Twin Peaks – 3×17/18 The Return Part 17 & Part 18 8


Twin Peaks - 3x17/18 The Return Part 17 & Part 18Strani suoni provenienti dal Great Northern Hotel, cavi dell’elettricità che non sono quello che sembrano, fratelli gangster dal cuore d’oro, tulpa più o meno mascherati, pezzi grossi dell’FBI innamorati delle belle donne, giovani eletti con guanti speciali e tanto, tanto altro ancora.
The Return in diciotto ore riabilita la parola revival dopo decine di operazioni fallimentari portando ai termini estremi le caratteristiche originarie della serie grazie alla libertà creativa concessa dalla cable TV e all’ispirazione di David Lynch e Mark Frost.

All’inizio degli anni Novanta Twin Peaks arrivò come un vero terremoto, incarnando il concetto di trauma a tutti i livelli: tanto la cellula generativa del racconto si basava su una cittadina scioccata da un misterioso e brutale omicidio, quanto gli spettatori dell’epoca, ingannati da uno show abilissimo nel bilanciare detection, soap opera e commedia, rimasero profondamente scossi da una narrazione inaspettata, magnetica e disturbante. Dalle gag tra poliziotti ai nani parlanti il passo è stato molto più breve del previsto, perché nulla rappresentava meglio la scissione dell’io degli abitanti di Twin Peaks (e di coloro che l’avrebbero abitata in seguito, primo tra tutti Dale Cooper) quanto questa corsa sul limite tra conscio e inconscio, reale e irreale, universo terreno e simbolico.
The Return va al cuore del racconto e ne acciuffa l’essenza aggiungendovi una riflessione sul tempo che oggi appare non solo naturale ma necessaria. Incardinandosi in un’epoca in cui nostalgia e retromania costituiscono strumenti sempre più centrali per l’audiovisivo e le sue forme di storytelling, questo revival è allo stesso tempo un sequel di Twin Peaks e una riflessione su Twin Peaks in quanto universo narrativo espanso, simbolo di un’epoca e costellazione di personaggi e storie tanto reali da essere percepite come proprie, ma al contempo abbastanza irreali da essere destinate all’immortalità. Ebbene, Lynch e Frost ci dicono che in quella soglia tra realtà e rappresentazione ci siamo anche noi (ci siamo sempre stati) e che se in questi venticinque anni siamo invecchiati lo hanno fatto anche i personaggi della serie o almeno la loro parte mortale. Nonostante lo iato di un quarto di secolo, però, tornare a Twin Peaks è stato come tornare a casa, soprattutto nella misura in cui ha significato fare i conti con le proprie paure, con la messa in scena di traumi atavici e complessi capaci di generare doppi, tulpa, dissociazioni e rimozioni del reale.

Jowday

Twin Peaks - 3x17/18 The Return Part 17 & Part 18In questa prospettiva questo doppio finale comincia in maniera programmatica: David Lynch, demiurgo assoluto dell’opera e dei conflitti che la caratterizzano, nei panni di Gordon Cole rivela uno dei più grandi misteri della serie, ovvero l’identità di Judy, una “extreme negative force” scoperta dal Maggiore Briggs e poi ricercata da Cole, Jeffries e Cooper, che oggi rappresenta il principale motore narrativo del racconto.
Dal risveglio di Dale però sappiamo che non c’è più tempo, perché, come preludevano le parole della versione artificiale di Diane nello scorso episodio, la stazione dello sceriffo sarà il palcoscenico dello scontro finale (per ora), dello showdown tra Bene e Male tanto atteso e che anche questa volta non delude le aspettative, come nei migliori sogni.
È l’elettricità a tenere insieme tutto, simboleggiando sia le proprietà manipolatorie del digitale sia l’ineluttabilità di un racconto che ormai si muove su un piano inclinato, come dimostra l’intervento del Gigante/Fireman, divinità cinematografica per eccellenza che prende Mr. C e lo teletrasporta attraverso lo schermo da un punto all’altro della mappa, come se fosse il personaggio di un videogioco. Solo così il doppelgänger malvagio di Cooper può arrivare nel campo di battaglia al momento giusto per incappare nelle forze del Bene, soccombendo prima all’innocenza di Lucy e poi alla predestinazione eroica di Freddy, che con il suo pugno devastante trova il suo posto all’interno della serie distruggendo la sfera contenente Bob.

The Past dictates the future.

“Part 17” ha il grande merito di fondere un’anarchia stilistica senza precedenti e un sistema valoriale estremamente rigoroso (è molto chiaro da che parte stia il Bene e dove il Male) che vede come colonna portante la figura di Dale Cooper, il quale una volta neutralizzato Bob dimostra a tutti la sua risolutezza prima spedendo Mr. C nella Black Lodge, poi esibendosi davanti al proprio pubblico (che nel frattempo si è arricchito dei membri dell’FBI, i Mitchum, Candie e una marea di tramezzini) come il principale artefice del racconto, colui che lo domina in maniera così preponderante da avere il proprio primissimo piano sovrimpresso sullo schermo durante tutta la seconda parte della macrosequenza alla stazione dello sceriffo.
Il faccione di Kyle MacLachlan a pieno schermo è anche il simbolo di un’epifania tipicamente lynchiana, in cui l’eroe ritrova la donna amata dopo lunghi anni di lontananza. Come avevano previsto molte teorie Naido si rivela essere la vera Diane, quella violentata da Mr. C, imprigionata e sostituita da una versione artificiale diversa nel colore dei capelli quanto nel carattere.
Alla precarietà dell’immagine, vittima di continue dissolvenze incrociate e sovrimpressioni costanti, consegue la labilità assoluta dello statuto di realtà, testimoniata dalla paralisi temporale e soprattutto dal volto di Cooper che con voce baritonale dice: “we live inside a dream”. Non senza lasciare gli spettatori con la speranza di tornare a Twin Peaks nei prossimi anni (“I hope I see all of you again…”), Dale abbandona il sogno e si muove verso un’altra dimensione accompagnato inizialmente da Gordon e Diane verso la sua missione principale, il ritrovamento di Judy. Attraverso il Great Northern Hotel Dale supera la soglia che lo porta alla Black Lodge dove incontrerà Phillip Jeffries, il quale gli dà (come aveva anticipato Gordon) la chiave per raggiungere Judy, ovvero un simbolo di cui solo nel finale il protagonista esperirà le reali conseguenze.

We’re going home.

Twin Peaks - 3x17/18 The Return Part 17 & Part 18Essendo Twin Peaks anche un racconto sull’America virato attraverso lo sguardo di David Lynch, appare inevitabile che in una situazione del genere si rimandi a uno dei racconti audiovisivi più intimamente americani, Sentieri selvaggi. Come Ethan Edwards, Cooper abbandona la famiglia per spingersi verso l’ignoto e salvare la giovane ragazza in pericolo, in questo caso incarnata dalla figura archetipica di Laura Palmer. Grazie all’elettricità Dale attraversa il tempo, lo spazio e svariate dimensioni, risalendo fino all’origine del mito, là dove Twin Peaks fece i primi vagiti e dove nacquero sia i dilanianti traumi oggi arcinoti sia un racconto meraviglioso fatto di ciambelle, litri di caffè, torte alle ciliegie e giovani in cerca di se stessi.
È qui che il discorso sulla nostalgia trova il suo massimo compimento grazie alle facoltà plastiche e falsificanti del digitale con cui Lynch, andando all’origine del Mito, permette a Dale di cambiare la storia dando nuovo senso ad alcune sequenze di Fire Walk with Me (l’urlo di Laura motivato dalla visione di Cooper nel bosco) e cambiandone irrimediabilmente il finale. Il presente, il passato e il futuro si mescolano: l’omicidio che ha dato origine all’intero universo narrativo non esiste più e Pete Martell può andare a pescare tranquillamente perché Laura è stata strappata alle forze del Male (per ora), come dimostra l’ira funesta di Sarah Palmer, che di quelle forze è il principale vicario sulla Terra, la quale, nel provare in tutti i modi a distruggere la foto della figlia, viene però sempre respinta dall’indistruttibilità e dalla purezza di quell’immagine. Proprio nel momento in cui pareva essere in salvo, quando dal bianco e nero si passa al colore e Lynch cita esplicitamente una delle sequenze finali di Mulholland Drive, Laura scompare, lasciando Dale in compagnia soltanto del suo terrificante urlo di terrore. È qui che inizia il vero epilogo, con una ripartenza improvvisa in un mondo che però non sarà mai più come prima.

Home.

