Homeland – 5×11 Our Man In Damascus

Homeland - 5x11 Our Man In Damascus“Everyone’s scared. I’m scared. But that can’t make us forget who we are”. È inaspettatamente dalle parole di Laura Sutton che prende le mosse “Our Man in Damascus”; una riflessione che porta a domande utili non solo per l’analisi dell’episodio, ma anche per comprendere meglio la nostra realtà in questi tempi terribilmente bui. 

Quest’anno Homeland ha avuto l’indubbio pregio, come segnalato in altre occasioni, di iniziare la stagione mettendo in evidenza molto più che in passato i collegamenti con la nostra situazione geopolitica attuale, fino all’estremo realismo dell’inserimento di una citazione ai fatti di Parigi nell’episodio scorso. Al contempo, tuttavia, durante questa annata quelle che sembravano delle ottime intenzioni si sono spesso perse nel marasma del racconto; gli autori, con degli evidenti passi indietro rispetto a quanto promesso, hanno preferito per molti episodi concentrarsi su dinamiche ormai note – il rapporto altalenante tra Carrie e Saul, il ruolo di Quinn come variabile impazzita del trio – rendendo meno pregnante tutta quella parte che sembrava costituire, e in modo innovativo, la base di questa stagione.
Gli ultimi episodi hanno certamente recuperato terreno dal punto di vista del plot, puntando da una parte sull’effetto adrenalinico della scoperta (benché non priva di difetti) di Allison, dall’altra sull’attentato imminente; ma è solo con questa puntata che Homeland decide di scoprire tutte le sue carte, con una riflessione che gioca sul fondo di ogni singola storyline e delle decisioni di ogni personaggio: in tempi di crisi, di guerra, di paura e terrore, esiste un limite alle misure straordinarie che si possono adottare? Fino a che punto si possono giustificare scelte estreme in nome dei tempi terribili in cui viviamo?

Homeland - 5x11 Our Man In DamascusNon è certo un caso che la puntata inizi con Peter Quinn, l’uomo su cui è stata incentrata l’intera puntata scorsa a causa della sua presunta morte, che ora giace sul letto di un ospedale in condizioni gravissime; quella stessa persona per la cui sorte abbiamo visto Carrie – e non solo – manifestare disperazione, ora è l’uomo che potrebbe rivelare l’indizio di un attentato.
Noi spettatori vediamo così tanti film e serie tv da sapere come questa sia una scelta usata e abusata; siamo abituati a vedere uomini e donne in fin di vita risvegliati giusto per il tempo di dare l’informazione chiave, quella che ci farà procedere nella storia. In genere questo funziona, con buona pace di chi poteva avere anche solo un dubbio etico a riguardo; la priorità dell’emergenza su tutto il resto, insomma, fa in genere dimenticare le implicazioni che ha una scelta di questo tipo – che gioca con la vita e la morte di un individuo. Qui, invece, si decide di mostrare la cruda realtà, ovvero la spesso inutile tortura che si nasconde dietro questi tentativi. Seith Mann (regista di un altro ottimo episodio della scorsa stagione, “There’s Something Else Going On”) indugia con la camera sul volto di Peter e non censura nulla della crisi respiratoria dell’uomo, degli spasmi del corpo, della difficoltà dell’intubazione; c’è spazio solo per i volti spaventati e preoccupati di Saul e Carrie, responsabili di questa decisione difficilissima e posti davanti ad una terribile scelta – se sia meglio vivere col rimorso di aver ammazzato Quinn o il rimpianto di non aver provato a scoprire il luogo dell’attentato. Esiste un limite in queste situazioni d’emergenza? E se c’è, dove si trova?

Biometrics? Is that really necessary?

