The Get Down – Stagione 1 Parte 1 1


The Get Down - Stagione 1 Parte 1Il progetto più ambizioso e costoso della storia, pur recente, di Netflix è uscito dalla mente fervida (e un po’ megalomane) di Baz Luhrmann – ideatore e cuore creativo di una squadra di scrittori, registi e produttori provenienti dai mondi più eterogenei. Il risultato è The Get Down, una lettera d’amore al mix culturale di New York e omaggio alla musica in tutte le sue forme.

Shaolin’s the DJ that we call conductor
‘Cause Shaolin Fantastic’s a bad motha******

The Get Down - Stagione 1 Parte 17,5 milioni di dollari a puntata per 12 episodi con circa 120 di costo complessivo, registi come Ed Bianchi, Andrew Bernstein, Michael Dinner, autori come il premio Pulitzer Stephen Adly Guirgis (ex direttore della LAByrinth Theater Company), ma anche rapper come Nas e studiosi della cultura black come Nelson George sono le personalità di cui Luhrmann si serve per costruire un’operazione ricca, stratificata ed estremamente sperimentale che racconta delle origini del rap attraverso la storia semi-finzionale di Grandmaster Flash (leggenda del rap, produttore associato della serie ma anche personaggio) e della sua crew The Furious Five.
Il mondo di The Get Down è la New York sporca del 1977, quella del Bronx abitato da un mix di neri e portoricani, costantemente territorio di guerra delle gang, dell’estate di Son of Sam, delle strade così piene di criminalità da dichiarare una vera e propria emergenza nazionale – non a caso film come Escape From New York e Assault on Precinct 13 sono stati scritti in quel periodo; ma è anche la New York della nascita della figura del DJ e del fiorire della cultura hip-hop attraverso la musica ma anche i graffiti e l’abbigliamento.
L’immaginario estetico dell’hip-hop è nato in questi anni, quando pian piano le tute Adidas e i cappellini da baseball hanno sostituito i pantaloni a zampa e le acconciature afro della disco e della Blaxploitation, ed è a questo immaginario che Luhrmann fa riferimento come sfondo della sua storia.

Do not underestimate the crayon, grasshopper. I hand you the magic, the mystery, the opening.

The Get Down - Stagione 1 Parte 1Si tratta di una storia che è puro romanticismo camp, estremamente coerente con la precedente produzione cinematografica di Luhrmann: in The Get Down c’è la voglia di riscossa sociale dei giovani attraverso l’arte di Strictly Ballroom, c’è la rivalità familiare e il contesto violento (anche se sublimato e coloratissimo) di William Shakespeare’s Romeo + Juliet, c’è il mix di period drama e contemporaneità di Moulin Rouge, ci sono anche l’ambiziosa volontà di raccontare “the birth of a nation” di Australia e il malinconico amore per la decadenza e la corruzione di The Great Gatsby.
Il tutto è raccontato con lo stile del pastiche che caratterizza il regista australiano, mescolando riferimenti, generi e ispirazioni in un calderone variopinto, sempre sopra le righe sia visivamente – i movimenti di macchina isterici, il montaggio che mescola footage originale e rielaborazioni digitali, i costumi e le scenografie eccessivi e quasi caricaturali – che dal punto di vista di un plot in grado di mettere in scena tutti i topic del musical classico e moderno, mescolati a una trama politica e innumerevoli citazioni cinematografiche.
Dai film di Bruce Lee a The Warriors, dallo Studio 54 a Saturday Night Fever, ogni inquadratura di The Get Down rimanda a qualcos’altro, in una sorta di puzzle citazionista; è la fantasia irriverente di un ragazzino australiano cresciuto con i film americani di quel periodo che miracolosamente finisce per comporre una originale e divertente opera, in grado di restituirci una New York più sognata che reale, anche se sorprendentemente coerente con la realtà dei fatti.

Houses… not projects that were built to segregate and warehouse the working poor… homes for my rainbow people.

The Get Down - Stagione 1 Parte 1Sostanzialmente, lo scheletro di The Get Down è la storia di un sogno, di una missione; e, come tutti i personaggi di Luhrmann, il protagonista Ezekiel è un sognatore, un eroe tragico (indipendentemente dal finale) che insegue un ideale. In questo caso l’ideale è dar voce alle proprie capacità di scrittore, una missione impossibile da realizzare senza prima risolvere il conflitto interiore tra il desiderio di uscire dal Bronx e avere successo, e la volontà di restare fedeli alla strada, agli amici, di lavorare per migliorare il contesto in cui è cresciuto anziché scappare.
Ragazzino orfano portoricano, Ezekiel ha nella propria abilità con le parole la vera risorsa da sfruttare, senza margini di errore perché un solo passo falso può farlo affondare nelle sabbie mobili della piccola criminalità o ancor peggio di una vita mediocre.
L’amore per Mylene, coetanea dalla voce melodiosa e dall’ambizione feroce, è la forza che tende a portarlo lontano dal quartiere, verso la musica disco delle case discografiche e verso una vita ripulita; l’amicizia con Shaolin – delinquentello, writer e aspirante DJ, allievo di Grandmaster Flash – è la via verso qualcosa di diverso, verso quella musica e quel movimento culturale nascente che è la vera voce del mondo cui Ezekiel appartiene, ma che a quel mondo lo terrà anche inevitabilmente legato.

“Your discos are full of drugs and homosexuality. There’s no place for the word of God in your disco.”
“People in the discos, they want to feel raised up, they want God, they want the light.”

The Get Down - Stagione 1 Parte 1Da un punto di vista ideologico, The Get Down è West Side Story che incontra Spike Lee nel desiderio di raccontare un conflitto che è anche da sempre la forza propulsiva dell’hip-hop: l’impossibilità di avere successo e allo stesso tempo rimanere fedeli alle regole e all’etica del Quartiere, di essere un artista riconosciuto mantenendo lo street credit necessario per essere rispettato da coloro con i quali ci si misura al di fuori dei grandi numeri delle vendite di dischi e dei soldi.
Per Ezekiel come per Shaolin, come per Papa Fuerte (zio di Mylene e boss del Bronx, liberamente ispirato alla figura reale di Ramon S. Velez), il rispetto di coloro con cui si è cresciuti e la fedeltà alle proprie radici sono la base per giudicare se stessi e il proprio valore, al di là degli scopi e delle passioni personali.
Per questi uomini l’amicizia, l’amore, la famiglia, l’arte e l’onestà si intrecciano ed entrano continuamente in conflitto, in un contesto reale che accentua la tragicità della storia sotto la patina brillante e caleidoscopica della messa in scena; dove questo conflitto sembra irrisolvibile, entra in scena il potere salvifico e unificante della musica, vera liturgia non religiosa che oltrepassa i confini dell’età, della razza e delle convenzioni sociali.
Che sia un duello tra crew – come quello, spettacolare, del sesto episodio – o un ballo nostalgico tra vecchi amanti alla luce di una candela, o ancora una gara di ballo alla discoteca Les Inferno, in The Get Down ogni vero passo avanti nella trama arriva sulle note di una canzone o sullo scratch di un vinile, come nella migliore tradizione del musical.

The Get Down - Stagione 1 Parte 1La musica è anche la parte migliore di uno show che spesso tende (ma era difficile aspettarsi altro da un regista come Luhrmann) ad essere esagerato, affrettato e a lasciare da parte l’approfondimento dei personaggi, specie quelli femminili, in nome di un plot che risulta finalizzato alla spettacolarità più che alla coerenza. Ma al di là della sua evidente autorialità, con tutti i vantaggi e i limiti che comporta, The Get Down è sicuramente qualcosa che lascerà un segno nella serialità e che vale la pena di vedere e godersi, possibilmente con un binge in puro stile Netflix, lasciandosi incantare da una ricchezza visiva e dall’entusiasmo genuino e ingenuo di questa origin story che è quasi una favola.

Voto: 7½

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Informazioni su Eugenia Fattori

Bolognese di nascita - ma non chiedete l'età a una signora - è fanatica di scrittura e di cinema fin dalla culla, quindi era destino che scoprisse le serie tv e cercasse di unire le sue due grandi passioni. Inspiegabilmente (dato che tende a non portare mai scarpe e a non ricordarsi neanche le tabelline) è finita a lavorare nella moda e nei social media, ma Seriangolo è dove si sente davvero a casa.


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Un commento su “The Get Down – Stagione 1 Parte 1

  • Benedetto

    Sono d’accordissimo! The Get Down è una serie intelligente e leggera, coloratissima e colta, raffinata e paracula. Visivamente è un orgasmo cromatico e musicalmente spacca i culi. Riesce a spiegare ai neofiti buona parte della cultura hip hop, sia essa racchiusa nell’esaltazione per un passo di “break shaolin” o per la credibility assicurata dal graffito più estremo. Il concetto stesso di “suonare i piatti” viene spiegato attraverso un magico passaggio di consegne che ha del geniale. Quello che più mi è piaciuto, a me che odio i musical, è che il film non è una scusa per fare sentire delle canzoni (per cui sul più bello tutti si mettono a cantare invece di recitare) dentro un plot baggiano, ma è l’elemento che accompagna e guida costantemente la trama, che è complessa, articolata, densa. C’è la droga, il ghetto, la voglia di riscatto, l’adolescenza, la controcultura, la politica, la famiglia, gli amori, la violenza, la politica e, soprattutto, la musica e la cultura black della NY di fine anni ’70… tutto è ovviamente leggero (stiamo parlando di Baz Luhrmann, mica di David Simon), ma c’è comunque tutto, o quasi tutto quello che serve. Pensate se una roba del genere l’avessero mischiata con Luke Cage, ove la negritudine – che dovrebbe essere regina – rimane talmente sulla superficie e stereotipata da risultare stucchevole. Bellissimo l’uso di filmati originali e di immagini sgargianti dell’universo visivo “luhrmaniano”, universo che, tra l’altro, si sposa perfettamente coi cromatismi dei graffitari e delle tag.
    Per ora, promossa a pieni voti. Se volete la vita vera, c’è sempre The Wire. Ma qui si vuole fare altro e lo si fa da dio. Complimenti e grazie Eugenia del consiglio