Rectify ­– 3×06 The Source

Rectify ­– 3x06 The SourceFin dall’esordio, Rectify ha fatto dello scavo psicologico dei personaggi e, parallelamente, della rarefazione degli eventi narrati la sua cifra stilistica; questa stagione ha confermato e se possibile rafforzato quest’impressione, a fronte però di un finale all’insegna del cambiamento, in cui molti nodi giungono finalmente al pettine.

La scelta di McKinnon di ambientare l’intero arco narrativo stagionale nei giorni che trascorrono tra l’accettazione del patteggiamento e l’abbandono di Paulie da parte di Daniel ha immerso il racconto in una sorta di limbo, in cui – ancor più che in passato – i profondi cambiamenti vissuti dai personaggi avvengono in maniera sotterranea e quasi impercettibile, procedendo per accumulo fino a emergere in tutta la loro forza.
La stessa presenza di Daniel si è progressivamente sempre più rarefatta, così come sempre più rari sono stati i momenti di interazione con gli altri personaggi, le cui vite risultano però ormai definitivamente mutate dal suo ritorno. In quest’ottica “The Source” mette in scena, in parallelo alla partenza del protagonista, il punto d’arrivo di questi percorsi, il cui bilancio è alquanto variegato e non sempre di facile interpretazione.

Rectify ­– 3x06 The SourcePer Ted e suo figlio il ritorno di Daniel ha coinciso con un progressivo allontanamento dalle rispettive mogli, ma al tempo stesso, come emerge dal bel dialogo finale tra i due, con una graduale presa di coscienza di un disagio latente che l’arrivo di una presenza destabilizzante come quella di Holden non ha fatto altro che portare alla luce. Il senso di colpa e il timore dell’abbandono hanno irrimediabilmente influito sulle scelte e sui comportamenti dei due uomini, fino a condurli alla situazione attuale, di cui però sono solo in parte responsabili. Il racconto di Ted sulle circostanze dell’abbandono della sua prima moglie finiscono infatti per risuonare come un triste presagio per Teddy, la cui disponibilità nel venire incontro alle esigenze della moglie potrebbe non essere sufficiente a salvare il matrimonio.

Rectify ­– 3x06 The SourceA subire più di tutti il potere sovversivo sprigionato dalla presenza di Daniel è stata infatti certamente Tawney. L’ambigua sequenza onirica tra i due fa emergere – con la tipica forza icastica che caratterizza la serie – come per la ragazza l’incontro con Holden abbia segnato una vera e propria crisi esistenziale e valoriale che l’ha portata a mettere in dubbio non solo il suo matrimonio ma anche la sua fede, costringendola a intraprendere un percorso d’introspezione ancora in divenire da cui non potrà che uscire rafforzata. Diverso è il discorso per Janet e Amantha, nelle quali l’abbandono di Paulie da parte di Holden suscita sentimenti più agrodolci, in cui la gioia di sapere che finalmente potrà tentare di ricostruirsi una vita si accompagna al dolore di una nuova separazione. Amantha cerca di rispondere al senso di spaesamento e inadeguatezza nei confronti del mondo da lei vissuto, che rispecchia molto da vicino quello del fratello, decidendo di restare a Paulie e di continuare a lavorare al Thrifty Town e facendo in questo modo emergere un desiderio di stabilità e autonomia che va di pari passo con la difficoltà di mettersi alle spalle il passato.

Il vero cuore dell’episodio è però costituito dal road trip di Daniel, a cui fanno da contrappunto gli interrogatori dello sheriffo Daggett e il successivo arresto di Trey.

Rectify ­– 3x06 The Source“You’re mad, Daniel” “And so must be God”: questa parte dello scambio onirico tra Daniel e Tawney sembra fornire una chiave di lettura a molti degli eventi dell’episodio – soprattutto in relazione a questi due filoni narrativi –, in cui casualità e coincidenze inaspettate sembrano farsi continuamente beffe dei protagonisti. Il pianista va in pausa proprio quando Daniel e Janet decidono di ballare, così come l’omicidio di Hanna torna al centro dell’attenzione in concomitanza con la decisione dell’uomo di lasciarsi alle spalle in maniera definitiva i terribili eventi di quella notte. Quello di Daniel è infatti un viaggio sì rivolto al passato, ma al tempo stesso decisamente proiettato verso il futuro. Tutte le sequenze che lo vedono protagonista acquisiscono in questo senso, ancora più del solito, un’enorme portata simbolica oltre che emotiva, giocata proprio sul continuo spostamento tra questi due poli.

Rectify ­– 3x06 The SourceA emergere con forza sono quindi i temi del ricordo di un’infanzia vissuta solo a metà, la difficoltà di lasciarsi alle spalle il passato e di (ri)trovare il proprio posto nel mondo. La ricerca del ristorante preferito dal padre scomparso, la visita alla prigione e il bagno nell’oceano rappresentano quindi le tappe, in senso letterale e metaforico, del percorso di rinascita di Daniel, che, nonostante non abbia ancora superato il senso d’inadeguatezza che lo accompagna dall’uscita di prigione, sembra finalmente pronto a “mettercela tutta”. Ciò che va poi sottolineato è la bravura di McKinnon – e degli attori – nel dar vita a sequenze dall’enorme impatto emotivo senza mai scadere nel melodramma, riuscendo a stemperare la portata drammatica della rappresentazione e immergendola in un’atmosfera quotidiana ma non meno toccante ­– si pensi ad esempio alla surreale scena delle frittelle o alla battuta di Daniel su Google.

Rectify ­– 3x06 The SourceCome si diceva poco sopra, la partenza di Daniel viene a coincidere con la prima significativa svolta nelle indagini sulla morte di George, e di riflesso di Hanna, dando vita a un gioco di interessanti coincidenze: tutte le azioni compiute al fine di evitare la riapertura delle indagini – dal suicidio di George all’occultamento compiuto da Trey – hanno finito infatti per sortire l’effetto contrario. I progressi sono in realtà in larga parte apparenti: la confessione di Chris Nelms non fa che confermare quello che da tempo era – almeno per lo spettatore – molto più che una certezza, mentre l’arresto di Trey rappresenta l’ennesimo abbaglio di Daggett, per quanto comprensibile considerando le (allo stato dei fatti poco sensate) azioni dell’uomo. Ancor più interessante è la visita di Jon a Foulkes: anche in questo caso l’avvocato non fa altro che verbalizzare, e quindi rafforzare, il sospetto che le azioni del senatore in relazione al caso non siano mai state spinte da semplici motivi politici, ma la promessa ­– o forse sarebbe meglio dire minaccia – di continuare a indagare costituisce un ulteriore segno del fatto che la verità è prossima a riemergere.

Con questa terza stagione Rectify si è confermata come una serie perfettamente consapevole dei suoi mezzi e dei suoi punti di forza, fedele alla sua vocazione corale e introspettiva e dotata di una rara raffinatezza di analisi e di messa in scena. Se al suo esordio il concept aveva suscitato qualche dubbio circa la sua longevità, giunti alla terza annata possiamo affermare con certezza che questo è ancora lontano dall’essersi esaurito e che le premesse per la quarta stagione non potrebbero essere migliori.

Voto episodio: 8/9
Voto stagione: 8+

 

7 Risposte

  1. SerialFiller scrive:

    Delicatezza.
    La parola d’ordine di questa serie è delicatezza.
    Un racconto che si fa sempre più intrecciato a sopresa ma che mantiene una semplictà e dei toni pacati di fondo eccezionali, toccando corde spesso sopite dentro ognuno di noi.
    Un uomo rinchiuso 20 anni in una prigione da innocente o quasi che viene proiettato in una realtà che non ha più nulla di quello che aveva 20 anni fa. Daniel alla soglia dei 40 anni si appresta a fare la prima ricerca Google della sua vita e ci fa capire come le cose semplici siano le piu belle o parafrasando il Ber Cooper di Mad men “The best thing in life are free”.
    Riflettendoci bene, non è forse cosi?

