True Detective – 2×05 Other Lives

True Detective - 2x05 Other LivesNon sarà certo un assioma, ma il numero due, il secondo posto, il secondo album, il secondo film, sono sempre circondati da diffidenza. Ed è comprensibile pensando (un po’ semplicisticamente) che in fondo il ritorno dopo un’ottima prima prova sancisce o il momento della consacrazione definitiva o l’affermazione che quella precedente era forse frutto della “fortuna del principiante”. 

Written by Nic Pizzolatto. Directed by John W. Crowley.

La sparatoria che ha chiuso lo scorso episodio funziona come una sorta di spartiacque tra le parti, o almeno così sembra in apertura di episodio, dove un’introduzione rallentata e plastica che girovaga tra le vittime e i soccorsi viene presto tagliata da una voce fuoricampo: sono passati sessantasei giorni dal massacro di Vinci. Probabilmente si potrebbe (o dovrebbe, ad un certo punto) dedicare un intero capitolo all’uso dei salti temporali non solo in True Detective – che non è nuovo nell’utilizzo di questi espedienti – ma in generale nelle serie tv, che hanno ovviamente la necessità di costruire e riempire veri e propri archi temporali, molto più che nel cinema. Nel caso specifico di questo “Other Lives” i due mesi che vengono oscurati al pubblico non hanno le sembianze di un salto temporale, quanto di un vero e proprio momento di cesura invalicabile, dove ciò che è accaduto prima appare solo come il lungo prologo  che precede l’azione vera e propria.

True Detective - 2x05 Other LivesIn realtà per tutto il resto dell’episodio e a differenza di come lasciavano intendere i primi minuti, il baricentro del racconto non si sposta in nessuna direzione, ma al contrario la storia funziona come una circonferenza che si sta restringendo su se stessa verso un unico punto di collasso, un buco nero che presto o tardi risucchierà inevitabilmente ciascun protagonista. Il problema però è che in questa stagione il cerchio concentrico vissuto dalle tre anime protagoniste è informe ed incolore, perché i tre pezzi portati avanti rispettivamente da Ani, Ray e Paulie non comunicano tra di loro, non sembrano far parte dello stesso mosaico. Cercando di guardare in maniera sistemica e quindi distaccata il disegno generale che Nic Pizzolatto ha pensato come base di questa seconda stagione, è facile intuire che l’intento era quello di disegnare le inquietudini, le turbolenze, le angosce di tre personalità lontanissime tra loro costrette ad affrontare un mostro di inquietudine, turbolenza ed angoscia ancora più grande della loro somma. Ma chi è questo mostro? È la città di Vinci o le anime corrotte che popolano Vinci – Chessani, Pitlor, Caspere? O è Frank Semyon? Verrebbe da dire che in realtà è ciascuno di loro, compresi anche i protagonisti, ad essere portatore insano di corruzione e che in fondo interessa ben poco sapere chi sia esattamente l’antagonista (ring the bell?). E invece non è così.

True Detective - 2x05 Other LivesIn questa seconda seconda stagione di True Detective l’interesse verso una maggiore chiarezza sul raccontato è qualcosa di necessario per smuovere lo status quo formalizzato da questo quinto episodio. Cosa sta raccontando esattamente Nic Pizzolatto? Di chi e cosa vorrebbe parlare? In passato ci ha insegnato a guardare oltre il visibile, a ruotare lo sguardo intorno a noi, perché nulla è solo per come si mostra: nella distanza che si crea tra ciò che accettiamo di vedere e quello che scegliamo di ignorare si nasconde l’unica possibile verità. Guardando però ciò che sta portando in scena oggi non riusciamo a cogliere quella distanza, non cogliamo cioè quel buco nero in un certo senso tematico e scritturale lasciato ad hoc da far riempire allo spettatore. Soprattutto in questo “Other Lives” si mette in evidenza ancora di più come ogni singola mossa o pensiero dei protagonisti sia esplicitamente rivelato a chi li guarda dall’interno e dall’esterno, affidando alla sparatoria non tanto il logico valore di spartiacque fattuale, ma anche (simbolicamente) il momento di cambiamento tout court.

True Detective - 2x05 Other LivesPartiamo da Ray Velcoro. Due mesi dopo il terribile accaduto di Vinci decide finalmente di lasciare la polizia, darsi una bella ripulita e mettersi al soldo di Frank, che da tempo lo tiene misteriosamente legato a sé con un indefinito ricatto. E decide inoltre di concentrarsi su suo figlio Chad e di volerne a tutti i costi la custodia – lo stesso figlio, ricordiamolo, che aveva impietosamente aggredito perché incapace di difendersi da solo. Insomma, sul personaggio di Ray è stata costruita l’immagine della redenzione, l’uomo esausto e irrimediabilmente rotto dentro che però ha il coraggio di ritrovare un focus valido nella sua esistenza. E non ci sarebbe nulla di sbagliato in questo, se non fosse esattamente così vacuo e didascalico, corredato dalla scoperta della terribile menzogna di Frank e che (guarda caso) gli ha rovinato la vita, il matrimonio, la famiglia. Quelle inquietudini, turbolenze, angosce che saltano prepotentemente agli occhi dello spettatore non sono sottili e devastanti, quasi sotterranee e quindi esplosive; sono gridate e palesate, perciò davvero poco impattanti e quindi prese come dati di fatto.

