The Americans – 4×05/06 Clark’s Place & The Rat

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The Rat“Love dares you to care for
The people on the edge of the night.
Love dares you to change our way of
Caring about ourselves.
This is our last dance.
This is our last dance.
This is ourselves.”

(Under Pressure – Queen & David Bowie)

4×05 – Clark’s Place

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The RatDopo gli scossoni del precedente episodio, The Americans si concede una pausa in quella che è, a tutti gli effetti, una lenta ma efficace puntata di costruzione, che mostra in modo plateale come ormai la storia sia diventata un gioco di scacchi serratissimo, in cui ogni mossa non ha solo conseguenze pesantissime sul prossimo, ma anche sul proprio io. In quella che si sta trasformando nella stagione più cupa della serie di Weisberg, ogni decisione ha già insito in sé un senso di sconfitta e impotenza, come se la felicità fosse solo un momento di passaggio (si vedano i siparietti con l’amica coreana di Elizabeth) o un’immagine di ilarità (le gote rosse di Reagan), che però cela dietro la cruda e terribile realtà. Ed ecco che la serie inizia ad accerchiarsi sempre più di morti e di funerali, come un’ombra che risucchia i personaggi e li getta sempre di più “under pressure”, consapevoli che il loro gioco di maschere non si muove più verso un obiettivo, ma solo per la mera sopravvivenza di se stessi.

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The RatVale dunque la pena combattere per questo? Lo stesso Oleg, tornato prepotentemente tra i protagonisti, non sembra sapere più per cosa si stia rischiando la vita. Trattasi di una guerra senza nome, senza eroi, senza epicità, che di bellico ha forse solo una cosa: il mare di morti che si trascina dietro, persone dimenticate che qui pagano il prezzo di avere rivelato la propria natura. Arkady si chiede infatti perché Nina abbia gettato al vento la possibilità che le era stata data, e il motivo è semplicemente che aveva deciso di seguire i propri sentimenti, di estromettersi dal gioco di finte identità che l’assurdità quasi beckettiana di questa guerra ha sempre richiesto. “Clark’s Place” non è sicuramente un episodio intenso come altri, ma getta le basi per un futuro che si prospetta sempre meno roseo anche per i personaggi secondari: la presenza di Henry nella storia sembra sempre più vicina ad avere una svolta importante, così come si potrebbe vedere nel profondo dialogo tra Oleg e Stan un primo accenno del possibile tradimento del russo ai danni della madrepatria.

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The RatI due personaggi che però sembrano più pericolosamente pagare il prezzo del coinvolgimento nel gioco sono Paige e Martha, due donne accomunate da una diversa innocenza, che sono state però trascinate in un mondo adulto fatto di menzogne e compromessi. Per Paige questo costituisce a tutti gli effetti un momento di iniziazione, la fine della propria adolescenza e la scoperta di una vita che fa della verità e dei sentimenti forse il nemico numero uno. Martha, al contrario, non si può certo dire sia un’adolescente, ma i suoi sogni di felicità con Clark ricalcano un po’ quei desideri di una ragazza che per la prima volta si stava affacciando alla felicità e che ora sta vedendo tutto crollarle addosso sotto la verità di una vita più meschina e cinica di quanto pensasse.

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The RatE sotto il peso di tutto questo stress, Philip ed Elizabeth sentono nel frattempo che il loro rapporto sta di nuovo per crollare. Nell’ultima disturbante scena di sesso, è come se i due tentassero di ritrovare in un rapporto meramente fisico quella stabilità e quella forza che sentimenti come la gelosia stanno compromettendo. E solo una domanda riecheggia alla fine: “Can’t we give ourselves one more chance? Why can’t we give love that one more chance?”

4×06 – The Rat

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The RatLa confessione di Paige a Pastor Tim, che aveva concluso la precedente annata, ha aperto a quello che sembra essere il tema principale di questa stagione: la verità. Dopo tre anni di travestimenti e identità mascherate, la realtà dei fatti inizia a salire a galla, e con essa anche la realtà dei sentimenti, quei “little buggers” protagonisti di questo episodio. Perché se sul mondo si affaccia lo spettro della Tularemia, nel piccolo universo di The Americans sono proprio i “feelings” quel virus in grado di infettare l’integrità del corpo di una spia, rivelando la vera natura di ognuno dei personaggi (Nina ne sa qualcosa). Martha, proprio come il topo imprigionato nel barattolo che William consegna a Philip, è qui la portatrice sana del morbo, che, in quanto tale, deve essere contenuto per evitare un pericolosissimo contagio.

