13 Reasons Why – Stagione 1 9


13 Reasons Why - Stagione 1Non serve più ribadire che Netflix ha il grilletto allenato per la sperimentazione efficace: lo ha dimostrato per indole creativa e l’ha giustificato grazie a una intuizione per il successo quasi sempre puntuale. 

Non a caso la prima (e forse ultima) stagione di 13 Reasons Why è stata eccellente. Lo show ha mantenuto i connotati vincenti presentati nel primo episodio, li ha portati al giusto sviluppo grazie a un ritmo in crescendo (malgrado un calo centrale) e ha pedalato fortissimo nell’ultima parte, a coronamento di un prodotto valido in tutti i suoi aspetti. Non si tratta di un guilty pleausure raffazzonato alla bell’e meglio per appiccicarsi alla memoria dei masticatori del genere, bensì di una sorpresa bella e importante, uno spettacolo avvitato su tematiche di forte urgenza e su una suspense urticante.

Un caso raro, in cui la commistione di generi forti (in questo caso il thriller innaffia di venature misteriose il dramma adolescenziale) non si autosabota, anzi, risulta efficiente e per nulla meccanica, con l’aggancio a connotati di genere – come la suspense citata sopra o le regole dei gialli classici – da parte di una catena di messaggi didattici attualissimi, vivi nella generazione raccontata, nel pubblico di riferimento ma anche in chi si confronta da adulto al prodotto.

13 Reasons Why - Stagione 1Questa capacità di comunicare ai più, pur essendo focalizzata su un tema molto particolare, è sintomo della presenza cosciente di vari livelli interpretativi, che durante tutta la stagione si sono sovrapposti, alternati, scambiati per grado di importanza. La prova provante è la robustezza del doppio filo che ha legato i differenti personaggi a tematiche tra le più disparate e che ha dilatato la capacità tentacolare di raggiungere angoli diversi e di diversa risonanza (sia essa sociale, filosofica, morale). Per esempio, se l’omosessualità ha funzionato da nota caratterizzante, centrale un attimo e in quello dopo periferica, allo stesso tempo l’incomunicabilità è diventata un tema dal movimento trasversale, centrifugo e diretto verso gli estremi della narrazione (come nel rapporto genitoriale) oppure centripeto e ripiegato sugli organi vitali della storia (come lo scarto incolmabile e paradossale tra due amici vicini).

Il progetto ambizioso è stato artigliato con mestiere dagli sceneggiatori, che hanno riconosciuto l’attrattiva e le potenzialità di un mosaico capace di evolversi, approfondirsi e conformarsi sullo stampo dei protagonisti, delle loro azioni e delle loro verità, tanto mutevoli quanto differenti. La serie infatti non ha battuto in ritirata davanti alla difficoltà di trattare in maniera composta l’esplosivo concerto delle diverse soggettività (esaltate emotivamente dalla curvatura adolescenziale). Ha cercato invece di coniugare psicologie credibili a una storia che emerge come retta dal connubio di dolore e sorpresa.

13 Reasons Why - Stagione 1Ha incastrato, dentro al margine della comunità liceale americana (contesto particolarmente effervescente, molesto e impelagato in storici e inqualificabili pregiudizi), personaggi reali per la loro emotività tempestiva, per i loro difetti già visti; personaggi tanto aggrappati al fascino melenso dei sentimenti ingombranti e spropositati dell’adolescenza, quanto vittime di se stessi e prigionieri di preconcetti da non sottovalutare. Hannah, Clay, Jessica, Alex, Tony e a seguire: tutti tasselli dal percorso diretto a convergere in una tragedia timida a rivelare i propri segreti indicibili, ma comunque decisa a raccontarsi attraverso la voce della sua protagonista. Voce che è ultima presenza materica, impressa su nastro e avvinghiata alle orecchie, in un mondo ammorbato dalla tecnologia maligna e volatile (critica conforme ai soliti cliché, ma molto funzionale).