True Detective - 2x05 Other LivesUn discorso molto simile vale anche per Ani, con un’unica e non trascurabile differenza: per quanto il personaggio di Ray, soprattutto con queste ultime scelte, non incarni esattamente la miglior prova scritturale di Pizzolatto, c’è da dire che l’impalcatura è sorretta da una resa non deprecabile. Colin Farrell, al di là dei pregiudizi che si sono sprecati all’annuncio del suo nome nella serie, può vantare una recitazione dignitosa, mai troppo sopra le righe, capace persino di non esagerare nella scena di violenza (gratuita) con il dottor Pitlor (Rick Springfield). Per Rachel McAdams invece il risultato finale è decisamente diverso. Molto più che per Velcoro, nel suo caso si è preteso di mettere in piedi una personalità complessa e sfumata, piena di irrisolti che vengono dal passato e che inevitabilmente si riversano sul presente. Qui il problema è che già il passato, la storia della comune, l’assenza di una vera educazione e il rifiuto verso il padre partono da un maggiore bozzettismo lasciando spazio sì all’interpretazione e percezione dello spettatore, ma con un risultato finale di pressappochismo, di incomprensione profonda verso Ani. Inoltre la McAdams è perennemente oltre la performance e di conseguenza intrappolata in un vortice di manierismi; il mix di atteggiamenti strafottenti, “da uomo”, controbilanciati dal tremolio delle mani, non rendono l’idea di una vera complessità, quanto di una confusione d’intenti.

True Detective - 2x05 Other LivesIl migliore, a sorpresa, è invece il personaggio di Paulie Woodrugh interpretato da un bravissimo Taylor Kitsch, che riesce invece a rendere benissimo quei caratteri di stranezza che gli rimprovera la madre – oltretutto, anche qui, resa benissimo in poche e semplici mosse da Lolita Davidovich. Paulie funziona proprio perché di lui si sono tratteggiate le cose fondamentali e su quei dettagli viene costruito il resto, con zone d’ombra e di luce, dove non è importante arrivare a sapere per filo e per segno di cosa si tratta, ma basta guardarne gli effetti ad oggi. L’irrisolto che lo accompagna non va esplicitato o spiegato, ma vissuto dallo spettatore che si crea le sue idee e soprattutto le sue percezioni: in lui, intorno a lui, sul suo volto, è resa perfettamente la distanza tra ciò che era e ciò che vorrebbe essere, lasciando a noi il compito di riempirla con la nostra empatia.

True Detective - 2x05 Other LivesCome per Ray ed Ani, altra gestione che non convince assolutamente è quella riservata al personaggio di Frank Semyon, con la faccia chiaroscurale di Vince Vaughn. A lui viene tolta per sempre l’apparenza del cattivo o almeno la parte del ragazzino che dalla cantina del padre emerge per dominare, relegandolo nella parte del ricco decaduto ma di nuovo felice nella semplicità. Due mesi possono cambiare tutto e tutti (?), certo, ma su di lui si è fatto forse il lavoro peggiore, affidandogli i dialoghi più insulsi e fintamente metaforici dell’episodio, se non della stagione – basti vedere lo scambio di battute con la moglie nel retrobottega del Lux per farsi un’idea. In più, come collocarlo rispetto ai tre detective ora che anche lui è alla ricerca dell’hard disk del male, cioè il vaso di Pandora che nasconde tutti i segreti (sessuali) di Vinci? Ognuno di loro è tornato ad indagare spinto da tornaconto personale (morale, personale o tangibile) e Frank più di tutti gli altri messi insieme. Quindi è anche lui da assimilare al quadro generale o resta la leva esterna e più vicina alla corruzione dei massimi sistemi della città? Qual è davvero il suo ruolo?

Insomma, abbiamo un’architettura con tre tasselli (forse quattro), portatori di patologie diverse e che, con la loro forzata, frettolosa e repentina reunion sul caso, si vorrebbe portare verso la costruzione di un quadro comune, dove il filo rosso è dato dall’indagine che li costringe a lavorare di nuovo insieme e contemporaneamente su più fronti, fino magari a sovrapporsi. In quest’ottica, il caso dell’omicidio di Caspere dovrebbe essere solo un mero espediente narrativo, così come anche la questione ferroviaria, i diamanti e i veleni rilasciati in zone che si vogliono edificare: questo sarebbe teoricamente il visibile, il raccontato, che dovrebbe dirigere verso o nascondere altro. Ma è questo “altro” che non c’è, che non appare, che non si coglie affatto: cosa sta raccontando esattamente questo capitolo di True Detective? Cosa indagano i veri poliziotti del titolo?

Manca questo obiettivo, questo buco nero, questo punto di collasso o, perlomeno, in questo caso interessa davvero capirlo e dichiararlo – come si sta facendo per i personaggi – perché altrimenti la massa informe che si sta protraendo continuerà a sembrare solo una bella cornice con davvero pochissimo al suo interno. E “Other Lives” è arrivato solo a rendere ancora più chiaro che per il momento, sotto, sopra e intorno la superficie e i suoi simbolismi, non c’è molto…altro.

Voto episodio: 6,5

 

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

23 Risposte

  1. Pogo scrive:

    Ho capito che quest’anno va di moda attaccare un po’ ovunque TD2; anche se va detto che è già stato fatto per la prima stagione in lungo e largo (basta cercare in quei siti Italiani del giornalismo 2.0… che andrebbero somministrati poco alla volta come i medicinali, considerando quanta tuttologia è presente su quei lidi).
    Seriangolo – come altri siti di recensione sulle serie televisive – mi sembra si sia smarcato da questa moda molto Italiana per quanto riguarda la prima stagione. Vedo che invece non è apprezzata la seconda stagione. Giudizio legittimo, ci mancherebbe. Ognuno ha le sue idee e le sue impressioni e se questa stagione per alcuni spettatori non lascia nulla, va benissimo.

    Se però si scrive che manca “altro” mi vien da dire che è un processo alle intenzioni. E non mi sembra giusto attaccare quel genio di Pizzolatto su una base “altra”.
    Molti attaccavano la prima stagione definendola pretestuosa e manierista almeno fino a metà stagione, se non ricordo male.

