiche, personalmente non l’ho vista in quel modo e anzi ritengo che quello scambio potesse avvenire solo e unicamente al telefono, per i motivi che ho provato a spiegare in recensione.

      @Teresa e Lady Anna: grazie!
      C’è e ci sarà ancora molto da dire a riguardo.. Io stessa, dal materiale enorme che avevo, ho dovuto tagliare moltissimo. Possiamo comunque utilizzare questo spazio per approfondire ogni aspetto che ci venga in mente.. Facciamo finta che non sia finito continuando a parlarne. Neghiamo la realtà!

       
      • Genio in bottiglia

        Sarà, ma io come l’impressione che per gli adoratori di MM l’importanza della perfezione formale sopravanzi quella della narrazione. MM mi ha spesso fatto pensare, e non so davvero perché dato che sono pochi i punti di contatto, al cinema di Bresson, rigoroso come pochi, ma talvolta fine a sé stesso (per me). Nello specifico, la lentezza che tu giustifichi con il fatto che la narrazione è ampia e articolata, alle volte io la ho trovata sterile mancanza di sviluppi. Comunque, sebbene magari non condivida l’entusiasmo, la tua recensione è davvero bella: complimenti!

         
        • Federica Barbera L'autore dell'articolo

          Grazie mille 😉
          Per quanto riguarda il resto, la parte formale è stata eccezionale ma non certo superiore alla narrazione. Limitando nuovamente il discorso a Don, c’è una tale profondità psicologica nella scrittura non solo del suo personaggio ma anche delle sue vicende, che la narrazione riesce a raggiungere livelli altissimi, accompagnata poi chiaramente da una forma che la sottolinea e la esalta. Non credo (almeno, per quello che mi riguarda) che sia un discorso di forma preferita alla narrazione, credo che le due si sostengano e si completino a vicenda, e che questo sia stato il vero segreto della serie

           
  • Birne

    Beatitudine di stile, perfetta conclusione di una serie perfetta. Sono fra quelli che ancora non si raccapezzano fra la miriade di emozioni, idee e immagini e che da lunedì scorso non trovano le parole, come è già stato detto e criticato. Per fortuna che le trovano molti di voi, a cominciare dalla bellissima recensione.
    Allora io vado alla rinfusa e metto giù qualche impressione. Per esempio, secondo me il finale non è aperto: è chiusissimo, tanto puro quanto cinico, ma è chiaro e coerente con la vita di Don Draper per come ci è stata descritta in questi lunghi anni. Che ci aspettavamo? Si è forse potuto temere, per qualche secondo, che Don si gettasse dalla scogliera o, peggio ancora secondo la mia sensibilità e il mio gusto, che finisse tutto avvolto nella melassa hippie? Per fortuna il genio maligno di Weiner ci ha consegnato quel sorriso, quella promessa di vittoria, sulla bocca di un personaggio fra i più complessi, meglio scritti, coerenti e potenti che io mi ricordi.
    Che può fare Donald Draper se non tornare a quello che sa fare meglio di chiunque, magari – anzi, certamente – con qualche carico di dolore e qualche consapevolezza in più? ma è logico che sarà sempre lui, la persona danneggiata da una storia infernale, l’imbroglione di genio, l’ammaliatore seriale, l’amante che non ha da dare amore.
    Ho visto da sola l’episodio e alla fine da sola mi sono trovata a ridere e battere le mani e mi è venuta questa idea, a cui mi sto affezionando con il passare dei giorni: per me il finale è sì un capolavoro, perfetto e coerente, una specie di uovo di Colombo, ma è anche – è questa è l’idea bislacca che mi corteggia – uno sfizio che Weiner si è levato sfottendo un bel po’ il finale disastroso e new age di Lost e quello serendipity, un po’ meno disastroso ma assai deludente, di True Detective.
    Comunque sia, trovo che tutto l’episodio sia stato bellissimo, pervaso anche di un senso di amicizia, di ricomposizione di linee esistenziali e di grandi ragioni e verità, senza mai venire meno a quel “lavoro a levare” che è la cifra e lo stile di MM.
    E alla fine: viva le donne! Peggy è un personaggio gigantesco (pazienza per la scena telefonata, in tutti i sensi, con Stan) ma tutte sono meravigliose: Joan, Sally, Betty. E se pensiamo alle prime due serie, a come le donne erano trattate, quali erano i ruoli e le aspettative dei personaggi femminili, abbiamo un segno tangibile in più della grandezza della narrazione che Mad Men ci ha regalato per sette lunghe fantastiche stagioni.
    E adesso che si fa? Vallo a sapere…

