Doctor Who – 9×01 The Magician’s Apprentice

Doctor Who – 9x01 The Magician’s ApprenticeIf someone who knew the future pointed out a child to you and told you that that child would grow up totally evil, to be a ruthless dictator who would destroy millions of lives, could you then kill that child?

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Queste sono le parole pronunciate dal Quarto Dottore in “Genesis of the Daleks”, ed è proprio attorno a questo concetto che Steven Moffat, con una mossa tanto audace quanto d’effetto, costruisce una sorprendente premiere, indebolita solo minimamente dalla divisione in due parti del racconto.

Doctor Who – 9x01 The Magician’s Apprentice“The Magician’s Apprentice” è un episodio che non ha paura di osare e di sfruttare tutte le sue carte, mettendo in scena i due arcinemici del Dottore e andando a manipolare in maniera consistente la mitologia delle serie. Si tratta sicuramente di una scelta molto rischiosa, ma che – almeno per ora – appare gestita con grande abilità e coerenza. Moffat punta in alto e opera un vero e proprio ritorno alle origini, sia nel formato – recuperando la suddivisione in due episodi –, che nel contenuto, mostrandoci quello che molto probabilmente può essere considerato il primo anello della catena di eventi che hanno condotto alla creazione dei Dalek e quindi alla Time War. Quella che si delinea è una origin story che riguarda sia l’eroe che il villain, i cui tratti – così come quelli della vittima e del carnefice, del creatore e della creatura – si confondono fino a diventare indistinguibili. Davros è considerato folle e spietato in quanto creatore dei Dalek, ma, per usare le parole del Dottore, chi ha creato Davros?

Davros knows. Davros remembers.

Doctor Who – 9x01 The Magician’s ApprenticeA tornare al centro dell’attenzione e a essere messa alla prova è quindi nuovamente l’umanità del Dottore, come a ribadire che la domanda che ha attraversato tutta la passata stagione – “Am I a good man?” – è ancora lontana dal trovare una risposta, soprattutto una risposta affermativa. Le sequenze d’apertura e di chiusura dell’episodio, che vedono Twelve interagire con il giovane Davros, giocano entrambe su una certa ambiguità interpretativa, che riflette appunto la complessità della questione.

Doctor Who – 9x01 The Magician’s ApprenticeL’abbandono del ragazzo da parte del Dottore in seguito alla scoperta della sua identità può essere infatti letto sia come un’espressione della volontà di non interferire con il corso della storia che come una sua profonda alterazione, come un atto di viltà o di compassione. Lo stesso discorso vale anche per il cliffhanger finale, in cui il Dottore – mai così esplicitamente assimilato ai Dalek prima d’ora – sembra finalmente pronto a rispondere al quesito posto da Four, al fine di cancellare la catena di eventi che ha condotto in ultima battuta alla morte di Clara e Missy. Quale sia questa risposta non è ancora del tutto chiaro, ma quello che è certo è che l’eliminazione del giovane Davros avrebbe delle conseguenze enormi sia sulla storia che conosciamo che, forse ancora di più, sul Dottore stesso.

L’operazione messa in atto da Moffat appare impeccabile nell’intrecciare non solo alcuni degli snodi fondamentali della smisurata mitologia dello show – Davros, la genesi dei Dalek, la Time War – con la narrazione attuale, ma anche l’approfondimento psicologico portato avanti sulla figura del Dottore con le implicazioni etiche che il viaggio nel tempo comporta.

A friendship older than your civilization and infinitely more complex.

Doctor Who – 9x01 The Magician’s ApprenticeA rendere questa premiere ancora più interessante troviamo l’annunciato ritorno di Missy. Al di là della bravura di Michelle Gomez nel mettere in scena questa nuova incarnazione del Master, ciò che rende il suo ritorno ancora più gradito è l’intuizione di Moffat, semplice e al tempo stesso efficace, di puntare ancora di più che in passato sulla profondità del rapporto che lega la Time Lady e il Time Lord, utilizzando l’espediente del testamento e del ritorno di Davros per trasformarla in una sorta di alleato. I due nemici storici del Dottore vengono accostati e contrapposti, in modo da delineare una coerente cornice narrativa in cui inserire questa svolta: si pensi ad esempio allo sguardo terrorizzato di Missy di fronte all’apparizione di Skaro, da solo in grado di evocare la tragedia della Guerra del Tempo che ha visto scontrarsi le creature di Davros e i Time Lord.

