True Detective – 2×01 The Western Book Of The Dead 13


True Detective – 2x01 The Western Book Of The DeadValutare la premiere della seconda stagione di True Detective non è un compito semplice. Non lo è innanzitutto per la natura antologica della serie, la quale ci fa chiedere se e in che misura sia utile alla comprensione di questa seconda annata ragionare tramite un confronto con quella d’esordio.

Al di là dell’appartenenza al macro genere del poliziesco, quello che ci troviamo di fronte è difatti un prodotto molto diverso, in cui i vari elementi del racconto vengono declinati in maniera alternativa. Per certi versi Pizzolatto sembra lavorare proprio per contrasto, andando a costituire delle vere e proprie coppie antitetiche tra le due narrazioni: si passa quindi dal racconto a due a quello corale, dall’ambientazione rurale a quella urbana e dal serial killer alla criminalità organizzata. Nonostante ciò non possiamo però prescindere da un confronto che, tenendo conto di tali differenze, si rivela comunque fondamentale per inquadrare questa premiere.

True Detective – 2x01 The Western Book Of The DeadSe da un lato la volontà espressa dall’autore di non ripetersi e di tenersi alla larga da scelte facili è certamente apprezzabile, d’altro canto è però innegabile che al termine di questo primo episodio gli esiti di questa scelta appaiano piuttosto incerti e non del tutto convincenti. A mancare infatti, almeno per ora, è quella che sembrava costituire l’elemento cardine del progetto di Pizzolatto, ovvero la riflessione e rilettura dei topoi del genere di riferimento. Nella prima annata ciò si era tradotto nell’immersione delle dinamiche del buddy-cop movie in una cornice noir densa di riferimenti letterari, filosofici e metanarrativi che, unita a una regia e fotografia impeccabili, aveva dato dato vita a un prodotto se non rivoluzionario comunque dotato fin da subito di un enorme potere fascinatorio; un elemento che in questa premiere pare invece altamente ridimensionato.

Malgrado la maggiore linearità della narrazione, “The Western Book Of The Dead” paga la necessità di dover introdurre quella che si sta delineando come una trama decisamente più complessa­­ – in cui l’omicidio si intreccia con la corruzione e la speculazione – oltre che un maggior numero di protagonisti. Ciò va inevitabilmente a frammentare e appesantire il racconto, definendo la premiere come un lungo ma necessario prologo, che si conclude di fatto solo nei minuti finali dell’episodio. Questa frammentazione inoltre si riflette inevitabilmente anche sulla regia di Lin, la quale, nonostante la sua raffinatezza, non riesce a imprimere alla premiere un’identità visiva dirompente in grado di reggere il confronto con quella di Fukunaga.

True Detective – 2x01 The Western Book Of The DeadAmpio spazio viene quindi dedicato alla presentazione dei personaggi interpretati da Farrell, McAdams, Kitsch e Vaughn: anche quest’anno ci troviamo di fronte a figure profondamente tormentate, in conflitto con i diversi ruoli – di padre, figlia, amante, e non da ultimi di poliziotto e criminale – che si trovano a ricoprire. Ad assurgere a fulcro del racconto, nonostante il suo tono corale, troviamo il detective Velcoro, di cui ci viene fin da subito mostrato il profondo senso di inadeguatezza personale e professionale che lo pervade. A guidarlo sembra essere un’ira accecante che è al tempo stesso conseguenza e causa della sua condizione; proprio questa viene infatti allusivamente posta all’origine del suo legame con Semyon, per poi tradursi efficacemente nella sequenza pulp del pestaggio del padre del bullo. Ray è un Marty senza freni, la cui vita è già completamente deragliata nel momento in cui facciamo la sua conoscenza. Gli altri due “true detective”, Ani e Paul, non costituiscono altro che due variazioni sul tema della figura dell’agente tormentato di cui Velcoro incarna il prototipo. Se il personaggio di Kitsch, grazie alla decisione di non svelare i motivi della sua condizione, ne esce come una figura fortemente enigmatica e affascinante, quello di McAdams al contrario è vittima di una presentazione a tratti forzata e didascalica, che sembra confermare le parole del padre secondo cui la sua personalità non sarebbe altro che una reazione a quella dei suoi familiari.

True Detective – 2x01 The Western Book Of The DeadA sorpresa, la figura delineata da Pizzolatto con più delicatezza è quella di Semyon, le cui abilità manipolatorie e criminali si accompagnano a un disagio più contenuto, il quale si manifesta in maniera discreta ma non per questo meno efficace (“You think I should have sprung for the country club?”). Il personaggio di Vaughn sente il bisogno di giustificare le sue azioni mascherando il tornaconto personale dietro un presunto altruismo; è così che può essere inquadrato non solo lo scambio con Ray nel flashback, ma anche e soprattutto quello con Osip, in cui la speculazione sull’alta velocità diviene l’occasione per dar forma a una legacy per i futuri figli in grado di cancellare l’origine criminale della sua fortuna. Ed è proprio grazie a questa caratterizzazione così ambigua che il rapporto tra Semyon e Velcoro – in particolare nella bellissima sequenza del loro incontro nel bar – si erge come uno degli elementi più interessanti di questa premiere, a conferma della bravura di Pizzolatto nel gestire questa tipologia di interazione a due.

