The Get Down – Stagione 1 Parte 2


The Get Down – Stagione 1 Parte 2Da quando Netflix ha cominciato a produrre show originali, difficilmente uno solo di essi è passato inosservato: l’intenzione è sempre stata quella di osare, esplorare territori non ancora battuti o riscrivere completamente generi apparentemente bloccati in regole di scrittura inossidabili (esempio recente è 13 Reasons Why) e The Get Down non ha fatto eccezione.

Lo show creato da Baz Luhrmann e Stephen Adly Guirgis, infatti, si pone l’obiettivo di raccontare una storia convenzionale attraverso un sistema narrativo del tutto anticonvenzionale, nel quale la musica ha un ruolo di primissimo piano che, alle volte, si sovrappone alla continuità della trama, depotenziandola e facendole perdere di significato. La scrittura di questa seconda parte di stagione sottolinea ancor più della precedente come la musica e i testi siano il vero motore dello show, attraverso i quali i personaggi trovano una dimensione e un ruolo ben definito nella storia della nascita di nuovi generi musicali, oggi popolari e oramai già privi della purezza incontaminata che li caratterizzava al momento del loro concepimento.

The Get Down – Stagione 1 Parte 2Il protagonista, Ezekiel “Zeke” Figuero, si fa portatore e catalizzatore del cambiamento in atto nel Bronx di fine anni settanta, ponendosi come missione ultima la difesa della genuinità della sua arte, minacciata costantemente da losche figure che cercano di trasformarla in una macchina da soldi. Fat Annie, Cadillac, Roy, appartengono tutti a un mondo senza scrupoli pronto ad essere superato dal punto di vista ideologico, ma al quale la musica continuerà ad appigliarsi per raggiungere le grandi masse e la popolarità. La missione di Zeke diventa quindi un’utopia, impossibile da realizzarsi effettivamente ma importante nella crescita del personaggio che, come vediamo ad inizio di ogni episodio, raggiungerà in ogni caso il successo senza che ci sia dato sapere a quali ideali abbia dovuto rinunciare. Il sogno del ragazzo si infrange contro la crudeltà e la meschinità della vita che, dopo avergli portato via la sua band – Boo Boo viene arrestato perché spacciava per Shaolin e i Get Down Brothers si sciolgono definitivamente –, gli porta via anche il suo grande amore, sempre in nome del successo e della monetizzazione di un’arte, in questo caso quella di Mylene.

The Get Down – Stagione 1 Parte 2È proprio quest’ultima a rappresentare coloro che ce l’hanno fatta: Mylene riesce a raggiungere il suo sogno di diventare una pop star di successo, anche grazie alle scelte discutibili che l’hanno portata prima a contaminare la sua arte – la performance di “Toy Box” è una sorta di prostituzione musicale, non solo per il tema trattato – poi a recidere il legame con la propria famiglia, portando il padre – un Giancarlo Esposito sempre in ottima forma – al suicidio. A differenza di Zeke, la donna rinuncia a tutto per inseguire il successo e anche la presa di coscienza finale, attraverso la quale si impone sulle limitazioni contrattuali che vuole imporle Roy, denota il suo cambiamento e la sua grande distanza dagli ideali di purezza che invece caratterizzano l’arte del ragazzo.

The Get Down – Stagione 1 Parte 2Più di Zeke, è Shaolin Fantastic colui che si erge a difesa della loro musica, anche in forza del suo ruolo di disc jockey e di fondatore dei The Get Down Brothers. La sua storia è forse la più tragica tra tutti i personaggi dello show, caratterizzata dal fatto di non essere completamente conosciuta ma di essere perlopiù costruita su un modello, quello del lottatore della strada che si batte per il sogno di raggiungere i grandi maestri del genere – come il suo mentore, Grandmaster Flash – e di emanciparsi dalla condizione di subordinato di Fat Annie, per cui è sempre stato costretto a spacciare. Il legame a doppio filo con la criminalità è la catena che impedisce a Shaolin di spiccare il volo e la scelta finale di sacrificarsi per la salvezza dei suoi compagni è esemplare, perché fa intendere il legame quasi familiare che intercorreva tra di loro. La fratellanza non era solo un concetto derivante dallo slang del ghetto, ma una vera e propria dichiarazione di appartenenza all’unica vera famiglia che avesse mai avuto.