     
  • Barton Fink

    La parte formale in Mad Men non è mai fine a se stessa ma funzione e significato. Rappresentare un’epoca diversa dalla nostra è difficilissimo. Ci sono ottime serie che cascano miseramente su questo aspetto facendo parlare gli attori come dei nostri contemporanei. Clamoroso fu Mediterraneo di Salvatores in questo. Soggetto divertente ma Abatantuono che negli anni 40 fa il balletto dopo un gol come Ronaldo oggi…che mancanza di stile. La lentezza è la lentezza degli anni analogici. E’ la lentezza della vita e di quella stiamo parlando…grazie Federica. La recensione è giusta. Calibrata. Essenziale. Mad Men è letteratura. Fra qualche anno verrà studiata a scuola. Che serie incredibile…

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      Grazie Barton Fink! Quanto è difficile rappresentare un’epoca diversa dalla nostra, e quanto è facile darlo per scontato davanti a tale perfezione.. ieri ho rivisto il pilot, ero a bocca aperta ancora di più della prima volta che l’ho visto, proprio perché così salta all’occhio la capacità di creare spaccati diversissimi (non parlo solo di ambientazione, ma di cultura, di aspetti sociali, di… tutto).
      La lentezza della vita.. i processi inconsci sono di gran lunga più lenti di quelli razionali. E’ facile decidere con la testa quale sia la cosa migliore per sé, ma capirlo davvero richiede molto, molto più tempo e sforzi. Per questo credo che il percorso di Don sia stato eccezionale, proprio perché rappresentato nel dettaglio, con le cadute, le risalite e i fisiologici crolli, tipici del percorso di “guarigione”.

       
  • Gianni

    Ottima recensione, come sempre d’altronde.
    A quando quella del prossimo episod…? Oh no, ma che davvero è finita, no, scusate, ma sto già in crisi di astinenza!!!

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      Grazie Gianni! eeeeh sì, qui l’unico modo per sopravvivere è iniziare subito il rewatch!

