The Handmaid’s Tale – 1×09 The Bridge 2


The Handmaid’s Tale – 1×09 The BridgeAd un solo episodio dalla conclusione della sua prima stagione, The Handmaid’s Tale (già rinnovato poco dopo il pilot per una seconda annata) si sta rivelando non solo uno dei più importanti show della programmazione attuale, ma anche il biglietto da visita di Hulu per entrare nella rosa dei big player con un drama prestigioso e di forte impatto.

Parte del merito va senz’altro attribuito alla confezione: una protagonista come Elizabeth Moss, non soltanto attrice di talento ma anche capace di incarnare con grande sensibilità e riempire di chiaroscuri il ruolo di Offred (la Moss, tra l’altro, non solo è sotto contratto per 5-7 stagioni ma si è anche ritagliata un ruolo piuttosto attivo come produttrice); una serie di registe – tutte donne con l’eccezione del veterano Mike Barker – che hanno diretto coppie e terzetti continuativi di episodi, regalando un’impronta decisamente autoriale alla messa in scena, in particolare Floria Sigismondi che ha diretto l’accoppiata “A Woman’s Place” e “The Other Side“; e non ultimi, gli evocativi e geniali costumi di Ane Crabtree, che si è ispirata ai contemporanei culti religiosi come Amish, scintoisti giapponesi e i neozelandesi Gloriavale per disegnare uniformi e abiti semplicissimi e senza tempo, che come gabbie colorate al tempo stesso evidenziano e intrappolano gli attori.

“One of my rules was that I would not put any events into the book that had not already happened in what James Joyce called the ‘nightmare’ of history, nor any technology not already available. No imaginary gizmos, no imaginary laws, no imaginary atrocities. God is in the details, they say. So is the Devil.” (Margaret Atwood – The New York Times, 10 marzo 2017)

The Handmaid’s Tale – 1×09 The BridgeSarebbe superficiale però analizzare soltanto la qualità di The Handmaid’s Tale senza tenere conto della coincidenza tra la messa in onda dello show e il dibattito politico, altamente incendiario negli States, a proposito dei diritti delle donne sotto la nuova Presidenza. The Handmaid’s Tale sarebbe stato uno show di tale successo se non fosse arrivato nel momento giusto per solleticare quella che gli americani chiamano “liberal anxiety” nei confronti dell’amministrazione Trump? Forse no, anche se la casualità qui c’entra probabilmente molto poco: la storia della televisione ci dice che, almeno in parte, ciò che rende uno show iconico e rilevante è la sua capacità di intercettare lo zeitgeist, entrando a far parte del dibattito pubblico.
La plausibilità di una Repubblica di Gilead – o comunque di qualcosa di molto simile in termini di regressione su diritti che per le donne sembravano acquisiti – sembra improvvisamente più concreta e paurosa a tutti i liberal degli Stati Uniti, e questo è il motivo dell’enorme mole di discorsi sociali che si sta producendo a proposito della serie, ma è difficile non constatare anche in questo caso l’autoreferenzialità Made in USA per tutto ciò che riguarda l’attualità e la storia.
Basta sapere infatti ciò che accade in Arabia Saudita ogni giorno, o leggere gli agghiaccianti racconti delle donne che vivono nei cosiddetti “Stati Terroristici” (pensiamo ai rapimenti delle donne Yazidi da parte dell’ISIS, ad esempio), per capire che la parità dei diritti non è solo qualcosa di fragile e tutt’altro che scontato, ma soprattutto che il corpo della donna è terreno di battaglia per qualsiasi regime in qualsiasi momento della storia, indipendentemente dal credo religioso o dalla posizione geografica.
Certo, immaginare l’America sotto un regime integralista e totalitario è una prospettiva inquietante, ma se guardiamo all’Iran (nel ’79, in quella che allora era la progressiva Persia, furono anche le donne stesse a rovesciare lo Scià, aprendo inconsapevolmente la strada a un regime che le vedeva come l’incarnazione della seduzione sessuale e del vizio e che in brevissimo tempo le privò di qualsiasi diritto e incarico pubblico) è inevitabile che la meraviglia e lo sgomento lascino spazio alla constatazione che anche nel mondo contemporaneo siamo ben oltre la plausibilità e completamente dentro alla realtà delle cose.

“Without women capable of giving birth, human populations would die out. That is why the mass rape and murder of women, girls and children has long been a feature of genocidal wars, and of other campaigns meant to subdue and exploit a population. Kill their babies and replace their babies with yours, as cats do; make women have babies they can’t afford to raise, or babies you will then remove from them for your own purposes, steal babies — it’s been a widespread, age-old motif. The control of women and babies has been a feature of every repressive regime on the planet.” (Margaret Atwood – The New York Times, 10 marzo 2017)

The Handmaid’s Tale – 1×09 The BridgeUno degli aspetti più interessanti della seconda metà di questa prima stagione di The Handmaid’s Tale è stato il passaggio (che segna peraltro anche il vero distanziamento dal libro della Atwood) dalla prospettiva personale di Offred all’approfondimento degli altri personaggi, che ci ha aiutato non solo ad ampliare il nostro sguardo su di loro ma anche a capire meglio la genesi e il funzionamento di Gilead.
“The Bridge” prosegue su questa strada di apertura verso l’esterno pur facendo anche avanzare il plot in maniera consistente, concentrandosi da una parte sulla storyline di Offred/June, sempre più marcatamente legata agli eventi storico/politici, e lasciando al personaggio di Janine lo spazio per far deflagrare la tensione di quella situazione – ovvero la maternità e il rapporto con i Putnam – che fin dai primi episodi sapevamo avrebbe rappresentato una problematica importante che coinvolgeva non solo Handmaids e Aunts, ma anche gli intoccabili Commander e le loro mogli.

