The Americans – 5×11 Dyatkovo 3


The Americans – 5x11 DyatkovoGiunti ormai a un passo dal finale, il team di Weisberg confeziona un episodio emblematico degli enormi pregi dello show ma anche degli innegabili difetti che questa annata ha fatto emergere: da un lato troviamo infatti la potente sequenza finale ambientata nella casa dei coniugi Granholm, densissima sia dal punto di vista emotivo che delle conseguenze narrative che mette in gioco, e dall’altro assistiamo al protrarsi della stagnazione di alcune storyline (in primis quelle di Oleg e Stan), la quale si accompagna alla scarsa organicità di certe sezioni del racconto (l’evoluzione di Henry).

You are the greatest kid in the world, but I have to think of you like you could be a spy.

Messo momentaneamente in stand-by il percorso di Paige – non privo di difetti nella sua gestione più recente –, è Henry a tornare al centro dell’attenzione: se la scoperta improvvisa delle sue doti ha funzionato soprattutto nell’ottica di commento meta-narrativo al trattamento riservato fino ad allora al personaggio, il desiderio di abbandonare casa e la relazione sempre più stretta con Stan non fanno che ribadire la distanza incolmabile che ormai lo separa dai genitori, sollevando però alcuni dubbi circa le intenzioni degli autori, che al momento restano difficili da decifrare.

The Americans – 5x11 DyatkovoNella sequenza d’apertura a emergere è nuovamente il disagio di Philip, incapace di rispondere ai bisogni del figlio e di comunicare apertamente con lui, che quindi si rifugia nei ricordi della sua infanzia – costellati da un padre altrettanto assente ­– trascorrendo la giornata con Tuan, figlio surrogato con cui le circostanze gli permettono di avere un rapporto più sincero. Ed è naturalmente sempre in quest’ottica che va letto il legame tra Henry e Stan, i quali sembrano trovare l’uno nell’altro ciò che Philip e Matt non sono in grado di dare loro: il rinnovato interesse del ragazzo nei confronti dell’FBI, se approfondito, potrebbe avere degli interessanti risvolti narrativi – come del resto traspare già dal resoconto che il ragazzo fa ai genitori della sua visita alla sede dell’agenzia –, ma a risultare particolarmente efficaci sono le parole di Stan, e il modo in cui riecheggiano i timori espressi da Philip nei confronti di Paige. Nonostante l’uomo sia lusingato dall’entusiasmo di Henry, non esita infatti a metterlo in guardia dalle difficoltà e dai sacrifici che una scelta del genere comporterebbe soprattutto dal punto di vista dei rapporti umani, sottolineando come la fiducia sia un privilegio a cui si finisce per rinunciare quasi senza accorgersene. Lo scambio permette così di leggere la figura di Stan in una luce un po’ diversa, facendo trasparire l’estrema solitudine dell’uomo, che al contrario dei Jennings non ha nessuno accanto su cui contare, e il fatto che forse i due  coniugi (e noi con loro) hanno sottovalutato la sua consapevolezza dei rischi della sua posizione – questo sia nell’ottica della relazione con Renee, di cui ancora non si conoscono le intenzioni, che di quella con lo stesso Philip.

I want to get out of here. We should just go. I mean it. Let’s go home.

Il vero cuore di “Dyatkovo” è però costituito dal rapporto tra i Jennings e il KGB, che sembra finalmente essere giunto a un punto di rottura definitivo. La conferma della militarizzazione del virus riesce a scuotere dalle fondamenta non solo le certezze già vacillanti di Philip ma soprattutto quelle, ben più salde, di Elizabeth, gettando nuovamente luce su una realtà molto più complessa e ambigua di quella propagandata dal KGB nei confronti dei suoi stessi agenti, che si riscoprono mere pedine in un vasto disegno, e per questo vittime di menzogne e mezze verità.

The Americans – 5x11 DyatkovoNon è però questa notizia a costituire la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso: non è l’uso militare del virus recuperato dietro la promessa che sarebbe stato utilizzato solo a scopo di difesa, né l’uccisione di un innocente a causa di informazioni errate; è il tesissimo confronto con Natalie/Anna a porsi come vero e proprio spartiacque all’interno del percorso dei Jennings, i quali si trovano a specchiarsi nella coppia che hanno di fronte, dando così vita a una catarsi che sembra finalmente allineare le loro intenzioni. Se inizialmente a trasparire è soprattutto il timore di ripetere l’errore accaduto nel laboratorio, la straordinaria confessione finale – girata e interpretata in maniera magistrale – fa emergere, di nuovo, una realtà molto più complessa e sfaccettata, che si estende ben al di là delle semplici etichette di colpevole e innocente, sottolineando in maniera efficacissima i punti di contatto tra le loro storie, a partire dall’affetto che lega fino alla fine marito e moglie. Elizabeth trova la forza di portare a termine, nonostante tutto, la missione che le è stata assegnata, ma è evidente che qualcosa si è rotto: i netti confini tra vittima e carnefice, giusto e sbagliato, Germania nazista, Unione Sovietica e Stati Uniti che guidavano il suo operato, e quello di Philip, sono venuti meno facendo sorgere anche in lei il desiderio di fuggire da una situazione ormai insostenibile.

In attesa che gli ultimi due episodi tirino le fila del racconto – un compito che presumibilmente si rivelerà più arduo del solito data la minore coesione di questa annata – “Dyatkovo” conferma il carattere preparatorio e di transizione di questa stagione, spesso troppo impegnata a mettere in ordine il materiale narrativo in attesa del finale, ma comunque ancora in grado di regalarci dei picchi qualitativi non indifferenti.

Voto: 8-

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3 commenti su “The Americans – 5×11 Dyatkovo

  • Genio in Bottiglia

    Recensione magistrale, Simona. Le tue critiche sono sicuramente fondate e alcune storyline paiono messe lí soltanto in previsione dell’anno prossimo. Ormai è chiaro che per questa Stagione tocca accontentarsi di questa narrazione discontinua e che nella prossima ci saranno i fuochi artificiali. La scena finale è stata, come da te peraltro riportato, da brividi.

     
  • Setteditroppo

    Condivido anch’io pienamente la recensione. Ho difeso nei primi episodi il carattere preparatorio e di transizione apprezzandolo e preferendolo alle puntate basate sugli avanzamenti della trama. Ma effettivamente qualcosa non ha funzionato nel prosieguo della stagione. Tutto giusto ciò che è stato detto in questa e nelle precedenti recensioni e io aggiungerei anche un altro elemento che contribuisce al senso di delusione per come è andata. Parlo del convitato di pietra si questa serie: il contesto storico. Gli anni ottanta, gli anni di Reagan e poi di Gorbaciov. Sono mancati cioè quei momenti evocativi così ben inseriti nel racconto delle scorse stagioni che ci ricordavano il contesto nel quale si muovevano i personaggi molto meglio dell’inserimento di tanti personaggi russi o di madrelingua russa dell’attuale stagione.

     
  • Dario

    C’è da dire che siamo nell84 e Gorbaciov ancora non è entrato in scena.
    Sono d’accordo con la recensione, il tutto è ampiamente recuperabile anche se non dobbiamo aspettarci che lo facciano in 2 puntate.
    Sulla scena finale vedendo la faccia di Philip chi non ha pensato “ora viene il botto”