Orange Is The New Black – Stagione 4 3


Orange Is The New Black - Stagione 4Orange Is The New Black è forse il prodotto di punta della sempre più diversificata offerta di Netflix: non ci sono dati ufficiali, ma si mormora che la serie possa essere la più seguita in assoluto (arrivando a superare perfino Narcos e House of Cards), e la decisione di rinnovarla fino alla settima stagione non fa che confermare tale impressione.

Quella che può sembrare una scelta azzardata ha però un suo perché: se per quasi tutti i tipi di show televisivi un andamento così prolungato è spesso dannoso, per la creatura di Jenji Kohan il problema diventa quasi un punto di forza. La struttura della serie è infatti quanto di più incentrato sui personaggi si possa trovare nel panorama drammatico (o quasi) attuale, e ciò porta alla costruzione di un universo che viene costantemente alimentato da nuovi personaggi e caratterizzazioni sempre più stratificate; è una formula che funziona, e questa quarta stagione ne è l’esempio più lampante.

Orange Is The New Black - Stagione 4Nonostante l’andamento altalenante della scorsa annata, il quadro con cui si cominciava non era affatto privo di spunti. Parte dei vecchi personaggi (le guardie in particolare) erano stati abbandonati in favore di una situazione decisamente meno “leggera”, e quella sequenza del bagno nel season finale aveva l’aria di essere un’ultima occasione per assaporare le gioie della tutto sommato piacevole vita a Litchfield; dopo un’annata più spensierata, insomma, la sensazione era che si sarebbe tornati ai toni più cupi della seconda stagione, e questo non poteva che essere un bene. Alla narrazione sfilacciata e senza una direzione precisa dell’anno scorso si contrapponeva uno scopo più definito, una necessità di raccontare qualcosa di più impellente e una ventata d’aria fresca per quanto riguarda i personaggi della serie; dopotutto, arrivare ad una quarta annata senza reinventarsi un minimo è quasi fatale per show di questo genere, e gli autori sembrano averlo capito piuttosto bene.

Orange Is The New Black - Stagione 4Tra le nuove aggiunte della stagione si è fin da subito contraddistinto il capitano Piscatella, quasi caricaturale nella sua corporatura “da villain”, ma inserito in maniera più sottile di quanto si potesse immaginare. Dalle premesse, infatti, le sorti della stagione sembravano piuttosto definite, con le protagoniste alle prese con la più classica situazione di abuso di potere; e in effetti non si può dire che non sia accaduto, ma in maniera molto più marginale ed intelligente di quanto si potesse pensare. Il climax stagionale della quasi-dittatura del capitano e degli ex-veterani fuori controllo è stato solo uno dei pezzi che sono andati a collidere negli splendidi ultimi tre episodi, e ciò ha contribuito a rendere molto più interessante il quadro narrativo di quest’annata. La caratterizzazione di Piscatella, per tale motivo, risulta molto più convincente, perché i prevedibili (anche se credibili) elementi che lo contraddistinguono (l’omosessualità, il razzismo) si inseriscono perfettamente nella costruzione di un personaggio come un altro, solo una delle tante pedine nel sempre più ampio universo della serie.
La situazione, insomma, è quella di un sistema di personaggi così ampio e diversificato che le aggiunte non riescono (e non vogliono) ad assumere una posizione del tutto centrale, e così l’occasionale semplicità degli sviluppi diventa quasi un fattore positivo se vista nell’ottica più generale dello show; lo stesso discorso vale per la storyline di Judy King, fin dall’inizio indirizzata verso certi temi (l’elitarismo, la disillusione verso la celebrità) ma perfettamente coerente col resto delle linee narrative di quest’annata.

Orange Is The New Black - Stagione 4A tal proposito, è stato un sollievo notare come al vagare senza meta della scorsa stagione è stato contrapposto un percorso molto più deciso e definito, fondato su tematiche universali e di ampio respiro; sicuramente il razzismo ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione delle storie di quest’anno, costituendo quasi il filo conduttore tra le numerosissime vicende presentate. Era inevitabile che in una serie ambientata in prigione sarebbe emerso il tema delle gang e della discriminazione, ma c’è da dire che gli sviluppi sono stati gestiti in maniera impeccabile: dalla formazione del gruppo neonazista quasi da un equivoco (viene creato per fermare la nascita delle gang e invece la alimenta) a quella più naturale ed obbligata delle latinas, tutto viene costruito con al centro i personaggi, senza cercare di forzarne le caratterizzazioni per alimentare la narrazione. Anche solo la centralità di un personaggio come Ruiz, finora sempre piuttosto in disparte, è stata gestita in maniera naturale e molto coerente con il suo carattere; in poche parole, è stata una scelta particolare metterla in testa al nuovo gruppo, ma di sicuro non una scelta poco credibile.