“Part 18” comincia con un lieto fine per poi perdersi in un groviglio di ambiguità e stratificazioni di punti di vista, identità e filoni narrativi che rendono sempre più indistinguibile il Bene dal Male, l’egoismo dall’eroismo, il controllo dalla codardia, il coraggio dall’ostinazione. Prima però c’è tempo per la tanto attesa riconciliazione della famiglia Jones. A sottolineare il passaggio di testimone abbiamo da una parte l’immagine suggestiva e simbolica di Mr. C che brucia nella Black Lodge, mentre dall’altra MIKE che realizza un nuovo Dougie che in questo modo può finalmente riabbracciare Janey-E e Sonny Jim, così come aveva suggerito Dale una volta risvegliatosi.
Il cammino di Cooper sembra però sempre più intricato e, proprio quando credeva di aver compiuto finalmente LA missione, si trova risucchiato in un corto circuito temporale che riporta a galla la famosa domanda di MIKE (“Is it future or is it past?”): gli incontri alla Black Lodge della première appartengono in realtà a questa temporalità e la nuova missione di Dale è trovare Laura (e Judy), anche se, non potendo sapere cosa Laura gli abbia sussurrato nell’orecchio, le nostre certezze in materia saranno sempre molto fragili.

Once we cross, it could all be different.

Twin Peaks - 3x17/18 The Return Part 17 & Part 18Al calare del sipario Diane e Cooper sono pronti per l’ultimo viaggio, muniti di tutte le informazioni necessarie, che Lynch e Frost sapientemente non riportano in modo ridondante: sappiamo che stanno andando verso un posto molto particolare posizionato a 430 miglia (sono i numeri che ha dato il Gigante/Fireman a Dale all’inizio della premiere), un punto di non ritorno, l’ennesima soglia della serie. Stavolta però entrambi sono consapevoli che nulla sarà come prima, che passato quel limite tutto sarà diverso, a cominciare dalle loro stesse identità. Se Diane sembra vacillare e tenta di mettere in crisi la determinazione di Dale, quest’ultimo risponde con una fiducia granitica, figlia di un eroismo assoluto che lo porta a non accontentarsi mai, a ricercare costantemente il Bene, salvo scoprire che questa ricerca prevede irrimediabilmente l’incontro e la compromissione con il Male. Cooper lascia il suo presente e l’amore per immolarsi in una missione sempre meno decifrabile, nella ricerca dell’ignoto in un territorio sconosciuto e selvaggio, nel tentativo di trovare quella Judy, perdendosi in un deserto (letterale e metaforico) che esalta il parallelo tra lui e Ethan Edwards: entrambi lasciano il proprio mondo e accettano eroicamente di snaturarsi, di diventare irriconoscibili a se stessi e agli altri pur di proteggere il sistema di valori in cui credono.
Le strade perdute che percorrono una volta attraversata la soglia alludono a una dissoluzione identitaria progressiva, confermata dal doppio di se stessa che Diane vede una volta arrivata al motel: una sequenza che replica un’altra molto simile presente in INLAND EMPIRE (oltre a richiamare l’opera di Edward Hopper) e che ci rimanda quindi a una temporalità altra, in cui quella figura potrebbe essere la Diane stuprata da Mr. C. La scena di sesso tra i due è girata in modo magistrale, con i volti di MacLachlan e Dern che non lasciano presagire nulla di buono e in sottofondo “My Prayer” dei Platters, stessa canzone che in “Part 8” anticipava l’arrivo del Woodsman nella stazione radiofonica degli anni Cinquanta. Lynch è puntuale nell’inquadrare i volti dei due protagonisti, con Dale sempre più lontano da quello a cui siamo abituati e Diane sopraffatta sia dal cambiamento in atto sia da un amante identico a colui che in passato l’ha violentata.

What the fuck just happened?

