SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2

SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2Al centro del SerialFight di questa settimana ci sono le prime due stagioni di American Crime, serie antologica della ABC che ogni anno pone come fulcro della propria narrazione uno o più crimini rilevanti non tanto per il mistero intorno a cosa sia davvero accaduto, ma per la miriade di implicazioni che si portano dietro.

Sin dal pilot avevamo sottolineato un fattore troppo spesso dimenticato di American Crime e che riguarda la sua capacità di portare su un canale generalista e familiare come la ABC delle tematiche solitamente appannaggio dei canali cable: argomenti come sessualità, razzismo, violenza e bigottismo vengono affrontati con estrema sincerità dalla serie di John Ridley, il quale non sembra affatto volersi tirare indietro quando si tratta di toccare argomenti particolarmente delicati; tra l’altro, lo fa anche con uno stile registico e di montaggio assai originale e ben lontano dalla convenzionalità estetica che coinvolge la maggioranza dei prodotti per il grande pubblico. Le stagioni sono poi di natura antologica: pur facendo uso degli stessi attori, gli autori raccontano ogni anno una differente storia, un differente crimine in grado di mettere a nudo l’ipocrisia ed i timori dell’America benpensante e rurale. Al centro di questo scontro tra le due stagioni, dunque, non vi è tanto l’argomento trattato (per quanto abbia ovviamente il suo peso nel giudizio generale), quanto le differenze espresse nelle modalità di racconto e alcuni criteri ritenuti fondamentali per una serie che, con molto coraggio, decide di trattare tematiche di strettissima attualità in un’America sempre più spezzata e divisa internamente.

La potenza del crimine

SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2Parlare di American Crime significa porre l’attenzione in particolare sul caso “giudiziario” di maggior rilievo della stagione, senza però guardarlo (o almeno, non solo) dall’ottica giuridica, bensì ponendo particolare enfasi sui personaggi che ne sono toccati e come quel crimine influisce su chi ne è protagonista o ne viene coinvolto. La prima stagione si concentra sull’assassinio di Matt Skokie, veterano della guerra in Afghanistan dopo gli eventi dell’11 settembre, e del tentato omicidio di sua moglie Gwen; seguendo i disperati tentativi di Barbara e Russ, i genitori divorziati di Matt, si cercherà di fare luce su che cosa sia avvenuto veramente (ma non avremo mai una risposta davvero soddisfacente), inserendo in tutto questo anche tre uomini non-bianchi, elemento fondamentale, che sono, direttamente o indirettamente, legati al delitto stesso. Non è però la risoluzione del crimine ad essere al centro della stagione, che in questo lascia un leggero senso di insoddisfazione, quanto il modo in cui le persone che ne vengono coinvolte reagiscono a cioè che è accaduto. È una attenta e ragionata analisi sulla fine della famiglia americana che dimostra in più occasioni di essere ben diversa, sotto ogni punto di vista, da ogni facile rappresentazione patinata: praticamente non c’è singola famiglia rappresentata nella serie che non sia altamente disfunzionale.

SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2Per quanto riguarda la seconda annata, invece, qui più che di crimine dovremo parlare di crimini: se infatti la stagione si apre con l’accusa di stupro subito dal giovane Taylor, è il grande colpo di scena a metà del racconto che spariglia completamente le carte, con l’assassinio di Wes perpetrato proprio da chi fino a poco prima era la vittima sminuita e dileggiata. Un approdo lento e ben studiato, quello da parte degli autori della seconda stagione, che è riuscito con grande abilità a rappresentare il dolore emotivo nel quale Taylor era ormai intrappolato e da cui solo con estrema difficoltà e gran dolore poteva liberarsi. Non solo il caso di violenza sessuale ha permesso di interagire con la vittima stessa del reato e di scivolare nelle turbe della sua anima, ma è soprattutto la scelta di avere quest’ultima come protagonista del secondo crimine a rendere il caso molto più complesso e sorprendente. Seguire Taylor nella sua discesa nell’abisso, nel suo personale modo di reagire alla violenza sessuale subita e nell’unico modo che trova per rivalersi su chi lo voleva solo silenzioso e sottomesso è quanto di più vitale e terrificante American Crime potesse servire al proprio pubblico.