     
  2. Alessandra scrive:

    Ho ammirato molto la madre in questa serie, e specialmente in questa puntata, mentre dice ai due Ted: mio figlio ha bisogno adesso, che vi piaccia o no.
    Più bella questa stagione della seconda, per me.

     
  3. Alessandra scrive:

    Io penso che una quarta stagione in fondo non serva, il risultato che volevamo ottenere c’è già: farla pagare all'”amico” assassino.
    Grande e molto coraggiosa la scelta di Daniel di farsi mandare in esilio in un altro stato, ricominciare da capo, lui stesso ed i suoi familiari. In soli due mesi scarsi dalla sua scarcerazione molto è successo e tutto grazie sia alla sua presenza sia alla sua decisione di andarsene.
    Tutti si sono guardati dentro ed hanno dovuto prendere delle decisioni proprie, importanti, forse definitive, ed ora sono consapevoli di doverle portare avanti senza più dare la responsabilità a Daniel.
    Bella sceneggiatura, bravi attori, tutto si incastra senza inutili orpelli.

     
    • Simona Maniello scrive:

      Ciao Alessandra, io penso che una cosa non escluda l’altra: questo episodio avrebbe potuto essere un buon finale di serie ma ciò non rende necessariamente superflua la prossima stagione, non solo per la mancata risoluzione dell’omicidio di Hanna, ma soprattutto perchè credo che questi personaggi (non solo Daniel) abbiano ancora molto da dire.

       
      • Alessandra scrive:

        Ciao Simona, grazie per aver risposto, non me l’aspettavo proprio.
        Sai, forse è una mia fissazione, ma ho notato che la maggior parte delle serie tv alla fine della terza stagione riescono a completare l’arco narrativo (si può dire?), facendo delle stagioni successive un di più, un allungare la minestra.
        Prendi ad esempio Downton Abbey: la scena della festa in paese, con tutti che giocano sereni, era la fine naturale della serie. Tutto il resto è troppo.
        Oppure Luther, una quarta serie non so quale apporto darebbe al tutto. La quarta serie di Sherlock la posso accettare solo perchè ambientata nel tempo in cui Arthur Conan Doyle l’aveva concepita.
        Va bene, queste tre serie sono inglesi, dunque con una diversa concezione. Se vuoi passiamo agli Usa, con Person of Interest. Dopo un inizio lentino e poco appassionante, è partita a mille, ma ora, e per fortuna, forse le prossime tredici puntate saranno le ultime.
        L’unica eccezione potrei farla con The Wire, ogni stagione un argomento, ma non di più, per fortuna, sennò non sarebbe rimasta nei nostri cuori.
        Quel che vorrei far capire è che ogni tanto bisognerebbe saper fermarsi, al momento giusto, in modo che i personaggi e le storie non si esauriscano, non si consumino, non si usurino.
        Lo so che Daniel e gli altri avrebbero altro da dire, ma sento il rischio di far continuare la serie, di renderla banale solo per il pretesto di scoprire chi in realtà abbia ucciso la ragazza, che ruolo avesse il senatore e chi altro fosse coinvolto.
        Io la vedo così: Daniel rientra nella vita della sua famiglia, ci sta un po’, e poi esce, con dignità, sua e dei suoi.

         
  4. Genio in bottiglia scrive:

    Per me poteva finire qui: del giallo in questa serie non fregava a nessuno. Il percorso si era compiuto. Daniel lasciava casa, avevamo uno straccio di colpevole, davvero non posso credere che ci sarà una quarta stagione … Era un perfetto series finale. Che pecccato.

     
    • alessandro scrive:

      se questo fosse veramente il finale definitivo sarebbe tutt’altro che perfetto

      trey willis viene accusato di qualcosa che non ha commesso, esattamente come daniel, ma forse è una specie di legge del contrappasso e visto in questi temini potrebbe essere pure un buon finale

       

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