Homeland – 5×12 A False Glimmer

Homeland – 5x12 A False GlimmerHomeland non è mai stata una serie perfetta, ma proprio grazie a ciò ha sviluppato un coraggio invidiabile, riuscendo spesso a raggiungere picchi altissimi. Dopo il soddisfacente restart della quarta stagione, questa annata ne continua la scia positiva con un esordio più che promettente; ma lungo la strada il meccanismo s’inceppa, fino a sgretolarsi completamente con questo finale.

Come nelle ultime tre stagioni, anche questa quinta annata si conclude con un episodio anticlimatico che tenta di chiudere il cerchio ristabilendo gli equilibri iniziali. Tuttavia, questa tipologia di finale, come non ha funzionato in passato, a maggior ragione non funziona per la chiusura di questa stagione, già di per sé smorzata da numerose, e spesso mal riuscite, digressioni introspettive. La scarica di adrenalina innescata dagli ultimi episodi aveva aperto scenari più congeniali alle qualità intrinseche della serie, capaci anche di riaprire e intensificare il dialogo tra la visione fantapolitica dello show e la realtà geopolitica che ci troviamo a vivere nella nostra quotidianità.

Homeland – 5x12 A False Glimmer“A False Glimmer” si apre sull’onda del convulso finale dello scorso episodio, senza però sfruttarne appieno le premesse: l’attentato che avrebbe potuto cambiare il corso della storia è stato sventato in meno di sette minuti grazie a una Carrie impavida e affabulatrice. La velocità con cui tutto si risolve si porta con sé il demerito di inficiare anche le intuizioni positive, come il dramma personale di Qasim che trova nella fede la forza di impedire al cugino di portare a termine la missione. Da questo momento in poi il racconto si fa lento e si dipana alla ricerca di una linearità che riesca a restituire una parvenza di equilibrio ai frammenti narrativi rimasti aperti: la fuga di Allison, il desiderio di rivalsa di Saul, il bisogno del BND di ristabilire l’immagine del governo tedesco, la lotta silente tra vita e morte di Quinn, ma soprattutto la crisi personale di Carrie, ancora una volta unico centro propulsore dell’azione.

I told you I’m not that person anymore.

Homeland – 5x12 A False GlimmerQuesta quinta stagione parte da un presupposto molto chiaro: Carrie ha cambiato vita, ha un nuovo lavoro, un nuovo amore ed è pienamente concentrata sul suo ruolo di madre. La minaccia alla sua vita è la molla dell’azione, ciò che la porta a ripercorrere quel cammino professionale che così come l’ha creata l’ha anche distrutta. Il conflitto tra ciò che è diventata adesso e ciò che è stata in passato è un sottotesto che accompagna ogni sua azione, senza tuttavia impedirle di cedere in più di un’occasione a quel demone rimasto ancorato dentro la sua anima: ogni volta che si ritrova immersa nell’azione il fuoco della lotta riprende vita con una forza che – nonostante le dinamiche discutibili – la porta a sgominare una grave minaccia terroristica.  Alla luce di ciò, il ritorno alla CIA sarebbe sembrata la soluzione più logica, l’unico modo per rimediare a quello scontro interiore che non cessa di scuoterla. Invece no, Carrie rifiuta drasticamente l’appello accorato di Saul – Then help us. Help me. Goddamn it, Carrie, I need you – e professa più volte di non essere più la stessa persona. Ritornare sui suoi passi le ha fatto perdere tutto ciò che era riuscita a costruirsi a Berlino; l’eco delle parole di Jonas non solo l’hanno profondamente ferita, ma l’hanno indotta sempre di più a operare una svolta ancora più radicale di quella che aveva già tentato di mettere in atto. Tuttavia, vi è un altro momento che pare attuare un cambiamento ancora più profondo: davanti a Quinn morente Carrie si rende conto di non essere più quella regina dei droni pronta ad accettare la sofferenza del singolo in nome di un bene superiore. Quel senso di colpa nel vedere la sofferenza di una persona amata, la cui sopravvivenza è stata compromessa nella speranza di sventare un attacco che avrebbe ucciso milioni di persone, è la matrice di un cambiamento più volte professato, inseguito, ma che solo adesso si rivela in tutta la sua drastica potenza.

I know now that was a false glimmer.

Homeland – 5x12 A False GlimmerA ciò si unisce la lettera di Quinn, ennesima fonte di conflitto per una donna in cerca di un’identità in cui riconoscersi in pieno. Se da un lato Carrie si rivede nelle parole dell’uomo, ritornando a sentire forte il peso di quell’oscurità in cui si sente persa, dall’altro non può che domandarsi se Quinn fosse la sua ultima possibilità per poter amare ed essere amata senza rinunciare a se stessa. Oppure, le parole di Peter sono l’ennesima conferma che l’idea di trovare la felicità tra la prigionia dell’oscurità sia solo una bellissima, quanto improbabile, illusione. Sull’articolazione di questo strato di pensieri il racconto però si fa ambiguo, soprattutto rispetto alle conseguenze che tale flusso emotivo genera in Carrie.
In chiusura d’episodio, come se l’ambiguità non fosse già abbastanza marcata, il presunto intento di eutanasia viene smorzato da un espediente retorico così forzato da rasentare il banale: quella luce che inonda la stanza è un’iconica negazione dell’oscurità che unisce i due? E quindi, di conseguenza, rappresenta la mutazione dell’intento iniziale di porre fine alle sofferenze dell’uomo? La puntata si conclude in maniera volutamente enigmatica, con il chiaro intento di lasciare alla storia la possibilità di svilupparsi in mille direzioni diverse, anche a ragione delle perplessità che l’evoluzione di Carrie – seppur coerente – pone ai fini dello sviluppo generale dello show: un cambiamento così radicale come si inserisce nell’economia di una serie finora totalmente incentrata sulla capacità di lotta della sua eroina?

«If that weapon had gone off, we’d be living in a different world today»
«We’re already living in a different world.»

Homeland – 5x12 A False GlimmerIl focus esclusivo su Carrie, per quanto sia da sempre la cifra stilistica dello show, in questa stagione fatica a integrarsi con il contesto, smorzando così la funzionalità dell’insieme narrativo. Infatti, una delle lacune più gravi della stagione è stata quella di non essere riuscita a dare uno spessore adeguato al resto dei personaggi che, fino alla fine, agiscono come elementi di contorno. A parte Allison, unica controparte narrativa di rilievo, il resto del gruppo – sia vecchi che nuovi – ha avuto una caratterizzazione stereotipata. Le potenzialità di caratteri come quello di Laura e Numan sono rimaste completamente inespresse, così come quelle di Jonas e soprattutto di Otto, che conclude il suo arco narrativo con una dichiarazione d’amore così ambigua da risultare completamente fuori luogo. Ma anche vecchie e consolidate presenze come Dar Adal o Saul vengono annientate da una gestione narrativa che li ha spesso sminuiti a semplici plot device. In particolare Saul, schiacciato dal crescente peso acquisito da Allison, riesce a smuoversi dall’immobilità solo negli ultimi minuti dell’episodio, quando prende in mano le redini della vendetta contro la donna che l’ha umiliato sia come agente che, soprattutto, come uomo.
È inutile inoltre rimarcare il trattamento riservato al personaggio di Quinn, completamente avulso dalla narrazione centrale della stagione per poi ritornare come silente presenza, funzionale solo all’intensificazione del conflitto interiore di Carrie.

Homeland – 5x12 A False GlimmerTuttavia questa stagione non è priva di elementi positivi, e di soluzioni narrative che sono state in grado di elevare il tenore del racconto. Innanzitutto la location: Berlino e il contesto europeo si sono rivelati come un ottimo quadro spaziale su cui far ripartire la narrazione; inoltre, l’aver riportato in auge una forma rivista e corretta di conflitto russo/americano amplifica le potenzialità simboliche della scelta di ambientare l’azione nella città tedesca. Ma più di ogni altra cosa, il merito più importante di questa quinta stagione di Homeland – ovvero ciò che la eleva dall’essere un esperimento totalmente fallito – è la gestione della materia fantapolitica in rapporto dialettico con la realtà odierna. Nonostante i difetti di gestione narrativa, di caratterizzazione dei personaggi, nonostante la cospicua dose di sospensione dell’incredulità, mai come quest’anno Homeland è riuscita a rapportarsi alla realtà fuoriuscendo dal citazionismo fine a se stesso, innescando un processo di analogia in grado di sublimare nell’artificio dell’arte il dolore per il mutato volto del mondo.

Voto Episodio: 6+
Voto Stagione: 7½

 

4 Risposte

  1. Franz scrive:

    Dopo l’indegna chiusura della trama relativa all’attentato (risolta in 5 minuti tra un tresca e l’altra di Carrie) … E dopo la mal gestita trama su Quinn … Il voto sulla stagione scende ben al di sotto del 7,5. Peggior stagione di Homeland, un grosso passo indietro rispetto alla quarta.

     
    • Carrio scrive:

      Le ultime 2 puntate sono una vera schifezza: una stagione promettente è completamente naufragata sul finale. I recensori sono da ammirare nel loro impegno, non sono mai superficiali e mettono sempre in luce sia i pregi che i difetti delle varie puntate però danno giudizi troppo buoni e voti troppo alti anche quando non sono meritati. Stroncate!

       
  2. Birne scrive:

    Carrie lo sguardo di Satana. Poveraccio Otto During, mi viene da pensare. Va bene che questa sua dichiarazione d’amore (?) è una via di mezzo fra un colloquio di lavoro che non ti interessa tanto e la lettura del compromesso per l’acquisto di un immobile che non ti piace fino in fondo, però perché consegnarlo alla stessa ria sorte di Brody, Quinn, ma anche di Estes (sbaglio?) e del giovane Ayan? E non so se dimentico qualcuno.
    Scherzo per superare la delusione forte per questo finale e, direi, fortissima per tutta questa quinta serie che per un po’ ha funzionato e anche molto bene per tutti i motivi che la recensione ricorda e riprende benissimo, ma credo che siamo stati sempre lì a dire “adesso decolla”, “molta carne al fuoco” e alla fine niente o comunque poco. Forse si può ipotizzare che un episodio finale più lungo avrebbe giovato nel suo complesso alla narrazione dell’esito dell’attentato (davvero ridicolo), alla spiegazione e alla scrittura delle parti più raffazzonate e in definitiva avrebbe rifinito meglio la crisi di Carrie, ma in realtà non lo credo.
    Tuttavia penso che – seppure ovviamente Homeland non è e non sia mai stata fra le grandissime (anche quando veniva inzeppata di riconoscimenti) – questa serie abbia ormai l’allure di un classico della serialità che te lo fa guardare con buona aspettativa, con l’ebbrezza di una spericolatissima cosiddetta sospensione dell’incredulità, con una pacifica accettazione, come il pranzo di Natale con i parenti.
    Sul finale io non penso che sia sospeso più di tanto: Quinn è andato, il suo mandato è nella lettera ed è chiaro, le intenzioni di Carrie inequivocabili (sedia/porta, la misurazione della pressione al suo dito) e quella luce che filtra per un attimo, stile Coelho, mi sembra il segno del passaggio nell’oscurità, una sorta di addio. Come lo potrà fare Carrie non lo so, visto che Quinn non è attaccato alle macchine, però un impiccetto da spia, secondo me, lo trova (e per come è messo il povero Peter non credo che faranno l’autopsia).
    Se nella sesta serie me lo ritrovo guarito dagli importanti danni cerebrali giuro che smetto.

     
  3. Marco scrive:

    “you are a traitor, and I’m the fucking C.I.A”

    ecco la Carrie che mi piaceva, non quella che fa finta di essere quello che non è.

    Homeland ha tutti i mezzi per fare di meglio, aspetto l’anno prossimo per vedere se gli errori fatti stavolta sono serviti

     

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