Fargo – 2×03 The Myth of Sisyphus

Fargo - 2x03 The Myth of SisyphusIl mondo di Fargo è un piccolo concentrato di anti-eroi grotteschi, cioè di personaggi senza doti o particolari talenti, così normali e ordinari da essere, per questa stessa ragione, sostanzialmente eccezionali e fuori da ogni regola. Visto così, non potrebbe esserci mondo più difficile da dipingere, ma è questo che distingue uno show qualsiasi da una grande serie: non far trasparire nessuna difficoltà.

Il mito di Sisifo, che dà il titolo all’episodio, racconta di quest’uomo, re di Corinto, tanto saggio e intelligente quanto profondamente spavaldo: egli sfida apertamente gli dei fino a rendere prigioniera la morte stessa. La parte di mito popolarmente conosciuta riguarda soprattutto la punizione che il dio Hermes gli infligge una volta morto, cioè trascinare su di un monte un grande masso, che rotolerà tornando al punto di partenza durante la notte; per questo Sisifo dovrà compiere la stessa azione ogni giorno per il resto dell’eternità. La chiave di lettura che lega l’episodio di Fargo alle vicissitudini del sovrano punito è l’insito concetto di “sopportazione” della vita e il paradosso della realtà verso l’esistenza, riflessioni che il filosofo e scrittore francese Albert Camus ha compiuto nel saggio “Le mythe de Sisyphe. Essai sur l’absurde”. Al di là delle difficili implicazioni dell’esistenzialismo novecentesco, il punto focale sta nella conclusione che ne dà Camus, per il quale la vita è paradossalmente invivibile in quanto tale, senza cioè una ragione che le dia un senso, senza una direzione.

In questo terzo capitolo di stagione si consolida, non a caso, il legame tra Luverne, Minnesota, e Fargo, North Dakota, come a voler sottolineare che probabilmente quel percorso di senso o ragione si concretizzerà per molti proprio lungo – e a causa di – quella strada. E, a margine, è impossibile non notare come anche il nostro legame con i nuovi personaggi sia molto più diretto e spontaneo rispetto ai primi episodi della scorsa stagione.

Fargo - 2x03 The Myth of SisyphusIl crocevia di vite, inaugurato da pochissimo, ha infatti trovato già una sua struttura compiuta, dipingendo diversi tipi di quotidianità che stanno irrimediabilmente mutando aspetto; anche se per motivi diversi tra loro, ciascuno dei protagonisti sta provando a normalizzare le alterazioni subite, cioè i fardelli che vanno comunque trascinati. E il primo riguarda l’agente Lou che convive, ormai già da qualche tempo, con la malattia di Betsy, ovvero la sua personale rassegnazione, e che rende la loro pacata vita contemporaneamente triste e straordinaria, esattamente come è tout court l’atmosfera della serie: stranamente normale, ma silenziosamente fuori dall’ordinario. Questa volta Lou esce appunto dai confini del Minnesota e si mette in marcia lungo la strada che lo porta a Fargo per fare la conoscenza degli strani personaggi che la popolano e scontrandosi poi direttamente con il cuore pulsante della città: i Gerhardt. Il loro incontro rappresenta sicuramente lo snodo fondamentale della stagione, perché sarà anche una delle maggiori battaglie che segnerà la vita di Lou. In un certo senso, è come se Fargo rivisitasse il pensiero classico di sopportazione della vita: se finora ha messo in scena l’impossibilità della regolarità dell’esistenza, ora ne segue una sorta di rovesciamento.

Fargo - 2x03 The Myth of SisyphusLou pensava magari che avrebbe vissuto una vita felice con Betsy e Molly; Doddy era convinto che avrebbe preso il posto di suo padre Otto e continuato a dettare legge a Fargo. Per i Gerhardt c’è forse la sorpresa maggiore, cioè l’invasione da parte di due nemici da due fronti diversi: un criminale ben più organizzato e implacabile da un lato, un poliziotto convinto di voler fare il suo vero mestiere, nonostante le minacce, dall’altra. Qualcosa ci dice che per la famiglia le ore siano contate, ma basta guardare la fine che fa il povero Skip in chiusura di episodio per rendersi conto che la resa non sarà così pacifica.

Fargo - 2x03 The Myth of SisyphusChi più di tutti deve però cercare di tornare alla vita casalinga, piatta e senza scossoni, è la strampalata coppia formata da Ed e Peggy Blumquist. Loro sono anche quelli che meglio incarnano la cifra stilistica non solo di Fargo (serie o film nello specifico), ma dell’intera cinematografia dei fratelli Cohen – basti solo citare “A Serious Man”. In fondo, l’intento che sostiene l’intero progetto sia dei registi che dei creatori della serie è, come si accennava prima, una sorta di distruzione della pedissequa sopportazione della vita. Sia Lester Nygaard, che Lou o Ed possiedono il macigno di Sisifo che rotola sempre giù dalla montagna: per uno era la congenita inadeguatezza nel mondo, per il secondo la paura del futuro e per l’ultimo la mancanza di coraggio nel prendere ciò che desidera. Ma per tutti il fardello più grande che si trascinano davanti è la paura di agire, di fare, di affrontare gli altri e se stessi. In modi diversi, sono personaggi che raccontano un’immobilità ingenua sul loro presente, tanto da risultare agli occhi del mondo altrettanto ingenui, maldestri, ridicoli e di cui si potrebbe facilmente approfittare. Poi però quello che vivono, o che malauguratamente si ritrovano a vivere, è costituito invece da situazioni in cui devono armarsi di coraggio, ma che su di loro (e su di noi che li guardiamo agire) prende una strana forma, che produce quell’effetto di brillante grottesco difficile da trovare altrove.

Nei protagonisti principali di Fargo non esiste insomma la volontà, perché ciò che guida è invece la conseguenza: Lou affronta i cattivi in quanto poliziotto, Ed fa a pezzi un uomo e crea un secondo incidente solo a causa di Peggy, Doddy e i suoi combattono battaglie sia intestine che esterne alle famiglia perché sono altri ad attaccarli. La saggezza di Sisifo gli costava la punizione eterna, ma al principio di tutto c’era un’azione, un atto di volontà; qui, invece no. Chi ha voluto rompere l’immobilità o è scomparso, e quindi ha pagato con la morte l’uscita dall’immobilità (Rye), o l’ha fatto senza volerlo (Peggy), o semplicemente è un fattore esterno che decide di inserirsi.

Insomma, “The Myth of Sisyphus” conferma l’ottimo stato di salute della serie e di questa annata in particolare che, ad onor del vero, è ancora più facile da apprezzare grazie al lavoro fatto lo scorso anno, quando il film e la paternità dei fratelli Coen pesavano ancora moltissimo. Una volta vinta la sfida allo scetticismo della prima ora, ci ritroviamo davanti ad un prodotto già pienamente maturo e che lo è diventato in poche e (apparentemente) semplici mosse.

Voto: 8½

 

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

2 Risposte

  1. Genio in bottiglia scrive:

    Complimenti vivissimi per la recensione per una serie che continua a grandi livelli.

     
  2. Ellis scrive:

    Questo episodio è strepitoso…come non amare i Solverson? Così normali, noiosi, eroici…E come non provare simpatia/sdegno per i grotteschi Gerhardt? Stiamo contando i giorni che ci separano dal prossimo episodio!

     

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