Orange Is The New Black - Stagione 4Certo è che la struttura così frammentata della serie non ha mai portato a risultati così omogenei: se si pensa alla riuscitissima seconda stagione quello che viene in mente è una grande ed importante storyline principale, capace di coinvolgere gran parte dei personaggi e di sfruttare quindi la forte coralità dello show. In questo caso, invece, è avvenuto qualcosa di diverso: come si diceva prima, per quanto alcune linee narrative si muovano su binari piuttosto prevedibili, è il modo in cui vengono intrecciate che sorprende. Non esiste un vero e proprio tronco narrativo unitario, ma si tratta piuttosto di tanti piccoli racconti che si alimentano a vicenda, andando a costruire un quadro ricchissimo e allo stesso tempo molto potente. Si pensi solo alla vicenda dell’omicidio della guardia, alla relazione di Caputo con Linda, alla reintroduzione di Nichols, alle già citate lotte tra gang: tutto fa parte di un disegno che, a posteriori, risulta coerente e solido, costruito per arrivare ad un punto di arrivo in cui la risoluzione ripaga ogni singola storia presentata. Si tratta di una struttura che più che mai si adatta alla distribuzione di Netflix, facendo della visione d’insieme l’elemento più importante per comprendere tutte le dinamiche stagionali.

Orange Is The New Black - Stagione 4È infatti vero come, in questa annata più che mai, sia necessario arrivare alla fine per realizzare davvero cosa è stato costruito in tutti e 13 gli episodi; e non è un caso che le tre puntate conclusive costituiscano forse il punto più alto raggiunto dalla serie, costruendo una serie di svolte che per potenza drammatica hanno poco da invidiare ai drama più celebri di adesso. In particolare, la storia di Lolly e Healy e l’incidente di Poussey (raccontato da nientemeno che Matthew Weiner, che dietro la macchina da presa è sempre incredibile) costituiscono i due climax più importanti della stagione, il primo più legato all’introspezione del singolo personaggio (il lavoro fatto con Lolly quest’anno è stato raffinatissimo), il secondo in grado di racchiudere in sé un numero incredibile di linee narrative, dalla violenza delle nuove guardie al rapporto tra la ragazza e Soso al marcio dei piani più alti dell’amministrazione della prigione.
Il tutto non può che arrivare ad un finale carico sia emotivamente che dal punto di vista narrativo, viste le storie che vengono rilanciate anche solo nei minuti finali; poco ma sicuro, il materiale per la prossima annata non manca affatto.

Orange Is The New Black - Stagione 4Ma c’è un altro elemento che questa stagione ha saputo utilizzare in maniera più consapevole e, per questo, riuscita: i flashback. Come Lost insegna, infatti, arrivati ad un certo punto è sempre più difficile sorprendere lo spettatore con rivelazioni sul passato dei personaggi, anche perché lo spettatore non può che abituarsi a certe strutture ricorrenti; gli autori della serie si saranno certamente accorti di un effetto simile nella scorsa stagione, e hanno deciso di cambiare registro.
Quest’anno, infatti, l’utilizzo dei flashback è stato di gran lunga alleggerito (sono almeno tre o quattro gli episodi che non ne fanno uso) e deviato verso uno scopo meno ambizioso: il passato non ha più un fine narrativo (ad esempio di raccontare come una certa donna è finita in prigione), ma puramente introspettivo, nel senso che aiuta a costruire un contesto per calarsi meglio nella testa del personaggio in questione. Si tratta quindi di un lavoro più sottile; non sempre dà i suoi migliori frutti, come nei casi di Ramos e Blanca, ma anche solo il tentativo è sicuramente qualcosa di intelligente.

Orange Is The New Black - Stagione 4Siamo ormai nell’era delle serie brevi, delle miniserie, delle serie antologiche; la cosiddetta Golden Age della televisione americana, in cui uno show televisivo poteva andare avanti per cinque o sei stagioni, si è conclusa, e il pubblico si è abituato a storie più limitate e concise. In questo nuovo panorama Orange Is The New Black è quasi un’eco del passato, con quella struttura corale e pienissima di personaggi, con una premessa che potenzialmente potrebbe durare all’infinito. L’efficacia di uno show così lungo ed articolato potrebbe essere un dubbio che passa per la testa a molti, ma questa quarta stagione è di sicuro il miglior modo per scacciarlo: si pensi solo al modo naturale con cui personaggi quest’anno trascurati vengono alla fine reinseriti, al modo in cui l’universo creato dalla serie assume dei caratteri sempre più vivi e pulsanti, facendo dell’umanità dei suoi protagonisti il perno centrale di qualsiasi storia presentata. La creatura di Jenji Kohan non è certo priva di difetti o forzature, ma quest’annata ha di certo evidenziato quelli che sono i suoi punti di forza; se la qualità continua ad essere questa, l’idea di altre tre stagioni comincia a non essere poi così male.

