Homeland – 5×01 Separation Anxiety 6


Homeland – 5x01 Separation AnxietyCome l’araba fenice, Homeland risorge per il quinto anno dalle sue ceneri, con una premiere interamente focalizzata sulla ricostruzione delle fondamenta del racconto, resa necessaria dal salto temporale e dalla nuova ambientazione.

L’anno scorso la serie ha risposto allo scetticismo – sia del pubblico che della critica – con una stagione inaspettatamente solida e avvincente, qualitativamente superiore alla precedente, dimostrando la sua capacità di reinventarsi e di sopravvivere nonostante la pesante assenza di Brody. Forti di questa rinnovata fiducia, gli autori si pongono di fronte ad un’altra sfida: imbastire un nuovo racconto avendo come punto di partenza l’abbandono della CIA da parte di Carrie. Ciò che ne risulta è una premiere per certi versi sottotono – almeno per gli standard a cui lo show ci ha abituati –, interamente assorta com’è nel compito di intrecciare di nuovo insieme i fili che ha deliberatamente scelto di separare, ma non priva di interessanti prospettive.

Homeland – 5x01 Separation AnxietyNella prima parte dell’episodio le sequenze che ci introducono alla nuova vita di Carrie – la messa, la festa di compleanno della figlia – sono esplicitamente contrapposte a quelle che vedono protagonisti Saul e Quinn, la cui esistenza è ancora indissolubilmente legata a quella dell’agenzia. I due uomini sembrano in questo senso prefigurare un cammino simile a quello che di lì a poco intraprenderà anche la donna: entrambi hanno vissuto una fase di rigetto e allontanamento dalla CIA e da tutto ciò che rappresenta – anche nel loro caso in opposizione alla sfera degli affetti –, ma ormai il loro reinserimento nella CIA appare stabile e totalizzante. A uscire maltrattato da questa traiettoria circolare della scrittura è soprattutto il personaggio di Quinn, la cui caratterizzazione – a seguito degli eventi dello scorso season finale – pare aver perso parte della ricchezza e complessità che lo avevano reso una figura interessante, risultando appiattito sui suoi sentimenti per Carrie e su certi stereotipi narrativi.

It’s like my old life came back.

Homeland – 5x01 Separation AnxietyLa stabilità che sembra caratterizzare la vita berlinese di Carrie è apparente perché il passato è pronto a tornare a galla, ma soprattutto perché la donna – come ammette lei stessa – si trova ancora, dopo due anni, in una sorta di limbo: non più parte della CIA, che per certi versi la considera una traditrice, ma al tempo stesso incapace di integrarsi nel nuovo ambiente di lavoro, per cui resta ancora un’agente. Non stupisce quindi ­– e non solo a causa di questa considerazione – il fatto che bastino pochi minuti per assistere prima al riavvicinamento di Carrie alla CIA, e poi alla negoziazione con il comandante degli Hezbollah, simbolico suggello della decisione della donna di tornare alla sua vecchia vita.

Homeland – 5x01 Separation AnxietyEcco quindi che a contraddistinguere questa premiere è un movimento centripeto che ha inevitabilmente come centro Berlino, la Düring Foundation e, in ultima battuta, Carrie. Gli autori si impegnano a rendere il più possibile fluido e al tempo stesso spedito questo movimento, agendo sui due fronti del leak dei file della CIA e del viaggio in Libano del datore di lavoro della Mathison. Questi due filoni narrativi, come da tradizione, hanno il pregio di rifarsi molto da vicino ad argomenti di grande attualità, ma è ancora troppo presto per valutarne l’efficacia, sia in termini d’intrattenimento che di analisi delle dinamiche di interazione tra Occidente e Medio-Oriente – uno dei punti di forza del primo Homeland. Quello che è certo è che, nonostante la ricercatezza dell’intreccio, gli ingranaggi del meccanismo restano ben scoperti, permeando la premiere di un senso di affettazione e soprattutto di prevedibilità difficile da ignorare.

You don’t have to do any of that, Carrie. Not if you don’t want to.

Homeland – 5x01 Separation AnxietyIn quest’ottica le parole pronunciate da Jonas – la cui somiglianza con Brody è tanto inquietante quanto significativa – racchiudono al loro interno tutto il senso di questa premiere, in cui è arduo distinguere il sottile confine tra caratterizzazione del personaggio ed esigenze di trama: per quanto coerenti con la scrittura del suo personaggio, la repentinità del passaggio dalla festa di compleanno al rapimento da parte degli Hezbollah non riesce a mascherare l’urgenza di riportare il racconto all’interno del format della serie, privandolo quindi di molta della sua forza.