Homeland - 5x11 Our Man In DamascusIl caso simbolo dell’episodio, ma probabilmente dell’intera stagione, è Faisal Marwan, uomo già colpito dalla politica delle “misure estreme” e qui più che mai utilizzato per dimostrare come il pugno di ferro sia più pesante sugli innocenti che sui colpevoli. Il trattamento riservatogli, nonostante egli si fosse volontariamente offerto di collaborare, è talmente dannoso da vanificare qualunque effetto dell’intervento successivo di Saul, che nel tentativo di farlo sentire a suo agio (“Tea?” “Make it spearmint… he’s Moroccan”) avrebbe potuto portarlo a comunicare eventuali informazioni senza fargli perdere la sua dignità di uomo.
Dimenticare quelli che sono i più basici diritti umani in nome di un’emergenza è come porre una pallina su un piano inclinato: ben presto la velocità avrà la meglio e ogni cosa sembrerà sacrificabile; ogni diritto calpestato avrà la sua giustificazione nella circostanza estrema, nella situazione straordinaria vissuta. Homeland decide non solo di mostrare le terribili conseguenze di questo comportamento, ma anche di inserire, con una frase apparentemente innocua, un’ulteriore riflessione sull’inutilità di certi tipi di interrogatori: “Do you want me to make something else up? Because I will” è la dimostrazione di come, sì, forzare la mano quando si ha davanti una persona colpevole forse può condurre ad avere delle informazioni; ma farlo con un innocente può avere l’ulteriore aspetto negativo di portare a confessioni inventate pur di uscire da quella situazione.

If I’m not allowed to speak to Faisal Marwan immediately, I will release the remaining 1,360 classified documents in my possession.

Ma non è solo nel caso singolo che viene trattata la questione dei limiti. Cosa succede a livello governativo quando uno stato vuole forzarne un altro a prendere misure straordinarie? Al di là di qualunque teoria contemporanea sui complotti, il discorso tra Allison e Erna Richter, che porterà la prima a comunicare il luogo sbagliato dell’attentato, si basa sul medesimo concetto portato alle estreme conseguenze: “The West needs a wake-up call”, dice Erna, e in questa terribile ottica l’obiettivo val bene la morte di centinaia di esseri umani.

Homeland - 5x11 Our Man In DamascusInsomma, è tutto sacrificabile? In un’escalation di abuso di potere in nome di qualcos’altro che sembra sempre più importante, davvero non abbiamo le forze per fermare questa folle corsa? Questo si chiede Laura Sutton, in un modo molto simile a quanto visto in “The New Normal” ma con un risultato completamente diverso: se infatti nella scorsa puntata il suo discorso sembrava più idealista che realista, e quasi fuori luogo in quell’enfasi che stonava con la circostanza (una conversazione con Otto e Jonas), qui l’effetto ottenuto è diametralmente opposto. Il suo intervento in televisione pone una riflessione che è davvero fondamentale, non solo per la serie ma anche per la nostra realtà quotidiana: e certo, a volte pecca di qualche semplicismo (difficile dire che le misure intraprese siano state inutili, soprattutto quando non si conosce il numero degli attentati sventati), ma non ha tutti i torti quando dice che a quindici anni circa dall’11 settembre non siamo nemmeno lontanamente prossimi ad una soluzione.
Ecco che però qui anche l’unica voce che sembrava cercare di dare un senso a quanto accade si incrina: per dei motivi che possono essere considerati più che legittimi (la liberazione di Faisal), Laura finisce col fare quel medesimo gioco che stava denunciando e passa alla minaccia. Finisce anche lei con l’utilizzare misure straordinarie (il ricatto dei documenti ottenuti da Numan) per momenti straordinari (la detenzione illegittima di Faisal). Homeland decide così di fermarsi e di guardare il quadro nel suo complesso, per dimostrare come sia facile, anzi facilissimo, cedere agli “estremi rimedi” quando si crede che sia necessario; ed è così che Laura finisce col mettere in ginocchio il governo con una minaccia che, lungi dall’essere innocua, avrebbe anzi la terribile conseguenza di aprire più Stati a vulnerabilità delle quali qualunque terrorista potrebbe approfittarsi. E quindi: salvare un innocente come Faisal vale l’ipotetica uccisione di centinaia di esseri umani in potenziali nuovi attentati?

You’re damaged goods.

Homeland - 5x11 Our Man In DamascusSe sul piano dei temi sollevati “Our Man in Damascus” fa quindi un lavoro impeccabile nel collegare tantissimi casi diversi ad un’unica matrice – un dilemma morale che viviamo anche noi ogni giorno –, non si può dire altrettanto a livello di plot. Purtroppo tutta la questione relativa ad Allison, che nello scorso episodio poteva ancora essere giustificata in nome dello shock della notizia relativa all’attentato, in questa puntata inanella una tale serie di idiozie da rendere la visione semplicemente inaccettabile. L’interpretazione di Miranda Otto è come sempre ottima, ma non basta mostrare una guardia del corpo che la ritiene innocente per permettere al suo personaggio di fare tutto quello che vuole senza alcun tipo di controllo. Allison riesce a ricevere comunicazioni fingendo che siano multe per il parcheggio, a comunicare con un’altra persona in bagno – e va bene non entrare esattamente insieme a lei, ma almeno impedire altri ingressi sarebbe stata forse la cosa più intelligente –, ad andare solo con la guardia a parlare con il dottor Aziz e soprattutto a stare in ospedale senza nemmeno qualcuno di sorveglianza. Non solo: risulta infatti piuttosto assurdo che lei ritenga credibile una ricostruzione della sparatoria come la sua, in cui basterebbe il colpo di pistola a distanza ravvicinatissima per far crollare tutto il suo alibi.

