The Knick – 2×10 This Is All We Are 16


The Knick – 2x10 This Is All We AreLo scorso anno The Knick è stata tra le novità più significative, tanto da essere anticipata in questa seconda annata da una mole molto vasta di aspettative. Alla luce di questo straordinario finale non possiamo che certificare la potenza e la perfezione di questa rarissima perla seriale.

Fin dalla premiere è stato chiaro come i due showrunner, assieme alla sapiente regia di Soderbergh, volessero continuare a sperimentare, rinunciando a sedersi sul format eccellente che ha segnato il successo della prima stagione. Stavolta si cambia direzione, forti delle fondamenta piazzate l’anno prima, andando a sviluppare una storia nettamente più corale, dove ciascun personaggio vive un’evoluzione drammatica di grandissimo respiro e dove il dialogo tra questi e la loro portata metaforica è estremamente fitto, fino a renderli simboli di precise questioni cruciali del Secolo Breve.

An evangelist for the preservation of the human race.

The Knick – 2x10 This Is All We AreNel mosaico costruito da Amiel e Begler la complessità domina a tutti i livelli, dai macro intrecci ai conflitti interiori dei protagonisti. La figura di Barrow non può che essere uno dei simboli di questo discorso, confermandosi sia un perfetto traghettatore narrativo tra il piccolo e il grande, tra le storie e la Storia, sia un personaggio le cui difficoltà sono sintomatiche di un mondo in continuo cambiamento. Aver a che fare con la polizia non è poi così diverso dal negoziare con i gangster locali – considerando anche la corruzione delle forze dell’ordine in quegli anni – e Herman Barrow come un virus si insinua in ogni cellula con cui viene a contatto, scivolando col suo corpo unto e viscido da ogni parte, senza ferirsi e rimanendo sempre, almeno parzialmente, in piedi con la sua inossidabile mediocrità.
Il mondo in arrivo è (anche) quello rappresentato da Everett, vessato nella vita e sul lavoro, afflitto da sciagure familiari e portato a una situazione di evidente minorità come chirurgo fino a raggiungere un inevitabile complesso d’inferiorità. Il rifugio nell’eugenetica rappresenta una reazione quasi naturale, quella che porta all’avidità, al riscatto professionale, facendo della prevaricazione verso il prossimo l’unica strada per la soddisfazione. L’ariano Everett è in marcia verso la Germania, pronto a piantare il germe che sarà, più o meno metaforicamente, l’anticamera del totalitarismo, il preludio all’abominio antisemita. Lucy Belkins non se la passa tanto meglio: la sua rivendicazione identitaria finisce per accartocciarsi su se stessa, con la relazione con Robertson che, pur conferendole margini di manipolazione notevoli, non fa che sottolineare l’accettazione di un compromesso, di una condizione di subordinazione inevitabile.

She’s better now. Happier than I ever seen. Happier than when she was a f… nun, that’s for sure.

The Knick – 2x10 This Is All We AreLa storyline forse più sorprendente è stata quella che ha tenuto insieme Tom e Harriet, personaggi già legati a doppio filo nella prima annata, ma che quest’anno conoscono una vera e propria deflagrazione drammatica che porta le loro figure su un livello totalmente diverso. Tre momenti di questo finale non possono non essere citati. Innanzitutto la dichiarazione d’amore di Tom e la proposta di matrimonio, una sequenza di grande tenerezza ma che ha nel conflitto tra i due la sua forza, una scena dove l’happy ending negato prepara il terreno per la sequenza successiva: stiamo parlando della scena in chiesa, quella della tremenda rivelazione di Tom, durante una confessione da pelle d’oca in cui tutto è funzionale a un effetto di straniamento davvero notevole. La scena è tutta giocata sul fuori campo, dove il lavoro sul sonoro sottolinea l’importanza cardinale della parola, specie in una serie che si è sempre distinta per la potenza delle sue immagini. È proprio il contrasto tra l’occhio e l’orecchio a rendere questo momento indimenticabile, lo scontro tra la parola che rivela il segreto nascosto, e lo spazio disabitato, fatto di interni vuoti, in cui l’assenza dell’uomo è il correlativo del deserto dell’anima del protagonista, proprio quel soggetto che sembrava poter essere tra i pochissimi a mantenere una parvenza di purezza. La loro storia si chiude con la meravigliosa, romanticissima scena a tavola, dove il dettaglio dell’anello anticipa le loro dita intrecciate che suggellano un amore fatto finalmente anche di sorrisi.

Neely… you have an easy, comfortable life. Go live it. Be a good wife. Start a charity. Be impregnated… by your husband.

The Knick – 2x10 This Is All We AreCosa accade in occidente, ma soprattutto negli Stati Uniti, all’inizio del Novecento? Cosa rappresenta per la società la Seconda Rivoluzione Industriale? Quali sono le conseguenze e i bisogni della repentina urbanizzazione? E qual è il legame con il tessuto protestante della società e l’etica che si porta dietro? Tutte queste domande, pur non dichiarate esplicitamente, sono inserite all’interno della narrazione di The Knick sin dall’inizio e solo con questo finale trovano una risposta conclusiva, tanto compiuta quanto brutale. È dalla saga familiare che possono essere rintracciate le radici del capitalismo, dalle dispute tra consanguinei che emerge nella maniera più feroce e inaspettata il germe del Male (o uno dei Mali) del secolo scorso. Il confronto tra Henry e Cornelia Robertson, fratello e sorella ed eredi di un patrimonio inestimabile, è una delle cose più violente viste in TV quest’anno. Pur senza alcuno scontro realmente fisico sappiamo che scorrerà del sangue, che sono saltati tutti gli orizzonti valoriali in favore della legge del capitale. Come nel Petroliere, la disgregazione della famiglia è il primo segnale di una violenza senza precedenti, in cui la sopraffazione (a partire da quella di genere) è e diventerà il principale veicolo di arricchimento personale, sull’onda di una rapacità (il film di Stroheim sarà sempre IL manifesto di questo discorso) che si autoalimenta all’infinito. Cornelia non può che fuggire (bellissima la soggettiva dell’addio a New York), andare più lontano possibile, scappare dalla famiglia e dal denaro, ovvero ciò che l’ha costretta a un’esistenza fatta di rinunce, alla quale ora – anche grazie alla forza della paura – non è più disposta a sottostare.

I am angry. I’m angry that they made you turn your eyes to the ground. And then they made you too scared to look up.

The Knick – 2x10 This Is All We AreEccola lì l’altra faccia del capitale, incarnata nella più lontana possibile delle sue morfologie, ovvero nel volto afroamericano di Algernon Edwards. Esattamente come Everett e come Henry, la sua reazione, il suo colpo di coda deriva da un passato di sottomissione, sofferenza e sacrificio, una vita fatta di teste chinate, in maniera diretta così come indiretta (bellissimo il dialogo col padre nella prima parte dell’episodio). La sua evoluzione ha dell’incredibile per la precisione con la quale sono state puntellate le sue svolte, a partire da una saggezza fuori dal comune – unita alla voglia di primeggiare – che col tempo si è trasformata in ira a seguito di numerose sconfitte immeritate. L’acutezza di sguardo è andata facendosi così sempre più miope, e la perdita della vista ha coinciso con la modifica di alcuni punti saldi dell’Algernon di un tempo, tradottisi nel finale in un rivitalizzante egoismo, nella speranza di non essere calpestato. Dal bisturi si passa quindi alla psicanalisi, forma di prevaricazione dell’altro per eccellenza, con quel gesto nel finale, profondamente teorico, di girare di spalle il proprio interlocutore, privandolo totalmente del campo visivo in modo da intavolare un rapporto impari fin dall’inizio, fatto di dominio e vendetta, dove i ruoli di master e slave (e ancora ritorna Paul Thomas Anderson) sono nettissimi e inalterabili. Alla crisi dell’occhio arriva per Algernon in soccorso la mente – incarnata dalla nuova disciplina –, quella che per difendersi gli insegna ad essere più cattivo, capace di offendere a sua volta.

This is it, this is all we are

The Knick – 2x10 This Is All We AreSe questo finale rappresenta senza se e senza ma la migliore ora di televisione del 2015 (e non solo) è sicuramente anche per i legami tra i personaggi e le pulsioni che hanno caratterizzato il Novecento che questa recensione ha appena cercato di esporre; ma forse è soprattutto per quegli ultimi quindici minuti che vedono il ritorno al centro della scena del protagonista, John Thackery, il quale ricollega tutti i fili narrativi e ritorna ad essere il fulcro del racconto e della riflessione, portando la serie e con essa la serialità televisiva a un livello forse mai toccato finora. L’ossessione, l’ostinazione e la perversa voglia di essere sempre migliore pur all’interno di un’inarrestabile discesa agli inferi caratterizzano la cavalcata di quest’antieroe interpretato magistralmente da Clive Owen, fino alla sala operatoria che come sempre è anche teatro, spettacolo della scienza e della tecnica, in cui alle rivoluzioni copernicane da sempre tentate e spesso anche portate a termine fa da contrappunto l’altrettanto rivoluzionaria musica di Cliff Martinez, ennesimo co-autore di uno show fatto da tante grandi menti. La performance operatoria trascende radicalmente la sua natura medical per diventare molto di più: in quel momento Thack è nel pieno di una seduta di autoanalisi, nel mezzo di una corsa sul filo del rasoio fatta di batti e ribatti con la morte, alla ricerca della Verità da sempre sfuggita, che finalmente ha capito risiedere dentro se stesso, simboleggiata dallo specchio col quale guarda le sue viscere. La scoperta di sé passa per l’apertura fisica, lo spettacolo del corpo, il faccia a faccia con la dipendenza che porta il protagonista ad andare sempre al limite, fino a un godimento possibile solo attraverso il dolore, proprio come in Crash di Cronenberg, dove il piacere collima con la sua fine e il sesso (non importa se reale o metaforico) è sempre un parente prossimo della morte. L’immagine del disgusto si fa autoespiazione, ma al contempo anche metafora di una televisione (o un cinema, non importa, qui si parla di arte audiovisiva) che non c’è ancora: lo sguardo focalizzato nello schermo/specchio, sebbene con margini sempre più afflitti dallo sfarfallio mortifero, dimostra al pubblico l’esistenza di un futuro possibile, come a noi spettatori la strada per una nuova televisione.

Si conclude così la seconda stagione di The Knick e forse sarebbe giusto sperare in una chiusura definitiva della serie, tanta è la potenza di questo finale e della stagione che lo ha ospitato. Ogni storia ha trovato compimento e il discorso fatto da Amiel Begler e Sorderbergh ha dato alla televisione americana una spinta innovativa come raramente è successo negli ultimi anni, dando vita ad un prodotto avvincente e romantico, ma soprattutto con al seguito una riflessione teorica sulle immagini e sul loro rapporto con la Storia.

Voto episodio: 10
Voto stagione: 9

Condividi l'articolo
 

Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

16 commenti su “The Knick – 2×10 This Is All We Are

  • Vincent

    Come solo Soderbergh sa fare, a mio avviso prevedo una terza stagione, realizzerà la perfetta trilogia. A occhio e croce, la domanda che non ha avuto risposta sull’utilizzo dell’adrenalina su Thack (il mio accostamento a Cristo, in quell’ultima inquadratura prima di chiudere gli occhi, è sacrilego?) è troppo potente e viscerale per non avere risposta.

     
  • geeno

    Episodio allucinante, serie allucinante.
    Entra a mani basse nella mia top 5 del 2015 insieme a Mr. Robot, Fargo, Show Me a Hero e The Leftovers.

     
  • Alessio

    Quando nel finale, con un guizzo di genio, il dr. Chickering corre a prendere l’adrenalina: solo io ho notato nelle sue scarpe bianche di Thuckeriana memoria (che prima non aveva mai indossato) un rimando a raccogliere l’eredità del dr. Thackery stesso?

     
  • Writer

    Grande episodio di una serie magnifica. Ti segnalo però una stonatura nella tua recensione: ” Dal bisturi si passa quindi alla psicanalisi, forma di prevaricazione dell’altro per eccellenza”. Definire la psicoanalisi una “forma di prevaricazione dell’altro” attesta solo la tua estraneità al tema. E, quando si recensisce, occorre conoscere ciò che si dice.

     
      • Writer

        E’ il paziente che decide di voltare la sedia “Preferite così?” (Algernon al paziente). “Credo di sì”, risponde lui girando la sedia verso il muro. A di là di questo, la psicoanalisi è un metodo terapeutico e non vedere il paziente in volto serve per non interferire con il flusso delle associazioni. Certamente non è una forma di prevaricazione, tanto meno “per eccellenza”.

         
        • Attilio Palmieri L'autore dell'articolo

          Secondo me sottovaluti l’importanza di quel gesto, sottovaluti quanto il vedere sia centrale nel discorso fatto da The Knick e in particolare in questo finale, a partire dal personaggio di Thackery durante la scena dell’operazione. Se hai voglia di approfondire posso consigliarti qualche articolo che si occupa più approfonditamente di questa questione.

           
  • Boba Fett

    Venghino signori, venghino! Ammirate la Perfezione! Lasciatevi ipnotizzare dalle eroiche gesta dei pionieri ante penicillina! Ammirate la magia del grande cinema in soli 30 pollici! Specchiatevi nel Passato, vedrete il Presente e bramerete il Futuro di questa serie, un futuro tutt’altro che scontato…

     
  • Ashja

    “..rapporto impari fin dall’inizio, fatto di dominio e vendetta, dove i ruoli di master e slave (e ancora ritorna Paul Thomas Anderson) sono nettissimi e inalterabili.”

    “..Dal bisturi si passa quindi alla psicanalisi, forma di prevaricazione dell’altro per eccellenza”.

    Questa accozzaglia di deduzioni assolutamente opinabili sono illeggibili e incommentabili!!! Peccato, c’erano anche degli spunti interessanti e condivisibili… Ma viene da chiedersi se stai per l’appunto proiettando robe tue o non sai di cosa parli e l’hai messa lì tanto per infarcire di metafore la recensione!?!!

     
  • Attilio Palmieri L'autore dell'articolo

    Nessuna metafora Ashja, quelle le trovi a iosa in The Leftovers.
    Qui si sta facendo semplicemente un lavoro critico, che è al contempo uno sforzo intellettuale e un piacere personale.
    Segnatamente alla critica mossami – che a dire il vero sfocia nell’insinuazione/offesa personale, ma sorvoliamo – come ho scritto prima al commento di Writer, il gesto di Algernon è eloquente: voltare la sedia cambia le regole del gioco, ribalta gli equilibri sbilanciando il rapporto tra i due interlocutori. Legittima una prevaricazione, niente di più niente di meno. Non v’è dubbio che la psicanalisi è stata spesso associata al controllo della mente (basta vedere A Dangerous Method di Cronenberg), e quest’ultimo ha segnato in maniera radicale il passaggio tra Ottocento e Novecento, definendo profondamente equilibri sociali e culturali.
    The Master di PTA mette in scena perfettamente il bisogno dell’uomo occidentale a essere master o slave, controllore o controllato. La psicanalisi non è estranea a questo discorso, per usare un eufemismo.
    Ovviamente il discorso sarebbe lunghissimo, ma direi che le frasi definite come “accozzaglia di deduzioni” ora dovrebbero essere più chiare.

     
    • Writer

      Ti rispondo da qui, Attilio. Ritengo aberrante accostare l’eugenetica-e il fondamento teorico che la ispira, fondato sulle differenze razziali- alla psicoanalisi e considerale entrambe paradigmi di prevaricazione e sopraffazione. E ritengo che -al di là di ciò che si possa pensare della psicoanalisi- questa chiave di lettura non sia suggerita dal’episodio. Algernon inizia il colloquio faccia a faccia e solo dopo che il paziente esprime il desiderio di non vederlo in volto, accetta che si giri. La psicoanalisi nasce come disciplina “eretica”, come interpretazione rivoluzionaria che, a partire dale nozioni di inconscio e di libido, fonda la propria cura sulla parola. E’ un paradigma di libertà, in cui il terapeuta si astiene dal fornire direttive, consigli, prescrizioni. A volte non parla, non dice una parola, ascolta e lascia che sia il paziente a dipanare il filo delle sue associazioni. Quindi, se tu conoscessi la psicoanalisi, sapresti che è una terapia che si pone in antitesi con le modalità di prevaricazione vigenti a livello economico e sociale. Se invece non conosci, come suppongo, i fondamenti del mtodo picoanalitico, dovresti documentarti prima di fare affermazioni che denotano, come ho scritto in precedenza, la tua estraneità al tema.

       
      • Attilio Palmieri L'autore dell'articolo

        Come scritto nella recensione, l’accostamento non è tra eugenetica e psicanalisi (ci mancherebbe), ma tra gli archi narrativi dei due personaggi, Everett e Algernon, in particolare rispetto ai rapporti di potere che per lungo tempo li hanno visti come parti lese (chi da un punto di vista professionale, chi etnico) e che in questo finale di stagione vengono ricalibrati.

         
        • Writer

          La tua recensione è fondata sul concetto di sopraffazione come paradigma della seconda rivoluzione industriale e dell’etica protestante. E’ proprio il concetto di sopraffazione che ti permette di accostare percorsi differenti come quelli di Henry, Everett e Algernon. Peccato però che quest’operazione funzioni con Henry e con Everett , ma non con Algernon. Non funzione con Algernon perché la psicoanalisi è di gran lunga meno invasiva e asimmetrica del bisturi, quindi non è uno strumento di prevaricazione. Aggiungo che accostarsi alla Psicoanalisi usando come riferimento “A dangerous method” è un po’ come se nell’analizzare storicamente le figure di Marco Aurelio e Commodo ti rifacessi al “Gladiatore”. Si rischia in questo modo di essere presi poco sul serio… 🙂

           
    • pipolo

      e dai, hai scritto una sciocchezza colossale, come ti è stato fatto notare. Poco male, può capitare, basta prenderne atto e non perseverare (che diventa diabolico!)
      Del resto, non è questione di punti di vista: cioè, per capirci, non si sta discorrendo se si è favorevoli o meno verso la psicanali (dove giustamente ci potrebbero essere posizioni diverse), ma tutto il paragrafo su Algernon è campato proprio in aria

       
  • Boba Fett

    “Ero molto depresso, in quel periodo. Intendevo uccidermi ma, come ho già detto, ero in analisi, e i freudiani sono molto severi al riguardo, ti fanno pagare le sedute che perdi.” Woody Allen