The Handmaid’s Tale – 1×09 The BridgeJanine rappresenta il lato più fragile e manipolabile della femminilità, quello che nella contemporaneità vediamo come il tipo di donna che deve essere guidato verso una consapevolezza di sé e dei propri diritti e doveri; il genere di donna che non problematizzava, probabilmente, la propria condizione e la propria libertà per mancanza di interesse o cultura e che subisce più violentemente i danni di un cambiamento impossibile da affrontare senza una forte autocoscienza. Janine è continuamente oscillante tra l’adempimento dei propri doveri, non per senso di responsabilità ma per lo status che questi garantiscono, e un vago desiderio di libertà e amore che non prende mai la forma più “politica” e consapevole, ma resta confinata a una rabbia e una frustrazione che pian piano la fanno sfociare verso il crollo nervoso. Il tentativo di suicidio, a quel punto, non è altro che la scelta impotente della fuga, alla luce della constatazione della propria impossibilità di gestire in altro modo una situazione che Janine non è in grado, fondamentalmente, di capire.
Non è difficile infatti immaginare come il tentativo di Offred di manipolare Fred per tornare alle Jezebel, che tanto costa alla protagonista in termini di angoscia – e che peraltro risulta una inquietante parodia della manipolazione del maschio da parte della donna che va convenzionalmente sotto il triste nome di “arti femminili” –, vista dalla prospettiva di Janine potrebbe essere concepita come la normalità della seduzione, messa in atto da un punto di vista più sottomesso del normale, ma neanche tanto impensabile persino nella libera società del passato e del sessismo benevolo e inconsapevole; probabilmente la stessa seduzione che pensava di esercitare sul Commander Putnam, ritrovandosi però manipolata a propria volta, esattamente come accade a June.

The Handmaid’s Tale – 1×09 The BridgeLo stesso scambio di punti di vista e la stessa dicotomia tra problematizzazione e accettazione si può ritrovare nella dialettica tra Serena e Naomi: la prima, costretta alla sottomissione di propria mano e forzata quindi a razionalizzare, dolorosamente, il proprio fallimento come donna e come intellettuale oltre che a subire il comportamento del marito; la seconda, così adagiata sul proprio potere e sul proprio benessere da non prendere neanche per un momento in considerazione che a Gilead per le donne (e anche, in parte minore, per gli uomini) l’obbedienza non è una scelta e i privilegi non sono mai duraturi.
Il dialogo nella camera d’albergo tra Moira e June, che con la fuga sanguinosa di Moira arriva a conclusione quasi liberatoria dell’episodio, problematizza invece la lotta interiore tra desiderio di rivalsa e paura, regalandoci un momento intenso e drammatico tra le due ottime interpreti, ma anche il vero turning point della serie, il vero ponte (non a caso l’episodio si intitola “The Bridge”) verso un finale che presumibilmente getterà le basi per una seconda stagione più ricca d’azione. Quel biglietto e il “Praised be, bitch” di Moira chiudono il penultimo capitolo con una nota ironica e decontestualizzante, finale ad effetto per un episodio che, pur non essendo tra i punti più alti della serie, continua un percorso ben gestito di approfondimento dei caratteri, gettando basi solide per uno show che sembra decisamente fatto per durare.

Voto: 7 ½

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Informazioni su Eugenia Fattori

Bolognese di nascita - ma non chiedete l'età a una signora - è fanatica di scrittura e di cinema fin dalla culla, quindi era destino che scoprisse le serie tv e cercasse di unire le sue due grandi passioni. Inspiegabilmente (dato che tende a non portare mai scarpe e a non ricordarsi neanche le tabelline) è finita a lavorare nella moda e nei social media, ma Seriangolo è dove si sente davvero a casa.


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2 commenti su “The Handmaid’s Tale – 1×09 The Bridge

  • Writer

    Repubblica di Galaad, non Gilead. Per il resto buona recensione, soprattutto nella parte relativa alle donne e agli stati repressivi o ai movimenti fondamentalisti che annullano l’identità di genere. Handmaid’s tale è una fiction che guardo sempre con un misto di disagio e sgomento. A volte la realtà narrata mi appare insostenibile, ma continua a vederla con grande interesse.

     
    • terst

      Veramente “Galaad” è il nome che è stato usato nella traduzione italiana del romanzo; nella serie tv viene utilizzato il nome originale, ovvero Gilead.