       
  • SerialFiller

    Provo ad ergermi come terza parte alternativa nel commentare questo finale. Considero mad men la miglior serie esistenzialista mai prodotta (insieme a six feet under) ed un capolavoro assoluto che sconfina oltre il piccolo schermo ed andrebbe studiato a scuola senza se e senza ma. La continua caduta e risalita di Don è lo specchio della vita di ogni uomo che ad un certo punto del proprio cammino abbia un minimo istinto di consapevolezza di se, abbia una curiosità verso questo misterioso oggetto all’interno del nostro corpo che è l’anima e che sfocia o potrebbe sfociare verso orizzonti eterni ed incontrollati. Chi non è riuscito ad accorgersi che Mad Men parla di ognuno di noi allora forse è meglio che torni a guardare “il segreto”.
    Se Dante fosse nato negli anni 2000 credo che sarebbe stato o al posto o al fianco di Weiner a scrivere questo eterno masterpiece.
    Il finale è bello, significativo, evocativo e chiude il cerchio ma secondo me non è perfetto come si possa pensare. Diciamo l’alunno Weiner è andato ad un passo dall’applauso della commisione ma si è fermato al 110 e lode con qualche professore in piedi a stringergli la mano.
    Quello che mi ha “deluso” se cosi possiamo dire è il percorso conclusivo dei singoli personaggi. Per quanto plausibile e forse necessario il famoso happy ending riservato praticamente a tutti secondo me ha cozzato leggermente con tutto cio che si è raccontato negli anni. Non che ci sia nulla di male ma fondamentalmente tutti ma proprio tutti in seguito ad una consapevolezza (raccontata magistralmente) raggiunta arrivano all’amore, alla serenità ed al successo. Nella vita reale purtroppo più si è consapevoli e più si è infelici a mio avviso proprio perchè si raggiunge uno stato di autoconsapevolezza tale da comprendere il carattere finito della vita e la pochezza implicita dell’esistenza umana. Questa mia convinzione(che credevo fosse anche di wiener e don draper) mi ha fatto storcere il naso sul fatto che Roger viva una “vecchiaia” felice, peggy possa vivere lavoro e amore al massimo, joan possa restare accanto al figlio e al tempo stesso diventare artefice del proprio destino e capo di se stessa, Pete sia fondamentalemnte un milionario felice con la propria famiglia ecc ecc. Ecco perchè la figura che più mi ha emozionato e mi ha impressionato è stata Betty. La sua storyline è stata fenomenale e li si che mi sarei alzato in piedi ad applaudire fossi stato un professore dell’accademia delle arti più belle dell’esistenza umana. Betty Draper rappresenta il fallimento dei sogni, delle speranze, della vita in se e ci ricorda come prima o poi da un giorno all’altro tutto questo spettacolo bellissimo finirà quando meno ce lo aspettiamo e nessuna pubblicità mai potrà prepararci al destino che ci aspetta tutti.
    Don vince, vince su tutto e tutti e la sua vittoria è stata raccontata benissimo quindi chapeau.
    Personalmente avrei preferito un finale con Don splendido perdente piuttosto che vincitore a mani basse ma oggettivamente il finale è stato comunque da 10 comunque un capolavoro, poi personalmente avrei preferito un tono più cupo visto il percorso ma certo non mi sono sentito “tradito” da Wiener.
    Avercene di tradimenti cosi….il mondo sarebbe un posto maledettamente migliore (o peggiore a seconda dei punti di vista).
    Dopo il “say my name” di Heisenberg preceduto da un paragone sulla coca cola credo che questo finale sancisca un altra impennata nelle vendite della bibita più famosa del mondo.
    Always coca cola!!!

     
  • Anna

    Mi associo a Serial Filler, felice di questo finale, forse però l’unico limite è aver per forza voluto dare a tutti un lieto fine. Ma come diceva Orson Welles se vuoi un lieto fine, dipende da dove fai finire la tua storia. Ecco la storia di Don e di tutti gli altri poteva benissimo fermarsi all’episodio precedente l’ultimo, e il finale sarebbe stato più in linea con il cinismo e la melanconia tipici di questa serie. Non amo poi particolarmente la coca cola e ciò che significa nel mondo globalizzato, ma questa è una cosa mia. Comunque ho ricominciato dal pilot. E devo dire che dai primi fotogrammi, tutto torna come un cerchio perfetto, chapeau, Weiner.

