The OA – 1×01 Homecoming

The OA - 1x01 HomecomingIl 2016 è stato un anno prolifico per Netflix, pieno di novità molto fortunate e di conferme acclamate. Eppure a metà dicembre il servizio di streaming più famoso del mondo è capace di sorprendere ancora una volta, calando l’asso con una serie insospettabile, difficile da decifrare, ma decisamente intrigante.

Non è facile, infatti, riuscire a inquadrare The OA in un genere definito: la serie creata da Brit Marling e Zal Batmanglij si presenta in questo pilot come un organismo capace di pescare a piene mani dal panorama narrativo televisivo – e non – contemporaneo; a partire dal dramma della protagonista, che dà il via alla vicenda, sino alle contaminazioni fantastico-fantascientifiche che affiorano in questa prima ora e venti di stagione. E poi c’è la struttura narrativa che, senza voler rivelare troppo, è del tutto atipica, se non sperimentale e rischiosa. Anche per questo parlare di “Homecoming” senza fare spoiler è un compito estremamente arduo.

The OA - 1x01 HomecomingLa storia racconta di Prairie Johnson, una ragazza un tempo cieca che viene ritrovata dai genitori dopo sette anni nei quali, con loro grande sorpresa, ha riacquistato la vista. Prairie riappare con delle misteriose cicatrici sulla schiena e continuando a riferirsi a se stessa come “the OA”. Cos’è successo in questi sette anni è uno dei grandi misteri del plot. In questo primo episodio vediamo il percorso di reinserimento nella società della donna, con tutte le difficoltà che comporta, e tutta una serie di relazioni che imbastisce con alcuni membri della comunità in cui vive, su cui però sarebbe un errore rivelare di più.

The OA - 1x01 HomecomingQuesta minuscola premessa lascia già intuire le forti connotazioni di mistero che aleggiano intorno alla narrazione, tanto da lasciare adito, nel mondo della critica, ai prevedibili parallelismi con Stranger Things – alimentati dalla condivisione del network su cui sono rilasciati – e, volendo essere più presuntuosi, con Twin Peaks. Scomodare dei mostri sacri come le due serie citate non è cosa da poco, ma effettivamente lo show in esame prende spunto da numerosi prodotti televisivi, anche recenti, per creare qualcosa di nuovo e inaspettato; è un gioco narrativo che vuole accompagnare lo spettatore nello scoprire le numerose influenze artistiche di cui si è fatto carico, proponendo allo stesso tempo una storia avvincente e sempre più intrigante. Oltre alla serie dei fratelli Duffer e all’iconico show di David Lynch è possibile individuare qualche somiglianza anche con Thirteen, miniserie della BBC di quest’anno, riguardo al dramma di Prairie, qualche associazione con lo stile di racconto di The Leftovers e una cospicua influenza del genere horror/thriller in tutte le sue forme.

The OA - 1x01 HomecomingIl cast è ben formato e le interpretazioni sono di ottimo livello, a partire dalla protagonista, il cui volto è della stessa Brit Marling che ha co-creato la serie con Zal Batmanglij – il quale, a sua volta, l’aveva già diretta nel thriller psicologico Sounds Of My Voice. Quest’ultimo è anche alla regia di “Homecoming”, un episodio lungo, denso e perfettamente bilanciato in tutte le sue parti; si presenta, come di consueto per le serie di Netflix, come il primo capitolo di un lungo film diviso in otto parti, con il compito di preparare il terreno e costruire lentamente la suspance intorno all’enigmatica Prairie.

Resta ben poco da aggiungere; The OA giunge a sorpresa proprio quando pensavamo che questo 2016 seriale non aveva altro da offrirci. Non si potrà dare un giudizio definitivo fino alla fine dell’ottavo episodio, ma già da questo primo capitolo è chiaro che, in un modo o nell’altro, la serie di Marling e Batmanglij farà parlare di sé. Il pilot è affascinante, misterioso ed estremamente ben curato: l’obiettivo di “Homecoming” è proprio quello di sorprendere lo spettatore, che, dopo la visione, vorrà sicuramente proseguire il racconto e scoprire tutti i misteri che aleggiano intorno alla protagonista.

Voto: 8,5

 

Davide Tuccella

Tutto quello che c'è da sapere su di lui sta nella frase: "Man of science, Man of Faith". Ed è per risolvere questo dubbio d'identità che divora storie su storie: da libri e fumetti a serie tv e film.

7 Risposte

  1. Mark May scrive:

    Questa serie ha secondo me il pregio di raccontare una storia atipica in maniera atipica.
    Per adesso il maggior parallelismo col mondo televisivo lo trovo,soprattutto nei difetti, con The Leftovers. La storia sembra accattivante, il mistero permea il tutto molto bene ma ho provato la stessa sensazione di finto provincialismo americano che ho provato con the Leftovers. Ho come la sensazione che i personaggi secondari non siano all’altezza della protagonista (che a me non piace ma è un aspetto soggettivo che non fa testo).

    Sintetizzando al massimo credo che il prodotto sia buono, ma secondo me non ha il potenziale per crescere in maniera tale da diventare indimenticabile (come la versione americana di “The Leftovers”),forse un altro contesto avrebbe aiutato lo sviluppo della storia di Prairie… forse.

     
  2. Michele scrive:

    Sono d’accordo con Mark May. L’idea è buona, la realizzazione così così.
    Direi che cerca di essere Stranger a Things: la magie della ordinaria provincia americana, dove è permesso sognare anche se, o forse soprattutto, se si è laser. Purtroppo la serie è confusa e ricorda Leftover negli errori.

     
  3. Martina scrive:

    L’episodio parte abbastanza bene e incuriosisce, dopodiché ci sono diverse forzature che mi hanno fatto storcere il naso e la messa in scena non è certo delle migliori (soprattutto nell’ultima parte).
    Seguirò gli altri episodi per vedere se si riprenderà, ma al momento non ho grandi aspettative.

     
  4. terst scrive:

    Davvero difficile commentare e dare un giudizio evitando spoiler. Ma per quanto alcuni plot-holes abbastanza evidenti e certi elementi un po’ ridicoli (il balletto stile fusione Goku-Vegeta…), mi ha preso subito e l’ho terminata in meno di due giorni. Gli elementi che mi hanno colpito sono una certa originalità nella narrazione, cosa alquanto difficile da trovare ultimamente secondo me quest’oggi (nonostante alcuni topoi triti e ritriti, vedi l’unione del gruppo di reietti e relativo riscatto), e soprattutto i personaggi. Facendo lo scontato paragone con l’ultra osannato (e per me un po’ sopravvalutato, ma questa è un’altra storia) Stranger Things, tra le due bande di misfits protagoniste io ho trovato molto meglio caratterizzati e più interessanti quelli di The OA.

     
  5. Mira Elsa scrive:

    Sono alla quinta puntata, non spoilerate per Giove!

    Non sono d’accordo con voi sui personaggi secondari, che per me non sono male; anche la realizzazione è ottima e l’atmosfera è sufficientemente misteriosa e ti fa venire voglia di proseguire.

    Il problema principale è che ci sono delle cose assurde che fanno i protagonisti (O meglio, delle cose che non fanno) che rendono il tutto poco credibile.

     
  6. Teresa scrive:

    Solo una cosa da aggiungere: definire Twin peaks “mostro sacro” secondo me è ancora poco. Ma Stranger things no, per favore.
    Già solo vedere accostate queste due serie mi fa male agli occhi.

     
    • Davide Tuccella scrive:

      Ciao! Ovviamente non era mia intenzione mettere sullo stesso piano l’importanza e il ruolo che ha la serie di Lynch con Stranger Things, ma non si può comunque negare che quest’ultima ha fatto tanto parlare di sè quest’anno ed è stata – nella maggior parte – osannata dalla critica, tanto da diventare già adesso un punto fermo della serialità; in fondo chi dice che per diventare dei “classici” bisogna che passi tanto tempo? Possiamo discutere sul fatto che ho voluto rischiare un po’ citandolo in quel contesto, ma secondo me la serie dei fratelli Duffer si è già imposta come un metro di paragone nel suo genere, e lo sarà ancora per molti anni, così come lo è ancora oggi Twin Peaks.

       

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