    Tornando a questa seconda stagione, se il 4° è stato una perla, questo 5° è la consacrazione della stagione. Il salto temporale ha dimostrato come quei 3 fossero inadeguati e che Ray (un ottimo Farrell finora) aveva già previsto tutto, quando aveva detto a Ani che tanto il procuratore faceva tutto questo per sua ambizione personale.

    La stagione è un lungo film dove una ragnatela con diramazioni invisibili (non comprensibili nemmeno per lo spettatore) ha intrappolato dei “true detective”, cioè veri nel senso etimologico: persone normali, non “gli eroi” che si vedono al cinema e in televisione.
    Questi true detective si muovono in un mondo più grande di loro, nuotano in un mare dove sono i pesci più piccoli (se possibile, TD2 è ancora più pessimista di TD1): siamo proprio dalle parti di Cain che incontra Ellroy.

    Tra l’altro dove la recensione accusa di pressappochismo, io vedo un modo nuovo e originale (più o meno, guardarsi “Il grande sonno” per avere conferma che non è nuovo, né originale) di tratteggiare i protagonisti, mostrandoceli nei momenti apparentemente “inutili”, come inveire perché un avocado non cresce oppure nel prendere in contropiede lo psicologo del gruppo di recupero.

    Insomma, un’altra grande opera a firma Pizzolatto finora. Non paragonabile alla prima, perché non ha senso (anch’io preferisco la prima, ma credo più per l’ampio respiro della regia e la prova attoriale di quei due mostri sacri della recitazione): antologia è infatti la parola chiave.

    A proposito: il ricatto con il quale Semyon tiene in pugno Ray è avergli fatto commettere un omicidio. Di una persona sgradita a Semyon, fatta passare per lo stupratore della moglie di Ray. Se ci lamentiamo delle didascalie, dovremmo apprezzare quando sono invece assenti…

     
    • winston smith scrive:

      In questa occasione sono completamente d’accordo con Pogo. “Other Lives” è il migliore episodio sfornato finora e rappresenta una profondissima svolta nell’economia della narrazione e ancor di più nei rapporti fra i vari personaggi. Inoltre, ho trovato il personaggio interpretato da Vince Vaughn per la prima volta pienamente a suo agio nel contesto in cui si trova, ad evidenza del fatto che un forzato ritorno alle origini gangsteristiche a scapito dei sogni imprenditoriali di gloria ha rinvigorito tanto il suo ruolo nell’intreccio quanto l’interpretazione finalmente brillante che ne dà l’attore.
      È curioso vedere la stessa cosa e derivare opinioni così contrastanti su quella data cosa, ma evidentemente io e Sara abbiamo gusti agli antipodi in questo campo d’indagine (in pratica concordo solo sull’elogio alle interpretazioni di Farrell – che ha sorpreso anche me per il contegno e l’intensità non caricaturali che ha saputo conferire a Ray Velcoro – e Kitsch, che ha sventato pienamente il rischio di nomen omen). :)

       
  2. jacob scrive:

    si concordo con Pogo su tutto.
    tra l’altro guardando True Detective, anche e soprattutto questa stagione, mi sembra di stare dentro a un Lansdale o un Ellroy.

     
  3. Anto. scrive:

    Ciò che penso è che questa aspra critica nei confronti di TD2 sia in questo momento fuori luogo. Si fanno troppi riferimenti alla prima “stagione” (se così la si può chiamare, visto che si parla di due mondi differenti) pur nascondendoli bene con un “il riferimento qui è d’obbligo”: no, non lo è affatto. A mio avviso questa stagione non si può semplicemente giudicare una puntata alla volta ma andrebbe giudicata nel complesso. È questo, secondo me, l’intento di Pizzolatto: creare qualcosa di nuovo, inedito e mai visto, come ci ha abituati (anche se “abituati” è un parolone). Il ritmo e la storia è incalzante, episodio dopo episodio diventa sempre più avvincente e interessante, alcuni dettagli nuovi vanno a completare degli indizi che già possedevamo, tutto ci appare di volta in volta più chiaro. È riuscito, semplicemente perdendo un po’ più tempo nella narrazione a far diventare i protagonisti, nostri amici, compreso quel mafioso di Frank. E non è una cosa da poco, visto che non riesco ad affezionarmi a dei personaggi se non dopo parecchie stagioni di una serie. Quanti di noi quando Frank ha aperto quella porta si sono detti “cazzo, e ora?” sperando che la puntata non finisse proprio lì? Fin ora dunque a mio avviso una stagione che va vista di getto, una puntata dopo l’altra (specie per gli smemorati che non ricordano bene ciò che è accaduto la settimana prima e quelle precedenti).
    Sono sicuro che con le ultime 3 puntate di andrà a palesare un nuovo capolavoro di Pizzolatto, ma queste sono solo supposizioni.
    Ai posteri […]

     
  4. Boba Fett scrive:

    Inconsapevolmente, mi ritrovo a partecipare ad una di quelle gare a chi riesce a mangiare più torte e, alla quinta e fin troppo farcita delizia, qualcosa sta iniziando a succedere; slaccio qualche bottone, allento la cintura, avverto una leggera sensazione di nausea e la digestione, sempre più in affanno, mi fa sbadigliare.

     
  5. Gabriele scrive:

    Anche io d’accordissimo con Pogo. Mi spiace ma io non vi capisco quando prima criticate la serie perché troppo didascalica, e poi vi lamentate quando non lo è – in un punto che peraltro, come dice Pogo, è chiarissimo a tutti: Semyon sfrutta Ray, lo rende debitore nei suoi confronti, gli fa uccidere una persona sgradita facendogli credere che fosse un’altra. È chiaro, ed è bello che sia chiaro senza che ce lo abbiano “urlato in faccia”.

