Transparent – Torah, tartarughe e crociere

Transparent – Torah, tartarughe e crociereAl centro del racconto di Transparent c’è sempre stato il tema del cambiamento e di come le dinamiche all’interno di una famiglia si modifichino di conseguenza. Nella terza stagione però la prospettiva si allarga e decide di focalizzarsi più da vicino anche sul contesto in cui si muove la famiglia Pfefferman.

La serie è ideata, co-diretta e co-sceneggiata da Jill Soloway, che in questa sua creatura ha messo un’enorme quantità di autobiografia, attingendo a piene mani dalla sua stessa storia e in un certo senso anche da ciò che conosce meglio: la Soloway è infatti ebrea e qualche anno fa suo padre ha deciso di fare coming-out come transgender. E quello che l’autrice ha fatto in questi anni è ben più che raccontare la propria storia familiare o trasformare la propria esperienza in una sceneggiatura, perché ha deciso di provare a prendere l’essenza stessa di quel cambiamento e declinarlo a favore del pubblico, utilizzando soprattutto i personaggi non protagonisti come mezzo per dare forma e significato ad una storia che è intima, interiore e inspiegabile a parole.

Transparent – Torah, tartarughe e crociere Un’intimità tale che non a caso ha molto in comune con l’inspiegabilità della fede, quel sentimento o bisogno intrinseco nell’uomo cui nessuno sfugge, né accettandolo né tantomeno rinnegandolo; è un fatto con cui tutti entriamo in contatto e che nella quotidianità della vita prende la forma delle tradizioni, dell’identità culturale propria e della collettività di cui si fa parte. L’inscindibilità tra religione e identità è ancora più forte, annidata e difficile da spiegare nel caso della cultura ebraica, perché per secoli è stata la sola confessione giudaica ad identificare un popolo disperso in ogni angolo della terra e che spiritualmente si è sempre ritrovato nella puntuale osservanza delle proprie celebrazioni. Soprattutto per questo retaggio storico di separazione spaziale del popolo ebraico, le tradizioni hanno assunto un peso specifico molto grande per loro, cosa che ancora oggi, dall’esterno, ha per i non ebrei un ché di esagerato o almeno incomprensibile (basti ricordare che Woody Allen o Philip Roth hanno basato l’intera loro carriera sul conflitto interiore e il senso di colpa ebraico, anche quando lo hanno mascherato in altre forme). Ma l’altra possibile conseguenza della disgregazione del popolo ebraico è che quelle stesse tradizioni si modifichino nella forma e vengano personalizzate all’interno di un ristretto nucleo di persone, generando così la propria visione o rivisitazione di quelle antichissime pratiche.

Transparent – Torah, tartarughe e crociereQuello che ci viene mostrato in questa terza stagione di Transparent tramite la famiglia Pfefferman è esattamente questa seconda faccia della medaglia, ovvero un riconoscimento delle proprie radici che però si adatti alla loro esistenza, e non il contrario. Non c’è mai un momento in cui il loro stile di vita o il loro modo di “essere” ebrei osservanti venga messo in dubbio, quasi a far trapelare che in fondo non c’è alcun disaccordo tra le parole della Torah e voler cambiare sesso, aver avuto un figlio fuori dal matrimonio, una relazione lesbica o perversioni bondage. Ma questo accade perché il mondo dei Pfefferman è un nucleo a parte fatto di egoismi personali, di autocommiserazioni, di auto-indulgenza, di perenne e costante concentrazione su di sé prima di tutto. Questo messaggio passa tramite ciascun personaggio ed è più forte che mai in questa terza stagione, in cui quel fulcro principale che era la sessualità di Maura/Mort ha perso parte del suo scandalo e ha ora preso la forma – per tutti, ad ogni livello della propria vita – di una sorta di autorizzazione a non schiacciare mai più i propri desideri, per nessuno e per nessun motivo. E nel loro circolo vizioso riescono a far rientrare molte cose con cui vengono in contatto: Raquel spinta da Sarah a buttarsi tra le braccia del nuovo rabbino, la decisione di Josh di volere una semplice avventura con Shea come se lei dovesse essere d’accordo a prescindere o, peggio ancora, una chiamata alla conversione cristiana senza alcuna valenza sacra.