Entrambe le stagioni riescono, quindi, a trovare nella tematica principale di cui si occupa la serie una grande spinta narrativa, utilizzando con efficacia il racconto iniziale per rappresentare qualcosa di più ampio e preciso in un’analisi della società americana estremamente lucida e cinica. Per questo motivo, data la bravura di Ridley e dei suoi di sfruttare con abilità le basi che egli stesso ha gettato, la sfida intorno alla potenza del crimine non può che terminare in un pareggio.

L’intreccio narrativo

SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2Due giovani sposi vengono aggrediti da un ragazzo nero: lui muore, lei è invece vittima di violenza sessuale e lotta in ospedale tra la vita e la morte. Un giovane ragazzo di bassa estrazione sociale frequenta una scuola d’élite e ad una festa della squadra di basket a cui è stato invitato subisce una violenza sessuale. Queste sono le basi da cui le due differenti stagioni prendono il via in una narrazione che va a coprire, più o meno, lo stesso numero di episodi (11 per la prima stagione, 10 per la seconda). Il modo in cui le vicende si evolvono, però, è assai differente per ciascuna annata ed è necessario porvi l’accento: la prima stagione focalizza la propria attenzione non tanto sul delitto in sé, che pure ha largo spazio com’è immaginabile, ma su come quell’omicidio vada a toccare tutte le persone che vi gravitano intorno, a partire dalle due famiglie coinvolte e via via tutti i sospetti ed eventuali complici/favoreggiatori del delitto. Da questa base, infatti, si dipana tutto il resto del racconto che riguarderà il caso giudiziario, l’evolversi delle vicende di Gwen e del modo in cui una perfetta famiglia americana può conservare in sé tutti i germi di una distruzione solo in apparenza ben nascosta e controllata. La narrazione si muove con calma: da un punto di origine, che è il delitto di Matt e la sua de-mitizzazione in particolare da parte del fratello, fino all’epilogo in un lungo percorso con pochi veri scossoni e molte più interazioni tra personaggi; è come se gli autori avessero puntato molto l’attenzione sulle vicende familiari degli Skokie, com’era giusto fare, ma avessero voluto nel frattempo inserirvi anche una narrazione di ordine più ampio, in un racconto nel racconto (quello delle proteste dei neri, ad esempio) che è però privo del necessario mordente e dell’indispensabile ampio respiro. Non tanto meglio va alla drammatica e complessa relazione sentimentale tra Aubrey e Carter che troverà solo nel tragico finale il vero momento di poesia di cui la si voleva rivestire.

SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2Diverso l’andamento della seconda stagione che ha un inizio con un impatto emotivo meno denso del precedente – diverso il tipo di crimine, coperto dal manto di vergogna con cui comprensibilmente Taylor lo vive – ma acquista vigore man mano che la serie procede, con la propria perfetta costruzione di quel senso di impotenza vissuto dal ragazzo, tra l’altro vessato e malmenato da chi voleva impedirgli di parlare; tutto questo raggiunge l’apice nel delitto a scuola e nell’inferno che quella situazione si porta dietro. In definitiva, gli autori scelgono per il secondo anno un diverso approccio che è riuscito a gestire meglio il ritmo narrativo generale, approfittando di un secondo crimine totalmente inatteso che riesce a scuotere le fondamenta dell’intero sistema; oltre quindi alle varie vicende che riguardano Taylor c’è anche l’interessante storia personale degli altri due nuclei famigliari, quello dei neri con un costante desiderio di dimostrarsi migliori degli altri e quelli della famiglia che ha difficoltà ad accettare l’omosessualità di un figlio che non se la passa benissimo. American Crime risulta così più centrata e più funzionante rispetto al primo anno, in cui a lungo andare si era percepita la stanchezza di un intreccio che aveva il fiato corto. La seconda annualità è senza dubbio migliore in questo ambito, sempre fresca nonostante il grande spazio necessariamente lasciato alle tematiche emotive e alle conseguenze che esse hanno sui diversi personaggi. Ecco perché questa seconda sfida è vinta dalla seconda stagione.