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The RatDi nuovo, The Americans torna a fare ciò che conosce alla perfezione: intrecciare con paralellismi simbolici la Grande Storia all’intimità della quotidianità umana. Se la serie fin dall’inizio ci ha mostrato come il lavoro della spia possa rispecchiare le dinamiche reali di un nucleo familiare, il pericolo invisibile delle armi batteriologiche si fa qui metafora di quei sentimenti che incubiamo dentro di noi, pronti a scatenare il caos una volta rilasciati. La maggior parte dell’episodio si concentra infatti all’interno di una casa, che diventa una sorta di claustrofobica incubatrice in cui i personaggi devono combattere la malattia. Ed ecco che la vicenda di Martha riporta in primo piano le difficoltà del rapporto tra un Philip sempre più ricco di dubbi e una Elizabeth solo in apparenza in secondo piano, ma che anche solo con un paio di sguardi sa raccontare tutto il proprio smarrimento.

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The RatIn un episodio dominato da angoscia e tensione, la scena in cui Elizabeth scopre che Philip ha mostrato la sua vera identità a Martha può sembrare un mero momento di passaggio, ma rappresenta invece uno dei più grandi plot twist dell’intera serie: è come se l’incantesimo si fosse definitivamente spezzato, come se i giochi di finzione e travestimento e tutte le regole che li caratterizzano siano crollati in un solo significativo momento. Finora, Elizabeth era la sola che poteva vantare di conoscere il vero io di Philip; ora, invece, è come costretta ad accettare di non essere l’unica, di dover condividere il proprio uomo con un’altra donna. Ed ecco perché la scena, gli sguardi, le parole, le sensazioni di entrambi sembrano perfettamente ricalcare la confessione di un uomo che rivela alla propria donna di averla tradita.

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The RatNon è un caso che la scena di sesso tra Martha e Clark ricalchi in parte quella tra Philip ed Elizabeth che aveva concluso il precidente episodio, come a mettere in risalto l’ormai definitivo sdoppiamento del personaggio di Matthew Rhys, in bilico tra l’accettare la finzione e il compromesso che la vita di coppia (non solo quella di spia) implica, e lo sposare l’autenticità dei suoi sentimenti. Quello che Philip ha superato, del resto, non sono soltanto i limiti del proprio lavoro, ma anche i vincoli del proprio matrimonio, tanto che più volte lo svelamento della verità viene affiancato da frasi sulla “fiducia” e sul “tradimento” (il “rat” del titolo non è solo il topo, ma anche colui che tradisce coloro/colei a cui aveva giurato fedeltà).

The Americans - 4x05/06 Clark's Place & The RatTutto questo si intreccia in un episodio praticamente perfetto, in cui The Americans torna a far brillare tutte le sue qualità, dimostrando alla sua quarta annata di poter ancora portare avanti le proprie riflessioni in maniera nuova e originale. Difficile sapere cosa ci riserverà il futuro (del resto, ancora non c’è certezza riguardo il rinnovo della serie), ma certo è che sono ormai svariati episodi che una pistola continua a passare di mano in mano in maniera sempre più pericolosa, pronta ad uccidere quei sogni di felicità che i giochi di finzione hanno spento e sedato. Per dirla come Henry: “Epcot. Don’t kill the dream.

Voto 4×05: 7+
Voto 4×06: 9,5

 

10 Risposte

  1. nic scrive:

    Per me miglior serie degli ultimi anni che purtroppo guardano davvero in pochi!! Ma a che livelli siamo arrivati …. il cinema a confronto è morto da parecchi anni!!