     
  6. Attilio Palmieri scrive:

    Per me quest’episodio, ancor più del precedente è stato notevolissimo, sotto tanti punti di vista. Lo scorso finale ha fatto da spartiacque drammaturgico di una materia narrativa molto complessa, che mette in diretta relazione l’ambiente con i personaggi e la malattia diffusa che li pervade.
    Siamo di fronte ad anime in pena allo sbaraglio, ciascuno con il proprio malessere, tutti approfonditi episodio dopo episodio con cura certosina, con uno stile che come al solito in Pizzolatto, dalla letteratura all’audiovisivo, si basa sull’accumulo, sul precise variazioni sul tema di una materia da raffinare a poco a poco.
    Ad oggi non saprei dire quale personaggi sia più efficace, soggettivamente direi quelli di Ani, perché dopo un’indagine così approfondita sul maschio americano nella scorsa stagione ho apprezzato molto la scelta di lavorare in maniera così capillare su una solitudine così lacerante come quella di Antigone, donna forte e debole al contempo, costretta ad essere una roccia da una vita condotta in perenne scontro. Lei, come Paul e Ray non sono dei fenomeni, né dei puri; rappresentano quella parte dolorosamente umana di chi ci ha provato e non ce l’ha fatta, senza tante scuse, ma in molti casi semplicemente perché non sono stati bravi abbastanza, o perché la vita è stata troppo dura per loro.
    E poi Frank, specchio rotto dell’archetipo del gangster tragico, costretto a vestire panni non suoi, alle prese con un’identità fragile più di qualsiasi altro personaggio, travolto dall’impotenza e dal terrore di un’infanzia di sottomissione e oggi costretto a mostrarsi più forte e violento di quello che è davvero, anche a costo di affondare nei propri fantasmi, a cominciare dalla macchie sul muro demoni di una ferita insanabile.
    Puntata coraggiosissima in cui Pizzolatto dimostra ancora una volta di non sedersi su schemi prestabiliti ma di rischiare ogni volta di più e centrare meravigliosamente il bersaglio.
    Attesa enorme per i prossimi tre episodi in cui accanto allo scioglimento della trama si giocherà la ricerca dell’identità ancora nascosta dei quattro protagonisti.

     
  7. Rorschach scrive:

    Critica dura ma giusta. Personalmente a me piacciono tutti i personaggi apparte il sindaco, mi sembra che voglia assomigliare a De Niro, comunque non sono d’accordo all’opinione di Sara sulla scrittura dei personaggi, in particolare mi piace il fatto che non hanno caratteristiche ferree, ma sembrano persone autentich. Quello che non mi sta piacendo è quel “buco nero” che costituisce la storia, per parlarci chiaro non ho ancora capito su cosa stanno indagando. Penso però che tutto sarà risolto nelle ultime puntate. Ho grande fiducia per questa seconda stagione

     
  8. Federica Barbera scrive:

    Questo episodio (almeno nella prima metà) aveva secondo me le carte per essere decisamente migliore dell’altro, e l’idea del salto temporale (per quanto in queste settimane sia ovunque, in qualunque serie!) era un buon escamotage narrativo.
    Il punto è che quando dopo mezza puntata ci siamo ritrovati ad avere ancora loro 3 ad indagare, con la sola differenza di essere in missione non ufficiale, ma fondamentalmente tornati al punto di mezza puntata prima, son rimasta nuovamente perplessa. Certo, di loro ci sono stati mostrati dei “cambiamenti”, ma credo che avrebbe giovato alla vicenda se su questa separazione avessero speso due parole in più, se non altro per darle una maggior ragione d’essere.

    Sto cominciando a pensare sempre di più che ciò che non mi piace di questa stagione sia racchiuso nel fatto che è stata scelta una storia da raccontare (e personaggi da sviscerare) che avrebbero avuto bisogno di un percorso molto più lungo di un formato da 8 puntate. Come dicevo nella recensione della scorsa puntata, spesso non è nemmeno il contenuto ad essere sbagliato, ma l’esposizione, la collocazione, e soprattutto le tempistiche. C’è una sensazione di accelerazione nei processi che guidano i personaggi, una cosa che perlomeno io subisco moltissimo e che mi porta a perdere interesse perché i personaggi mi sembrano dire troppo (non parlo di diegesi narrativa, ma di costruzione) proprio perché c’è poco tempo per spiegarli a dovere. Non so se questa idea sia una buona spiegazione per quelli a cui non sta piacendo (e ci sarebbe comunque da discutere su quanto questa annata stia dividendo.. invece di diventare tifoserie estreme, da una parte e dall’altra, forse bisognerebbe interrogarsi sul fatto che, volenti o nolenti, sta succedendo, qui come nella critica anche d’oltreoceano), però per ora è l’unica cosa che mi viene in mente. Insieme ai terribili dialoghi tra Frank e la moglie (io vi giuro, soprattutto lei non riesco più ad ascoltarla. Ha dato più la Davidovich nel ruolo della madre di Woodrugh – peraltro complimenti al casting, perché lei è perfetta per il ruolo – che la Reilly in 5 puntate).

    Un piccolo accenno infine ad una diatriba che, tra qui e social vari, continua ad andare avanti. Questa cosa del “non si può fare paragone con la prima stagione” è vera, sì, ma fino a un certo punto. Innanzitutto perché se deve valere per quelli a cui non sta piacendo, dovrebbe valere anche per quelli che la salvano a prescindere, e purtroppo ne sto leggendo molti in giro che dicono “eh, ma è Pizzolatto, di sicuro chiude tutto perfettamente”.
    E chi lo dice? Cosa lo garantisce? Se rimaniamo sullo stesso medium – la tv – non vedo altri paragoni fattibili se non quello con la prima stagione. Quindi, insomma, consci o meno, il paragone lo fanno molte più persone di quante non si pensi.
    Pensate, persino una brutta detrattrice come me lo fa in senso positivo: se fosse stata la prima stagione di una nuova serie, l’avrei di sicuro già abbandonata. E’ impossibile prescindere davvero dalla prima stagione.