I personaggi

SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2Una serie televisiva che si rispetti non può prescindere, ovviamente, dai propri personaggi, siano essi protagonisti, secondari, o solo di contorno. Se c’è un ambito in cui American Crime ha dimostrato di essere perfettamente a proprio agio è nella scrittura di personaggi in grado di attrarre l’attenzione dello spettatore grazie alla profondità e alla pluridimensionalità dei loro caratteri: nessun personaggio, per quanto secondario, è mai banale, anche perché interpretati da attori spesso perfettamente in parte (ricordiamo che Regina King ha vinto un Emmy proprio per la sua interpretazione nel primo anno). In questo ambito, la prima stagione ha saputo regalarci l’odiosissimo ma vivissimo personaggio di Barb interpretato da una superba Felicity Huffman chem nei panni di una madre privata del proprio figlio ma anche attraversata da innegabili istinti razzisti (di quel razzismo interiorizzato e nemmeno lucido), spicca proprio per l’ambiguità di essere una vittima molto scomoda. Come quel personaggio racconta, ma non è certo l’unico, John Ridley non permette mai ai suoi personaggi di essere qualcosa di archetipale, un simbolo in un racconto allegorico: tutto è estremamente reale e vivo in questa narrazione, anche al punto di sovvertire molto spesso le regole basilari della televisione di intrattenimento, così avvezza a mettere lo spettatore a proprio agio con personaggi positivi e negativi chiaramente identificabili. Ecco, dunque, che la famiglia perfetta americana è rappresentata da un ex militare spacciatore e da una moglie libertina, un padre che è disgustato dalle abitudini sessuali della propria figlia, un figlio che si vergogna di presentare la propria fidanzata asiatica alla madre razzista: tutte situazioni perfettamente credibili ma al limite della sostenibilità per una descrizione impietosa del genere umano.

SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2Non si allontana da qui nemmeno la seconda stagione: non solo perché, come più volte ribadito, Taylor è sessualmente confuso e dunque difficilmente etichettabile, ma perché è vittima di uno stupro troppo spesso considerato, dato che è subito da un uomo, meno grave (per quanto non meno odioso sia il reato), per diventare poi esecutore di una vendetta sommaria. Abbiamo inoltre una madre alla disperata ricerca di farsi perdonare il difficile passato e che costringe il figlio a lottare per qualcosa che forse non avrebbe voluto ricordare; una donna nera che è disposta a sacrificare chiunque per poter prendere le distanze da chi può nuocere all’immagine della propria famiglia ed in particolare del figlio; un ragazzo gay costretto ad un coming out di cui avrebbe fatto volentieri a meno e che è finito in una spirale di violenza che lo conduce ad incontri sessuali occasionali e brutali. Anche qui, dunque, la situazione è molto più complessa di quanto siamo abituati a vedere ed è forse uno dei pregi principali della scrittura di John Ridley: non si può dare nulla per scontato ed ogni singolo personaggio ha una tale complessità che è troppo difficile, salvo particolari momenti, individuare dei tratti peculiari banali e/o prevedibili. Per questa ragione anche questa sfida non può che chiudersi in parità.

Il coraggio delle tematiche

SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2Come anticipato, American Crime ha come merito principale l’aver deciso di instaurare con il proprio spettatore un dialogo duro e sincero: con una encomiabile delicatezza di scrittura che non si trasforma mai in superiorità morale o intento educativo, la serie si dedica ad alcuni dei temi più delicati della società contemporanea americana senza nascondersi dietro falsi moralismi o una troppo semplice identificazione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