Twin Peaks - 3x17/18 The Return Part 17 & Part 18La lettera che Dale trova al risveglio rimanda alla parole del Gigante/Fireman: la trasformazione è avvenuta, Diane è diventata Linda, lui Richard, siamo in un universo parallelo, il motel è completamente diverso e l’auto è nuovamente una Lincoln.
La prima cosa da cui il protagonista è catturato è una tavola calda, Judy’s, che infatti si rivela luogo di angherie vergognose, in cui il Male assoluto si traduce nelle molestie sessuali alla cameriera (interpretata da Francesca Eastwood, figlia di Clint), sottolineando l’attenzione particolare che Lynch e Frost dedicano alla questione femminile facendo del maschilismo e della sopraffazione di genere il simbolo e la sintesi dell’entità malvagia per eccellenza della serie.
In questa timeline anche Dale/Richard è molto cambiato e per certi versi ricorda alcuni comportamenti del suo doppelgänger malvagio, sia per le espressioni facciali sia per il modo in cui neutralizza i cowboy nel locale. Una lettura possibile, seguendo il discorso sulla stratificazione delle identità e dei luoghi, sulle associazioni e le contrapposizioni tra sogno e realtà fatto dagli autori, è che Dale/Richard, avendo cambiato la storia per salvare Laura, abbia se non cancellato quantomeno indebolito anche tutta l’esperienza che è seguita alle investigazioni sull’omicidio e dunque anche ciò che lo ha reso il “nostro” Dale Cooper.
In questo fiume di sovrascritture che ci allontana sempre più da Twin Peaks portandoci verso un reale che della serie possiede solo alcuni tratti sbiaditi, l’incontro tra il fu Cooper e l’ex Laura è di rara potenza. Lui è ormai Richard (per quanto sia convinto di essere Dale), lei Carrie Page (come la pagina mancante del diario di Laura Palmer), ma nella riscrittura dell’identità della donna permane una condizione di squilibrio, un’incertezza identitaria forte e una tendenza a uscire fuori strada dal punto di vista della condotta (nonostante l’età adulta), come dimostra il cadavere presente nel suo appartamento o il cavallo bianco sulla mensola, lo stesso che Sarah ha visto prima che la figlia fosse uccisa.
Anche in un universo parallelo i due si trovano, sembrano fatti l’uno per l’altra: lei come obbiettivo perpetuo dell’eroismo di lui; lui come prodotto del bisogno d’aiuto costante di lei. Durante il loro lungo viaggio verso Twin Peaks la compresenza di universi paralleli si palesa in diversi modi: gli occhi di Carrie che in un paio di occasioni ripetono lo sguardo disturbato di Laura, la frase pronunciata da lei tra veglia e sonno (“In those days… I was too young to know any better”) e una strana e indecifrabile figura luminosa che a più riprese compare sopra la spalla destra di Richard.
Nonostante Carrie non riconosca nulla di Twin Peaks, la casa che fu di Laura è caratterizzata da diversi legami con la Black Lodge: la donna che apre la porta si chiama Alice Tremond e dice di aver acquistato la proprietà dalla signora Chelfont; entrambi i cognomi rimandano a entità legate alla Loggia Nera. Il terrore vero arriva però sul finale, quando il limite che divide i due universi si squarcia e al richiamo della madre Carrie/Laura esplode nel suo ormai classico urlo di terrore.

Who is the dreamer?

Twin Peaks - 3x17/18 The Return Part 17 & Part 18Solo alla fine trova un senso compiuto quel “We live inside a dream” pronunciato dal faccione di Cooper nella sequenza alla stazione di polizia: il sogno di un mondo parallelo che ha le fattezze dell’universo creato da Lynch e Frost, ma anche un sogno che diventa tale nel momento in cui Cooper cambia la storia, perché evitando la morte di Laura trasforma tutto ciò che c’è stato dopo (e quindi l’intera serie) da realtà a sogno. Impossibile a questo punto non tornare alle frasi di Monica Bellucci: oltre ai protagonisti, siamo proprio noi spettatori quei sognatori, che per anni abbiamo vissuto (in) questo sogno, abbiamo vissuto Twin Peaks prima che Cooper cambiasse la storia, prima che le vicende mystery legate a Laura Palmer smettessero di far parte della nostra realtà, del nostro presente, rendendoci sognatori orfani.
Dopo diciotto ore lasciamo Dale imprigionato in un loop dal quale farà molta fatica a uscire, come lo stesso Phillip Jeffries gli aveva suggerito attraverso il simbolo/entry point che ha permesso a Cooper di salvare Laura. Una figura che rimanda al nastro di Möbius e alla sua facoltà di mostrare diverse facce nell’arco dello stesso percorso, proprio come gli universi paralleli del finale di The Return, proprio come Laura/Carrie, vera donna che visse due volte lynchiana.