     
  • Federica Barbera L'autore dell'articolo

    @SerialFiller: parto dal fondo. Don è tutto fuorché un vincitore a mani basse. E’ un uomo che dopo un percorso terribile, fatto di storie che avrebbero affossato chiunque, è riuscito a sopravvivere e a prendere una decisione finalmente per se stesso. Ma pensare che questo lo porterà a vivere felice e contento fino alla fine dei suoi giorni.. ecco, no. Don/Dick è riuscito a fare del suo meglio con gli strumenti che gli sono stati dati: ha usato una maschera per sopravvivere, e forse senza quella sarebbe morto molto tempo fa, ma al contempo quella stessa maschera che l’ha salvato – proprio perché è diventata la sua unica àncora – è anche ciò che l’ha condannato; è una maschera che ha dovuto togliersi per scoprire, di nuovo, altro da sé. E’ un finale più sereno, ecco, e io non mi aspettavo molto altro, non dopo due stagioni in cui la risalita di Don (benché difficilissima) era più che segnalata. Per me, per dire, sarebbe anche potuto morire, ma sarebbe morto da persona un po’ più risolta, finalmente più consapevole; una morte “positiva”, quindi. Don “splendido perdente”, come dici tu, per me sarebbe stato assolutamente fuori contesto rispetto al percorso costruito da Weiner fino ad ora.

    Per quanto riguarda le storie degli altri, posso capire che la percezione di tutta questa positività possa non essere piaciuta, ma secondo me ci sono due punti da considerare
    – nessuno ha detto che queste situazioni siano definitive; lo stesso weiner ha detto come lui avesse sempre desiderato vedere i suoi personaggi alla fine in un modo migliore rispetto a come hanno iniziato, ma questo non implica che loro saranno sempre e per sempre felici
    – la risoluzione di Don si è riflessa sulla risoluzione dei personaggi “minori”, e in questo secondo me c’è una visione molto coerente. Capisco possa non piacere eh, ma come ho cercato di spiegare nella mia recensione ciascuno dei personaggi è all’interno di un percorso da molti anni, e in questi anni ciascuno di loro ha lavorato mosso dalla medesima spinta che ha mosso Don: la ricerca della conciliazione tra le proprie parti. A volte involontariamente, a volte con più consapevolezza, ma ciascuno di loro è cresciuto ed è giunto a un determinato punto. L’idea che Weiner abbia voluto chiudere con una nota positiva, dopo quanto hanno passato in tutti questi anni, è secondo me più che meritata. La vita, a volte, sa essere anche positiva.

    @Anna: la storia della coca cola va vista un po’ per quello che è e per quello che, al di là delle nostre percezioni personali, ha rappresentato nella storia della pubblicità e in generale dell’america di quegli anni. Da un punto di vista diegetico, poi, la coca cola ha sempre perseguitato Don, dai tempi della prima stagione (quando la McCann-Erickson cerca di portarlo via dalla sterling cooper e fa una prima pubblicità della Coca proprio con Betty), senza contare tutti i vari riferimenti soprattutto in questa stagione. Non credo che un’idea del genere avrebbe mai avuto lo stesso impatto con nessun altro prodotto; è chiaro che ovviamente vada contestualizzato tutto con quell’epoca e quella storia.

    Sì, io ho già iniziato il rewatch (soffro, soffro moltissimo) e il pilot è da lacrime, c’è una tale perfezione che.. boh. Non ho più parole.

     
    • SerialFiller

      Ciao Federica,
      perdonami ma non ancora avevo fatto i complimenti per la tua recensione incredibile.
      Vedo che alcune cose che ho detto forse non sono state chiarissime.
      Io sono un estimatore pazzesco di mad men tanto è vero che per me al pari di six feet under rappresenta il top indiscusso tra le serie degli ultimi 20 anni sul tema del racconto dell’essere umano, della sua fragilità e la sua esistenza ed è fermamente in top ten tra le serie all time (ed io ne ho viste un bel pò di serie..), quindi la mia non voleva essere una critica alla serie o al finale ma semplicemente un punto di vista di un superfan della creatura di wiener che avrebbe desiderato qualcosa di meno incoraggiante, di meno “bello” per i nostri protagonisti.
      Non ci sono vincitori o vinti ma semplicemente uomini e donne e le loro travagliate e meravigliose esistenze.
      Un briciolo di dramma in più non mi sarebbe dispiaciuto ecco.
      Detto questo il rewatch doppio, triplo è d’obbligo per questo capolavoro che mi ha divorato di dubbi, domande ecc ecc e questo è ciò che una serie o un prodotto in generale dovrebbe dare sempre.
      Non potrei chiedere di piu