Doctor Who – 9x01 The Magician’s ApprenticeNon a caso, durante lo scambio con Clara all’ombra del jet, Missy ribadisce alla ragazza – e indirettamente anche a noi – l’alienità del Dottore, un elemento che spesso tendiamo a dimenticare ma allo stesso tempo il solo in grado di spiegare e giustificare il legame che li unisce e la sua complessità, estranea agli umani sentimenti di odio e amore. Altrettanto apprezzabile e coerente è in quest’ottica la scelta di non addomesticare la natura crudele di Missy per meglio piegarla a questo suo nuovo seppur temporaneo ruolo.

Not dead. Back. Big surprise. Never mind.

Doctor Who – 9x01 The Magician’s ApprenticeIl filo rosso che attraversa questa puntata sembra essere la morte: quella annunciata ma non ancora avvenuta del Dottore e di Davros, a cui si contrappongono quelle effettive, ma a cui è difficile credere, di Clara e Missy. Nel corso degli anni Doctor Who ha fatto di morti presunte e relativi ritorni più o meno prevedibili il suo marchio di fabbrica. Moffat però mostra di esserne perfettamente consapevole e, oltre a ironizzare esplicitamente sulla questione, riesce a mescolare almeno un po’ le carte in tavola tramite l’annuncio dell’addio di Jenna Coleman rilasciato proprio poche ore prima della messa in onda della premiere (qui trovate la notizia).

Doctor Who – 9x01 The Magician’s ApprenticeAd ogni modo, assistere all’annientamento di una companion, di un Time Lord e del Tardis in un colpo solo risulta comunque una scena inaspettata e che colpisce nel segno, soprattutto nell’ottica di ciò che questo può significare per il Dottore. A funzionare meno è invece, nonostante la meravigliosa sequenza di ambientazione medievale, proprio l’annuncio della morte del Dottore, la cui certezza di andare incontro alla fine non appare del tutto giustificata se non nell’ottica di fornire un pretesto per il ritorno di Missy.

Bisognerà attendere settimana prossima per poter valutare in modo completo il racconto impostato in “The Magician’s Apprentice”, ma nel frattempo possiamo affermare che questa premiere non ha certo deluso le aspettative, bilanciando i toni cupi prevalenti con momenti più scanzonati ma altrettanto riusciti e soprattutto generando un’attesa spasmodica per il prosieguo della stagione, che speriamo si mantenga su questi ottimi livelli.

Voto: 8½

 

11 Risposte

  1. SerialFiller scrive:

    Migliore season premierè di Doctor Who a mio avviso.
    La recensione ha elencato tutti i pregi alla perfezione con l’unica pecca di avere un po il braccino corto in termini di voto secondo me.
    Questa premierè affronta temi carissimi ai fan del dottore e trae a piene mani dalla sconfinata mitologia di questa magnifica serie ma al tempo stesso pesca temi universali carissimi agli appassionati di paradossi temporali, fantascienza ecc ecc. Potrei far vedere questa puntata ad una persona che non ha mai visto lo show e son sicuro riceverei solo recensioni positive.
    Aggiungiamoci un Capaldi ed una Gomez straordinari ed ecco che il capolavorone è servito.
    Come andrà a finire? Boh…certo che moffat con la mossa dell’addio di Clara ha gettato panico in tutti noi.

     
    • Simona Maniello scrive:

      Ciao SerialFiller, sono stata volutamente bassa con il voto perchè la storia è divisa in due parti e molte delle cose che abbiamo visto nella premiere andranno (ri)valutate alla luce di quello che accadrà nel secondo episodio.