    Se poi il fare un minimo accenno fornisce l’assist per criticare un intero pensiero a riguardo, lo trovo anche un modo poco onesto per argomentare, dato che ci sono tantissimi spunti su cui si può discutere per confrontarsi. Perché mai chi difende dovrebbe aver ragione e chi invece muove delle critiche dovrebbe farlo “per moda”, “per sport”, “perché fa l’hater” (raggruppo un po’ di critiche lette in giro)?
    Alla fine quando una serie divide tanto è anche curioso capire il perché, no?

     
    • Pogo scrive:

      A me non sembra che questa stagione stia dividendo: è ampiamente apprezzata dai giudizi del pubblico; gli ascolti vanno benissimo (anche il picco più basso, il 4° episodio, ha trattenuto più di due milioni davanti al televisore) e perfino sui social, tipo Twitter, riscuote più “giudizi” positivi che negativi.

      Ha diviso la critica, ma onestamente qualcuno presta attenzione alla critica? Seriamente? (e ci tengo a precisare che questo è un complimento per voi, perché vi ritengo studiosi e appassionati, non critici… “vai a fare il critico” è la più elegante tra le offese che sento di tanto in tanto).

      Quindi per me se gli “insoddisfatti” restano sotto al 40% non è “divisiva” così come mi pare – e correggimi se sbaglio – lo intenda tu.
      Ha diviso finora più o meno come il finale della prima stagione (un finale che non è andato giù a molti) o quello dei Sopranos.

      Per quanto riguarda me (non posso parlare per gli altri) non so se Pizzolatto chiuderà alla grande o con una bolla di sapone. Io giudico quanto visto finora. E questi cinque episodi sono uno spettacolo, quasi un ipotetico romanzo di Ellroy portato in televisione.
      La caratterizzazione dei personaggi è molto raffinata, con alcuni che impersonano luoghi comuni e altri che sono semplicemente “normali” (non so voi, ma io inizio a essere stufo dei personaggi che si rivelano essere diversi da ciò che sono, perché è abusato anche quello), ma tutti i personaggi hanno una strutturazione archetipica. È il bello di Pizzolatto.

      Infine, è una serie antologica. Questo toglie ogni dubbio su ogni possibile paragone. Quindi no, non si può fare un paragone con la prima (se non di gusto: anch’io per ora la preferisco e mi ripeto, più per la regia coesa e migliore di Fukunaga oltre alla presenza di due mostri della recitazione) perché questa è una serie che di stagione in stagione mantiene solo tre cose: il titolo, lo scrittore e il “poliziesco”.
      Impossibile fare paragoni anche perché le due stagioni parlano di cose lontane tra loro anni luce.
      Sono d’accordo che il “divieto” (rigorosamente tra virgolette) debba riguardare anche quelli a favore. Una cosa che non ha senso, non ha senso mai. E chi difende non ha ragione (io per primo) a priori. Ci mancherebbe.

      Infine, TD non è un giallo (scoprire o no l’omicida è irrilevante): è un noir.
      Per esempio, essere tornati al punto di partenza, ma con una diversa esperienza sulle spalle equivale al romanzo di formazione, che – fortunatamente – ci è stato risparmiato. Ora saranno più preparati. E “falliranno” lo stesso probabilmente.

      My two pennies worth (e senza polemica alcuna).

      P.S. se vogliamo addentrarci sugli aspetti tecnici della sensazione di accelerazione nei processi che guidano i personaggi, volentieri. Io non ravvedo tale difetto.
      L’unico pericolo strutturale che ha Pizzolatto è quello del “non detto”, del “nascosto”, che potrebbe scoppiargli tra le mani. Ma siccome a scrivere la sceneggiatura è lui e non io, ho molta fiducia.

       
      • Federica Barbera scrive:

        La questione degli ascolti legati all’apprezzamento secondo me lascia sempre il tempo che trova, perché continuare a vedere una cosa non implica necessariamente apprezzarla (io sto continuando a vederla, per dire!), senza contare che ci sono autentiche ciofeche che si trascinano milioni e milioni di spettatori, quindi non è un criterio che utilizzerei per valutare la qualità di un prodotto.
        Sul resto mi tocca dissentire, io (e ripeto, non è giudizio di parte per il semplice fatto che sono pure dispiaciuta che non mi stia piacendo) sto notando moltissimi post e commenti critici, in Italia tanto quando all’estero.(Nel nostro piccolisssssimo, la recensione della scorsa puntata su facebook ha avuto un po’ più di una ventina di commenti e sono grossomodo divisi a metà. Non che questo sia rappresentativo del mondo XD però è un esempio, e ne sto vedendo davvero tanti)
        Azzardare percentuali mi pare un po’ fuori dalla nostra portata; in ogni caso, anche non analizzando la “critica” puramente intesa (su cui comunque non sarei così negativa, alla fine non vale mai la pena di fare di tutta l’erba un fascio), credo sia possibile convenire sul fatto che i giudizi negativi siano tanti e che non si possano semplicemente bollare come persone che criticano a prescindere o che criticano solo perché “non è la stagione 1”. La trovo una pratica un po’ da tifoserie da stadio, non mi piace e di sicuro non facilita la discussione produttiva.