Voto: 8½

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3 commenti su “Orange Is The New Black – Stagione 4

  • Adebisi

    Personalmente avrei voluto un passo avanti che non c’è stato.
    Ho visto la stagione in un paio di giorni e dal primo episodio mi è parso chiaro che il point break della stagione sarebbe stata la rivolta. Fin dai primi episodi vengono inseriti lampanti elementi che vanno a minare la tranquillità di Lichtfield: le nuove detenute, le nuove guardie, i privilegi a judie king ecc.
    e tra di loro non fanno altro che dirsi “adesso basta cosa vogliono una rivolta?” “sembra tutto tranquillo ma la tensione è lampante”.
    Ora la cosa che più mi ha deluso è stata la gestione dei personaggi. Mi spiego: tralasciando il difetto storico per cui in questa prigione ci sono solo brave ragazze piene di sfiga e manco una criminale vera, molte detenute sono diventate delle macchiette cominciando dalla questione latine-bianche che è stata trattata coi piedi. La questione razziale è alla base della vita di ogni prigione, ma qui se ne ricordano quando vogliono creando così momenti assurdi come le due nazi che dicono che le nere non sono tanto antipatiche alle fin fine.
    Sarà che ho visto OZ troppe volte ma quando una guardia bianca uccide un nero i nazi sono felici non incazzati.
    La questione razziale è spesso alla base di una rivolta ma in questo caso si è voluto ignorare questo fatto, per unire le detenute contro il potere. Scelta a mio avviso poco realistica.
    Alcune sottotrame poi sono state o trattate coi piedi (vedi Sophia Burset e Alex) e altre invece hanno dato l’impressione di essere dei meri riempitivi (la latina che esce di galera non mi ricordo il nome o Healy). A parer mio ce l’hanno fatta sudare troppo sta rivolta, essendo un sicuro cliffhanger ad effetto.

    Mio giudizio definitivo:
    la serie non mi dispiace anche se le prime due stagioni mi hanno appassionato decisamente di più. A parer mio avevano quella cattiveria tipica delle serie carcerarie che poi si è persa per lasciar spazio a un limbo dove meschinità e bontà si fondono fino a diventare marmellata (esempio lampante Alex e i suoi dubbi amletici scontati come pochi).

    p.s.
    altro esempio, a parer mio, della presenza di macchiette come personaggi secondari è la killer che aiuta Alex e Lolly. Ha il compito di essere spietata ma anche sarcastica suscitando ilarità in certi momenti. E’ un personaggio che ha per caratteristica principale essere una serial killer spietata (finalmente un criminale!), ma che quando viene colpita da un uovo si intristisce urlando “ehi sono un essere umano anch’io”. Non so voi ma ho visto abbastanza serie per dire che un sociopatico non direbbe mai una cosa del genere.

     
    • Adebisi

      aggiungo che sono d’accordissimo con la recensione, sono pochissimi i punti che non condivido per puro gusto personale.
      il mio commento è un punto di vista diverso che si concentra solo sugli errori ma i pregi di questa serie non si discutono.

       
    • Francesca Anelli

      Sono in parte d’accordo con te e in parte con la recensione. Per esempio a me è piaciuto l’approfondimento su Blanca, mentre ho odiato quello su Lolly (un personaggio che in generale mi ha sempre annoiata). Ci sono sicuramente alcuni plot hole – tipo il fatto che una guardia scompaia nel nulla e nessuno se ne accorga se non quando spuntano fuori pezzi del suo corpo, o che allo stesso modo Kubra non si accorga che è sparito un suo uomo – e dei difetti che hanno spesso a che fare, come dici tu, con una fastidiosa tendenza della serie a mostrare le detenute come persone comunque sempre decenti. Una tendenza, che comunque mi sembra sia stata molto ridimensionata nel tempo ( e non scordiamoci che è pur sempre un penitenziario di minima sicurezza). Piuttosto mi pare ormai chiaro che OITNB sia, come dice Pietro, una serie molto diversa, praticamente unica e che in questa ottica vada valutata. Nonostante i temi difficili, conserva comunque una certe leggerezza che non la fa mai sconfinare nel drama puro e che allo stesso tempo molte volte porta a delle semplificazioni. Bella la caratterizzazione del gruppo guardie, piuttosto eterogeneo e credibile. Interessanti in particolare Coates, uno stupratore inedito, e Bailey, la cui storia viene messa in relazione al percorso di Poussey per mostrare come i due ragazzi avessero diverse cose in comune (ma due destini molto diversi, anche a causa dei loro diversi status sociali). A proposito di Poussey, la cui morte mi ha tormentato per un paio di giorni: un pezzo della sua storia è anche un esempio di come OITNB rischi di svaccare in un attimo. C’era davvero bisogno di mostrare proprio in quell’episodio che si stava costruendo un futuro? L’effetto “poliziotto viene ucciso a due giorni dalla pensione” è un ricatto emotivo di cui non si sentiva il bisogno.
      Per il resto, comunque, una stagione nettamente superiore alla precedente, anche perché dopo le prime puntate il personaggio di Piper è stato rimesso a posto e abbiamo detto addio al filone genio del crimine di cui ci fregava zero.