La prima stagione della serie non fa mistero nemmeno per un attimo degli argomenti che andrà ad affrontare: il tema cardine della prima annualità riguarda, infatti, il razzismo insito nella società americana. A partire dal personaggio interpretato da Felicity Huffman e via via attraverso quelli di Benito Martinez e Regina King, lo spaccato sociale messo in mostra dalla serie riguarda gli Stati Uniti d’America quale coacervo di differenze solo apparentemente appianate ed integrate. I motivi religiosi e razzisti di una cultura come quella americana fanno sì che le differenze tra popoli e ideali siano costantemente evidenti nella loro ipocrisia; e se i bianchi vivono in una sensazione esagerata di accerchiamento che conduce alla formulazione di un crimine d’odio di un nero contro un loro simile, alla stessa maniera Aliyah/Doreen, convertitasi all’Islam, è ben consapevole di un “noi” e “loro” che non permette in nessun modo alcuna reale integrazione. La stagione, dunque, non si tira indietro nell’indicare agli USA i propri punti di razzismo (non è un caso che John Ridley sia anche lo sceneggiatore di 12 anni schiavo); ciò che però non funziona appieno è l’eccessivo numero di argomenti richiamati dalla stagione, che va a toccare, oltreail succitato razzismo, anche le tematiche di droga, dipendenze, sesso, mezzi di informazione, gang latine, religione, padri single… fin troppe cose per riuscire a gestirle con polso di ferro, e la sensazione è che di alcune di queste si sarebbe potuto volentieri fare a meno.

SerialFight: American Crime Stagione 1 vs Stagione 2È su questa idea che si muove la seconda stagione che, a fronte di un minor numero di tematiche affrontate, si occupa di approfondirle con più cura e studiarle, senza mai, però, trovare un punto fermo ai problemi in grado di soddisfarli tutti. Se, infatti, è la violenza sessuale il tema da cui si parte, e nella particolarissima ottica che vede coinvolto, quale vittima, un uomo, si arriva anche a trattare il tema dell’omosessualità e delle aspettative sociali, spesso legate – anche qui, sebbene con una diversa incisività rispetto alla prima stagione – al razzismo che si insinua anche all’interno dello stesso sistema di classi sociali. Meno argomenti, dunque, ma trattati in modo molto originale: parlare dell’auto-razzismo vissuto da famiglie nere ricche in virtù di un desiderio di distinguersi dai casi di neri socialmente meno abbienti è qualcosa di unico nella televisione americana e proprio per questo rappresenta un racconto di straordinario interesse; e se l’omosessualità è trattata in modo assai diverso da quanto si sarebbe fatto negli anni passati, di particolare efficacia è soprattutto l’aver trasformato il personaggio gay (ma Taylor è davvero gay?) da vittima ad una duplice sfaccettatura di vittima e carnefice insieme, in una situazione di violenza che colpisce visceralmente lo spettatore (ci si riferisce soprattutto alla scena madre-figlio nella tavola calda). Non solo, dunque, non vi è alcuna edulcorazione delle tematiche affrontate, ma vi è anche il coraggio di guardarle da un altro punto di vista che non sappia di già noto o alleggerito per la televisione. Certo, non tutto è perfetto (e le vicende della scuola pubblica non sono particolarmente riuscite), ma senza dubbio è la seconda stagione ad avere la meglio nella gestione delle proprie tematiche e nel coraggio circa la loro esecuzione.

IL NOSTRO RISULTATO

È evidente, con una schiacciante vittoria di 4 a 2, che la seconda stagione di American Crime sia complessivamente più riuscita della prima in quasi tutti i punti presi in analisi. Non che il primo anno sia stato così malvagio, beninteso: ma era chiaro sin da subito quanto Ridley e il suo team dovessero ancora prendere confidenza con la montagna di argomenti che avevano a disposizione; hanno saputo brillantemente rafforzare i punti deboli della serie ed esaltare ulteriormente quelli che già funzionavano.

IL VOSTRO RISULTATO

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Mario Sassi

Napoletano trapiantato da anni a Roma, non nasconde la sua anima nerd e la sua passione per serie TV e cinema.

1 Risposta

  1. Travolta scrive:

    Qui sono personalmente abbastanza in difficolta’ . Se sono obbligato a scegliere complessivamente preferisco la 2 serie ma come avete scritto anche voi per me stagione 1 ha davvero uno dei finali piu’ emozionanti che io ricordi ed anche quello fa tanto …

     

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