        Sui personaggi si vede che la pensiamo in maniera diametralmente opposta, per me definire la loro caratterizzazione come “raffinata” è impossibile. Quello che io intendo con accelerazione dei processi di caratterizzazione è ciò che ho cercato di spiegare nella mia recensione della scorsa puntata (non riporto solo perché non voglio portare via spazio a quella di Sara, visto che qui si parla di questa puntata e non di quella). I cambiamenti di Velcoro, ad esempio, a me singolarmente sono anche piaciuti, ma vederli nel complesso, susseguirsi in modo così rapido da una puntata con l’altra, è stato straniante e secondo me controproducente. Oppure Woodrugh, a cui nella scorsa puntata ne sono capitate talmente tante che nell’accumulo di eventi mi son ritrovata persino a perdere empatia (nonostante, come ho detto, Kitsch secondo me abbia fatto un ottimo lavoro).

        Che TD sia un noir siamo d’accordo, che scoprire o no l’omicida sia irrilevante – perché il caso è funzionale ad altro – pure. Però cavoli, deve appassionarti. Deve tenere accesa l’attenzione. Tu puoi dire onestamente che ti interessano le parti in cui si tratta il caso Caspere? Se è così io sono strafelice per te XD ma nel mio caso (e credimi! non sono l’unica!) il disinteresse ha raggiunto punti tali che si è trasformato in noia. Se dall’altra parte, poi, riscontro quelli che per me sono e rimangono problemi grossi dei personaggi, capisci che dal mio punto di vista rimane poco da salvare.

        Il paragone (e chiudo, che se no scrivo come al solito troppo XD) si può e si deve evitare a livello di tematiche, proprio perché come dici anche tu è una serie antologica, ma è chiaro che se nell’arco di due stagioni escono quelli che per me sono personaggi che per costruzione (non caratteristiche!) stanno agli antipodi, il pensiero del “ma sono usciti dalla stessa penna?” un po’ viene. Chiaro poi che questo “sentire” non possa guidare il giudizio dell’intera stagione, né in un verso né nell’altro. Io sarò più che contenta se le prossime puntate saranno in grado di essere per me migliori di queste, se sapranno risvegliare il mio interesse almeno verso una delle direzioni. Ad ora, purtroppo, non ho in Pizzolatto la stessa fiducia che hai tu 😉

         
        • Pogo scrive:

          Ti sorprenderò, ma sono totalmente d’accordo con te che il numero di spettatori non influisce sulla validità/qualità di un’opera. Ragionamento che vale per ogni cosa.
          Le percentuali le tiro fuori dai vari Rotten Tomatoes, Metacritic e altri “aggregatori”. Non hanno valenza scientifica, perché il campione è molto basso, ma perlomeno rappresentano un dato.
          Io non terrei in considerazione nemmeno questi siti; a questo punto, tuttavia, logica vorrebbe che non si possa fare nemmeno il ragionamento inverso (il fatto che divida) perché sempre che non ci sia uno studio statistico dietro, non ha valenza.
          Resta la critica, ma onestamente la critica lascia davvero il tempo che trova: non è fare di tutta l’erba un fascio; semplicemente i critici parlano di cose che non conoscono.

          Tutte le persone di questo Mondo hanno il diritto di criticare TD2 come meglio credono di fare.
          Se però il giudizio negativo si regge sul fatto che ci siano errori di scrittura, allora la discussione non può essere tanto produttiva lo stesso: non ravvedo, infatti, né prendendo come riferimento McKee, né Field, né Truby, né Voegler e nemmeno Douglas tali errori di scrittura.

          Ciò che a te sono sembrati cambiamenti veloci (o messi nei “momenti sbagliati”) a me sono sembrati perfino lenti. Nessuno dei due ha ragione perché siamo nel campo della soggettività: a me interessa molto sapere se scopriranno l’omicida di Caspere, se vedremo mai chi è la persona sotto alla maschera da corvide e se Ray e Ami andranno mai a letto essendo due facce della stessa medaglia.
          Tutto questo, tuttavia, non rende fatto meglio o peggio una serie. Questi sono aspetti che riguardano la percezione personale.
          Una cosa fatta bene o fatta male non è bella o brutta. È semplicemente fatta bene o fatta male.
          Ci sono cose fatte male che piacciono nel Mondo. Cose fatte bene che non piacciono a nessuno.

          Pizzolatto gioca spesso con i cliché (partendo dagli archetipi) e il tempo. Da questo punto di vista TD2 e TD1 non hanno nulla di nuovo.

           
  9. Davide Tuccella scrive:

    Concordo con la recensione più o meno su tutto.
    Anch’io sto trovando questa seconda stagione molto pesante da seguire, sia per una scrittura confusionaria che non lascia bene intendere cosa si voglia effettivamente raccontare, sia per il poco interesse che suscitano i personaggi. Adesso non voglio dire che Mattew McConaughey e Woody Harrelson sono insuperabili, che il personaggio di Rust Cohle è troppo più avanti e bla bla, ma effettivamente nella passata stagione la trama (per quanto altrettanto complessa e sfaccettata) era molto più seguibile e i personaggi a mio parere anche meglio scritti. Poi non sto dicendo che sia una brutta serie, anzi, è chiaro che quando si parla di True Detective, anche quest’anno, se ne parla ad un livello superiore, inserendolo già idealmente tra i giganti del medium televisivo, perchè in effetti è giusto così. Secondo me, oltre al fatto che non bisogna subito additare chi commenta negativamente la serie, come chi la commenta positivamente, per avviare un confronto serio c’è necessità di capire che nessuno potrà mai possedere la verità assoluta sul giudizio di un’opera d’arte (come lo possono essere anche le serie tv), ma che ci saranno sempre, a parte alcuni parametri qualitativi, elementi che dividono la critica.
    Che gusto ci sarebbe altrimenti?