       
  2. Joy Black scrive:

    Recensione perfetta Simona, complimenti! Hai detto praticamente tutto tu. Una premiere tra le migliori della serie, la metto dietro solo sicuramente a The Eleventh Hour, a livello (forse poco sotto) di The Impossible Astronaut. Ovviamente sarà importante vedere se Moffat riuscirà a tenere alto il livello nella seconda parte (visto anche il mezzo-flop dello scorso finale di stagione). Ho letto che la maggioranza dei critici che hanno visto le prime due puntate di anteprima dicono che l’ultima parte è la migliore. Non ci resta che aspettare in maniera spasmodica sabato sera.

     
  3. winston smith scrive:

    In lingua italiana si usa l’articolo determinativo per formare il sintagma “la settimana prossima”. Questa colonizzazione passiva della lingua da parte dell’inglese è umiliante, oltreché sgradevole al suono (sembra di sentire parlare Dan Peterson o Edward Luttwak anziché un madrelingua). Tuttavia, sono consapevole di essere espressione di un pensiero minoritario riguardo a questa problematica, ergo scrivi come preferisci; l’importante è che tu sia consapevole del fatto che non hai rispettato la sintassi della lingua in cui hai scritto il testo, così che in futuro l’eventuale ripetersi dell’errore sia almeno dettato da una scelta precisa (legittima, sebbene incomprensibile dal mio punto di vista) anziché essere un semplice frutto d’ignoranza accoppiata a una sudditanza culturale del tutto ingiustificata. Dubito si sia trattato di una banale svista dal momento che la mia esperienza mi fa notare come sono sempre di più le persone che incappano in questo sbaglio, soprattutto nelle regioni del Nord Italia (dove è abbastanza tipico il protrarsi di un altro fallo da cartellino rosso, ossia l’utilizzo della locuzione “piuttosto che” in luogo della congiunzione “oppure”; volendo fare una battuta, potremmo anche giungere a dire che si capisce dove ha origine l’esigenza di avere più insegnanti in “kelle terre”).

    Per quanto riguarda l’episodio, invece, Moffat pare finalmente aver concesso a Capaldi il “trattamento Matt Smith”, permettendogli di far sfoggio di tutte le sue doti recitative nel raggio di quaranta minuti e di essere accompagnato da una musica adeguata al tono nei momenti salienti. L’entrata in scena del Dottore nel cold open è probabilmente la migliore che ricordi fra quelle delle stagioni che ho visto (l’accento da signore scozzese di mezza età ha giovato infinitamente alla causa in questa circostanza). Sono stati bravissimi anche tutti gli altri attori principali (Michelle Gomez in particolare domina la scena ogni volta che appare) e sono felice del fatto che la trama torni a scavare nella mitologia della serie, come è sempre avvenuto quando Moffat ha sfornato le sceneggiature migliori della sua gestione. A giudicare dalla première, mi aspetto una stagione migliore della precedente (che risultò un po’ deludente nella parte finale). Sperem ben!

     
    • Simona Maniello scrive:

      Ciao Winston. Il tuo appunto è corretto, ma parlare di ignoranza e sudditanza culturale per un errore derivato dalla lingua parlata mi pare francamente esagerato, per non dire offensivo. La sintassi è importante ma l’educazione lo è altrettanto, non credi?

       
      • winston smith scrive:

        Le responsabilità dello stato di sudditanza culturale a cui ho fatto riferimento nel commento precedente non sono attribuibili a livello individuale, ergo mi riferivo a te solo in quanto parte di un contesto deliberato che pone una cittadina italiana mediamente colta quale tu sei nella posizione di recitare la parte dell’ascaro inconsapevole; dunque la cosa offende te tanto quanto offende me (essendo pure io cittadino italiano), credimi.
        Ogni opera di colonizzazione effettiva inizia con la modifica dell’immaginario tradizionale della popolazione nativa per plasmarla lentamente, quasi impercettibilmente nel breve periodo, nel segno dei diversi valori e costumi dei coloni (esempio banale: l’aggettivo “negro” in italiano non aveva connotazioni spregiative in passato, mentre oggi se lo usi in pubblico vieni guardato con biasimo solo perché abbiamo automaticamente e passivamente importato l’equivalenza con l’angloamericano “nigger”, che, invece, aveva valore spregiativo); ovviamente tali principi sono veicolati attraverso la lingua, che è a tutti gli effetti la caratteristica maggiormente distintiva fra quelle costituenti un raggruppamento etnico che voglia assurgere al rango di popolo (esempio banale: ognuno di noi è in grado di riconoscere istintivamente un proprio concittadino tenendo gli occhi chiusi e basandosi semplicemente sull’ascolto del modo in cui parla). Per quanto possa apparire assurdo ai più, la realtà fattuale è questa: così lineare da rasentare il banale. Del resto, come puoi facilmente constatare accendendo la televisione e prestando attenzione ai servizi che succedendosi compongono un’edizione qualsiasi di un telegiornale (il canale utilizzato in qualità di campione è affatto indifferente), da quando l’Italia è sotto costante bombardamento mediatico a stelle e strisce, valori che erano stati patrimonio dei nostri ascendenti per secoli quali il cattolicesimo, la famiglia e l’importanza delle radici (a cui si lega anche, ma non solo, il possesso di una casa in un determinato luogo) hanno richiesto appena una settantina d’anni per essere soppiantati gerarchicamente da concetti del tutto estranei alla nostra cultura quali quelli della politically correctness, della competitiveness e della labor mobility (una forma “elegante” per esprimere l’idea di emigrazione forzata in stato di deflazione salariale e deregolamentazione – pardon, deregulation – permanente del mondo del lavoro).
        La lingua italiana è molto ben strutturata ed è pure bella (quanno ce vo’, ce vo’). Inoltre, è proprio il mezzo che veicola la nostra identità nazionale, formando una parte fondamentale di ognuno di noi in grado di unirci pur non essendoci mai incontrati di persona (ma capisco che di questa caratteristica si acquisisca un maggiore grado di percezione nel momento in cui ci si incontra fra connazionali all’estero). Il mio invito è quello di cercare di valorizzarla sempre, altrimenti fra cinquant’anni parleremo in una povera, abbrutita neolingua (persone come l’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi, del resto, già lo fanno) che, come avviene nel capolavoro orwelliano 1984, ci impedirà non solo di esprimere un pensiero critico in grado di svincolarsi dagli schemi costitutivi dell’ideologia dominante – qualunque essa sia – e cioè di formare nuovi modelli di riflessione, ma persino di individuare coscientemente il fatto di aver perduto tale possibilità. Soprattutto, non saremo più italiani (e la maggior parte delle popolazioni africane e medio-orientali conoscono molto bene le conseguenze nefaste della mancanza di un sentimento di identità nazionale, un problema che ha sempre cause esogene rispetto alle terre di riferimento).
        Al contrario di quanto insegnano a scuola, il Medioevo è sempre lì, dietro l’angolo, “prossimo venturo”. E il ripiombarci dentro o meno dipende innanzitutto da quanto nel nostro piccolo siamo disposti a fare per non perdere contatto con la nostra storia, quindi con la nostra lingua.
        E così ho passato il tempo che ci separava dal secondo episodio della stagione. EXTERMINATE!

         
        • La Redazione scrive:

          Caro Winston,

          che quello che tu hai segnalato sia un errore è fuori discussione, ma il modo con cui ti stai ponendo nei confronti di Simona e all’interno di questo sito non è in alcun modo accettabile, sia per la pedanteria del contenuto che per la lunghezza dei tuoi commenti, inadeguati e chiaramente off topic. Inoltre non sono e non saranno accettate in futuro offese nei confronti dei nostri collaboratori, nemmeno se spacciate successivamente per “offesa globale” in qualità di cittadini italiani.

          Noi tutti abbiamo a cuore lo stato di salute della lingua italiana e non ci risulta che qui se ne faccia scempio, di sicuro non quanto meriterebbero dei commenti di tale entità. Gli errori possono farli tutti, a maggior ragione quando si tratta di fenomeni che – come è già stato ampiamente dibattuto – derivano dalla lingua parlata (che ha influenzato, influenza e influenzerà sempre la lingua scritta, non essendo quest’ultima morta ma vivissima). Questo non rende certo tale errore improvvisamente giusto, e sono sempre ben accetti i commenti che ci fanno notare delle imprecisioni perché significa che avete a cuore quanto produciamo. La forma è tuttavia altrettanto importante e ti invitiamo, qualora dovesse ripresentarsi l’occasione di un errore e tu sentissi l’urgenza di farcelo notare, di porti nei confronti dell’autore con maggior educazione e spirito di sintesi.