       
      • Federica Barbera L'autore dell'articolo

        Figurati, non è certo obbligatorio! Comunque ti ringrazio per i complimenti.
        Tornando al punto, è chiaro che qui il discorso si divida in due: cose che ci sarebbero piaciute e cose che potevano materialmente accadere.
        Esempio: le storie “di contorno” (lo metto sempre tra virgolette perché definire Roger, Joan e simili come “contorno” mi fa soffrire) potevano finire così, ma anche con qualcosa – come dici tu – di meno incoraggiante. Qui ovviamente la scelta è tutta in mano a Weiner e alla sua visione della sua creatura; a me personalmente è piaciuto il modo in cui ha deciso di chiudere le varie storie, ma capisco chi si potesse aspettare altro.

        Su Don, invece, non me la sento di fare lo stesso discorso, perché i segnali di rinascita e ricostruzione erano stati disseminati da troppo tempo perché la sua storia potesse chiudersi con lui come perdente. I segnali del suo svestirsi di se stesso, le stesse azioni del penultimo episodio – quando la sua esperienza negativa diventa positiva nel momento in cui decide di sfruttarla per aiutare il giovane – dicevano chiaramente che mancava davvero poco ad una sua risoluzione. Per questo, al di là del gusto personale che ovviamente è insindacabile, io non me la sento di dire che per Don potessero esserci altre strade coerenti con quanto vissuto fino ad ora.

         
  • Birne

    Sinceramente non mi vorrei infilare in un dibattito filosofico sui fini ultimi dell’esistenza: non mi sembra il luogo e l’occasione. La vita è bella proprio perché finisce(se fossimo eterni avremmo l’etica e la morale dei sassi) e perché alterna gioia e dolore, cadute e risalite. Lo dico da non credente, non ho sponde a cui appoggiarmi. Chiaramente la consapevolezza aiuta ogni percorso esistenziale, ma mica è detto che l’unico approdo sia l’infelicità, direi anzi che tutta la letteratura in fatto di psicologia, anche in quella analitica, propone,offre e dispone altri scenari.
    Comunque, tutto ciò mi sembra sproporzionato all’oggetto in questione, è solo e sempre una questione di gusti e sensibilità quella su cui ci cimentiamo in questi contesti.
    Io, l’ho già scritto, ho adorato questo finale spiazzante, ormai non so immaginarne un altro se non uno – he sarebbe a mio avviso deludente – che possa dare ragione a Razor che chiama Don Draper “o tormentato” ( forte, mi sono fatta una risata, ma non condivido niente di quello che dici!).
    Finire con il penultimo episodio? Mah…
    Mi piace invece moltissimo questa sorta di ricomposizione finale, che solo le grandi scritture ci offrono: qui, a parte la vicenda drammatica di Betty che ha una compattezza e coerenza eccezionali, c’è felicità e a me è piaciuto questo affresco finale ma pur sempre parziale (per dire: chi se ne frega se Pete e Trudy alla fine non funzioneranno, non lo sapremo mai e così via…) e ho trovato opportuno che tanta vita, tante storie, tanti anni e trame ci vengano – come dire – fissate, segnalate con un tratto positivo e così le salutiamo.
    Ci poteva pure stare la catastrofe, ma non è questo che ci hanno raccontato. In ogni caso, l’avrebbero fatto benissimo.
    Ovviamente, ho cominciato il rewatch.

