The Knick – 2×03 The Best with the Best to Get the Best

The Knick - 2x03 The Best with the Best to Get the Best“The Best with the Best to Get the Best”: titolo amaramente ironico per quest’ultimo episodio di The Knick, che mette i suoi protagonisti (e l’ambiente che li circonda) alla prova del giudizio morale, esponendone i vizi nascosti dietro le apparenti virtù e portando in scena quello che potremmo simmetricamente definire “il peggio del peggio”.

L’atmosfera al Knickerbocker Hospital è sempre stata pesante, cupa, a tratti disgustosa; è questa la cifra stilistica della serie di Soderbergh, così sgradevole e al contempo raffinata, piacevolmente contraddittoria proprio come la bellissima colonna sonora di Cliff Martinez. Eppure questa settimana sembra che Amiel e Begler abbiano voluto spingersi ancora oltre, non lasciare più nulla all’interpretazione, e sbatterci in faccia senza riserve la spietatezza della società newyorkese di inizio Novecento, nonché le piccole/grandi bassezze di cui si macchiano o si sono macchiati nel tempo i personaggi principali.

The Knick - 2x03 The Best with the Best to Get the BestL’incoscienza e l’avidità di Cleary portano alla morte di un pugile innocente, l’ipocrisia del predicatore A.D. si manifesta in maniera cruda e brutale ai danni della dolce infermiera Lucy e, mentre medici di buona famiglia discutono serenamente di eugenetica, Thackery cede nuovamente e senza esitazioni al consumo di cocaina. Perfino Algernon, il personaggio più puro della serie (ad eccezione di Bertie), deve fare i conti con un passato indecoroso, e nello specifico con la moglie segreta abbandonata in Europa; il tutto mentre Cornelia, anche lei a modo suo fastidiosamente superficiale, prova a rientrare nella vita del giovane medico senza curarsi delle conseguenze – soprattutto emotive – che certe azioni hanno sugli altri.

Il quadro dipinto da “The Best with the Best to Get the Best” è, dunque, piuttosto cupo e avvilente; ma è proprio grazie al contesto barbaro e squallido in cui si muovono i personaggi che questi ultimi iniziano finalmente ad assumere profondità, attraverso soluzioni forse non particolarmente originali a livello tematico ma senza dubbio affascinanti dal punto di vista formale. Rimane, infatti, questa la dimensione in cui la serie dà sempre e comunque il proprio meglio, e a cui bisogna fare riferimento anche per individuare ed apprezzare i piccoli sviluppi sul piano della caratterizzazione in atto di puntata in puntata.

The Knick - 2x03 The Best with the Best to Get the BestIl più grande pregio di The Knick è, infatti, anche il suo punto debole. L’enfasi sulle soluzioni registiche distoglie l’attenzione dalla sostanza del racconto e rende difficile apprezzare un lavoro di scrittura che pure c’è, e si fonde armoniosamente con gli altri elementi della narrazione. L’impressione, spesso, è che manchi una vera e propria storia, o comunque un filo conduttore che la renda più coesa. Questa settimana abbiamo assistito a rivelazioni e svolte narrative consistenti, eppure il ritmo e la struttura secondo cui tali elementi si dispiegano nel corso della puntata rendono difficile accorgersene e metabolizzarli. Si arriva, dunque, a fine episodio con l’impressione di non conoscere davvero i protagonisti o che non sia successo nulla di davvero rilevante – a meno che non ci si sintonizzi sulle “giuste frequenze”.

The Knick - 2x03 The Best with the Best to Get the BestThe Knick è, dunque, una serie che richiede un certo “allenamento” perché possa essere apprezzata appieno, magari attraverso seconde visioni che aiutano a cogliere alcune delle sfumature più interessanti ma spesso non così immediate a livello di ricezione dello spettatore. Due dei frangenti più significativi dell’episodio da questo punto di vista riguardano la figura di Cornelia, nello specifico i momenti di intimità con Algie e con suo marito Philip. Attraverso un sapiente lavoro di regia sia in senso strettamente tecnico sia in termini di direzione degli interpreti, Soderbergh ci aiuta a scorgere alcuni aspetti caratteriali della donna che valorizzano il personaggio e arricchiscono l’ambientazione – come appunto una sessualità disinvolta e priva di vergogna o una consapevolezza dei propri desideri, che cozza tanto con i ragionevoli timori del proprio amante quanto con il bigottismo del marito, portatore di una visione della donna che la vuole infastidita dal sesso e focalizzata unicamente sulla procreazione.

Per concludere, cosa dobbiamo chiedere a The KnickHa senso cercare nella serie un tipo di esperienza prettamente televisiva, un linguaggio familiare e rassicurante da cui, al di là delle sperimentazioni che tanto ci entusiasmano, facciamo fatica a staccarci? Lo show di Amiel e Begler, ma soprattutto di Steven Soderbergh, è l’esempio più importante di cinematic tv attualmente in onda: un esperimento lodevole, affascinante e, come tutti gli esperimenti, intrinsecamente imperfetto.  O, forse, soltanto diverso da ciò a cui siamo sempre stati abituati, e dunque straniante, difficile da accettare.

In quest’ottica, ciò che dobbiamo aspettarci da The Knick non è che si adatti alle nostre aspettative ma piuttosto il contrario. Guardare la serie può, quindi, diventare un esercizio di ampliamento dei propri orizzonti seriali, un’esperienza forse difficile, a tratti anche noiosa, ma in definitiva sicuramente arricchente. “The Best with the Best to Get the Best” ci ha presentato alcuni aspetti disturbanti del proprio universo narrativo e un ritratto impietoso dei suoi personaggi, mettendoci in una posizione di disagio. In fondo non è (anche) questo che chiediamo alla tv di qualità?

Voto: 8 

 

Francesca Anelli

Galeotto fu How I Met Your Mother (e il solito ritardo della distribuzione italiana): scoperto il mondo del fansubbing, il passo da fruitrice a traduttrice, e infine a malata seriale è stato fin troppo breve. Adesso guardo una quantità spropositata di serie tv, e nei momenti liberi studio comunicazione all'università. Ancora porto il lutto per la fine di Breaking Bad, ma nel mio cuore c'è sempre spazio per una serie nuova, specie se british. Non a caso sono una fan sfegatata del Dottore e considero i tempi di attesa tra una stagione di Sherlock e l'altra un grave crimine contro l'umanità. Ah, mettiamo subito le cose in chiaro: se non vi piace Community non abbiamo più niente da dirci.

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