Godless – Stagione 1


Godless - Stagione 1Sarebbero bastati i nomi altisonanti alle spalle della miniserie western targata Netflix per rendere Godless un appuntamento importante di questo gelido autunno. Scritta da Scott Frank (sceneggiatore tra gli altri di Minority Report, The Intepreter e Logan), avrebbe dovuto vedere alla regia nientemeno che Steven Soderbergh (Ocean Eleven, The Knick). Stante il cieco terrore verso i cavalli del regista statunitense è toccata a Frank anche la regia con Soderbergh in veste di produttore esecutivo.

Nato come progetto cinematografico Godless è riuscito ad espandersi senza perdere mordente e si è trasformato in quello che ormai è il classico prodotto di Netflix: un film lungo quasi otto ore in in cui alla segmentazione in episodi non corrisponde necessariamente una segmentazione narrativa. Ne scaturisce una serie volutamente lenta, forse troppo per chi non fosse appassionato del genere in questione, che riesce comunque a giocare con il puro piacere estetico fornito dalle inquadrature di spazi incontaminati e selvaggi.
Sotto molti punti di vista, infatti, Godless è un western che fa suoi gli schemi classici del genere – uomini brutali alle prese con una terra spietata e senza legge, assalti al treno, un racconto che tracima violenza ed intimidazione, la predilezione per situazioni di standoff, personaggi in simbiosi con cavallo e pistola, l’apoteosi del testosterone -, ma quello che fa la differenza è l’utilizzo di un approccio moderno al genere.

– How has the lovely town of La Belle fared these past two years without any men around?
– We’ve done all right.

Godless - Stagione 1La recente attenzione verso i personaggi femminili casca a pennello per Godless che costruisce uno scenario in cui anche le donne possono essere protagoniste. Sebbene qualcuno abbia provato a considerarlo tale non ci troviamo assolutamente di fronte ad un inno ad un femminismo ante litteram, dal momento che il fulcro della narrazione resta incentrato sul dualismo feroce tra Frank Griffin e Roy Goode – tanto più che Mary Agnes, l’unica donna che non si sente sola senza uomini attorno, è convenientemente omosessuale; semplicemente, il merito di Scott Frank sta nell’aver aperto un genere che era sempre stato prerogativa maschile ad una rappresentanza femminile attiva e non solo presenziante.

Per quanto importante, il contributo di Godless al panorama televisivo non sta tanto nell’introduzione delle quote rosa nel western quanto nella capacità di dar vita a personaggi tridimensionali ed indipendenti dalle necessità narrative. La priorità infatti non è il realismo compositivo o la precisione dei dettagli – c’è più di un buco di trama e l’impressione è che i trenta uomini di Griffin siano dovuti morire almeno un paio di volte ciascuno per rispettare il previsto quantitativo di uccisioni – ma l’abilità di inventare parabole umane struggenti, con protagonisti che vivono e respirano a prescindere dal filo narrativo principale.
Da questa decisione scaturiscono donne e uomini vibranti di vita e di originalità, personaggi complessi e sfuggenti, proprio perché siamo testimoni solo di una frazione limitate della loro storia, e Godless rifiuta di servirci background didascalici ed espositivi. I giochi di sguardi, i viaggi nel passato, gli intensi primi piani sono pennellate leggere che suggeriscono più che mostrare e riescono a consegnarci dei protagonisti avvolti in un alone di mistero.

In questo processo è fondamentale l’ottimo lavoro svolto dagli interpreti: da un lato troviamo le donne di La Belle, in cerca di quell’identità che Mary Agnes ha trovato solo dopo la morte del marito. In un anno che ha visto nascere personaggi femminili potenti, la donna decisa, deliberatamente mascolina e, al tempo stesso, dolce e compassionevole a cui ha dato vita Merritt Wever riesce a distinguersi, proprio come spiccano l’impostazione affaticata e baritonale della voce di Alice Fletcher (Michelle Dockery), la crudeltà sopra le righe di un esaltante Jeff Daniels o la tragedia solitaria di Scott McNairy.
Godless - Stagione 1Sul lato opposto si consuma la sanguinosa faida tra Roy Goode (nomen omen) e Frank Griffin, tra Bene e Male, in un’escalation di violenza che avvolgerà l’intero New Mexico. Ci troviamo di fronte ad un classico della tragedia occidentale. Il figlio che si rivolta contro il padre non approvandone i metodi è uno schema che ritroviamo a partire dall’evirazione e detronizzazione di Urano e Crono nella mitologia greca e che si porta dietro uno spesso substrato di significati inconsci (simboleggiati, in questo caso, dal braccio amputato di Frank, metafora del suo legame con Roy). È la parte più aderente ai canoni western e risulta essere la meno originale dello show, nonostante la caratterizzazione ispirata di un villain autoelettosi dio delle terre selvagge e in grado di alternarsi tra eccessi di furia e momenti di disarmante empatia.

Il processo di crescita di Roy Goode contrasta con l’esasperata staticità di Griffin – che indulge sempre negli stessi comportamenti, ripete le medesime frasi – e riflette l’accresciuta consapevolezza di tutti gli altri personaggi. In natura non è l’animale più forte a sopravvivere, ma quello che riesce ad adattarsi all’ambiente, che impara a piegarsi senza spezzarsi.
In una terra senza frontiere, senza legge e senza Dio – McNue è assente per gran parte del tempo, la chiesa è in costruzione e il pastore compare a La Belle solo per celebrare i funerali – si consuma il classico scontro tra l’individualismo sfrenato e selvaggio di Frank Griffin e la necessità di compromesso a cui deve abituarsi una comunità.

Say we all commence shooting at each other at the same time. Then what?

Godless - Stagione 1Nel 1965 usciva For a Few Dollars More di Sergio Leone, accompagnato da una frase programmatica: “Where the life had no value”. Anche a partire da questo possiamo notare come il western di Scott Frank abbia conservato i paradigmi dell’azione ma abbia cercato di virare a livello concettuale. “I’ve learnt that life is a gift we are given” scrive il fratello di Roy Goode, e la vita dei personaggi di Godless non è composta solo da scialbi intermezzi tra un furioso inseguimento e un agguato nel deserto. C’è altro oltre a denaro e potere e la vera battaglia, quella in grado di causare l’impatto più profondo, è quella che imperversa dentro il singolo, è la spossante e quotidiana tensione all’auto-miglioramento. A partire da ciò si spiegano il ritmo placido della narrazione, la predilezione per inquadrature contemplative, l’attenzione per i giochi di sguardi attraverso cui si costruiscono le relazioni e le lunghe sequenze dedicate al rapporto padre-figlio tra Roy e Truckee – tornando sulla questione del femminismo che non c’è, quale dovrebbe essere il messaggio se trasmetti l’idea che, per diventare un uomo, sia necessaria la presenza di un uomo vero che ti insegni ad esserlo?

Al di là dell’imbarazzante equivoco sul femminismo (dovuto quasi sicuramente ad un’improbabile strategia pubblicitaria) Godless ha dimostrato come il genere western sia vivo e vitale anche fuori dall’ambito cinematografico. Parallelamente alla trama, infatti, lo show si interessa a temi attuali, dalla questione razziale – la storyline di Blackdom è una pistola di Chechov che, invece di sparare, viene scaraventata in un fiume in piena – alla religione, con un occhio attento alla sottolineatura delle individualità. Anche chi non dovesse apprezzare il genere vi troverebbe personaggi complessi e profondamente umani, scorci su una natura illibata e selvaggia e una violenza senza quartiere, perfettamente immortalata da una regia ambiziosa e precisa che rende la visione un piacere per gli occhi.

Per concludere, Godless non è assolutamente la miniserie che avevano pubblicizzato ma, se le si concede un po’ di sospensione dell’incredulità, si rivela uno show piacevole e divertente che vale i soldi spesi per realizzarlo: un’altra perla prodotta da Netflix, sempre più colosso del mondo televisivo.

Voto: 8

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