Master of None – Stagione 2


Master of None - Stagione 2La seconda stagione di Master of None è una creatura strana, policefala, refrattaria ad un’analisi prettamente razionale. Una vivisezione approfondita ne snaturerebbe l’identità armonica, relegando a citazionismo l’estetica ispirata e privandola della componente di spontaneità che è parte integrante dello show. Al tempo stesso, limitarsi a guardarla acriticamente, senza cercarne i significati nascosti, sarebbe irrispettoso nei confronti della vivacità creativa dei suoi autori, perfetti nel giostrarsi tra una comedy semplice, genuinamente divertente, e un’emozionante visione dei quesiti esistenziali più insolubili.

Sono passati diciotto mesi dalla prima stagione e Aziz Ansari sembra aver seguito un percorso parallelo a quello del suo corrispettivo fittizio: il primo alle prese col mezzo televisivo, il secondo con la vita. C’è una confidenza maggiore nel lavoro di Ansari e Alan Yang che, dopo una grande abbuffata di cinema italiano, hanno acquisito una più ampia consapevolezza delle proprie potenzialità, distaccandosi, addirittura, da uno dei dogmi fondativi di Netflix. La stagione è, infatti, composta da dieci episodi distinti, spesso legati fra loro solo da una presunta consequenzialità temporale, in controtendenza con la filosofia della piattaforma che preferisce un prodotto strutturato come un lunghissimo film per stimolare il binge-watching.

When you act like this we feel like we failed you.

Master of None - Stagione 2Dev Shah è andato incontro ad un processo di maturazione simile, di cui la parentesi italiana è un’introduzione, un breve viaggio introspettivo al termine del quale il protagonista è atteso alla prova della vita. In quest’ottica il ritorno a New York  significa affrontare la domanda lasciata alle spalle per inseguire le passioni, l’eterno interrogativo riguardante chi si è e si vuole essere, che cosa fare nella vita e con chi farlo. Aver allargato i propri orizzonti permette a Dev di trovare nuove risposte alle vecchie domande, come capita in “Religion’” e nel divertente “First Date”. In entrambi è evidente l’insoddisfazione del protagonista verso abitudini e dinamiche che ormai fanno parte del suo passato; ora è in grado di comprendere il punto di vista dei genitori e di intuire l’insensatezza di innumerevoli appuntamenti online.

I’m still your daughter. Nothing’s changed.

Lo sguardo sognante e innamorato di Dev rispecchia quello di Ansari che non si fa problemi a mettersi momentaneamente da parte, a defilarsi a favore di altro o di altri. È quello che capita negli episodi migliori: “New York, I love You” e “Thanksgiving”.
In “New York, I Love You” Dev compare sullo schermo per non più di sessanta secondi e la telecamera preferisce seguire, quasi casualmente, le vicende di persone, di abitanti della città, che solitamente non hanno voce. Lo fa rincorrendoli nella loro quotidianità, senza bisogno di una scusa, del pretesto di un momento eccezionale per immortalarli. Lo spettatore si trova immerso nella routine giornaliera di un portiere, di una ragazza sorda (con le sequenze a lei dedicate completamente mute, perfette per provocare una sensazione di immedesimazione) e di un tassista, personaggi di contorno, raramente degni di un ruolo più importante di quello della comparsa (portando così avanti il discorso intrapreso con “Indians on Tv”).
Master of None - Stagione 2Il pezzo forte dell’annata è “Thanksgiving”, un episodio che porta con onore l’eredità del meraviglioso “Parents” della prima stagione. Ispirato alla reale esperienza di Lena Waithe  (che fornisce un’interpretazione commovente di Denise) e diretto da Melina Matsoukas, ripercorre il sentiero che, dalla presa di coscienza della propria omosessualità, ha condotto la ragazza al coming out e a portare le proprie compagne a casa per il Ringraziamento. È una storia di cui sono protagoniste donne nere di diverse generazioni (Dev è semplicemente un curioso spettatore), un racconto fatto di pregiudizi categoriali e tossici residui culturali ma, soprattutto, di paura, di amore e del tempo che trasforma la prima nel secondo: il timore di Denise di non essere accettata come figlia, la preoccupazione di una madre (Angela Bassett) che vede l’omosessualità come un ulteriore temibile ostacolo in una scalata già proibitiva e i pranzi del Ringraziamento che si succedono smussando gli spigoli.