     
  • Marco Visconti

    Di fatto Weiner ha fregato tutti perché in quel sorriso di Don ogni spettatore può vedere quelli che vuole.
    Il finale esistenzialista di mad men è proprio come quello applicato al mondo reale cioè mancanza di una risposta certa univoca perché dipende dal punto di vista della persona. Si finisce incantati come da un bel dipinto

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      Però sai, ci si può vedere quello che si vuole fino ad un certo punto. Il sorriso è una risoluzione, di che tipo essa sia e in quale cronologia avvenga il passaggio dalla comprensione all’elaborazione della pubblicità è secondo me un dettaglio accessorio. Quindi sì, c’è un margine di interpretazione, ma a mio avviso meno ampio di quanto si pensi

       
  • Eraserhead

    esco fuori dal coro perché se devo dire che ho adorato questo finale mentirei. Mi ha colpito, questo è sicuro. Dopo due giorni sono ancora qui che ci penso e rifletto sui momenti chiave della puntata e dell’ultima stagione in generale che, seppure abbia tirato le fila di molte storyline magistralmente enfatizzando la crescita interiore dei personaggi, l’ho trovata meno incisiva di quanto mi aspettassi, rispetto a quelle che la precedono. Come in tutto il suo percorso, Mad Men esce dai binari della serialità classica per diventare qualcosa di unico nel panorama televisivo attuale e non solo. Una serie estremamente pensata, pregna, che non dà mai allo spettatore ciò che questo si aspetta e che, proprio per questo motivo, stupisce e rende ogni singolo dialogo, ogni fotogramma, ogni elemento importante, sottile, ambiguo.
    Non sono stato emozionato come da altri finali di serie ma non era questo l’intento. Le scene più significative, quella con Leonard o con Peggy, mi hanno in effetti colpito dentro, profondamente e, inizialmente, neppure ho capito il perché di tutto questo.
    Ma la puntata in generale mi ha lasciato un senso di smarrimento diverso, meno soddisfatto di quanto volessi esserlo alla fine di questo viaggio, una sensazione che in generale ho provato per tutta questa settima stagione. Forse perché questa conclusione così speranzosa è qualcosa che non ti aspetti da una serie che ti ha mostrato vita, fallimenti, delusioni di così tanti personaggi strepitosi. Ma la speranza che esce da questo finale è una speranza inquietante: alla fine Don (?) tornerà effettivamente a fare il pubblicitario, la scena finale ce lo sbatte in faccia in un modo così ambiguo che lascia basiti. Il mantra che si ripete nell’ultima inquadratura è ciò che lo porterà a creare LO spot per eccellenza (e che cos’è uno spot se non un mantra da ripetere per convincere i possibili consumatori?). Questo momento è catartico per il nostro protagonista ma lo è anche per noi: Don Draper non esiste, è una metafora, non un personaggio. E, in quanto metafora non può esistere fisicamente nel mondo degli altri personaggi. Per questo il suo percorso finale è in solitaria, al telefono con le persone per lui significative, non faccia a faccia. Ed è perfetto quindi che la risoluzione di tutto si esaurisca in un momento ben preciso, non in un futuro particolare.
    Non so se questo sia un gran finale, di certo ci ripenserò per molto tempo nelle prossime settimane. Ma l’andamento diegetico della serie presa nella sua interezza è il più significativo, interessante e completo che ci sia stato mostrato in questa golden age della serialità.