     
  10. krisljk scrive:

    Concordo pienamente con la recensione, riesce in maniera molto elegante e professionale mettere nero su bianco la nauseabonda e vacua sensazione di disgusto, noia ed irrimediabile indifferenza che questa serie suscita in me.
    Una serie lenta ed inesorabile di luoghi comuni, personaggi inutili e dialoghi ridicoli.

     
  11. MarcoP scrive:

    Questo anno va di moda il “buttiamola in caciara con TD2”
    Concordo con Pogo diciamo che , soggettività a parte , non mi pare ci siano argomentazioni validissime ….

     
  12. krisljk scrive:

    Scusate tanto, qui non si tratta secondo me di soggettività.
    Non sono così presuntuoso da pensare che il mio gusto rappresenti il termine di paragone, ed in nessun modo mi sono mai sognato di giudicare TD2 solo paragonandolo alla prima serie, sarebbe davvero riduttivo.
    Io giudico TD2 tenendo a mente gli altri prodotti di qualità eccelsa che negli anni mi è capitato di vedere.
    A mio parere ci sono molte cose interessanti stilisticamente, anzi bellissime.
    Semplicemente è una serie scritta in modo approssimativo, i personaggi sono vuoti e ridondanti, la storia è confusa e noiosa al punto che già prima dì metà stagione si perde interesse.
    La recitazione poi, togliendo Farrell, è goffa ed esasperata, a tratti involontariamente comica.
    L’emblema di questo piattezza, di questo disarmante vuoto autoriale, è il personaggio di Semyon.
    Basta prendere dal mucchio una scena a caso in cui è presente Frank. E’ costantemente ridicolo, fuori parte e non credibile. La scazzottata col gangster che gestiva il club al suo posto ( quando Vince si toglie la giacca ed inizia a boxare con i pungenti in alto volevo morire).
    Tutti i dialoghi con la moglie (la metafora degli avocado che non crescono e che dovrebbero richiamare il problema di infertilità della coppia??) e tutte le volte che entra nell’ufficio con l’aria di chi deve spaccare tutto o mettere in riga un politico corrotto e viene sistematicamente sbeffeggiato da Chessani, preso per un orecchio e messo alla porta come un bimbo delle elementari.
    Praticamente lui fa il duro, aggrotta le sopracciglia, sguardo minaccioso e nessuno lo caga! Pensateci bene, addirittura il personaggio più inutile e secondario della serie, l’ex compagno della moglie, quando Frank si arrabbia, gli dà due pacche sulla spalla si gira e se ne va.
    Praticamente Semyon fa paura solo al giardiniere degli avocado, e forse nemmeno a lui.
    In questa serie non si intravede “il bene” nemmeno lontanamente e, cosa ancora più grave, “il male” risulta assente ingiustificato, sicuramente indaffarato alle prese con vicende e personaggi molto più interessanti.

     
  13. Maria Rita scrive:

    Scusate ma i commenti sono più lunghi della recensione alla fine passa la voglia di leggerli. :)

    Volevo soltanto scrivere che secondo me questa serie è addirittura migliore della prima stagione e la mano di Pizzolato si vede.

    C’è sempre il gioco fra il passato e il presente e naturalmente il doppio piano di lettura perchè non viene certo trascurato l’aspetto filosofico.

    Bella storia, bella serie, bravissimi gli attori…ce ne fossero di serie come questa.

     
  14. Sara scrive:

    Prima di tutto, grazie a ciascuno di voi non solo per il commento, ma per aver letto la recensione. Arrivo con immenso ritardo a rispondere e mi spiace, ma ci tenevo comunque a dire una cosa riprendendo una gestione aperta già un po’ da Federica: il confronto/non confronto da fare/non fare con la prima stagione.
    Io per prima sono convinta che una serie antologica è quindi una serie ontologicamente divisa, dove ogni stagione fa il suo gioco, indipendentemente dall’altra. Però sono anche convinta che nel momento stesso in cui l’autore è lo stesso, è impossibile non fare nemmeno un accenno. E seguendo lo stesso filo logico, allora non si potrebbero spendere neanche paragoni migliorativi. Secondo me bisogna guardare a queste stagioni di TD come si guarda ai romanzi di uno stesso autore, per i quali nessuno si azzarda di dire che sono imparagonabili.
    Sono anche convinta, allo stesso tempo, che nessuna stagione sia leva dell’altra e che quindi non si possono leggere una con le chiavi di lettura dell’altra.
    Dove ho cercato di trovare agganci o simmetrie è nella scrittura, nella capacità che ha avuto Pizzolatto di far vedere una cosa, una storia, dei personaggi MENTRE raccontava – attraverso quella storia e quei personaggi – il mondo intero, l’uomo nella sua profonda ambiguità. La stagione di TD1 era interamente la ricerca della messa in scena dell’uomo e dei suoi bisogni, veri e falsi. Ed è qui che TD2 non mi convince: vedo per primo Pizzolatto che cerca di spingersi in quegli stessi meandri, ma senza forza o grandezza; qui, durante questi episodi, vedo molto vuoto, zero incisività, nessun coraggio o gioco con gli stereotipi, ma LO stereotipo, il tipo umano che non va oltre se stesso.
    In questo senso faccio il paragone: se la penna è la stessa, la mente creatrice anche, com’è possibile non fare neanche un minimo di riflessione?

     
  15. Maria Rita scrive:

    Certo Sara è vero, se leggo due libri dello stesso autore, il confronto è inevitabile e alla fine ce ne sarà uno che mi piacerà più dell’altro.

    Anche se l’autore mi piace ho bisogno di arrivare almeno a metà della storia (se non addirittura in fondo) prima di essere in grado di fare una valutazione.

    Essendo una serie antologica sapevamo da subito che tutto sarebbe stato rinnovato.
    Questa volta invece del clima cupo della Lousiana l’ambientazione è quella delle periferie della California, fra cemento e ponti metropolitani.
    Le anime perse questa volta sono quattro mentre l’atmosfera malata e affascinante è molto simile alla prima stagione.