Tutto ciò non toglie che ci siano stati alcuni bassi ineleganti, soprattutto nella parte centrale. La causa è un grosso rallentamento, dovuto allo stoicismo di Netflix, deciso a produrre materiale lungo e considerevole nel minutaggio, e a quello della serie, che ha voluto a tutti i costi inseguire l’affascinante e puntuale schema delle tredici puntate per tredici ragioni. Gli altri problemi sono stati la scelta, non sempre efficace, di affidare a ogni personaggio responsabile per il suicidio di Hannah un intero episodio e di conseguenza un’occasionale goffaggine nel costruire, seppur in buona fede e con la spinta di motivazioni addirittura biografiche e umanamente sentite (Selena Gomez, produttrice, per esperienze personali si è espressa molto vicino alla storia), storie validamente approfondite per tutti i personaggi. Non a caso Zach, Tyler e Courtney sono i personaggi meno riusciti.

13 Reasons Why - Stagione 1Detto questo, il livello qualitativo generale ha permesso di chiudere un occhio, se non perdonare, gli inciampi, anche grazie a una regia che ha contribuito a trovare una chiarezza espositiva nella densa sovrapposizione di intenti, interpretazioni e sottotesti. Ci è riuscita spingendo il pedale su invenzioni grafiche e visive coinvolgenti, mancanti di quella prepotenza che antepone la forma al contenuto e invece aggrappate a un definitivo obiettivo: la caratterizzazione a tutto tondo dei volti inquadrati in macchina. Il risultato è stata la formazione di due profonde storie centrali, quella di Hannah e quella di Clay.

Clay è un personaggio cucito sugli stilemi del protagonista amabile, a tratti affetto da un comprensibile disturbo d’immaginazione (che dà carta bianca per iniezioni di realismo alterato e contrazioni horror). Ma non solo. È anche un visitatore della memoria, inseguito non tanto da “facili” sensi di colpa, ammorbiditi da una “non colpevolezza” scoperta in extremis, quanto dai fantasmi di un amore dal tempismo sfortunato. Grandiosamente interpretato da Dylan Minnette, Clay è un atleta nella continua corsa ad ostacoli tra passato e presente, separati da un ferita che brucia la fronte e apre in due le tavolozze cromatiche della fotografia, dai toni caldi ed estivi del passato per arrivare ai freddi tragici del presente. Un ragazzo che rincorre la propria verità e la verità di altri.

13 Reasons Why - Stagione 1La prima è filtrata dalla visuale ristretta e viziata dalla tragedia in cui è coinvolto, la seconda è ora sibillina, ora pesante come un mattone. Tutto ciò avviene dentro a un percorso di formazione a velocità aumentata che testa la coerenza del personaggio, facendogli attraversare in sequenza uno spaesamento “ammesso ma non concesso” dai colleghi di scuola, una fase da vigilante consapevole dei propri errori e infine quella di naufrago in preda a un dolore oceanico, troppo grande da raccontare e troppo rumoroso da tenere dentro.

Hannah è un personaggio che apre grandi dissertazioni sia sulle tecniche pure di narrazione sia sulle prospettive etiche, morali e su quello che secondo Camus è l’unico interrogativo filosofico valido: il suicidio. Impossibile parlare del personaggio senza notare quello che inizialmente sembra un vittimismo per ragioni da poco, per ragioni sopportabili (come ha fatto notare parte della voce del web), e altrettanto impossibile non cambiare idea quando si capisce che non è tanto nelle singole motivazioni la causa di una vita perduta, ma nella forza distruttiva della loro stratificazione, del peso delle concause, nell’insensatezza della cattiveria, nell’assenza di logica del dolore. La decisione di costruire un personaggio sulla sua ultima scelta apre interrogativi filosofici vastissimi, ma nel piccolo ci fa notare la sensibilità con cui il personaggio è disegnato e le sfumature che la voce narrante aggiunge all’apparenza del reale.

13 Reasons Why - Stagione 1Si aggiunge poi una crudezza che spezza le ossa dove necessario. Inaspettato, audace e terribile mostrare senza fronzoli sia gli stupri che il suicidio. Sono entrambi mazzate sui denti e chiodate allo stomaco, che puniscono la leggerezza con cui troppi passano sopra questi eventi e che sfruttano il coagulo della sofferenza come una eco a ritroso, che legge sotto una nuova oscurità tutte le stereofoniche considerazioni della protagonista e gli eventi passati. È proprio nella distanza da schermo a spettatore allora che l’incomunicabilità diventa una presenza percepibile, scavando una trincea di distanza tra protagonista e spettatore, tra personaggi e personaggi (si rilevi il parallelismo tra i due protagonisti con Justin e Jessica). L’empatia diventa così corazza maldestra per l’impatto emotivo devastante, che investe l’intimità dello spettatore stesso facendo presa sul quantitativo di dolore che ognuno ha ammucchiato durante la visione.