     
  2. Birne scrive:

    Mi ricordo che quando The Americans è uscito è stato spesso messo a confronto – non so se anche qui su Seriangolo che purtroppo al tempo non seguivo – con Homeland, quella dei primi due bellissimi anni, e sostanzialmente il confronto lo perdeva. Secondo me, malgrado le fasi alterne e il declino conosciuti da Homeland successivamente, ancora lo perde.
    Trovo che The Americans sia solo un formidabile fumetto, realizzato con cura e grande gusto per l’epoca, che abbia una discreta regia, discreti interpreti e molto fascino, appunto d’antan, che quando lo vediamo ci fa sentire come quando andiamo a fare i turisti negli ex paesi socialisti e ci fotografiamo ai check point o avvinghiati alle statue di Lenin e Marx, comprando paccottiglia dell’armata rossa o cose consimili. Trovo inoltre strepitosi il logo e la sigla di tutte e tre le annate.
    Sono la prima a sostenere che guardando fiction bisogna fare ricorso a dosi monumentali della cosiddetta sospensione di incredulità, soprattutto quando si tratta di fantapolitica dove la fantasia è meno dichiarata e la pretesa di aderenza alla realtà più esigente, credo però che nella narrazione nel suo complesso uno abbia piacere di riconoscere una sostanziale tenuta intrinseca al racconto, una logica diegetica che raccoglie varie soluzioni e vari esiti, più o meno riusciti, con riconoscibilità di stile ma anche con una trama potente che sopporta e supporta anche le forzature più importanti.
    So bene che uno degli autori, il principale, è stato in contatto con la Cia (bisognerebbe vedere a fare cosa) ed è un conoscitore dell’ambiente delle spie e leggo che ha lavorato su alcuni report della Cia che riguardavano agenti sovietici in sonno: tutto ciò mi fa piacere ma purtroppo non mi convince. E benché io non sappia nulla di spionaggio se non quello che tutti possiamo leggere e di cui possiamo essere informati, mi sentirei di escludere che sia mai stata realizzata una infiltrazione di agenti operativi, dei killer come il Quinn di Homeland tanto per riacchiappare l’esempio fatto all’inizio, con le modalità descritte da questa serie.
    E’ tutto un po’ troppo poco plausibile da rasentare l’assurdo, che lungi dal risultare intrigante invece disamora: sono tanti e noti gli esempi di agenti sotto copertura (professori universitari, storici dell’arte, giornalisti, sportivi) di cui si è saputo o si è detto che fossero agenti sovietici, ma la storia del trapianto di una famigliola mi sa che non me la bevo.
    Questi vivono (come vorrei avere la possibilità di sottolineare le parole!) a Washington come in un Truman-show: mandano avanti una redditizia attività commerciale, non si sa bene con quali tempi e orari visto che sono sempre fuori ad eseguire omicidi in serie. Immagino che l’impresa si sostenga economicamente con l’intervento dei sovietici, ma possibile che i loro impiegati che spesso li vedono arrivare con aria stravolta o appartarsi dopo essersi scambiati sguardi inquieti e funesti non si interroghino mai?
    La famiglia pare normale, vi crescono due ragazzi che anziché essere fortemente disturbati appaiono appunto “normali” (almeno fino a che Paige, bella grandina, non si è accorta dell’aria che tirava) benché babbo e mamma escano di notte senza fare rientro, abbiano in lavanderia un apparato ricetrasmittente di tutto rispetto e in garage lo scatolone dei travestimenti (peraltro spesso ridicoli che manco alla recita di carnevale nel paese di mia nonna). Nessuno si è accorto di niente? I figli? Una donna delle pulizie? Un vicino (magari non FBI che si sa che sono tontoloni) che noti un anda-e-rianda di macchine a tutte le ore? E la vita normale fatta di scuola, medici, sport, amici, vacanze, ecc., come la gestiscono?
    Inoltre vanno in giro per Washington, quindi in una realtà relativamente piccola, camuffati come dicevo ma non irriconoscibili e mai nessuno che li incroci e dica loro “ma che ci fai conciato così da pirla?”, “ma che te sei messa?”. Mah.
    Ora la vicenda che riguarda Martha sembra aver avuto la svolta decisiva in senso negativo nel momento in cui viene fuori che Philip le si è palesato con il suo vero aspetto … ma, scusate, sono sposati e per quanto bislacca sia la loro storia (anche per il palato poco fino di una donna non bella e frustrata e molto innamorata) chi e come ha potuto davvero pensare che la povera Martha non si accorgesse del parrucchino? Non era scontato? Non mi sembra quella l’assurdità principale di questo arco narrativo …
    E lascio stare la vicenda del pastore Tim che francamente avrebbe dovuto essere definitiva e invece sta lì che attende i tempi che gli autori vorranno dare alla trama.
    Mi sembra meglio la parte che riguarda l’Urss – anche se la spia che soffre perché la mamma non gli viene al telefono la trovo irritante, tanto più che il personaggio di Oleg era stato ben tratteggiato in precedenza – forse perché ne abbiamo una minore conoscenza. Certo, credo che nei paesi comunisti siano stati commessi crimini efferati in proporzioni immense e siano state sconvolte e coartate le coscienze di milioni di individui, ma non credo che fossero scemi.

     
  3. anonymous scrive:

    Birne, per me homeland è profetico, ma the americans spacca… purtroppo nic ha ragione, i networks alla fine guardano i numeri ($$$).
    Quindi godiamocele entrambe finchè ci sono.

