Orange Is The New Black – L’altra faccia di Litchfield 3


Orange Is The New Black - L'altra faccia di LitchfieldLa forza di Orange is the New Black, è ormai superfluo specificarlo, risiede da sempre nella sua impostazione squisitamente character-driven, un ingranaggio narrativo che è riuscito a dare ai propri personaggi quella dignità spesso negata alle loro controparti reali.

Questo impianto si è perfezionato nel corso dell’ultima annata, in cui la serie si è fatta non soltanto più raffinata ma anche più “politica”: al consueto lavoro di umanizzazione svolto sulla singola detenuta si è aggiunto il focus sulle storture del sistema, incarnate da un lato dalla MCC e dall’altro dal gruppo delle guardie carcerarie.
A queste ultime è stato dedicato sempre più spazio e soprattutto attenzione, finalmente in pieno accordo con lo stile della serie. Se in passato le figure dei secondini venivano trattate come semplici elementi di contorno o tutt’al più meri strumenti per l’avanzamento della trama, risultando quasi sempre macchiettistiche (Pornstache, O’Neill) o malamente caratterizzate (Bennet), con la quarta stagione anche questo gruppo di personaggi ha potuto raccontare la propria storia, beneficiando sicuramente di un assetto narrativo più deciso ed organico (a cui abbiamo già accennato nella nostra recensione dell’ultima annata).

Certo, non tutti i CO hanno avuto un approfondimento dedicato, ma perché chi lo ha avuto (Coates e Bailey) se lo è dovuto guadagnare nel tempo. Sappiamo quindi ancora poco, ad esempio, di Humphrey o Piscatella ma ciò che conta in questo caso è soprattutto il cambio di prospettiva: il gruppo delle guardie di Litchfield è stato analizzato come qualunque altra “famiglia” di detenute, e, anche se qualche figura risulta ad oggi meno delineata di altre, il loro apporto alla storia nel complesso è finalmente diventato importante anche sul piano dell’elaborazione tematica.  In altre parole, si tratta finalmente di un insieme di personaggi  le cui motivazioni ed idee appaiono fondamentali allo sviluppo del racconto almeno quanto le loro azioni.

Per questo motivo abbiamo pensato di osservarli un po’ più da vicino e capire in che modo e con quali scopi OITNB ha scelto di raccontarli, da simboli di un sistema che non funziona a semplici individui.

Carnefici (?)

Orange Is The New Black - L'altra faccia di LitchfieldAncora prima della MCC – e dunque a prescindere da eventuali interessi economici –, sono le nuove guardie carcerarie di Litchfield a farsi i portavoce più spietati non soltanto di un sistema ingiusto ma anche di una precisa visione del mondo che spoglia di ogni diritto ed umanità i convicted felon. Attraverso le loro parole il team di Jenji Kohan vuole farci conoscere una realtà di cui era necessario occuparsi e che si estende ben oltre i confini del penitenziario, dando quindi voce a tutti coloro i quali ritengano i detenuti indegni di un trattamento rispettoso in virtù del reato commesso (qualunque esso sia). “Dovevate pensarci prima” è una frase che Piscatella rivolge più volte alle detenute per giustificare gli abusi dei propri sottoposti, dichiarando implicitamente che il crimine che ha portato a Litchfield le nostre inmate le ha qualificate per sempre come persone di serie B, irrimediabilmente inferiori, alle quali il rispetto non è quindi più dovuto. Come dimostra la storyline dei controlli anti-gang, tale atteggiamento è ulteriormente rinforzato da razzismo e pregiudizi; tuttavia è importante notare come questo rimanga comunque un problema comune a tutte le detenute proprio perché basato su una contrapposizione “noi vs loro” che va ben oltre la questione razziale. Lo dimostra il disprezzo che Piscatella esprime nei confronti di Piper, anche lei una criminale come tutte le altre e quindi senza alcuna voce in capitolo. Non va considerata casuale nemmeno l’assenza di interazioni tra Judy King e gli agenti più brutali: la sua esperienza è mediata da altri soggetti più accomodanti ed “umani”, come Luschek e Caputo, per non dare in alcun modo l’impressione che ci siano delle eccezioni a questo schema mentale, neanche se legate a deprecabili favoritismi.

Con quest’ultima stagione, in breve, gli autori hanno cercato di descrivere e denunciare, prima ancora che un comportamento, l’idea che lo giustifica e gli dà forma. Un’operazione che implicava necessariamente uno sguardo più approfondito – anche se d’insieme – su chi si fa portatore di questo pensiero, e che ci ha quindi permesso di conoscere meglio una parte essenziale ma mai davvero esplorata di Litchfield. Abbiamo imparato, ad esempio, che le guardie tendono a comportarsi esattamente come una gang: cedono infatti ai meccanismi di appartenenza tipici di questi gruppi, identificando in qualunque elemento esterno un nemico ostile, e si piegano su se stessi mantenendo un atteggiamento omertoso. Anche le persone più tranquille e naturalmente affabili, specie se provenienti da un contesto militare (come la bionda veterana McCullough), possono restare invischiate in queste dinamiche, contribuendo ad alimentare un sistema marcio e problematico.