    Arrivati alla 2×06 possiamo dire che Pizzolato ha confermato di essere bravissimo perchè non racconta banalmente delle storie che possono assomigliarsi tutte.

    No…I suoi personaggi sfuggono allo stereotipo perchè il suo modo di raccontare i fatti arriva fino al cuore e riesce ad emozionare. Questa è la sua forza.

    Personalmente ho trovato questa serie addirittura migliore della prima, perchè è più dinamica e il cast è stellare. Anche Vince Vaughn è bravissimo .

     
  16. Alberto scrive:

    E’ sempre un piacere leggere recensioni e relative opinioni a corredo così appassionate e competenti.
    Detto ciò, trovo che a volte nei commenti si esageri col voler cercare di far piacere per forza una stagione assai criticabile usando quel tipico atteggiamento snob italico, in questo caso esplicitabile con un subliminale “siete menti troppo limitate per potervi far piacere queste raffinatezze di Pizzolatto”.
    A me Pizzolatto piace e considero TD1 un autentico capolavoro anche di scrittura (lieve calo nel finale, ma avercene, dai!), ma da qui a dire che l’autore non abbia commesso errori in questa seconda stagione ce ne corre.
    Trovo tutte le recensioni di Seriangolo su TD2 assai azzeccate, critiche ma obiettive e motivate.
    E, in particolare, mi ritrovo al 100% con ogni singolo rigo scritto nelle recensioni o nei vari commenti da Federica Barbera, evidente mia anima gemella quando si tratta di valutare un prodotto televisivo. 😀 (impressionante, sembra che Federica dia voce alla mia testa. Questo per me è assai comodo perchè così non mi sono sentito di dover scrivere commenti; dunque, col tempo risparmiato, mi sono visto almeno una puntata in più di The Wire. Grazie Federica! :-) )
    Io adoro il noir, conosco bene le sue dinamiche ed esigenze narrative (anche come autore), ho letto migliaia di pagine di Ellroy e vi dico che questa stagione di TD è assai simile a White Jazz nella struttura e nella colossale mancanza di pathos, e non è un caso se proprio White Jazz, nella meravigliosa saga losangelina di Ellroy è il romanzo più sconcertante e meno apprezzato…
    La capacità di scrivere una trama appassionante con i suoi snodi gestiti con tempi /modi appropriati e l’empatia suscitata dai personaggi sono ancora due aspetti fondamentali per la riuscita di una storia, sia essa cartacea che cinematografica!
    Si può spaccare tutto, destrutturare ogni aspetto, ma il risultato non è mai migliore se il fruitore del prodotto (in questo caso noi spettatori) perde interesse. Si rischia di fare un esercizio di stile, cioè in pratica una sega d’autore.
    Mi auguro che Pizzolatto dopo TD1 non sia partito per la tangente credendosi un Dio infallibile (la separazione con Fukunaga potrebbe ahimé esere un indizio) e che questa stagione così farraginosa non sia soltanto una sua colossale masturbazione noir.
    TD2 è spesso noioso (e io non mi annoio quasi mai), troppo fumoso e inconcludente nella trama principale. Gli spunti personali dei protagonisti sarebbero senza dubbio interessanti, ma gli intrecci e i tempi non sono gestiti bene, non appassionano più di tanto nonostante le ottime prove degli autori. Per non parlare dei dialoghi, anni luce distanti da quelli sublimi della prima stagione.
    Dal punto di vista della scrittura è un noir indotto a forza, non è un noir “vissuto” dallo spettatore.
    Questo è il grande limite di TD2. Mi sa di storia scritta e sviluppata anzitutto per piacere all’autore piuttosto che al fruitore finale. Proprio come fu White Jazz per James Ellroy.
    Poi la regia, la fotografia, la colonna sonora, gli attori possono aggiungere o sottrarre (a seconda dei nostri gusti) qualcosa, ma il nocciolo della questione, forse, e dico forse, sta in quello che ho espresso.
    Pizzolatto ha ancora 3 puntate per farmi cambiare idea. Spero che a questo punto dello sviluppo abbia finalmente mollato il suo batacchio a favore della tastiera e si sia deciso a scrivere come indubbiamente sa fare.

     
    • Federica Barbera scrive:

      Ahahah di nulla, Alberto! Sono contenta di averti regalato più tempo per The Wire, avere più minuti a disposizione e spenderli a guardare serie tv è sempre cosa buona e giusta 😀

       
  17. Michele scrive:

    Sono d’accordo con Sara e con la sua recensione. Vedo nei commenti molte persone che difendono la puntata e in generale questa stagione e un po’ mi stupisce. Io non sono del settore. Mi piace guardare serie TV e ancora non ho capito cosa ci sia per me in questa serie. Non faccio paragoni con la prima, nel senso che non sto a vedere chi ha recitato meglio o cosa era successo alla stessa puntata la stagione scorsa. Quello che posso dire è che se non ci fosse stato TD1 e tutto fosse cominciato con questa season, avrei probabilmente smesso di seguire tempo due puntate. Invece, sono ancora qui, proprio perché spero che a un certo punto salti fuori un coniglio dal cilindro, perché so che l’autore può farlo, perché l’anno scorso ha fatto una stagione da paura!
    Per carità, questa stagione è curata ed è fatta bene nella fotografia, nelle ambientazioni, non ha nulla da invidiare a un film. La storia è complessa, non scontata, almeno da un punto di vista mainstream. Eppure c’è qsa che non decolla. Continuo ad avere lo stesso dubbio della puntata scorsa: what’s the point?
    Per questo darei anche un voto un pochino più basso alla puntata

     

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