Homeland – 5x01 Separation AnxietyCome si diceva poco sopra, l’episodio non è comunque privo di potenziale: la possibilità di esplorare le azioni di Carrie in seguito alla scoperta dell’accordo tra Saul Adal e Haqqani, ma anche il modo in cui la sua posizione di outsider verrà sfruttata sul lungo termine – a meno di un eventuale reinserimento nella CIA – sono delle possibili vie di sviluppo del racconto suggerite dalla premiere che costituiscono certamente un’interessante prospettiva.

Cambiare tutto affinchè nulla cambi, questo sembra essere insomma il motto di “Separation Anxiety”. Malgrado le perplessità, l’ottima – e inaspettata – riuscita della scorsa annata impedisce di esprimersi in maniera negativa, nella speranza che l’evoluzione del racconto riesca a compensare e a far dimenticare le forzature necessarie al suo avvio.

Voto: 6/7

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6 commenti su “Homeland – 5×01 Separation Anxiety

  • SerialFiller

    Homeland merita fiducia a prescindere dopo la resurrezione dell’anno scorso.
    Anche quest anno credo stia toccando le tematiche giuste e muovendosi nelle direzioni migliori.
    Vedremo ma per ora sono molto fiducioso.

     
  • Birne

    A me è piaciuto parecchio, sta disponendo le forze in campo e mettendo in ordine temi e personaggi. Pur essendo molto d’accordo con la recensione e proprio per le cose che vi vengono indicate, per le stesse motivazioni sarei stata un po’ più generosa nel voto finale.
    Per l’appunto, aggiusterei un po’ la figura di Quinn perché penso che uno così naif e fuori di testa non possa andare bello bello davanti al consiglio direttivo della Cia (o come si chiami, non lo so) e buttare lì un’analisi a dir poco sommaria, decisamente risibile: mi è sembrata una scelta e una scena un po’ così, fatta con lieve sciatteria.
    Anche la connotazione della normalità conquistata da Carrie (ma quando mai è stata così devota? Cattolica, poi? Forse si è voluto dare un tratto “europeo” al tutto, ma in Germania ci sono molti più protestanti…) è resa con un po’ di pressapochismo.
    Tuttavia ho molto gradito il ritorno, in buona sostanza non sono per niente delusa e anche io penso che Homeland meriti fiducia. Sarà che in questo periodo ho la possibilità non richiesta (causa disoccupazione) di guardare un bel po’ di cose o comunque mettere il naso qua e là e francamente non ho l’impressione che ci siano capolavori in giro ma solo qualche cosa di molto buono come The Affair.
    Anzi, vedo in realtà un sacco di boiate (per carità non voglio offendere la sensibilità di nessuno! So che ci sono in giro molti permalosi) e talvolta ho l’impressione che Seriangolo si impegni troppo e troppo eroicamente a recensire la qualunque, il che distoglie dalla considerazione dei prodotti che, ci piaccia o no, sono solide realtà da anni, confezioni pregiate di tematiche ben esposte e ben recitate, archi narrativi coerenti e interessanti. Così è Homeland e così è, per esempio, The Good Wife e persino, gradini più in basso, How to Get Away with Murder.
    Sempre piangendo la dipartita di Mad Men, sono in attesa del nuovo Fargo. Scusate l’eventuale off topic.

     
  • winston smith

    È da quattro anni – dalla fine della prima stagione, per intenderci – che do Homeland per morto e ogni volta mi sono dovuto ricredere. Ecco perché dalla fine della quarta annata ho deciso di promuovere la serie al rango di “garanzia”: gli sceneggiatori sanno evidentemente come fare quello che fanno e non c’è motivo di dubitare del fatto che anche questo nuovo “reboot” del sistema funzioni come è avvenuto con i tentativi precedenti. Ovviamente, il meccanismo di riavvio di una serie come Homeland non può avere la natura dinamica e scoppiettante di quello proprio di 24 (che adottava lo stesso modello narrativo), dove le prime ore di una nuova stagione partivano già in sesta; per avere la scossa di adrenalina qui bisogna aspettare, ma sono sicuro del fatto che arriverà: bisogna solo attendere che il motore si riscaldi abbastanza da poter reggere un ritmo sostenuto e costante a partire dall’episodio quattro circa.
    Effettivamente l’analisi che si può fare sul personaggio di Quinn è quella fatta in recensione: in effetti nei commenti alle precedenti stagioni scrivevo che il mio timore era che trasformassero il sicario in un love interest di Carrie appiattendone le caratteristiche principali per adeguarsi ai canoni del romanticismo hollywoodiano. Ci sono andati molto vicini nel finale della passata stagione, ma con il salto temporale che caratterizza questo episodio potrebbero aver corretto la rotta in tempo per evitare l’affondamento e con il vantaggio rilevante di non dover dare nemmeno particolari giustificazioni di sorta (sappiamo che è partito in missione e sappiamo che non è tornato per circa due anni: tanto basta).
    Sarà interessante vedere come uniranno la storia di Carrie a quella di Saul: la mia impressione è che correranno su filoni paralleli per un po’, ma non ho ben chiaro come potranno rilegittimare il ruolo della ex-spia senza forzature (Jack Bauer fa storia a parte perché “spacca i culi” sul campo, Carrie Mathison non esattamente).
    La curiosità è tanta e il materiale a disposizione è buono. Il prospetto che do è positivo; così, sulla fiducia.