The Get Down – Stagione 1 Parte 2A fare da sfondo alle vicende dei personaggi vi è la cultura del South Bronx e l’arte in tutte le sue forme. The Get Down è un pastiche di musica, ovviamente, di pittura, di graffitari e della ribellione al sistema, di fumetto che diventa animazione, delle avventure della band raccontate attraverso i disegni di Dizzee, del ballo, la break dance e l’hip-hop che fanno da contraltare alle performance di Mylene e alla disco dance di Cadillac, e infine di poesia, il talento di Zeke nel saper utilizzare l’arte della parola. Volendo analizzare questo elemento da un punto di vista ancora superiore si può affermare che anche il contenitore stesso – lo show così costruito – è una forma d’arte in sé e per sé, che beneficia dell’arte registica – qui ben interpretata da Ed Bianchi e non solo – della scrittura, della fotografia, e di tutte le altre componenti che caratterizzano un prodotto televisivo. Non sempre tutte queste anime collaborano al meglio per la buona riuscita della serie, ma in questa seconda parte di stagione, meglio che nella prima, si amalgamano bene per formare un insieme tanto innovativo quanto visibilmente imperfetto.

The Get Down – Stagione 1 Parte 2Un’ultima considerazione positiva è obbligatoria per dare merito al buon lavoro che questa seconda tranche di puntate effettua sul discorso delle minoranze e della diversità. I protagonisti della serie appartengono ad un mondo di confine, ad una periferia nella quale le distanze con la società bianca benestante sono sempre più grandi; l’ipocrisia è dilagante ed emerge chiaramente dall’ingresso di Zeke nell’esclusività di Yale, una simulazione di buona condotta per dimostrare l’apertura nei confronti degli emarginati dalla società, i quali non saranno certamente salvati solo da un mezzo portoricano che riesce a costruirsi un futuro.
Altresì importante è il ruolo giocato da Dizzee nel rapporto che lo lega a Thor: l’omosessualità del personaggio di Jaden Smith non è mai urlata o sottolineata apertamente, ma lasciata intendere sottilmente anche attraverso la simbologia. Bellissima, infatti, l’identificazione nell’alieno con il cappello, personaggio delle sue strisce a fumetti e immagine simbolica della sua estraneità al mondo in cui vive.

The Get Down – Stagione 1 Parte 2Nonostante i grandi ed innegabili pregi che una produzione così costosa e ben costruita come The Get Down si porta dietro, bisogna anche evidenziare come questa non sia esente da numerosi difetti, alcuni inevitabili. Dapprima si nota subito come la predominanza della musica e della ricerca di uno stile sempre anticonvenzionale, sia dal punto di vista narrativo che registico, lasci in secondo piano un focus sui personaggi più capillare e meno superficiale, una mancanza che si amplifica se lo si paragona alle produzioni televisive contemporanee. Gli episodi non sembrano mai abbastanza per contenere tutto quello di cui si vuole parlare e il minutaggio concesso ad alcune personalità, sulla carta anche interessanti, non è esaustivo. Questa, tuttavia, sembra una scelta autoriale, una dichiarazione di intenti fin dal primo episodio: lo show non vuole raccontare le storie dei singoli personaggi, ma il loro rapporto nei confronti di una società e di una cultura in evoluzione. Da questo discorso ci si collega alla quasi totale mancanza di aderenza storica della serie: non c’è traccia di un realismo crudo relativo alle difficoltà della vita nel ghetto – nonostante la violenza e la durezza di certe scene non siano mai risparmiate su schermo – ma una rappresentazione filtrata attraverso la patina edulcorata di una visione mitica della Storia, anche grazie alla presenza nella trama di figure realmente esistite, come Afrika Bambataa e Grandmaster Flash, rappresentati come delle vere e proprie divinità.

The Get Down – Stagione 1 Parte 2Al netto di quello che la serie rappresenta e della sua particolarità, è chiaro che l’impostazione mentale con cui si guarda questo prodotto è caratterizzante del giudizio critico che si formula su di esso al termine della visione, anche nell’ottica di un finale dolceamaro di stampo romantico che non può non emozionare chi ha avuto il merito di lasciarsi trasportare dalle vicende di Zeke e soci.
In definitiva, The Get Down è uno dei tanti volti dell’impronta che Netflix sta lasciando sulla serialità contemporanea, cambiandone le regole e proiettandola verso un futuro sempre più indecifrabile e meno legato ai canoni del passato.

Voto: 8

Condividi l'articolo
 

Informazioni su Davide Tuccella

Tutto quello che c'è da sapere su di lui sta nella frase: "Man of science, Man of Faith". Ed è per risolvere questo dubbio d'identità che divora storie su storie: da libri e fumetti a serie tv e film.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *