American Crime Story: The People v. O.J. Simpson – 1×10 The Verdict

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictDopo 253 giorni di processo, il 3 ottobre 1995 il caso O.J. Simpson arrivò ad una conclusione che fu seguita in tutto il mondo ma soprattutto in America, un paese che da quell’evento non sarebbe mai più tornato indietro: ci sono momenti capaci di cambiare la storia e questo ha senza dubbio lasciato una traccia profonda nella cultura a stelle e strisce – e non solo. 

Utilizzare questo processo per dare inizio ad una serie antologica sui crimini americani rappresenta una scelta ben precisa, che, indipendentemente da come verrà portata avanti, manifesta una volontà molto chiara: non è solo l’evento in quanto tale ad essere messo in scena, ma soprattutto la sua ricezione da parte delle persone e il loro coinvolgimento di massa in un’epoca che, anno dopo anno, vede aumentare sempre di più le possibilità di partecipazione ad eventi pubblici.
Il processo Simpson ha costituito la pietra angolare di questo sviluppo, un evento storico-culturale che ha rappresentato un caso irripetibile grazie a delle particolari coincidenze: un efferato doppio omicidio, un protagonista famoso e rappresentante sia della comunità afroamericana che della ricchissima upper-class losangelina, un tessuto socio-urbano piagato dagli abusi della polizia e un razzismo dilagante sono solo alcuni degli elementi che hanno fatto di questo caso un unicum della storia americana e mondiale.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictCome trasportare quindi un evento simile in televisione? Sarebbe stato facile e comodo limitarsi ad una resa espositiva degli avvenimenti, come una messa in scena in cui la parte più interessante sarebbe stata “chi interpreta chi”: già, perché i nomi coinvolti sono diventati così noti a causa di quell’avvenimento da diventare essi stessi rappresentanti di una certa cultura pop – basti pensare alla notorietà dei Kardashian, o anche alle imitazioni del giudice Ito che all’epoca impazzavano al SNL.
Ciò a cui invece abbiamo assistito è stato senza ombra di dubbio una delle più grandi sorprese di questo 2016: American Crime Story: The People v. O.J. Simpson ha raccontato una vicenda storica che ha dato origine ad un tipo di cultura e di personaggi con cui ancora oggi conviviamo, mettendone in evidenza quei prodromi che all’epoca erano impossibili da notare. È solo con una visione attuale, a distanza di vent’anni, che possiamo capire meglio l’impatto di certe scelte e decisioni; è solo dopo tutto questo tempo che ci rendiamo conto di come non sia stata la conclusione di questo processo ad influenzarci davvero, ma il modo in cui è stato condotto, gli strumenti con cui è stato raccontato, le dinamiche inarrestabili a cui ha dato vita.
La serie, ma soprattutto questo episodio conclusivo, ha messo in scena una storia vecchia – perché alla velocità con cui viviamo vent’anni sono un’eternità – ma è riuscita a raccontare la nostra società molto di più di qualunque altro show ci abbia provato con ben più chiari intenti.

My God, they’ve discussed this case less than anybody in America.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictÈ in quelle (nemmeno) quattro ore che servono alla giuria per giungere al verdetto che si trova la chiave per comprendere non solo questo finale ma l’intero progetto di Murphy & co. Mettere in scena una storia così importante per i nostri tempi, e con un esito così famoso, era una sfida difficilissima: come si può creare tensione su un evento arcinoto come il caso Simpson, cristallizzato nelle nostre menti e diventato talmente iconico da non avere quasi più nulla da raccontare?
Questa sensazione di immutabilità degli eventi viene incarnata dal focus – breve ma proprio per questo ricco di significato – su ciò che avviene nella camera dei giurati. La rapidità della scena, che accorcia ancor di più la brevissima seduta, non vuole infatti essere uno sguardo irrispettoso e superficiale, ma vuole farci capire come in realtà fosse tutto già deciso: non prima delle arringhe, non prima delle prove, ma prima ancora che quei giurati facessero il loro ingresso in tribunale. Certo, è stato poi Cochran a cavalcare questa tendenza, minimizzando le prove e puntando sull’emozione più che sulla razionalità: ma ha potuto farlo perché quei preconcetti erano già lì, pronti ad essere tirati fuori.
American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictEcco che allora il nostro assistere impotenti ad una vicenda che conosciamo fin nel minimo dettaglio e che è destinata a finire con un’assoluzione (che lo vogliamo oppure no) si riflette nella rappresentazione della decisione della giuria, che si fa protagonista di questa immutabilità degli eventi e non fa altro che constatare quanto in realtà è stato deciso molto tempo prima. In questa scelta altamente simbolica di Alexander e Karaszewski (con l’inaspettato crollo della persona all’apparenza più forte, il “demone”) si può riscontrare una sorta di identificazione tra lo spettatore e il giurato, non per comunione di intenti, ma perché diventano entrambi testimoni impotenti di qualcosa che va oltre il loro raggio di azione. Non sono importanti le prove, la razionalità, gli evidenti fallaci collegamenti tra una mela marcia nella polizia e l’automatica innocenza di O.J.: ciò che conta è qualcos’altro, un sentire comune che spinge le persone a farsi un’idea di un processo facendosi condizionare dalla retorica, da sentimenti di pancia. O da catch-phrase.

All the people saw was how well you can twist the system.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictLa famosissima frase di Cochran, che non a caso viene mostrata anche nel momento dell’elaborazione, si erge a gigante contro il quale è impossibile combattere; non bastano le arringhe di Marcia e di Chris, non serve nemmeno ricordare quanto tutte quelle prove siano troppe per essere delle mere coincidenze. If it doesn’t fit, you must acquit” ha tutte le carte in regola per diventare claim pubblicitario, nella sua sintesi ed essenzialità, nella sua rima, nella sua triplice ripetizione che funziona come un mantra. Più dell’errore di Marcia nel far testimoniare Fuhrman, che dà comunque linfa a tutto l’impianto dell’arringa di Cochran, è quello di Darden e dei guanti a fornire l’ispirazione per una difesa che è pura demagogia: la prova dei celebri guanti diventa la leva che solleva tutto il mondo delle prove contro O.J.; un solo evento che riesce a insinuarsi quel tanto che basta per instillare il legittimo dubbio anche in quei pochissimi che avrebbero votato per la colpevolezza. E del resto è questo il compito di una difesa: è l’accusa che deve presentare le prove di una responsabilità penale, mentre il Dream Team (altra rima, un vero brand) non deve provare l’innocenza, ma stabilire un ragionevole dubbio.

L’accusa di Marcia e di Chris è stata chiaramente fallace, e non c’è dubbio sul fatto che la procura sia caduta su un caso per cui aveva, sulla carta, la vittoria in pugno. Allo stesso modo, tuttavia, non ci sono dubbi sul fatto che Cochran abbia vinto puntando allo stomaco non solo dei giurati ma dell’America intera, ed è in questa puntata che mette in scena l’ultimo atto del suo spettacolo: individua un unico capro espiatorio, minimizza le incontrovertibili prove di violenza familiare (Simpson “non è orgoglioso di certe cose avvenute durante il matrimonio”, e tanto deve bastare) e poi colpisce, affonda. La sentenza era già stata decisa, molto tempo prima: quello che Cochran allestisce è solo l’ultima parte del suo show, per ricordare a tutti che non è nel concreto che si stabiliscono le colpevolezze, ma nella retorica, nel circo mediatico ipnotico, nelle capacità affabulatorie di chi non ha alcuna remora morale a vincere usando armi giuste nel modo sbagliato.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictGià, perché il razzismo è una cosa seria, e il fatto che la “race card” – come ci ricorda l’intervista a Shapiro – sia stata utilizzata impropriamente non implica che il problema non esista, tutt’altro; ecco che quindi American Crime Story decide di raccontare, e giustamente, anche le conseguenze positive di questa scelta di difesa. Nonostante le parole che Chris riserva a Johnnie, saranno quelle del presidente Clinton e le successive lacrime di Cochran a ricordarci come nemmeno noi dobbiamo essere accecati dalle cose sbagliate: perché il problema del razzismo è reale, allora come oggi, e se qualcuno lo utilizza in modo scorretto non implica certo che la questione sia meno grave.
Bisogna avere più delicatezza per sfruttare un fattore personale e usarlo come motore per il proprio lavoro, questo sì: e infatti la serie conferisce più equilibrio a Marcia, la cui rivelazione sullo stupro giunge in conclusione di puntata non come giustificazione del suo operato, ma come tassello mancante della sua lotta contro le violenze familiari. Eppure, nonostante questa differenza, mai, nemmeno una volta, si percepisce da parte degli autori un giudizio su quale delle due questioni sia più rilevante.

But it was clear to me and to the prosecution that this was an emotional trial.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictIn questo processo non c’è niente di cui noi, donne e uomini del 2016, possiamo stupirci. Cosa c’è di diverso nei casi giudiziari raccontati in ogni minima fase da telegiornali, programmi pomeridiani, approfondimenti di cronaca nera in seconda serata? Non c’è diversità tra la nostra società e quella di vent’anni fa, perché noi arriviamo direttamente da lì: il “caso O.J. Simpson” è in realtà lo show più noto degli anni ’90, un reality ante-litteram, creato ad arte per soddisfare un voyeurismo che le persone non sapevano nemmeno di avere. L’incredibile notorietà del protagonista è diventata giustificazione per un fenomeno senza precedenti, in cui tutte le tendenze più bieche – razzismo, sessismo, populismo, vittimismo – sono state fatte esplodere, libere di circolare senza più alcuna regola.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictL’importanza del coinvolgimento globale e delle reazioni delle persone al “processo del secolo” viene quindi enfatizzata in questo episodio, in cui Ryan Murphy, di nuovo alla regia dopo le prime due puntate e lo stupefacente “Marcia, Marcia, Marcia”, utilizza ogni strumento a sua disposizione per raccontare tutto quello che accade in quei pochissimi minuti di attesa: video originali, trasmissioni televisive – Oprah Winfrey e la sua celebre reazione alla notizia del verdetto –, scene ricostruite e soprattutto split-screen, per non perdere davvero nulla, per dilatare il più possibile un tempo in realtà così breve da sembrare quasi finto.
Ma la rapidità era, ancor prima che appannaggio del pubblico, nelle reazioni delle parti in causa che, anche in questo caso, vengono ottimamente inscenate da Murphy, Alexander e Karaszewski: dal “Are you shitting me?” del giudice Ito fino a tutti gli altri, non c’è dubbio su come la velocità del verdetto si inserisca come ulteriore variabile impazzita, un fattore imprevedibile che porta entrambe le parti a temere il peggio per la propria causa. E se solo in un istante abbiamo un minimo sbilanciamento, con il “Marcia, what if we won?” pronunciato da un Darden che contiene a stento la speranza, è subito il montaggio a spezzare qualunque sogno, con il passaggio da un Chris sorridente ad un O.J. tesissimo – e con la nostra consapevolezza che a breve le reazioni saranno diametralmente opposte.


You were always there for me. You never doubted.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictAd oggi il nome “Kardashian” non è esattamente sinonimo di sobrietà e riservatezza, ma non era così vent’anni fa – quando i giornalisti facevano fatica ad impararne lo spelling e quando l’unica cosa vistosa della famiglia era il ciuffo bianco sulla testa di Robert. Non era facile rappresentare un personaggio simile, soprattutto all’interno di un gruppo come quello del Dream Team, dominato da maschi alpha e da personalità spesso grette ed egoriferite; per questo la scelta di David Schwimmer è stata perfetta, proprio per la sua capacità sommessa ma ben centrata di rappresentare i tormenti di un uomo in profonda crisi, che riesce a guardare non solo oltre i trucchi della sua squadra, ma anche oltre i suoi stessi sentimenti. Da persona fedele e disposta a tutto pur di difendere il suo amico “Juice”, Robert ha accusato colpi su colpi, puntata dopo puntata, in modo quasi impercettibile ma costante, fino ad arrivare a quest’ultimo episodio in cui sono due le scene, entrambe non a caso senza parole, che rappresentano il suo abbandono definitivo di O.J.: lo sguardo scambiato con Marcia in tribunale e la Bibbia sbattuta sul tavolo prima di lasciare la festa.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictOggi è il giorno”: così si apre la puntata, ed è stato davvero così, per l’America intera. Lo è stato per Robert Kardashian, che avrebbe smesso in quel momento di sentirsi obbligato a stare dalla parte di O.J. – è di un anno dopo l’intervista alla ABC in cui dichiarò “I have doubts. The blood evidence is the biggest thorn in my side; that causes me the greatest problems. So I struggle with the blood evidence”; lo era per Marcia e Chris, per un lavoro estenuante che li ha portati a perdere con un caso all’apparenza infallibile; lo era per la giuria, ormai stremata da mesi e mesi di reclusione – e chissà quanto anche questo avrà influenzato la rapidità del giudizio. Ma lo era soprattutto per O.J., che sì, in quel giorno ha vinto la battaglia, ma non la guerra: sappiamo tutti benissimo che solo un anno dopo le famiglie Brown e Goldman avrebbero intentato una causa civile che lo ha poi visto colpevole di “wrongful deaths” e sappiamo anche che, benché per motivi diversi, Simpson si trova ancora oggi in carcere. Eppure, nonostante O.J. non potesse ancora sapere tutto questo, anche quella sua felicità manifestata in tribunale è durata poco: gli autori non si sono mai sbilanciati con un loro personale giudizio, e dunque in quello sguardo allo specchio e soprattutto in quel pianto, una volta tornato a casa, è possibile leggere entrambe le cose – innocenza e colpevolezza. Quello che invece esula da qualunque ambiguità è lo sguardo del mondo su O.J., che non sarà mai più lo stesso: gli amici se ne andranno, non solo Robert, le persone per strada saranno sempre separate tra innocentisti e colpevolisti, e i cori che invocheranno in modo unanime e senza divisioni il suo nome rimarranno, come un ricordo, solo nella sua testa.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - 1x10 The VerdictL’altissima complessità e l’elevata stratificazione insita in ogni puntata di questa serie, che ha toccato temi scomodi e ancora vivi ad oggi, sono indice di quanto American Crime Story sia riuscita a raccontare: una storia conosciutissima utilizzata per narrarci un passato recente che parla di noi, di ciò che siamo stati e di ciò che ancora siamo. L’adesione al reale, soprattutto grazie a degli interpreti eccezionali ed incredibilmente somiglianti agli originali, non è stata altro che il fiore all’occhiello di un progetto ambizioso che aveva un milione di motivi per fallire – prevedibilità, presa di posizione, interpretazioni caricaturali e molto altro. Invece la serie ha vinto proprio scommettendo su questi punti, su dei cavalli di razza come Sarah Paulson, John Travolta, Cuba Gooding Jr., Courtney B. Vance e David Schwimmer, e su dei temi che ci parlano così da vicino da non poter essere ignorati.

Voto episodio: 9
Voto stagione: 9

 

Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

8 Risposte

  1. Lorenzo Conti scrive:

    Puah! che serie! A partire dal cast ultrastellare a finire con l’intensità di ogni episodio. Io non ero al corrente della vicenda simpson, sapevo di questa celebrità in prigione ( e pensavo appunto per l’omicidio di nicole) e scoprire questa storia e il verdetto mi ha fatto venire i brividi. Il contesto sociale in quei anni rende tutto più difficile e un processo del genere viene trasformato quasi in politica. Una storia assurda e si magari anche romanzata ma che fa una critica alla superficialità dell’uomo nell’unire un processato di omicidio ad anni e anni di contestazione razziale. Questo è sicuramente a mio avviso il prodotto più interessante che il 2016 fin’ora ci ha mostrato.

     
  2. nic scrive:

    Meraviglia di serie, anche se ho sempre avuto paura che qualcuno iniziasse a cantare, invece così non è stato ed è stato tutto perfetto dalla regia alla scrittura, senza presa di posizione alla recitazione … ma quanto è brava Sarah Paulson? Serie dell’anno consigliatissima!

     
  3. Genio in bottiglia scrive:

    Gran bella serie, tutti bravi gli attori. Bella recensione.

     
  4. Boba Fett scrive:

    Ecco come raccontare il Presente con un fatto reale del Passato senza cadere mai nel posticcio, con (grandi) attori nei panni di personaggi reali, non necessariamente somiglianti (machissenefrega) ed una sceneggiatura impeccabile, senza grandi ricostruzioni scenografiche faraoniche anzi, con un senso dell’essenziale davvero gradevole. Progetto bellissimo e già aspetto con una certa curiosità il prossimo caso.

     
  5. Davide scrive:

    Serie strepitosa…recensione splendida…;)…

     
  6. Michele scrive:

    E’ una recensione bellissima e molto sentita, brava Federica!

     

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