Crisis in Six Scenes – Stagione 1 3


Crisis in Six Scenes – Stagione 1Quando si affida a un autore così celebre come Woody Allen una serie tv, il minimo che ci si può aspettare – e probabilmente si desidera – è che il risultato sia qualcosa con un’impronta così netta da giustificare l’investimento. Un azzardo che, almeno a giudicare da come lo show è stato recepito, si potrebbe considerare a tutti gli effetti un passo falso. Ma lo è davvero?

Maybe I should dump this whole idiotic television series thing and give one last shot to writing the book.

Crisis in Six Scenes – Stagione 1Per cercare di capire se la libertà creativa che ad Allen è stata lasciata dalla rete – praticamente carta bianca sia nel formato, che nella sceneggiatura, che nella scelta del cast – sia stata una prova di fiducia ben riposta, un’astuta operazione di marketing oppure un fallimento totale, probabilmente la strada più giusta è partire dai risultati effettivi.
Non potendo esaminare la situazione da un punto di vista di rating, dato che parliamo di una piattaforma in streaming, possiamo ragionare solo da un punto di vista di notiziabilità: di fatto, Crisis in Six Scenes ha fatto balzare una serie Amazon in pochi giorni in cima ai titoli dei magazine internazionali, il che è di per sé un evento assolutamente inedito.

Crisis in Six Scenes – Stagione 1Per un player che finora aveva ottenuto ottimi riscontri di critica, soprattutto grazie a Transparent (che però essendo una serie di nicchia non ha mai trovato davvero spazio sui media più generalisti), ma che non era ancora riuscita ad emergere davvero, parzialmente schiacciata dalle impeccabili strategie della concorrente Netflix, non può essere un risultato indifferente quello di ritrovarsi improvvisamente coinvolto in quella che sembra quasi una gara che coinvolge spettatori, critici e blogger e li stimola a trovare difetti e a massacrare l’opera nei modi più creativi.
E, per quanto la formula “bad advertising is good advertising” possa essere considerata forzata e anche un po’ obsoleta, con Crisis In Six Scenes Amazon si è ritrovata catapultata agli onori delle cronache non solo televisive, ma anche della critica cinematografica.

It’s now, officially there. We’re criminals. We’ve crossed the line. This is it.

Crisis in Six Scenes – Stagione 1Ciò, ovviamente, non indica di per sé il fatto che lo show di Allen sia effettivamente un buon prodotto e la realtà, anche a dispetto di chi scrive, è che Crisis In Six Scenes rappresenta uno di quei casi in cui scrivere una recensione potrebbe essere anche superfluo: la sostanza della serie è tutta nell’autore e nel titolo.
Nell’autore, perché questo show è puro Allen, quello della sua commedia più classica che cita il grande cinema e strizza l’occhio all’attualità, con i suoi spassosissimi siparietti dedicati ai tic della famiglia ebrea borghese e ai tormenti esistenziali dei benestanti intellettuali presentati tra il serio e il faceto. Ed è un universo narrativo così distintivo che si può amare oppure odiare, ma che è indissolubilmente legato alla sostanza del lavoro del regista, anche e soprattutto per come viene percepito dal grande pubblico. Quello di Amazon non è quindi l’Allen dei film considerati migliori come Manhattan o Hannah e Le Sue Sorelle, non è quello raffinato e bergmaniano, ma è quello di Anything Else, Scoop, La Maledizione dello Scorpione di Giada; è il Woody che non si impegna per stupire, ma si diverte e cerca di far divertire.

I met Alan. I gave him marijuana.

Crisis in Six Scenes – Stagione 1La sostanza è intrinsecamente legata anche al titolo, appunto. Crisis In Six Scenes è una frase che, anche solo facendone una traduzione letterale, arriva ben dritta al punto: chiarisce che quella che vedremo è una piccola cosa, sei scene soltanto, come sei piccoli bozzetti che vanno a formare un ritratto lieve e spassoso della crisi di una coppia colta ma tradizionale, toccata dal contemporaneo attraverso l’arrivo della rivoluzionaria in fuga Lennie, che farà da catalizzatore per far emergere frustrazioni, insoddisfazioni, piccoli conflitti, ma anche il lato migliore dei protagonisti.
La bomba emozionale (ma non solo) che esplode a casa di Sidney e Kay Munsinger, sconvolgendone la routine e rivoltando come un tornado le vite di pazienti, amici e famiglie, ha il volto paffuto e inconsueto di Miley Cyrus, forse la scelta di cast più azzardata e meno riuscita della serie, un comic relief solo parzialmente volontario. Il suo overacting e la generale sgradevolezza della sua recitazione e della sua voce (anche se contribuiscono ad accentuarne l’estraneità con il contesto) sono francamente insopportabili, tanto che la serie regala i suoi momenti migliori solo in sua assenza.
Prova ne è il quinto episodio (forse il migliore in assoluto), in cui la Cyrus appare a malapena e la straordinaria coppia Woody Allen e Elaine May domina la scena, regalandoci un delizioso duetto in stile Misterioso Omicidio A Manhattan, in versione ottuagenaria.

It’s almost like you’re a total psychopath, but exciting.

Crisis in Six Scenes – Stagione 1Sostanzialmente, Crisis In Six Scenes è tutta qua e non vuole essere nulla di più: non certo un progetto senza difetti, ma un momento di televisione significativo se non altro per la volontà di creare qualcosa di differente e sperimentare ancora sui formati. Il formato della serie, infatti, è completamente al di fuori dei canoni televisivi attuali, come abbiamo già sottolineato nella recensione del pilot: minutaggio ristretto a fronte di una serializzazione quasi assente, estremamente aderente agli stilemi non solo del cinema di Allen, ma del cinema classico in generale; un’anomalia che rappresenta la motivazione della maggior parte dei detrattori della serie, ma forse anche uno dei suoi maggiori motivi di interesse. Nel suo essere null’altro che un “piccolo” film tranciato in sei episodi, la cui non televisività emerge prepotentemente (soprattutto nei primi episodi, in cui il ritmo è rallentato rispetto a quelli finali), Crisis In Six Scenes risulta un esperimento anomalo e difficile da inquadrare.
Ma anomalo non vuol dire malriuscito, così come piccolo non significa brutto, o minore; sperimentare nuove modalità di raccontare significa a volte tornare indietro verso il passato e le origini della serialità, che risiedono anche nel cinema classico, pur con obiettivi, pubblico e modalità di ricezione profondamente diverse.

Crisis in Six Scenes – Stagione 1Crisis In Six Scenes sceglie una strada imperfetta – sicuramente più adatta a event series come questa che alla normale programmazione di un palinsesto televisivo, ancorché cable – ma meritevole di essere esplorata.
Ed è senz’altro interessante come ci volesse un Autore cinematografico celebrato e ottantenne per osare qualcosa di così differente, che si inserisce nel clima di sperimentazione televisiva degli ultimi anni e che, seppur non perfettamente riuscito, ci fa riscoprire la comicità classica, ma soprattutto ci offre l’occasione insperata di rivedere un Woody Allen attore in quella che potrebbe essere una delle sue ultime performance.

Voto: 7

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Informazioni su Eugenia Fattori

Bolognese di nascita - ma non chiedete l'età a una signora - è fanatica di scrittura e di cinema fin dalla culla, quindi era destino che scoprisse le serie tv e cercasse di unire le sue due grandi passioni. Inspiegabilmente (dato che tende a non portare mai scarpe e a non ricordarsi neanche le tabelline) è finita a lavorare nella moda e nei social media, ma Seriangolo è dove si sente davvero a casa.


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3 commenti su “Crisis in Six Scenes – Stagione 1

  • claudio1987

    Purtroppo non riesco a trovare nulla di differente da un lungometraggio alleniano, inserendosi questo a mio parere ad un livello medio tra i fasti della prima cinematografia alleniana e la terribile e dozzinale produzione sempre dello stesso di questi ultimi anni. Di per sè è un buon progetto, con momenti anche abbastanza divertenti, che però sono portati avanti dal solo Allen, che risulta essere il personaggio più esplorato. Gli altri sembrano dei semplici contorni, per non parlare dell’inutilità delle presenza di Miley Cirus. Insomma un buon prodotto, sembra una specie di rantolo finale di un grande cineasta che ha avuto una grande carriera e una enorme produttività, anche se le due cose hanno preso purtroppo strade diverse. Per il resto, credo che 7 sia generoso, una sufficienza a mio parere basta e avanza

     
    • Eugenia Fattori L'autore dell'articolo

      Ciao Claudio, il 7 è dato complessivamente al progetto, che per me include anche la lungimiranza di Amazon nello sposare un progetto del genere (che col nome che coinvolge, era una garanzia e un rischi al tempo stesso). Io mi sono molto divertita, non è certo la sua cosa migliore, ma occhio a parlare di ultimi rantoli se non hai ancora visto Café Society 😉