          La Redazione

           
        • winston smith scrive:

          Citazione da La Redazione:
          Inoltre non sono e non saranno accettate in futuro offese nei confronti dei nostri collaboratori, nemmeno se spacciate successivamente per “offesa globale” in qualità di cittadini italiani.

          Dove sarebbe in questa circostanza la specifica offesa personale e gratuita nei confronti di Simona, avendo a maggior ragione chiarito nel mio successivo intervento il senso ultimo della sudditanza culturale che ho tirato in ballo con cognizione di causa (a cui selettivamente si è scelto di non credere, ma a questo punto io potrei adottare la stessa tecnica dialogica e non credere alla giustificazione di Simona sull’imprecisione linguistica, n’est-ce pas?). A voler mettere i proverbiali puntini sulle i, nel commento che ha dato origine alla diatriba mi pare di essermi spinto a scrivere, rivolgendomi in questo caso direttamente all’autrice (lo si evince dal fatto che le ho dato apertamente del tu), Simona Maniello, la seguente frase: “Tuttavia, sono consapevole di essere espressione di un pensiero minoritario riguardo a questa problematica, ergo scrivi come preferisci”; dov’è l’ingiuria? Dove l’imposizione intransigente? Dove la mancanza di rispetto per la persona e/o per il lavoro da lei egregiamente svolto quotidianamente per pura passione? Vi prego di fare luce sulla questione, anzi lo richiedo esplicitamente a questo punto.
          Mi pare offensivo, piuttosto, liquidare il commento di un lettore attento descrivendo parte del suo intervento come afflitto da “pedanteria del contenuto” [non ho nulla da obiettare a questa accusa] per poi minacciare velatamente il ban citando come cause “la lunghezza [mi pare ci siano commenti molto più lunghi dei miei in giro, molti dei quali degli stessi recensori] dei tuoi commenti, inadeguati [faccio sommessamente notare che il concetto espresso da questa parola è in aperta contraddizione con le accuse di pedanteria ed eccessiva lunghezza dei commenti rivoltemi poco più sopra nel testo] e chiaramente off topic [certo, era talmente off topic la segnalazione effettuata che l’errore in essa indicato è stato prontamente ammesso; peccato che, anziché chiudere in bellezza con un semplice e cortese ringraziamento (financo di circostanza), si sia scelto poi di gridare surrettiziamente al lupo cattivo reo di lesa maestà]”; tra l’altro, il tutto dopo aver esordito con un conciliantissimo e affettuoso “Caro Winston” [per inciso, è winston con l’iniziale volutamente minuscola dal momento che mai potrei ritenermi degno di utilizzare la maiuscola come il protagonista del libro a cui il nickname scelto fa riferimento; tuttavia, inizio a malincuore a immaginare che in questa sede anche tale manifestazione di umiltà verrà interpretata come segno di supponenza autoritaria].

          In sostanza, ci tengo a precisare che l’educazione da parte mia c’è stata e c’è ancora (a meno che l’uso dell’ironia – in rete, luogo neutro in assenza di espressioni facciali – non sia assurdamente equiparato all’insulto), mentre per quanto concerne lo spirito di sintesi invocato, così come io non ho mai richiesto a nessuno di voi di limitare il numero di caratteri delle vostre recensioni, sarei molto grato se chicchessia fra voi non venga ad assegnare arbitrariamente a me tali limitazioni, fatta eccezione che la medesima cortesia venga domandata anche a tutti gli altri commentatori del blog. Se un commento non interessa o annoia, si può smettere di leggerlo quando lo si vuole (confesso che in rari casi io stesso adotto con soddisfazione questo metodo).
          Grazie dell’eventuale attenzione e buon proseguimento.