Transparent – Torah, tartarughe e crociere Ma il punto veramente forte di Transparent, e che rende la serie un gioiellino da recuperare a tutti i costi, è come Jill Soloway sia riuscita a descrivere queste personalità senza dare mai alcun giudizio, ma restituendoci la percezione asciutta e senza fronzoli di cosa sono e cosa rappresentano. La serie riesce infatti a mettere in scena la grande eccentricità di questa famiglia, i loro tanti difetti ma anche le loro debolezze, l’ingenuità con cui non riconoscono o affrontano il loro egoismo e di come credono ciecamente in quello che fanno – o in quello che scelgono di non fare. Quando Sarah si improvvisa organizzatrice di eventi ebraici e Maura decide di recitare una Kaddish sotto gli occhi inorriditi di Raquel, le loro intenzioni sono assolutamente pure, ma al tempo stesso tradiscono come questi slanci siano un bisogno personale e non di generosità verso l’altro.

Allo stesso modo, il suicidio di Rita diventa per Josh la leva per fare un viaggio da Colton che serve a lui e basta, che non ha nulla a che vedere con le ceneri della ex-amante né con la voglia di rivedere il figlio. Perciò, quando vediamo la sfuriata di Rachel o sentiamo la scelta di Colton di allontanare il padre (entrambi momenti di quel bellissimo episodio che è “Life Sucks and Then You Die”), in un certo senso parteggiamo per i Pfefferman, perché tramite i loro difetti e le ottusità con cui si consolano l’un l’altro li sentiamo reali, veri, tridimensionali. E allora “To Sardines and Back” diventa il loro ritratto più calzante: un’intera storia familiare che si apre e si chiude con il ritrovamento di una tartaruga dimenticata per trent’anni.

Transparent – Torah, tartarughe e crociereAlla fine però, per quanto incasinati, concentrati sui propri obiettivi, spaventati dal mondo quando questo chiede loro troppo impegno, ecco che i tre figli e i loro genitori si ritrovano, si riuniscono, sentono il bisogno di ricomporre quello strano schema familiare che sono sempre stati. Al di là di tutto sono i Pfefferman, tali rimangono e saranno per sempre, quindi, come era successo nella scorsa stagione che ha ricucito l’intero schema familiare dal muro di Berlino ad oggi, qui i cinque fuggono lontani dalla terraferma, mettendo in stand-by i loro problemi irrisolti. Su quella nave da crociera mettono in circolo il loro egoismo trasformandolo in un altruismo a basso costo personale, che si può dare perché tanto rimane confinato tra le uniche persone per cui si prova l’affetto più genuino e sincero, ma a cui soprattutto non è tenuto dar nulla in cambio. Shelly che debutta con il suo monologo e lo chiude cantando la sua versione di Hand in my pocket di Alanis Morissette è la conclusione più bella, stramba e commovente per la migliore stagione di Trasparent fino ad oggi; ma soprattutto è davvero il canto liberatorio, l’inno all’indipendenza e alla bellezza di poter pensare anche solo a se stessi.

In un crescendo mai banale, la serie si conferma tra le migliori in circolazione e Jill Soloway un’autrice raffinata e intelligente, in grado di far crescere i suoi personaggi e sempre di più anche il mondo che essi abitano, riuscendo a far risaltare ogni fibra del loro essere usando anche solo piccoli ma significativi simboli, come una Torah, una tartaruga o una crociera rimediata senza troppo impegno.

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

1 Risposta

  1. Davide Canti scrive:

    Stupenda recensione per un’altrettanto bella stagione! Quoto tutto quello che hai scritto e soprattutto il tuo giudizio su Soloway. Sembrerà strano, ma Transparent mi piace così tanto che sono curiosissimo di vedere il prossimo progetto della sua autrice!

     

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *