The OA – Stagione 1

The OA - Stagione 1Rendendo disponibile The OA Netflix è riuscita nell’intento, sicuramente soddisfacente, di porre la critica in una situazione di grave imbarazzo. Il lavoro di Brit Marling e Zal Batmanglij, nel bene e nel male, si iscrive in un registro nuovo, probabilmente senza precedenti in ambito televisivo.

Facendo un piccolo esercizio di archeologia con i nomi alle spalle del progetto, possiamo scovarli all’interno del cinema indipendente americano (la Marling ha vinto dei premi al Sundance) e, soprattutto, in calce ad “atopiche” produzioni che mescolano sci-fi, filosofia e una certa dose di surrealismo.
A partire da “Homecoming” ci troviamo di fronte ad un pastiche di generi e contaminazioni senza eguali: si passa dal thriller all’horror claustrofobico, sconfinando volentieri nel racconto di formazione, senza disdegnare l’inserimento di elementi mistici e fantascientifici.
Le atmosfere – di impatto anche la colonna sonora curata da ROSTAM, fratello di Zal Batmanglij e membro dei Vampire Weekend –, caratterizzate dal predominio delle tonalità di grigio e sottolineate dal pallore dell’incarnato dei protagonisti, richiamano, fin dal primo impatto, produzioni di sapore nordico quali Fortitude (con cui The OA condivide la dimensione microcosmica e il gusto per una narrazione spezzettata ed immersa nel mistero) e The Killing, mentre altri show a cui il prodotto di Netflix era stato inizialmente accostato (Stranger Things) si rivelano di ben diversa fattura.

The OA - Stagione 1Detto questo, il punto focale attorno cui si snoda ogni considerazione sta nella presenza di un narratore inaffidabile – psicologicamente turbato – che dà vita ad una narrazione intrinsecamente fallace rivolta ad un doppio interlocutore. L’assenza di un filtro in grado di distinguere tra la realtà e le “turbe” psicologiche di Prairie destabilizza il fruitore del racconto, forzato a crederle attraverso una serie di espedienti tecnici e di costruzione dell’intreccio. Si tratta di un meccanismo che ha precedenti in celebri pagine letterarie (La Coscienza di Zeno, Lolita) e in ambito cinematografico (Paura in Palcoscenico, Life of Pi) ma che a livello televisivo ha una tradizione molto recente (The Affair, Mr. Robot). Ci troviamo di fronte, soprattutto, ad una scelta nuovissima per Netflix che, eccezione fatta per le sottili ambiguità intrinseche alla poetica del personaggio di Pablo Escobar, si era sempre orientata su produzioni dai confini ben definiti, che rappresentavano un genere preciso e riconoscibile per tutti.

Approcciando The OA, è fondamentale essere avvezzi e disposti ad un continuo esercizio di sospensione dell’incredulità; nella costruzione di un intreccio così vasto e complesso, la plausibilità assume un’importanza di secondo piano.
Una volta messa da parte l’incredulità è possibile apprezzare gli aspetti più stimolanti di The OA. Innanzitutto una commistione di generi di tale portata è una novità da non sottovalutare; tuttavia, sull’effettiva riuscita di questo esperimento c’è purtroppo qualcosa da dire dal momento che, ad uno sguardo meno superficiale, che si distacchi criticamente dalla momentanea tensione indotta dal racconto, lo show si rivela un calderone traboccante di spunti e citazioni che sobbollono e si dibattono, costretti ad un’ingrata convivenza senza potersi integrare fra loro.
The OA - Stagione 1In secondo luogo la varietà delle tematiche trattate – non ultimo l’atavico interrogativo sulla morte e sull’aldilà – accompagnata alle massicce iniezioni di mistero solleticano, allettanti, l’immaginario dello spettatore e non falliscono nel tenerlo avvinto di fronte al dipanarsi dell’intreccio.
La figura di Khatun è indicativa di entrambi gli aspetti. Il termine affonda le proprie radici etimologiche nella Turchia pre-islamica e soleva indicare il titolo delle regine (ebbe la stessa funzione, secoli dopo, nell’Impero Mongolo), le parole scritte in braille sul volto della donna dovrebbero (stando alle interpretazioni di esperti online) essere in tedesco, il vestito indossato assomiglia molto ad un sari (indiano) e, nelle interpretazioni più fantasiose, Khatun presenta richiami a diabolici racconti provenienti dal folklore russo. Ciò che ci interessa è, però, la natura sincretica di tale caratterizzazione che la assimila ad un’immagine archetipica comprensibile a tutti, atta ad esplicitare la sua funzione mistico-religiosa.

Prairie, oltre ad essere narratrice di una parte del racconto, è il punto focale da cui scaturiscono gli sconvolgimenti successivi, è l’entità mitopoietica, nel bene e nel male, di The OA.
Gli altri personaggi, di conseguenza, appaiono mestamente costruiti in relazione alla loro funzione all’interno dell’economia del racconto. Qualsiasi pretesa di profondità è rifiutata in maniera programmatica e ciò diventa evidente nel momento in cui “i cinque” si rivelano essere la “reincarnazione” dei compagni di prigionia di Prairie; ogni sussulto di originalità viene soffocato sul nascere e i tentativi poco convinti di costruzione di background falliscono a priori.

The OA - Stagione 1In appendice a tutto ciò abbiamo una serie di avvenimenti non commentabili razionalmente – a partire dalle spassose esibizioni di yoga-pilates dai poteri taumaturgici – che sembrano rovesciati nel mezzo dell’intreccio dopo essere stati partoriti da un sogno particolarmente vivido e che, solo nel finale, vengono corredati dalla parvenza di una spiegazione. Forzando un po’ l’interpretazione si può richiamare il forzato misticismo del controverso finale di Lost sia per le premesse (il susseguirsi di colpi di scena delle cui conseguenze era difficile liberarsi in maniera coerente) che per la conclusione (un momento emozionante e apparentemente gravido di significato).
La speranza è che dietro le voragini narrative e le evidenti lacune si nasconda un progetto più ampio – e teorie in questa direzione stanno iniziando a comparire, sperando che non si tratti di una semplice suggestione dovuta alla nostalgia per l’esercizio preferito di questa stagione autunnale – che possa essere esplicitato da un’eventuale prosecuzione futura. Le figure di Rachel (perché lei non ha mai ricevuto il quinto movimento?) e dello psicologo dell’FBI (che cosa ci faceva a casa di Prairie?) danno adito a dubbi/speranze sul fatto che, quanto mostrato finora, non sia che una parte di una storia più estesa.

In sintesi The OA assolve dignitosamente alla propria funzione intrattenitrice, a patto che la visione non sia interrotta e non si cominci a porre degli interrogativi. Lo show va guardato esclusivamente tramite binge-watching, facendosi trainare dalla curiosità e tacitando il più a lungo possibile la legittima richiesta di plausibilità.

Voto: 5/6

 

Davide Dibello

Un oceano di possibilità si stendeva di fronte a me prima che la pigrizia intervenisse mostrandomi le comodità del letto.

1 Risposta

  1. Michele scrive:

    Bella la recensione: sono d’accordo.
    L’opera ha grandi intenzioni, ma viene fuori male. E’ un peccato, si poteva fare di piu’ per creare legame con il pubblico e sviluppare la storia. Le cose sembrano un po’ forzate, tipo alcuni personaggi che si convertono troppo facilmente e che diventano troppo prevedibili.

     

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