           
        • La Redazione scrive:

          Caro winston (è stata messa erroneamente la maiuscola come da abitudine a mettere la maiuscola per i nomi, senza alcun altro intento),

          Ammettiamo per amore del patteggiamento che il tuo intento non fosse offensivo; le tue parole non sono state certo concilianti, ma diciamo che il problema non sia l’offesa. Crediamo che il solo fatto che questa diatriba sia andata avanti fin troppo per un errore che poteva benissimo essere fatto notare in altra maniera sia indice del problema di cui si sta parlando. Nessuno ha minacciato alcun ban, bensì ti è stato fatto notare che il modo in cui ti sei posto nei tuoi commenti è ritenuto fuori luogo. Da un errore – che, di nuovo, è errore e lo abbiamo ben stabilito – arrivare a scrivere quanto da te riportato non credi sia un’esagerazione? E qui non è un problema di lunghezza del commento in sé e per sé, ma di lunghezza di polemica linguistica sotto un articolo che parla di una puntata di Doctor Who. La limitazione non viene posta a nessuno a patto che non si vada off topic, e non è questa la sede per argomentare le influenze del parlato o di qualunque altra cosa sulla lingua italiana. Quel “chicchessia” è una redazione che pone dei limiti all’off topic, di qualunque argomento si stia parlando. Non si tratta di lesa maestà, si tratta semplicemente di chiedersi se è davvero necessario che, a fronte di una lunga recensione su una puntata di Doctor Who, l’argomento principe dei commenti sia quello della lingua italiana e delle sue influenze.
          Il tuo contributo, al di là del fatto che sia stato generato da un errore, è sicuramente molto interessante, ma non è questa la sede per parlarne, motivo per cui ti è stato chiesto di limitare la lunghezza di una discussione che non c’entra assolutamente nulla con Twelve, Clara e i Dalek.

          Speriamo che la cosa sia chiara e che la discussione possa ritenersi conclusa.
          Grazie
          La Redazione

           
        • winston smith scrive:

          Tranquilla/i. Direi che la discussione era a malapena cominciata. La “polemica” non l’avevo innescata io. Mi ero limitato a fare una segnalazione e ad accorparci una riflessione inerente al tema (sarà che chi ha frequentato il liceo classico tende alla multidisciplinarità?). Per me la cosa finiva lì, tant’è che avevo proseguito commentando l’episodio di Doctor Who analizzato in recensione, peraltro esprimendo un verdetto similare a quello emesso dalla stessa Simona (effettivamente non una grande premessa per una discussione appassionante).
          Che altro aggiungere? Sono felice del fatto che ci siamo chiariti, madama la Redazione. La prossima volta, magari, proviamo a considerare entrambi il chiarimento come base di partenza anziché d’arrivo. Ne trarrà giovamento il quieto vivere di tutti e pure le probabilità di essere on topic. Per quanto mi concerne la stima nei vostri confronti rimane immutata.

          Alla prossima recensione per commentare la seconda parte della première, che di spoilers qui è meglio non farne! ;D

           
  4. Attilio Palmieri scrive:

    Davvero un’ottima recensione Simona.
    Con The Eleventh Doctor per ma la migliore première di sempre. Sono cambiate alcune cose, tra cui gli interpreti e soprattutto il budget. Doctor Who diventa sempre più un fenomeno popolare a cui dare credito anche dal punto di vista economico. Mezzi maggiori comportano potenzialità del tutto nuove rispetto al passato e Moffat non si fa attendere all’appello. Creare una storia “originaria” ora significa prendersi un rischio enorme, ma con gli anni abbiamo imparato a capire che viaggiare a velocità di crociera non è tra le abitudini dell’autore.
    Per ora conserviamo la speranza di rimanere su questi livelli e tutte le cose positive di quest’episodio, tra cui ovviamente Capaldi, Gomez e Coleman a fare la parte del leone.
    Se proprio devo pensare a un momento che difficilmente dimenticherò scelgo senza dubbio Twelve con la chitarra elettrica in piedi sul carrarmato.

     

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