HAPPYish – Stagione 1 2


HAPPYish - Stagione 1Dopo aver presentato il pilot di HAPPYish come una delle potenziali novità più interessanti della stagione, ci ritroviamo oggi a parlare in maniera complessiva di questa annata, che senza alcun dubbio definiamo tra le cose più originali di questo 2015.

Dal punto di vista narrativo la serie si dipana partendo dai due protagonisti, Thom e Lee, coppia sui quaranta alle prese con la seconda fase della propria vita. Tutta la sfera narrativa legata a Thom porta allo sviluppo di una dark comedy incentrata sulla sua professione, il pubblicitario, cosa che inevitabilmente porta ad un parallelo con Mad Men – rispetto a cui vi è un collegamento sconvolgente nel quarto episodio. Da questo punto di vista, HAPPYish fa da contrappunto ironico e beffardo al mondo della serie di Matthew Weiner, adattando alla contemporaneità un mestiere che oggi risulta altrettanto foriero di contraddizioni. Lee invece è un’artista squattrinata alle prese con una professione di cui non riesce ad essere totalmente soddisfatta e con il ruolo di madre del loro unico, splendido e simpaticissimo figlio.

Did I really want to waste the rest of my life writing adds?

HAPPYish - Stagione 1Il mondo rappresentato dalla serie si nutre di una profonda contraddizione: i protagonisti infatti appartengono a un ceto sociale estremamente alto e selezionato, ben istruito e dotato di una medio-alta cultura di base; ciononostante il cuore del racconto si basa sulla ricerca della felicità, o meglio sull’infelicità insita in questo tipo di soggetti, un malessere forse ancor più radicale proprio perché scollegato da bisogni non soddisfatti. All’interno di questo panorama, però, i due protagonisti rappresentano declinazioni molto diverse, a partire dalla loro differente estrazione religiosa, e in particolare dalle radici ebraiche di Lee che danno anche lo spunto interpretativo riguardo al titolo della serie. Lo stesso creatore, Shalom Auslander, inebria il racconto del suo background culturale, figlio di un’educazione ebraica nella parte più ricca di New York City. Confrontarsi con questo mondo diventa anche una sfida dal punto di vista diegetico per Thom, di religione cristiana e profondamente influenzato dal rapporto tra i dogmi della fede con cui è cresciuto e le contrastanti spinte proposte dalla realtà. La soddisfazione individuale assume naturalmente un ruolo preferenziale, specie per due individui privilegiati come Thom e Lee, persone per le quali essere marito, moglie, padre, madre, professionista o artista significa sempre e comunque essere almeno in parte in errore, vittime di una profonda autocritica derivante da una prospettiva di personale e perenne insoddisfazione.

Next time you raise a fist in the air, make sure there is some cash in it.

HAPPYish - Stagione 1La cosa strana di HAPPYish, nonché una delle sue principali qualità, è rappresentata dalla prima domanda che salta all’occhio: cosa stiamo vedendo? La verità è che questo tipo di prodotti fino a qualche tempo fa semplicemente non esisteva, per tante ragioni, tra cui non bisogna sottovalutare che una volta queste storie si vedevano al cinema, sul grande schermo. Negli ultimi anni è emerso chiaramente come in televisione ci siano nicchie di mercato e di pubblico molto più adatto rispetto a quello generalista del cinema, tanto che si può parlare di una evidente migrazione di autori dal cinema alla TV di qualità. Cosa sono infatti serie come Girls, Transparent, Louie, Married, Togetherness, se non la rimediazione televisiva del cinema indie? HAPPYish appartiene a questo novero di opere, piegando la narrazione al piccolo schermo forse ancora meglio degli altri, o sicuramente in maniera diversa, grazie soprattutto all’inserimento di “casi” da trattare, specificati dai titoli degli episodi, che danno maggiore rilevanza alla dimensione antologica di questi ultimi.

It was nice to quit, even if it was temporary.

HAPPYish - Stagione 1Nelle serie appena citate dilagano i racconti generazionali, le storie sul passaggio all’età adulta, i conflitti tra padri e figli, oppure l’analisi di caratteri molto complessi e dalla natura anti-eroica; HAPPYish fa qualcosa di diverso e per certi versi più rischioso, lanciandosi nell’analisi di un’età di cui è molto meno facile parlare, anche perché gli stessi cliché scarseggiano rispetto ai temi sopra elencati. Qui la dimensione della paternità e della maternità non si traducono nel rapporto con figli contro i quali scontrarsi, ma vengono affrontate per quello che sono e significano principalmente per gli stessi genitori (non a caso il figlio non è un adolescente ribelle ma un bambino). È proprio sui loro ruoli che si gioca la dialettica tra la ricerca della felicità e la sensazione di averla persa per sempre dopo aver messo al mondo una creatura. Non ultimo viene analizzato il rapporto coi genitori: per questo tipo di soggetti le figure paterne e materne sono ben lontane dal rappresentare il classico fronte di guerra, divenendo piuttosto una responsabilità a cui non poter rinunciare, o addirittura il primo e più lacerante incontro con il lutto e la perdita.

How dare you come in here and pretend this is holy! This, this… this shit!

HAPPYish - Stagione 1Ultimo punto prima di concludere riguarda lo stile. Gli autori, forse grazie anche al formato breve (25-30 minuti), hanno totale libertà di sperimentare sia dal punto di vista narrativo che da quello stilistico, trovando soluzioni di grande ibridazione che mettono insieme le riprese in live action, l’animazione digitale, il fumetto, il cartoon e tanti altri linguaggi. La giustificazione narrativa di questo esubero stilistico è legata ad un io interiore dei due protagonisti che ha come unico obiettivo quello di emergere, sia facendosi sentire dalle loro orecchie, sia facendosi notare in maniera tangibile dallo spettatore. Per questa ragione la serie diventa anche un dispositivo narrativo eccezionale in grado di riflettere sulla natura delle immagini contemporanee, utilizzando le armi della satira per rimettere in scena i reality show e la factual television, così come i generi cinematografici del passato, dal noir al musical al biopic, tutti strumenti al servizio dell’emersione di un ego con il quale avere a che fare.

Non c’è dubbio, per concludere, che HAPPYish sia uno dei prodotti televisivi migliori dell’anno: una serie capace di dire davvero qualcosa di nuovo attraverso un linguaggio spesso inedito, soprattutto unendo i toni della dramma e della commedia, riuscendo sempre o quasi a far commuovere e a far ridere come pochi altri show hanno saputo fare ultimamente (e non solo).

A dimostrazione che gli autori quando sono bravi centrano l’obiettivo e che, per rimanere sui temi della serie, la vita non è mai bella ma quasi sempre infelice e ingiusta, Showtime ha cancellato la serie e dunque non ci sarà (a meno di improbabili salvataggi dell’ultima ora) una seconda stagione. Forse non ci meritavamo una serie così bella e in grado di mostrarci in modo così divertente tutta la nostra mediocrità.

Voto: 8,5

Condividi l'articolo
 

Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 commenti su “HAPPYish – Stagione 1

  • Genio in bottiglia

    La cancellazione della serie è una notizia ferale: si tratta(va) di una delle serie più intelligenti in circolazione. Peccato!

     
  • Alessandra

    Come per Enlightened, solo che a questa è stata data una seconda stagione, le cose belle, intelligenti, scritte bene e con bravi attori forse non piacciono. Forse Steve Coogan, che con l’età ha acquistato molto spessore, non è sufficientemente vicino ai soliti canoni del fascino maschile ? O forse perchè, nella mentalità bigotta statunitense, quel “so fuck you, god!”, insieme ad una critica così sanguigna della religione non sta bene? Da non citare la prima stagione di True Detective, visto che alla fine una specie di redenzione si può voler vedere.

    P.s:Una delle battute più divertenti ed azzeccate, anch’essa forse poco piaciuta: “Ogni pomeriggio, alle tre, vorrei strapparmi l’utero e prenderlo a bastonate.”