     
  • Io sono leggenda

    Non so se abbia ancora un senso esprimere un parere il 4 gennaio, ma si dà il caso che io abbia visto proprio ieri sera l’ultima puntata di Mad Men (la prima l’avevo vista a inizio ottobre, proseguendo poi al ritmo chirurgico di 1 puntata al giorno: il punto è che personalmente preferisco iniziare vedere una serie sapendo che è già disponibile l’episodio conclusivo, in altre parole vedere una serie a serie terminata, per evitare situazioni assurde come il distacco di una anno fra la prima e la seconda parte delle settima stagione).
    La cosa che più mi ha colpito – tutto sommato in positivo – di questa 7 x 14 è stato l’happy ending pressoché generalizzato, anche se è perfettamente vera quella citazione di Orson Wells, riportata in diversi commenti sulla puntata, secondo cui il lieto fine dipende dal punto in cui decidi di interrompere il racconto. Cioè: le storie dei personaggi di Mad Men in teoria continuano. Peggy e Stan potrebbero lasciarsi; il matrimonio tra Roger e Marie potrebbe fallire; chissà poi come andranno le cose nel matrimonio 2nd edition di Pete e Trudy; e Don – dopo aver realizzato il celeberrimo spot della Coca Cola ed essere presumibilmente ritornato a sedere sulla sua poltrona alla McCann – dovrà necessariamente, morta Betty, fare il papà, con Sally che negli anni settanta potrebbe davvero combinarne di ogni… Insomma, tutte storie ancora apertissime, a tal punto aperte che potrebbe pure esserci un Mad Men 8. Se Weiner avesse deciso di andare avanti, beh, io trovo che avrebbe avuto materiale in abbondanza.
    Comunque grandissima serie e gran finale.
    Chiudo con 5 osservazioni sparse:
    1) Infondo la sigla è un’estrema sintesi dei 92 episodi e una perfetta chiave di lettura dell’ultimo: un lungo e lento sprofondare anzi precipitare di Don, ma alla fine lui è tranquillamente seduto sulla poltrona della (a questo punto si può dire) McCann;
    2) Curioso che la cultura hippie, più volte presentata da Weiner in termini fortemente negativi, diventi in qualche modo proprio nell’ultima puntata responsabile dell’epifania di Don (a proposito: splendido il personaggio di Leonard, ma Don avrebbe fatto bene ad abbracciare anche la donna che “giudica” la nipote di Anna e che le dice una verità incontestabile, e cioè che solo un grandissimo pezzo di merda abbandona in quella maniera suo figlio).
    3) Che fine ha fatto Salvatore? E Megan? E il marito di Joan in Vietnam? È l’amico di Sally anche lui in Vietnam? E la lista di personaggi “abbandonati” a un certo punto della serie (e potenzialmente in grado di dare vita a una nutritissima successione di spin off) sarebbe davvero lunga.
    4) Al di là di tutto, al di là del fatto che Mad Men è una serie tv e non la realtà, da spettatore ho più volte pensato – non so voi – e ora voglio finalmente dire: certo che Don Draper è proprio un marito schifoso e un padre ancora più schifoso. Menomale che lo ha riconosciuto nella telefonata con Peggy. Grandissimo personaggio, ma marito e padre schifoso.
    5) Tre difetti della serie (a fronte delle centinaia di pregi): la pessima rappresentazione dell’Italia nell’episodio del viaggio di Don e Betty qui da noi (veramente inguardabili i due playboy nostrani che tentano di rimorchiare Betty); il modo solo negativo in cui è trattata la religione e in particolare la religione cattolica: tutte le volte che sulla scena fa capolino un “credente” (tipo il prete che prova a redimere Peggy, o il pastore pestato da Don ubriaco) Weiner ce li presenta sempre come tizi vagamente untuosi e più volte fa dire a Don (e non solo) frasi sulla inutilità e assurdità della religione. Ci mancherebbe, Weiner può far dire e fare ai personaggi della sua serie quello che vuole, ma a me questo preconcetto ideologico non è piaciuto, non fosse altro perché in questo Mad men si mette sullo stesso piano di qualsiasi mediocre prodotto televisivo degli ultimi vent’anni. Ultimo difetto, le scene girate in esterno: trovo che, salvo rare eccezioni, siano state tutte molto “telefilmiche”, cioè fatte piuttosto maluccio, il che mi dispiace tanto più in un periodo in cui le serie tv stanno superando per qualità il cinema.

    Sono felice di avere visto Mad Men. Insieme a Breaking bad e a True Detective 1 è, finora, la migliore che io abbia visto. Un complimento all’autrice della recensione e, sotto sotto, una speranza: che Matthew ci ripensi e che regali Mad Men 8, 9 e 10.