Homeland – 5×02 The Tradition of Hospitality

Homeland - 5x02 The Tradition of HospitalityNon è un mistero che Homeland abbia scelto sin dall’inizio di avere un legame molto forte con la realtà, con riferimenti alla nostra situazione politica internazionale. La sigla stessa ha spesso mostrato immagini e persone che ben conosciamo, ma fino ad ora la situazione poteva dirsi molto simile a quella di altre serie tv che usano la realtà per poi distanziarsene e costruire la loro storia. 

Tuttavia quello che sta accadendo con questa quinta stagione di Homeland, in modo già accennato nella premiere ma ancor più evidenziato con questa seconda puntata e con la sigla, è qualcosa di molto diverso: i fatti su cui si basano le vicende sono molti, sono reali e soprattutto costituiscono un aspetto ancora oscuro della nostra Storia. Già a partire dalle scene e dalle frasi pronunciate nella sigla troviamo riferimenti a Edward Snowden, all’ISIS e alla Russia, per poi passare durante la puntata alla questione dei rifugiati siriani, dell’Ucraina e soprattutto (tema portante della stagione) alla collaborazione tra CIA e BND con le intercettazioni del popolo tedesco.
Homeland - 5x02 The Tradition of HospitalityImpossibile qui non pensare allo scandalo del Datagate, ma anche ai suoi strascichi più recenti (Der Spiegel e il suo report in cui si accusa l’NSA di aver spiato Germania ed Europa in collaborazione con i servizi segreti tedeschi o, ancora prima, l’espulsione del capo della CIA da Berlino); impossibile soprattutto non notare come Homeland stia chiaramente (e coraggiosamente) camminando su un sentiero molto difficile, perché, se è complesso parlare della nostra storia recente, è quasi impossibile guardare con lucidità ad eventi che si stanno ancora costruendo, che stiamo ancora vivendo sulla nostra pelle.
Il dualismo sicurezza/privacy, così presente nelle nostre vite soprattutto dopo l’11 settembre, diventa qui non solo spunto per una parte della puntata (il dialogo tra Laura e Astrid) ma emblema dell’intera narrazione, che sull’equilibrio di questo binomio (o sulla sua assenza) costruisce l’intera storyline principale.

È quindi così, in una situazione che sarebbe un eufemismo definire “realistica”, che inizia questa annata di Homeland; una stagione che, forse proprio in virtù di questa scelta, ha deciso di rappresentare in maniera altrettanto realistica e ancor più approfondita i suoi personaggi principali – Carrie, Saul, Peter –, su tre fronti diversi, praticamente opposti; pieni di dubbi, di problemi, di responsabilità e di colpe; molto più veri ed umani di quanto potessimo aspettarci a seguito delle precedenti stagioni.

I need to get a sense of what happened here today.

Homeland - 5x02 The Tradition of HospitalityEssere la Drone Queen ha delle conseguenze, e come sempre le responsabilità di certe situazioni sembrano arrivare proprio quando si prova in tutti i modi a tirarsene fuori: questa sembra essere l’amara ironia che fa da sfondo alla nuova vita di Carrie. In queste prime due puntate l’abbiamo vista più volte confrontarsi con persone che le ricordavano il suo status di agente della CIA, e altrettante volte (con Laura Sutton, con Hank) l’abbiamo osservata negare con tutte le sue forze quella parte di sé, della sua vita precedente. Appare evidente la sua scelta, dopo un inizio di maternità difficile e un rapporto col lavoro complicato da relazioni personali instabili (Brody, Quinn, Saul), di lasciarsi tutto alle spalle e di sfruttare le sue abilità nell’ambito della sicurezza per trovare un lavoro distante dalla CIA, lontano da casa (dall’America ma anche dal Medio Oriente, ed è singolare come Berlino sia a metà strada tra questi due poli), il più vicino possibile a sua figlia Franny e ad uno stato di salute più equilibrato – I’m nine months sober tomorrow.