After ten years that you are with a person you just… You just get married.

L’arco narrativo principale è, paradossalmente, l’aspetto più debole dell’intera stagione ma è la parte in cui Ansari si libera dei filtri ed espone la propria intimità allo spettatore; lo sguardo allegro e sognante del protagonista e l’estetica mangereccia travolgono chi lo circonda e chi lo guarda con una ventata di ottimismo.
La critica principale è legata alla figura di Francesca – degnamente interpretata da Alessandra Mastronardi, a differenza delle altre comparse italiane, vittime di un pessimo casting –, un personaggio solo apparentemente originale, costruito in funzione della crescita di Dev, per aiutarlo ad abbracciare pienamente l’esistenza e i suoi infiniti misteri. Il finale sospeso, però, aiuta a far sbiadire questa piccola macchia: aprire una porta su un possibile futuro di coppia per i due innamorati implica una crescita e un cambiamento di Francesca, non più limitata all’essere la donna bellissima ed irraggiungibile che spingerà Dev lungo il suo percorso di maturazione. Nemmeno le critiche più sferzanti riuscirebbero ad offuscare la sfavillante bellezza estetica ed emozionale che trova il suo momento culminante in “Amarsi un po’”. Ispirato alla Trilogia Esistenziale di Michelangelo Antonioni (di cui fanno parte “L’avventura”, “La notte” e “L’eclisse”, citate a più riprese – per esempio il bacio attraverso la porta di vetro – nel corso della narrazione), l’episodio è un lungo inno all’amore e alla vita e, soprattutto, il riuscito tentativo di trasporre su schermo la difficoltà di capire, accettare e lasciarsi andare all’esistenza e alle sue contraddizioni.

Master of None - Stagione 2La seconda annata di Master of None è un deciso passo avanti rispetto ad una stagione d’esordio che già aveva ricevuto il plauso della critica. L’eredità di Louie è più viva che mai, come dimostra il fiorire di prodotti appartenenti alla Post-Louie Era, e la coppia formata da Ansari e Yang dimostra di aver fatto propria anche la lezione di Atlanta, miscelando sapientemente il punto di vista personale del protagonista e le prospettive esterne. Per essere chiari, non si tratta soltanto di mostrare che cosa significhi essere Louie o Earn Marks o Dev Shah, di mostrare come ci si senta ad essere proprio quella persona in quel luogo e in quel momento, quanto di far convergere in un’opera unica, e attraverso un solo protagonista, una pluralità di sguardi; l’atteggiamento curioso e aperto, al limite dell’ingenuità, di Ansari è l’amalgama ideale, un collante perfetto che permette di accarezzare i temi più svariati, senza la stringente necessità di un filo logico visibile e, soprattutto, senza la minima pretesa didascalica.

Come si diceva all’inizio, è difficile e fuori luogo scandagliare gli intenti di Ansari e Yang, il cui processo creativo spesso è guidato dalla pura ispirazione; è molto più semplice lasciarsi andare ad una visione piena e coinvolgente, accogliendo le chicche di comicità e concedendo l’intelletto agli spunti etici, filosofici e culinari. Vedere Master of None è come rientrare dentro casa in una fredda notte di novembre, dopo essere andati a buttare la spazzatura in maniche di camicia, o lasciarsi inebriare dall’odore avvolgente, di burro, uova e farina, di una pasticceria il lunedì mattina. La morale, se proprio vogliamo trovare una morale, sta tutta in una frase di Dev che, disteso su un prato di fianco alla donna di cui è innamorato dice: “I mean, no disrespect to the art but… The red leaves are really awesome“.

Voto: 9

Nota: per chi cercasse un elenco, probabilmente parziale, dei riferimenti di Master of None al cinema italiano, eccolo.

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