     
    • Birne scrive:

      Sì certo, ma io non avevo intenzione di proseguire il confronto fra le due, essendo la mia preferenza chiara, quanto piuttosto esprimere il mio parere su The Americans. Dopo di che è chiaro che sono prodotti sul mercato a cui eventualmente soccombono anche i migliori!

       
    • steph by steph scrive:

      Se FX avesse guardato i numeri The Americans a stento avrebbe finito la prima stagione

       
  4. Anna scrive:

    La sospensione di incredulità che dai a The Americans è uguale alla stessa che dai a Homeland, penso alla trama con Javadi, a Quinn e altri avvenimenti accaduti nelle varie stagioni. Due prodotti diversi, non paragonabili, tutte queste critiche non le condivido. The Americans è ad oggi uno dei migliori show in circolazione.

     
    • Birne scrive:

      Mi sono sforzata di argomentare le mie critiche e mi dispiace di non essere stata chiara: intanto, ho preso ad esempio Homeland – che comunque mi piace di più, pur trovandola ormai criticabilissima – perché calza bene essendo una spy-story, ma potevo anche evitare questo confronto che poi alla fine effettivamente ci sta e non ci sta.
      Quello che volevo dire in sostanza erano poche cose: la sospensione di incredulità va benissimo, anzi è piacevole rimanere stupiti dall’imprevedibile e dall’incredibile quando però la trama contiene, regge e spiega al suo interno le trovate, i colpi di scena, le contorsioni. Dopo di che può piacere oppure no, aderisci oppure no, dici ”wow!” oppure t’ammazzi dalle risate per il ridicolo.
      Quello che profondamente non mi convince in The Americans è proprio l’assunto, cioè che il racconto nasca dall’operazione di inserimento nella società americana degli anni ’80 di una famiglia di spie “regolari” creata ad hoc (e fin qui posso pensare che sia vero perché così è il mestiere della spia), ma non posso credere che a questo tipo di risorsa di intelligence si potessero e ancora si possano assegnare compiti operativi sul campo.
      Negli anni ’50 furono mandati sulla sedia elettrica i coniugi Rosemberg per spionaggio nucleare. A parte l’orrore della vicenda e del suo esito tragico, pare che lui fosse la vera spia insieme al fratello di lei che la scampò lasciando che venisse folgorata la sorella. Ma comunque mica andavano per le strade a sparare o a far sparire la gente, erano dei tecnici e degli intellettuali e chissà quanti ce ne sono stati e ce ne stanno.
      Ritengo che invece il killer arrivi dal nulla, agisca, non lasci traccia e nel nulla torni.
      La regia, che non mi sembra eccelsa, forse obbligatoriamente risolve sempre le scene di azione tirando un po’ via o mostrandoci piattamente improbabili trasformazioni e travestimenti da Superman/Clark Kent, incurante del contesto, dell’eventualità che ci siano passanti o vicini affacciati alla finestra ecc. ecc. Se ne potrebbe parlare a lungo ma non mi voglio ripetere.
      Con tutto ciò dico che The Americans è un prodotto godibile, ha assorbito il gusto e l’iconografia del tema e dell’epoca che narra ed è avvincente malgrado la lentezza esasperante. Un bel fumetto.

       
      • Filippo scrive:

        Capisco gli argomenti, ma sono personalmente in totale disaccordo.
        Homeland, di cui ho visto solo la prima stagione, che è anche la migliore secondo i più, richiede una notevole sospensione della credibilità, nonostante la serie tenti di essere seria e gli attori siano notevoli – anche se lo stesso non si può dire dei personaggi.
        La storia di Homeland è davvero, ma davvero banale, per quanto possa essere messa in atto “bene”.
        In The Americans tutto sembra vero, nulla è lasciato al caso, ogni singola azione lascia qualcosa in ogni personaggio, tutti costruiti magnificamente.
        E concordo con chi dice che The Americans è una delle serie migliori degli ultimi anni. Decisamente.

         
  5. Eugenia Fattori scrive:

    Una delle serie migliori, che continua a sfornare degli episodi ottimi anche alla quarta stagione, e una bella recensione di Diego!
    Io credo che il fascino della guerra fredda sia anche quanti interrogativi ha lasciato ancora aperti e al netto della credibilità delle vicende spionistiche secondo me è sul lato umano che The Americans vince, nel saper ritrarre emozioni e relazioni credibili e intense anche in un contesto che a volte effettivamente risulta un po’ forzato (le parrucche sono la cosa più eclatante).
    Io personalmente la vedo ancora molto, molto volentieri.

     

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