Alla fine di questo strabiliante viaggio rimane la consapevolezza di un autore immenso, che nonostante una carriera fatta di continue sperimentazioni non rinuncia a portare il suo sguardo ancora una volta in terre inesplorate, proseguendo quel discorso vertiginoso iniziato con INLAND EMPIRE: come nel suo ultimo lungometraggio, in The Return ha parlato di traumi, di violenze subite e operate, di personalità scisse, traumatizzate e talmente complesse da essere comprese solo attraverso la sovrascrittura di mondi paralleli, che l’autore ha messo in scena con straordinaria creatività grazie a un uso del digitale davvero unico.
Come in Mulholland Drive, siamo di fronte a un loop infinito in cui si incastrano sogno e realtà e le identità dei personaggi deflagrano in una mise en abyme senza tregua. Così come Strade perdute non poteva che tornare a quel “Dick Laurent è morto”, qui l’urlo di terrore di Laura ci rimanda a un male inossidabile al centro della serie, che per quanto possa essere combattuto, evitato e addomesticato finirà sempre per insinuarsi nelle nostre membra perché è da noi stessi che proviene, siamo noi che lo abbiamo creato e siamo noi che ne alimentiamo la moltiplicazione.

Voto 3×17: 10
Voto: 3×18: 10
Voto stagione: 10

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Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".


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8 commenti su “Twin Peaks – 3×17/18 The Return Part 17 & Part 18

  • Alex

    Brqvissimo. La.migliore recensione che ho letto. Solo un punto non ho compreso. Noi sognatori siamo orfani di tutte le 3 stagioni di TP o solo della 3? Grazie

     
  • DanieleA-Colossus77

    Che dire, ci sono persone che adorano Mentalist, NCIS, CSI, Grey’s Anatomy, Elementary, La Signora in Giallo, Walker Texas Ranger e l’Amore, l’Odio e la Vergogna (o come diavolo si chiama), ecc,,,
    Non mi sognerei mai di criticarli, anzi qualche puntatina per rilassarmi l’ho vista anch’io.
    Semplicemente hanno una mentalità che non è la mia.
    Siamo tutti diversi, per fortuna.
    Io al contrario adoro qualsiasi cosa riesca a farmi rizzare i peli sulle braccia, a darmi un brivido, ancora e ancora.
    Non sono un esaltato e non mi sognerei mai di riguardare 30 volte un episodio di questa stagione, nemmeno due di volte (anche se l’ottavo…), però devo ammettere che questo “ritorno” di Twin Peaks è stato capace di darmi sensazioni persino, e indubbiamente vista la qualità dell’opera, maggiori dell’originale.
    Non ci avrei scommesso un soldo bucato.
    E’ stata superiore a qualsiasi aspettativa.
    E’ stato un viaggio unico ed incredibile, anche se spero vivamente non irripetibile nel panorama televisivo.
    Solo Lynch poteva superare se stesso, anche se rimarrà nel mistero e nella leggenda come abbia potuto convincere chicchessia a produrre qualcosa del genere.
    Nonostante la grande paura per questo seguito, Twin Peaks rimane di diritto al secondo posto nella mia personale classifica delle migliori serie TV di tutti i tempi.
    Complimenti per la recensione!

     
  • Boba Fett

    Un’enciclopedia completa sull’artista poliedrico David Lynch in 18 volumi! Uno showreel con oltre 30 anni di capolavori cinematografici, televisivi, pittorici, scultorei, musicali, questo è Twin Peaks, con un finale (il secondo e ultimo) dedicato con amore profondo ai suoi alter ego Kyle MacLachlan e Laura Dearn. Perché ho come l’impressione che si tratti di un commiato?

     
    • DanieleA-Colossus77

      Anch’io l’ho pensato, poi siccome la mia mente rifiuta questa possibilità l’ho subito rimossa.
      Di cosa stavi parlando? E soprattutto perché ti ho risposto?

       
  • Michele

    Bella la recensione e bella anche la serie.
    Mi permetto di aggiungere una nota: il ritorno della colonna sonora originaria. Nelle ultime tre puntate, Badalamenti ha fatto tornare dalla finestra il jingle che nelle prime due stagioni era stato così potente. So che è una strizzata d’occhio ai fan come me che non aspettavano altro, ma son contento di aver risentito la musica quando Laura va nel bosco.