Homeland - 5x11 Our Man In DamascusPer quanto riguarda Carrie, la parte legata a lei e alle sue indagini appare un po’ troppo lineare e soprattutto rapida nel modo in cui ricollega ogni elemento di questa annata. Partendo da Al-Amin, comandante Hezbollah visto ad inizio annata, e passando per Hussein, il medico che ha salvato Quinn, tutta la stagione viene collegata in modo funzionale alla scoperta di Carrie; non basta questo per riabilitare una storyline, quella di Quinn appunto, che durante l’annata ha sofferto parecchio a livello di costruzione e di minutaggio dedicato, e bisogna sospendere di molto l’incredulità per pensare che Carrie possa, nel giro di pochissimo, ricollegare tutti i pezzi del puzzle in questo modo.
È tuttavia innegabile che, tolte queste ingenuità, l’operazione porti a risultati più che sufficienti, soprattutto nel momento in cui Carrie decide di recarsi comunque alla stazione seguendo il suo istinto; certo, forse avremmo fatto a meno di scene costruite ad hoc come quella del cellulare che non prende, ma se guardiamo al discorso generale descritto fino a qui non è difficile inserire anche questa scena nell’ottica di “quello che siamo diventati” a seguito del terrorismo: persone diffidenti nei confronti del prossimo, pronte a liquidare chiunque chieda aiuto per paura che si tratti di qualcuno che, in un modo o nell’altro, possa essere pericoloso.

La puntata termina con diversi punti di domanda, che ci conducono dritti al finale. Cosa farà Carrie ora che sta entrando nel tunnel? Che conseguenze avrà la fuga di Allison, scoperta da Saul? I dubbi di Qasim, che non porta a termine la sua parte della missione, a cosa condurranno?
Non è possibile dire che questa stagione di Homeland sia quanto di meglio la serie è stata in grado di offrire, e anzi, la discontinuità dei suoi risultati è probabilmente il suo difetto più grande. La costruzione della strada per il finale, al netto di tutta la parte su Allison e di qualche ingenuità, è stata ben gestita e di sicuro c’è grande attesa per il finale della stagione. Di certo, però, il merito più grande di una puntata come questa non si trova nel plot, quanto nelle tematiche sollevate: i difficilissimi dilemmi morali che viviamo costantemente ci vengono sbattuti in faccia insieme alle conseguenze che possono avere da entrambi i lati, senza offrire risposte ma anzi alimentando l’ambiguità di qualsiasi tipo di soluzione. E non bisogna mai sottovalutare, né dare per scontato, uno show in grado di farci riflettere sui nostri tempi in questo modo.

Voto: 8

Nota:

– Il titolo, “Our Man In Damascus”, è un riferimento al libro “Our Man in Damascus: Eli Cohn” di Eli Ben-Hanan, che racconta la storia di Eli Cohn, agente segreto israeliano riuscito, nel 1960, ad infiltrarsi in Siria arrivando ai massimi livelli – un evidente riferimento ad Allison.

 

Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

1 Risposta

  1. Writer scrive:

    Sono sostanzilmente d’accordo con la recensione di Federica. La puntata ha un ritmo rapido, adrenalinico e coinvolgente, ma la storyline di Alison è decisamente irreale e implausibile e, inoltre, fa fare una figura da polli a Saull, Dar Adal e a tutti gli agenti della Cia. Le sottotrame tendono a convergere nell’attacco chimico alla metropolitana di Berlino (sperando che gli jihadisti non ne prendano spunto per un vero attentato), ma la sospensione dell’incredulità richiesta allo spettatore è, a tratti, decisamente troppo alta e rischia di mortificare una stagione che, nei suoi alti e bassi, ha offerto una narrazione discretamente avvincente.

     

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