Vittime (?)

Orange Is The New Black - L'altra faccia di LitchfieldA proposito di persone tranquille, uno dei protagonisti di quest’annata è stato il docile novellino Baxter Bayley, macchiatosi sul finire della stagione dello straziante omicidio di Poussey. La sua storia è esemplare almeno per due motivi: innanzitutto perché la morte della ragazza è direttamente collegata alla negligenza della MCC, che non si è curata di fornire ai propri dipendenti una formazione adeguata, e poi perché offre l’opportunità di riflettere sul concetto di vittima e il diverso significato che questo termine può assumere in base alle condizioni di partenza. I flashback che vedono protagonista l’inesperto secondino servono infatti non soltanto ad umanizzarne la figura, ma anche a rendere palese la sua posizione di privilegio. Se da un lato Bayley ci viene mostrato come un tipo normale, giusto un po’ soggetto alle influenze (neanche troppo) negative dei propri amici, dall’altro non possiamo non notare come la propria condizione di ragazzo bianco di buona famiglia lo abbia più volte aiutato ad evitare le conseguenze di un comportamento scorretto.

Il giovane agente è quindi contemporaneamente vittima e parte attiva di un sistema che schiaccia i più deboli, e che offre seconde possibilità soltanto a chi ha avuto la fortuna di trovarsi dalla “parte giusta”. Se siamo portati a pensare che si meriti anche quest’ultima chance di salvezza, allo stesso tempo non possiamo non riconoscere come altrettanto giustificata la reazione delle detenute al suo mancato licenziamento – specie perché accompagnato da una totale de-umanizzazione della vittima (they didn’t even say her name). Orange is the New Black ci presenta quindi, ancora una volta, una situazione complessa, in cui il destino dei singoli si intreccia con istanze ben più grandi di loro e in cui attraverso un evento isolato (?) si cerca di fare luce su un intero impianto sociale. Il richiamo al movimento #BlackLivesMatter (la morte di Poussey ricalca quella dell’afroamericano Eric Garner, bloccato attraverso una manovra di soffocamento durante un tentativo di arresto a Staten Island) è accentuato dai flashback postumi dedicati al personaggio di Samira Wiley: le esperienze di vita dei due ragazzi – che si scontrano per una frazione di secondo nelle strade di New York – non erano poi così diverse, ma la loro posizione all’interno della società ne ha segnato irrimediabilmente il destino.

Semplicemente, persone.

Orange Is The New Black - L'altra faccia di LitchfieldLa storia di Bayley è solo l’ultima di una lunga serie di approfondimenti, fino ad ora incentrati quasi esclusivamente sulle detenute, che punta a raccontarci i personaggi (e dunque ci invita a giudicare le persone) come qualcosa di più dell’insieme dei loro sbagli. Un singolo comportamento può essere il prodotto di una cultura discriminante accettata passivamente; un crimine può nascere da un contesto che non lascia altra scelta, da una serie di circostanze sfavorevoli o da un momentaneo errore di giudizio. Ma soprattutto, sembra dirci la serie, una, due, tre scelte sbagliate non possono definire e limitare la complessità di un essere umano. Questo, in breve, è la cornice etica entro cui si sviluppa da sempre, alle volte con qualche forzatura di troppo, la narrazione di Orange is the New Black. Quest’anno, però, gli autori hanno scelto di fare il salto di qualità, ponendo lo spettatore in una posizione molto più scomoda rispetto al passato. In altre parole, hanno applicato – e ci hanno chiesto di applicare – lo stesso principio di giudizio anche a Charlie Coates, l’agente penitenziario che la scorsa stagione ha violentato Pennsatucky.