Si può cambiare davvero, quindi? Certo, nelle intenzioni; ma non per forza nelle predisposizioni. È questo che sembra dirci “The Tradition of Hospitality”, in cui tutte le certezze di Carrie cominciano lentamente a sgretolarsi nel momento stesso in cui mette piede in Libano. È Otto Düring a farglielo notare (“You’re comfortable here”) e, benché lei ci tenga a sottolineare quanto questo non sia vero, la realtà è che lei in quell’ambiente si sente a suo agio perché lo conosce, e si sente a disagio proprio perché tutto di quel posto non fa altro che ricordarglielo.
Quella che si sta mettendo sulla scena è una Carrie dilaniata da due forze uguali e opposte che la attirano ciascuna al suo polo: da una parte una vita serena, sua figlia, l’amore, la tranquillità emotiva e psicologica; dall’altra un lavoro tanto odiato quanto amato, una naturale predisposizione, una prospettiva di vita che la vede lontano da sua figlia, dalla salute, dalla sobrietà.

Homeland - 5x02 The Tradition of HospitalityPer questo appare come rischiosa, benché assolutamente ben gestita all’interno della puntata, la scelta di arrivare subito al dunque, di mettere Carrie in mezzo al pericolo e di rendere chiaro così rapidamente che l’obiettivo era lei (“The CIA woman”) e non Düring. Il dubbio, se di questo si può parlare, non è certo in merito alla puntata: l’attentato al campo del Generale Alladia è nel più classico stile-Homeland, con una tensione costruita lentamente e che da un certo punto in poi accelera fino all’esplosione (molto spesso, appunto, non solo in senso figurato) e alle adrenaliniche scene successive. Il dubbio esiste invece a livello di gestione della stagione, anche se chiaramente dipende da quali sono le intenzioni sulla costruzione del personaggio di Carrie: se si intende portare avanti questo suo dilemma interiore o se l’idea di gettarla da subito nella mischia è un modo come un altro per riportarla in fretta e furia al suo noto status di agente sul campo, più o meno collegata alla CIA.
Sembra puntare a questo la scelta di mostrarla in pericolo di vita su due fronti (o forse è uno solo?): da una parte il video di Waleed che confessa a Behruz il vero obiettivo dell’attentato; dall’altro il nome con cui si chiude la puntata, che sembra collegare il tutto proprio all’uomo che è stato mentore di Carrie per moltissimi anni.

You think Carrie’s involved?

Proprio perché il montaggio sul finire dell’episodio sembra mostrarci con ogni evidenza il ruolo di Saul nella consegna del nome di Carrie a Peter, possiamo assumere che con ogni probabilità non sarà così – anche perché questo richiederebbe una ridefinizione decisamente out of character del personaggio in questione. È tuttavia evidente come i rapporti tra i due non siano più quelli di un tempo e come soprattutto tutti loro – Carrie, Saul, Peter – siano in situazioni pericolose e senza la possibilità di aiutarsi a vicenda, perché isolati uno dall’altro.

Homeland - 5x02 The Tradition of HospitalityAl di là del rapporto ormai logoro tra la Mathison e Berenson, c’è un legame di fondo che è sempre esistito tra i due ed è questo ad essere messo sotto analisi per ben due volte all’interno della puntata: con le foto che mostrano Carrie intenta a parlare con Laura (e, ironia della sorte, proprio in quella conversazione che vedeva la protagonista ribadire per la centesima volta la sua estraneità alla CIA) e con la conversazione con Allison Carr. Qui il direttore della sede di Berlino sottolinea uno dei leitmotiv della serie – il legame tra Saul e Carrie – e quanto quel rapporto così esclusivo sia andato troppo avanti, ben oltre i confini della fiducia, stabilendosi come metro di paragone irraggiungibile per chiunque altro So start showing some fucking allegiance to the people who stuck around to support you.
Allison sa benissimo che Saul non farà mai per lei quello che avrebbe fatto in un’identica situazione per Carrie: ed è questo a condannarlo a livello lavorativo, quando la donna propone a Dar Adal lo scambio tra la sua testa e quella dell’uomo.