Quando le verità si scontrano, considerando tutto ciò che si è costruito, non ci sono appigli. Né per i personaggi, che chiudono i loro percorsi con confessioni non più ritrattabili, né per gli spettatori, che restano sconcertati e addolorati; rimane solo il suono di un battito ucciso che filtra dal passato e si aggiusta al rimbombo di quello presente. E rimane comunque la sensazione di aver assistito a un’ottima esperienza seriale. Divorabile, ma soprattutto divorante.

Il finale di stagione ha lasciato comunque aperti alcuni interrogativi, come il tentato suicidio di Alex, il brutto presentimento legato a quelle foto appese da Tyler, la porta ancora aperta di Bryce e il processo, con la svolta delle cassette. Ancora nessuna notizia riguardo a una seconda stagione, che comunque sembra necessaria: si è disegnato un grande cerchio, sarebbe bello farlo anche quadrare.

Voto: 8

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Informazioni su Leonardo Strano

Convinto che credere che le serie tv siano i nuovi romanzi feuilleton sia una scusa abbastanza valida per guardarne a destra e a manca, pochi momenti fa della sua vita ha deciso di provare a scriverci sopra. Nelle pause legge, guarda film; poi forse, a volte, se ha voglia, studia anche.


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9 commenti su “13 Reasons Why – Stagione 1

  • Michele

    Bella recensione, bravo Leonardo!

    A me la stagione è piaciuta, tutto sommato. Una serie onesta e ben fatta. Sono un pò meno positivo di te e le darei un 7, per alcune cose che avrebbero potuto essere fatte meglio : prima di tutto il numero di episodi, che mi sembra eccessivo, forse avrebbero potuto fare 11 reasons why 🙂
    Poi il fatto che occasionalmente (vedi episodio 11) la serie sfrutta la wild card degli adolescenti irrazionali e ingestibili che prendono decisioni sull’onda del momento.(diciamo alla homeland). Questo per fortuna è solo un espediente tattico, che non cambia il senso di base della trama, ma è comunque una pecca che si sarebbe potuto risparmiare.

    Per il resto thumbs up per la caratterizzazione di molti personaggi, che risultano ben delineati (soprattutto Hannah, quando dici che non muore per un episodio, ma per una stratificazione, che la porta a non vedere più senso nelle cose), gli ambienti e in generale i vari spunti di riflessione

     
    • Leonardo Strano L'autore dell'articolo

      Grazie Michele! Eh sì, il numero di puntate è stato un problema, ma le qualità generali alla fine mi hanno strappato un otto!

       
  • Mark May

    Io sono d’accordo sia sul voto che sulla recensione… E’ ovvio che la durata è stata eccessiva (io avrei fatto come con The OA, dove la durata dell’episodio cambia a seconda delle necessità narrative, ma è ovvio come 13, a dispetto di OA, si presta molto meglio ad una trasposizione televisiva e necessita di una struttura più lineare) e nella fase centrale (data anche le tematiche adolescenziali) ho patito un pò la lunga durata, ma tolto questo non si può che elogiare una serie nata per un target post-adolescenziale che lascia comunque qualcosa a TUTTI gli spettatori.
    Se posso dire la mia su una eventuale seconda stagione (e la penso ugualmente per The OA), io preferirei concludere qui la serie. E’ vero che sono state lasciate aperte strade, ma per il mio modo di vedere le cose preferirei sfruttare il successo di 13 per qualche altra produzione del genere, ho come l’impressione che le aspettative sarebbero troppo alte e facilmente disattendibili (soprattutto per prodotti come OA e 13 partite con una grossa incognita iniziale).

     
    • Michele

      Sono d’accordo, anche io chiederei qui la serie originale e mi concentrerei su altro, se fossi netflix. Per esempio uno spin-off di Bojack Horseman su Vincent 😉

       
  • lorenzo

    A me è piaciuta la serie, però ho trovato i personaggi un po’ troppo stereotipati.
    E anche le cose che succedevano ad Hannah, eccessive. Cioè per l’appunto succedono tutte a lei, un po’ forzato.

     
  • Genio in Bottiglia

    La scena del suicidio è stata una delle rappresentazioni del genere più forti mai viste. Dopo settimane, ancora me la sento addosso. Bella serie, ma spero non facciano la seconda stagione.