È innegabile però come nel complesso la definizione di questi caratteri sia abbastanza convenzionale, spesso sopra le righe e in questo senso perfettamente in linea con il genere di riferimento; resta quindi da vedere se e in che modo Pizzolatto riuscirà a giocare con questi tipi e a far acquisire loro una maggiore rotondità.

True Detective – 2x01 The Western Book Of The DeadCome si accennava sopra, una caratteristica peculiare di questa stagione sembra proprio essere quella di porsi relativamente agli antipodi rispetto alla precedente. Ciò si traduce in una più tradizionale aderenza al noir, quasi come a voler esplicitare maggiormente la natura del prodotto, senza nascondersi dietro sovrastrutture di alcun tipo: a partire dalla linearità della narrazione, fino a giungere al tono estremamente asciutto e concreto dei dialoghi, Pizzolatto sembra voler rimarcare a tutti i costi le distanze tra le due opere, finendo però con l’abbracciare un racconto più convenzionale.

True Detective – 2x01 The Western Book Of The DeadEmblematiche in questo senso sono tre sequenze in cui l’autocitazione diviene una dichiarazione d’intenti. A pochi minuti dall’inizio assistiamo all’incontro di Velcoro con l’avvocato per la custodia del figlio, dove l’accostamento tra il resoconto del detective e il flashback che lo vede protagonista è un esplicito riferimento alla struttura narrativa della prima stagione, la cui estemporaneità la pone però come un semplice omaggio. Seguono il monologo del padre di Ani, in cui il nichilismo tipico di Cohle viene ricontestualizzato risultando in una sorta di auto-parodia, e il dialogo in macchina tra la detective e il suo collega, dove la pedissequa ripresa dell’inquadratura del pilot si accompagna a un’interazione che viene stroncata sul nascere (“Don’t talk about my family, Elvis”), quasi a voler giocare con le aspettative del pubblico.

Quella che ci troviamo di fronte è insomma una vera e propria premiere-manifesto della volontà di Pizzolatto di non ripetersi e di far fronte alla pesante eredità da lui stesso creata. Ne risulta un racconto forse meno accattivante ma altrettanto oscuro, le cui potenzialità, per quanto ancora in buona parte inespresse, sono innegabili. La speranza è che queste, ora che le strade dei protagonisti si sono incrociate, prendano forma nel migliore dei modi.

Voto: 7

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13 commenti su “True Detective – 2×01 The Western Book Of The Dead

  • Gskan

    Per certi versi sono pienamente d’accordo con la recensione ma le osservazioni critiche mosse alla premiere sono frutto di un paragone con l’originale che secondo me non dovrebbe esserci.
    Se la serie si fosse chiamata in un altro modo il voto non sarebbe stato 7 ma almeno 8 perché in televisione roba di questa qualità comunque non si vede spesso in giro.
    Ottima fotografia, dialoghi mai banali e tutte le carte in regola per essere un ottimo show, aspettiamo e vedremo ma per me un 8 se lo meritava tutto.

     
    • Simona Maniello L'autore dell'articolo

      Ciao Gskan, partendo dal presupposto che prescindere del tutto dal confronto con la prima annata è impossibile e a mio parere anche un po’ insensato, dato che si tratta comunque dello stesso progetto, molte delle mie critiche (la frammentarietà dell’episodio, il suo carattere estremamente introduttivo, i personaggi al limite dello stereotipo) prescindono da questo paragone. Il voto invece dal mio punto di vista è stato abbastanza generoso e motivato proprio dalla fiducia che nutro nei confronti di Pizzolatto.

       
  • Boba Fett

    Il paragone è inevitabile. Chiunque abbia visto e amato il primo capitolo, nutre delle aspettative nei confronti di questo secondo, aspettative che sono inevitabilmente un confronto. Riusciranno a superare o almeno ad eguagliare la prima stagione? Io non lo nascondo, me lo sono chiesto, nonostante il training autogeno dei mesi scorsi, quel “sarà tutta un’altra storia!” che ho cercato di ficcarmi nella testa.
    Detto ciò, questa partenza mi è piaciuta (un doppio “wow!” al title design sempre meraviglioso!), con una prima parte meno fluida della seconda e nonostante le tante e poco originali forzature; insomma, siamo in un contesto ordinario, non straordinario, ma la storia è partita solo negli ultimi fotogrammi, con quello sguardo incrociato fra i tre “true detective” che dovranno indagare.

     
  • Gianni

    Ciao Simona, a me questa première è piaciuta, e non poco, anche se probabilmente ha influito il fatto che avessi, per autodifesa, basse aspettative.
    D’impatto la trovo ben fatta, la qualità mi sembra molto alta e poi, ad una seconda visione, il campo di “fiammiferi” (?) all’inizio e le modalità con cui è stato ucciso il tipo, mi fanno supporre che anche in questa stagione la polpa sarà costituita dalla caccia al serial killer, ovviamente in tutt’altro contesto.
    Le perplessità semmai sono legate al passaggio da 2 a ben 4 protagonisti e, vista la brevità del racconto, Pizzolatto dovrà superarsi per delinearli in maniera accurata e non approssimativa, ma voglio nutrire speranza in Nic (e nella HBO che solitamente è sinonimo di qualità)!
    Anche se il confronto con la prima stagione viene quasi naturale, ritengo sia opportuno fare paragoni soltanto al termine delle 8 puntate: l’unica cosa paragonabile finora è la sigla che, a mio modesto avviso, non si fa preferire a quella dello scorso anno.

     
  • Attilio Palmieri

    Gran bella recensione Simona, nonostante non concordi in tutto.
    Le differenza con la prima stagione sono nette e programmatiche, come sottolineai giustamente nel finale notando l’intenzionalità di ribaltare alcune situazioni narrative rese celebri dalla scorsa annata.
    Pizzolatto ci dice in tutti i modi che non siamo più nella Louisiana di Rust e Martin, ce lo fa capire con le buone e con le cattive, decostruendo quelli che erano diventati quasi di miti intoccabili, come i totem del padre di Antigone.
    La questione degli stereotipi secondo me è un falso problema, o meglio, qualcosa che ha da sempre contraddistinto True Detective: sin dall’anno scorso l’intenzione di Pizzolatto è di raccontare dei “tipi” di essere umano, dei ruoli estremamente riconoscibili da riempire come se fossero contenitori. La differenza principale è che lo scorso anno si trattava di veri e propri campioni, figure radicalmente dicotomizzate, tanto da diventare le due meta complementari del maschio bianco americano e piegare il discorso stagionale in questa prospettiva.
    Questa volta siamo su un livello di indagine diverso: non c’è più né filosofia né riflessione metafisica (se non quella patetica e parodica), c’è solo una città che assomiglia a una palude e un racconto molto molto simile alla narrativa di Ellroy, dove da quella palude losangelina può emergere tutta la feccia possibile. Ogni personaggio perde completamente la statura che gli si vorrebbe e dovrebbe attribuire, risultando né più né meno che un tassello antropomorfo disperato che grida aiuto a ogni inquadratura, una porzione di tragedia appartenente a un tutto sempre più informe e privo di confini, spersonalizzato e disumano, proprio come la Los Angeles messa in scena.

     
    • Simona Maniello L'autore dell'articolo

      Grazie Attilio. Sono perfettamente d’accordo sulla questione dei tipi, infatti nella recensione anche io ho preferito questo termine a quello di stereotipo, che ha appunto un significato diverso. In certi momenti però mi è sembrato che si fosse in bilico tra le due cose, complice quella che reputo una rappresentazione molto (forse troppo) urlata del dolore di questi personaggi, ulteriormente amplificata dal fatto che riguarda appunto ben tre dei protagonisti.

       
  • Wade Wilson

    Complimenti per la recensione, aspettavo da un po’ la vostra opinione su questa premiere. Io sono sostanzialmente d’accordo con tutto quello che hai scritto, anche se magari avrei dato mezzo voto in più.
    Credo di aver apprezzato questa prima puntata sia perché non avevo aspettative particolarmente alte dopo aver letto le prime recensioni americane, sia perché ho cercato il più possibile di non pensare a ciò che è stato. La prima stagione di True Detective è stata, credo per quasi da tutti, da 10 (testimoniato anche dal vostro voto dell’anno scorso); riuscire ad eguagliare quel risultato sarà oggettivamente impossibile per Nic Pizzolatto. Ho apprezzato (e complimenti Simona per averlo fatto notare nella recensione) la voglia dell’autore di ricominciare da capo, di tagliare completamente ogni legame con la Season 1. Aspettiamo le prossime puntate per capire meglio l’evolversi della storia, ma secondo me questo True Detective 2 potrà dire la sua. Magari non sarà un capolavoro come il primo, ma ciò non vuol dire che non possa regalarci soddisfazioni.
    Per concludere volevo chiedere a Simona: hai analizzato il personaggio di Semyon, ma in particolare come giudichi la prova di Vince Vaughn (c’erano giustamente tanti dubbi prima della messa in onda)?
    Grazie, siete sempre i migliori!

     
    • Simona Maniello L'autore dell'articolo

      Grazie per i complimenti. 🙂 La performance di Vaughn, sarà che ho apprezzato la scrittura del suo personaggio e che, come dici tu, era quello su cui si avevano le aspettative più basse, non mi è per niente dispiaciuta. Certo, è ancora presto per gridare al miracolo e in generale per esprimere un giudizio articolato a riguardo, ma a mio parere non ha sfigurato di fronte al resto del cast.

       
  • Michele Minardi

    Concordo con la recensione, molto equilibrata nel dipanare le varie caratteristiche positive e negative emerse in questa premiere. Personalmente il giudizio dipenderà molto dal prossimo episodio, che presumibilmente sarà il vero “episodio 1” di questa stagione, visto che finora – come detto nella rece – abbiamo assistito solo ad un lungo prologo.
    Per quanto riguarda il discorso (stereo)tipi, per quanto è stato mostrato finora, mi sento di inquadrarli negativamente, almeno per ora: personaggi ancora troppo “ingabbiati” e troppo “marcati”. Ma le potenzialità per un’evoluzione che li faccia uscire da questa gabbia (come fatto egregiamente l’anno scorso) ci sono tutte.

    Non sono pienamente soddisfatto da questa premiere, ma sono fiducioso per il prosieguo.

     
  • Pogo

    È una serie antologica. Le stagioni in comune hanno solo il titolo che fa da contenitore; come quelle scatole di biscotti dove trovi la pasta frolla ripiena d’arancia e la sfoglia al cioccolato. Pertanto qualsiasi paragone è senza senso, che ci piaccia o meno.
    I personaggio sono archetipi, lo si capisce già dal primo episodio (bisogna vedere se Pizzolatto manterrà il livello).

    L’intento di questa serie e del suo autore è di giocare sul cliché della narrativa (dai romanzi, al cinema, alla televisione) poliziesca. Giocherà sempre con i cliché e il “già visto”.
    Il primo episodio è stato lento nell’introdurci nella storia, perché ha preferito esplorare il mondo che andremo a vedere e i suoi protagonisti. Spero l’autore continui così, perché io dopo la prima stagione lo ritengo un genio e spero si riconfermi.

    Due soli aspetti non mi convincono: la scelta della musica iniziale (mentre dal punto di vista grafico è molto bella) e il reparto tecnico, che al contrario della prima stagione, non vedrà la stessa regia. Questo potrebbe essere un limite visto che una delle qualità tecniche della prima stagione è l’uniformità della regia, della fotografia e del linguaggio.

     
    • Simona Maniello

      Pogo, come dici tu stesso l’intento della serie dovrebbe essere quello di giocare con i cliché del polizesco, quindi direi che siamo ben oltre la semplice condivisione del titolo-contenitore. Quello che ho cercato di dire nella recensione è proprio che alla fine della premiere questo aspetto è ancora quasi del tutto assente. Se poi si svilupperà o meno dal prossimo episodio chiaramente non posso saperlo, ma quello che so è che nel pilot questo era già molto evidente mentre qui non lo è.

       
  • Teresa

    Non ho avuto ancora il coraggio di vederlo, perché ho paura di restare delusa. E’ che ormai non mi piace più niente, finito Mad men, non c’è più una sola serie che mi prenda. Su TD, dopo la prima stagione, ripongo molte speranze.
    Comunque, riguardo la discussione sugli archetipi, mi viene in mente una recensione molto bella che lessi del primo episodio 1 anno fa, su un altro sito, e che mi spinse a vedere questa serie. L’autrice di quella recensione aveva capito che lavoro intendeva fare Pizzolatto fin da subito.
    personalmente, ho sempre ben presente che Pizzolatto è stato un professore universitario. E questo lavoro sugli archetipi è proprio dei prof universitari. Così come, sempre in quest’ottica, ho trovato assurde le accuse di plagio che gli sono state rivolte. Scusate, sono del ramo e bene o male so come pensano i prof 😛

     
    • Michele Minardi

      Ciao Teresa,
      Pizzolatto ha svolto innegabilmente un gran lavoro con gli archetipi nella prima stagione, con risultati davvero eccezionali . In questa stagione, tuttavia, è ancora molto prematuro provare a riconoscere quello stesso lavoro sui personaggi, essendo stati solamente abbozzati in questa premiere. La coralità dovuta alla presenza di ben 4 protagonisti ha, per ora e per quanto mi riguarda, inficiato sensibilmente la qualità generale del primo episodio e della loro caratterizzazione.

      Questo per dire che il semplice fatto che l’autore sia lo stesso non implica certo il (ri)raggiungimento di uno stesso obiettivo, ma fa stare – questo sì – certamente ottimisti.
      Ti invito a guardare la premiere, in modo che anche tu possa avere un parere valido e non pregiudiziale a riguardo 😉