Homeland - 5x02 The Tradition of HospitalityPossono davvero questi due dubbi aver portato Saul, in qualità di capo divisione, a dare il nome della Mathison a Peter? Come si diceva, il montaggio ce lo mostra con apparente sicurezza, dunque è più che legittimo metterlo in dubbio; ma non solo per questo motivo. Il compito di Peter di questa puntata trasuda dubbi ad ogni ripresa: la donna che ha ucciso era davvero una persona che reclutava ragazze per combattere per lo Stato Islamico, o era una donna che stava cercando di salvarle? Le scene sono volutamente ambigue – il riferimento al lavoro per cui Allah avrebbe scelto la ragazza non è specificato, e all’interno del discorso sembra riferirsi più alla disintossicazione della giovane che ad altro – e, unendo tutti i dettagli lasciati in giro, sembra sempre più plausibile che qualcun altro si stia intromettendo nelle comunicazioni tra Peter e Saul.
Di certo sappiamo che Homeland è solito puntare molto sui colpi di scena, e c’è solo da sperare che sappiano essere convincenti e soprattutto coerenti con quanto raccontato fino ad ora.

“The Tradition of Hospitality” è un episodio che funziona e che ci riporta ai gloriosi tempi della serie, in cui l’adrenalina si mescolava al dubbio e ad una scrittura di grande impatto. Il realismo di quanto raccontato aumenta ancora di più la possibilità del pubblico di immedesimarsi nelle situazioni narrate e di sentirsi coinvolto in misura sempre maggiore con una serie che, in altre occasioni, ha richiesto una dose molto alta di sospensione di incredulità. Al netto di qualche dubbio sulla gestione stagionale (ed è comunque presto per parlarne), Homeland sembra aver trovato di nuovo la sua strada.

Voto: 8½

 

Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

2 Risposte

  1. Birne scrive:

    Sono d’accordo con la bella recensione di Federica Barbera (ancora grazie, questa volta per le informazioni su The Affair): sembra che Homeland sia forte anche quest’anno ed è ammirevole la tenuta della scrittura, che cerca i nuovi percorsi dando per ora l’impressione di sapere dove vuole andare, senza le sbandate e le inconcludenze della terza stagione.
    Anche io penso che tutto giri attorno a tre poli, per ora distanti e, sembrerebbe, non amici cioè Carrie, Saul e Peter e questa è una bella novità ricca di sviluppi futuri, tutto tenuto insieme, appunto, dallo stile adrenalinico tipico del miglior Homeland.
    Vorrei solo osservare che fino all’uccisione della donna musulmana velata l’intesa, se si può dir così, fra Saul e Peter è lineare e non mi sembra che proponga dubbi, perché la vittima sembra proprio una reclutatrice (controlla se le ragazze sapranno rispondere a tono alla frontiera, raccontando di una zia a Istambul), successivamente succede qualche cosa. E qui sta il bello, spero.

     
    • Federica Barbera scrive:

      Quello che intendevo dire è che la costruzione della vicenda della vittima, alla luce dei dubbi portati alla fine, si può rivedere in un’ottica dubbia in tutta la sua costruzione: sapere cosa dire alla frontiera o andare da una zia a Istanbul non è in automatico prova di reclutamento, può esserlo ma non è condizione necessaria e sufficiente, ecco. Chiaro che noi all’inizio siamo portati a pensarlo perché, di nuovo, il realismo della situazione ci porta a unire i puntini e a trarre conclusioni per noi scontate, ma col senno di poi nulla di quanto mostrato è davvero inequivocabilmente un’operazione di reclutamento, e a livello di sceneggiatura sono stati secondo me molto bravi nel suggerirlo ma nel non confermarlo mai. Vedremo! 😉

       

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