Proprio mentre negli Stati Uniti si discute animatamente dello “Standford Rape Case”, la serie ci invita ad empatizzare proprio con uno stupratore, mostrandocelo, nonostante tutto, come uno degli agenti più sensibili ai bisogni delle detenute. Pur non mettendo mai in dubbio che la violenza sia effettivamente avvenuta (attraverso i costanti “promemoria” del grillo parlante Boo), OITNB ci sfida a guardare chi l’ha perpetrata con gli stessi occhi con cui abbiamo imparato ad osservare le ormai amate inquiline della prigione. Il ritratto di Coates, che inizialmente non sembra nemmeno rendersi conto di aver commesso uno stupro e poi ammette di provare ancora una spinta violenta verso la propria vittima,  è non solo disturbante ma anche e soprattutto provocatorio, laddove ci mostra un uomo comunque in grado di  controllare la sua tendenza all’aggressività e pronto a dissociarsi il più possibile dalla persona che è diventato. Se siamo riusciti a perdonare Pennsatucky per aver commesso un omicidio a sangue freddo e a contestualizzare questo reato all’interno di una storia personale fatta di degrado ed abusi, allora possiamo riservare lo stesso trattamento anche alla guardia carceraria che l’ha violentata, per quanto risulti difficile e quasi offensivo in una società che fatica ancora a riconoscere l’esistenza e la gravità della violenza sessuale. Si tratta di un passo avanti importante per la serie, che dimostra di avere ben chiari i meccanismi di immedesimazione ed empatia in grado di innescare, nonché di saperli sfruttare al meglio facendo traballare le certezze del proprio pubblico e contemporaneamente ponendo alla sua attenzione questioni etiche di grande urgenza e rilevanza.

Orange Is The New Black - L'altra faccia di LitchfieldIl mondo della prigione, vogliono infine dirci gli autori, non è deleterio soltanto per chi ci vive forzatamente, ma anche per chi vi si reca ogni giorno di sua spontanea volontà. Molto più che le parole di Caputo, il quale confessa di trovarsi di fronte ad un lavoro impossibile ed invita Bayley ad allontanarsi prima che sia troppo tardi, sono le storie di Piscatella, dei veterani, di Coates ed infine dell’inconsapevole assassino di Poussey a dimostrare come una certa mentalità ed un sistema distorto possano corrompere tutto ciò che toccano.
Mostrandoci l’altra faccia della medaglia, Orange is the New Black è quindi diventato uno show migliore, più solido, più coraggioso e forse anche più “utile”.

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Informazioni su Francesca Anelli

Galeotto fu How I Met Your Mother (e il solito ritardo della distribuzione italiana): scoperto il mondo del fansubbing, il passo da fruitrice a traduttrice, e infine a malata seriale è stato fin troppo breve. Adesso guardo una quantità spropositata di serie tv, e nei momenti liberi studio comunicazione all'università. Ancora porto il lutto per la fine di Breaking Bad, ma nel mio cuore c'è sempre spazio per una serie nuova, specie se british. Non a caso sono una fan sfegatata del Dottore e considero i tempi di attesa tra una stagione di Sherlock e l'altra un grave crimine contro l'umanità. Ah, mettiamo subito le cose in chiaro: se non vi piace Community non abbiamo più niente da dirci.


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3 commenti su “Orange Is The New Black – L’altra faccia di Litchfield

  • Federica Barbera

    Brava Francesca, un ottimo approfondimento per delle figure che in questa stagione sono state disegnate in un modo accuratissimo, peraltro con un crescendo devastante che ha portato a quella conclusione così terribile e per mano del più “innocuo” di tutti.
    Mi ha sorpreso tra l’altro il personaggio di Piscatella, che inizialmente viene presentato quasi come un personaggio “””comicamente””” rigido (mi si accettino le virgolette: intendo che molte delle sue fisse, tipo quella delle gang, all’inizio avevano tratti quasi leggeri, come se sì, fosse un tizio a cui stare attenti, ma in sostanza “innocuo”). Invece quando comincia a fare di testa sua ignorando completamente Caputo, ecco, lì diventa il capobranco della SUA gang, come giustamente sottolinei tu: e da lì per me è stata una vera sofferenza, perché non c’è più nessuno a cui poter appellarsi e si sente fino in fondo il senso di impotenza davanti alle più grandi ingiustizie perpetrate ai danni di persone che saranno anche colpevoli dei peggiori crimini, ma che rimangono persone. Non so cosa mi abbia fatto stare peggio (escludendo Poussey vista la dinamica comunque non volontaria), se la scena del topolino o l’accanimento contro Crazy Eyes fino a spingerla a combattere.

    La vicenda Coates è stata davvero inedita, difficilissima da trattare (il pericolo di incappare in fraintendimenti di indulgenze varie era alto) e soprattutto da analizzare, ma devo dire che l’ha fatto in modo impeccabile. Brava!

     
    • Francesca Anelli L'autore dell'articolo

      Grazie!
      Quello che scrivi su Piscatella è verissimo, ed è forse la cosa più agghiacciante. Vedere come dei comportamenti all’apparenza innocui possano poi degenerare rapidamente e provocare addirittura la morte di una persona fa senza dubbio impressione. OITNB quest’anno ha voluto sicuramente dare al suo pubblico una bella lezione.

       
  • Travolta

    Scrivo qui sotto in OT perche’ non so dove altro scriverlo .Una recensione per Wentworth anche solo per stagione (la quarta in onda adesso la trovo molto valida)non e’ possibile averla? Capisco che ce ne sono tantissime ma qualche parola su questo prodotto australiano imo si potrebbe spendere.