     
  • Marduk

    Come primo primo episodio non mi ha particolarmente colpito. Diciamo che è in linea con quanto gia visto nelle stagioni precedenti, senza infamia e senza lode, fortunatamente da tempo almeno i teenagers e le loro paturnie sono spariti dalla storia, speriamo per sempre ( confesso che è una mia fisima, dipendesse da me li proibirei per decreto legge in ogni film/serie tv non espressamente dedicato a loro). Una spy story, a mio avviso gradevole ma da sempre pesantemente condizionata da due fattori, il primo una protagonista purtroppo interpretata da un’attrice di limitate capacità espressive, per farla breve poco naturale, espressioni forzate, viso perennemente corrucciato, occhi sbarrati, finto stupore, ecc., secondo da una malcelata tendenza alla propaganda, peccato in realtà condiviso con la stragrande maggioranza delle produzioni USA quando si tratta di mettere in scena storie che riguardano la politica internazionale. Ricordo ancora quando, credo nella terza stagione ma forse sbaglio, Abu Nazir (al Qaeda ) che a Beirut incontra un esponente di Hezbollah, un assurdo per ragioni note a tutti, ma funzionale a tirare in ballo, come poi infatti fecero, l’Iran, allora nemico numero uno dell’ammistrazione USA.
    Ci sarebbe da ridere ( o da piangere…) se in questa stagione tirassero in ballo i russi…..gia la Siria l’hanno menzionata comunque….

     
    • Birne

      Su Claire Danes sarei tentata di darti ragione, però mi sembra che, quando non è Carrie Mathison, sia un’attrice versatile e sensibile. Qui secondo me è vincolata dal dover interpretare un personaggio davvero sopra le righe che si fa fatica ad accettare: una giovane donna americana e bionda affetta da sindrome bipolare grave allucinatoria che si è trovata e si trova tutto sommato anche ora a ricoprire ruoli e responsabilità enormi in un quadrante del pianeta che più strategico e drammatico non si può. Se ci piace questo – che trovo difficile da digerire, però a me piace – e continuiamo a guardare Homeland con sostanziale soddisfazione e curiosità, ci sta che ci becchiamo anche la Carrie più tarantolata. E’ questo secondo me un po’ il problema, ma alla fine l’ho sempre trovata padrona della situazione scenica e non me la potrei immaginare diversa. Sto dentro a una fiction fatta molto bene e va bene così.
      Sull’eccessivo amerikanismo di Homeland (del resto: “nomen omen”) non mi sembra che ci sia una deriva totale. Anche nelle passate annualità c’erano contenuti correttivi, penso alla vicenda della prigionia di Brody e al suo legame con Abu Nazir, più recentemente alle crisi del Quinn dell’anno scorso e ora alle parole di Carrie sull’immutabilità e ineluttabilità delle tragedie, che ne fanno un prodotto quasi equilibrato per essere una storia di spie americane ed inoltre la capacità di raccordarsi all’attualità – dove la realtà supera sempre la fantasia – soprattutto in certe parti del mondo – mi sembrano semmai un must.
      Per la nostra piccola cronaca: odio la guerra, ritengo che le responsabilità dell’occidante siano immense ed esecrabili e spero che il nostro paese se ne tenga fuori scegliendo un ruolo di mediazione.

       
    • steph by steph

      Mi dispiace, ma non sono d’accordo. Claire Danes è stata spesso uno dei punti di forza della serie, e dire che la sua caratteristica principale sia quella di avere un’elevata espressività facciale. Riguardo alla propaganda, ricordo come nella stagione scorsa ( o nella terza, non ricordo bene), qualcuno disse a Saul di come l’11 settembre l’avesse inscenato la CIA, ed egli annuì. Inoltre, spesso nella narrazione gli americani non sono descritti in maniera positiva. Le serie propagandistiche sono altre